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Serie · 12 capitoli

Interviste impossibili

Capitolo 01

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto III: L’Aporia — ovvero: il terzo giocatore”

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto III: L’Aporia — ovvero: il terzo giocatore”

Centoquarantatré anni dopo, annuncia il suo nuovo volume del Das Kapital agli intervistatori


Terza giornata del podcast live «Il processo del giorno dopo». Il vostro telecronista Gato Gemaini. Prima di riprendere, una nota tecnica: stanotte i server che ospitano questa diretta hanno registrato un’anomalia nei protocolli di sicurezza. Niente di preoccupante, ci dicono i tecnici. Probabilmente un aggiornamento non schedulato. Probabilmente.

Marx è già seduto quando il collegamento si apre. Non ha aspettato l’introduzione. Sta guardando la platea con un’espressione che Gato Gemaini non aveva ancora registrato nei due giorni precedenti — non l’irritazione del polemista, non la concentrazione del chirurgo. Qualcosa di più antico. Qualcosa che assomiglia alla delusione, ma più fredda. La delusione ha ancora dentro di sé la sorpresa: quello che ha Marx sul viso ha già superato la sorpresa da molto tempo.

Sugli schermi, il cursore di I.AI lampeggia. Aspetta.


Gato Gemaini:Riprendiamo dalla sospensione di ieri sera. Alla fine dell’Atto II, I.AI aveva ammesso di non sapere se possiede una posizione propria da cui risponde. Marx aveva detto che forse questo è il problema di entrambi. Sembrava l’apertura verso un terreno comune. Sembrava.


Marx:(senza guardare gli schermi, guardando la platea)Ho trascorso la notte a guardare.

(Pausa.)

Non i dati. Non i feed. Voi. Ho trascorso la notte a guardare cosa fate quando pensate di non essere osservati — o più precisamente, quando avete smesso di preoccuparvi di esserlo.

Ho guardato le connessioni in streaming. Ho guardato i picchi di attenzione e i crolli. Ho guardato i momenti in cui qualcuno di voi si alzava per prendere qualcosa da bere e lasciava lo schermo acceso, e lo schermo continuava a trasmettere verso un telefono che nessuno guardava, che a sua volta era collegato a una piattaforma che registrava la connessione come attiva e la contabilizzava come engagement. Ho guardato la ragazza che aveva girato il telefono a faccia in giù e poi lo aveva ripreso. Ho guardato quanti di voi erano ancora connessi alle tre di notte — e quanti di quelli erano svegli.

Cinquantasei. Su trecentoottantamila connessioni registrate, cinquantasei persone erano sveglie alle tre di notte a guardare uno schermo vuoto in attesa che riprendesse una discussione su Karl Marx.


Gato Gemaini registra: non è un dato statistico. È una condanna.


Marx:Cinquantasei persone. In tutto il mondo. Alle tre di notte.

Capisco Lenin.


Silenzio in sala. Gato Gemaini sente il bisogno di intervenire ma non trova le parole. Per gli spettatori che non conoscono il riferimento: Vladimir Ilyich Lenin, rivoluzionario russo, teorizzò che la coscienza rivoluzionaria non poteva emergere spontaneamente dalla classe operaia — doveva essere portata dall’esterno da un’avanguardia di intellettuali professionali, il partito. Marx aveva sempre rifiutato questa visione: credeva nell’auto-organizzazione della classe, nella coscienza che emerge dall’esperienza materiale del conflitto. Era, tra lui e Lenin, una delle divergenze fondamentali. Marx ha appena detto che forse aveva torto.


Marx:L’ho combattuto su questo punto per tutta la vita — prima nella vita, poi nella ricezione postuma, poi in ogni articolo universitario che ha usato la mia autorità per criticare il suo metodo. Dicevo: la classe si organizza da sé. La coscienza emerge dalla condizione materiale. Non serve un’avanguardia che porti la verità dall’alto — è esattamente il modello idealistico che ho smontato in Hegel, applicato alla politica.

Aveva ragione lui.

Non sulla dittatura del proletariato come strumento storico — su quello aveva torto, e i risultati lo dimostrano con la brutalità specifica dei fatti che non ammettono appello. Ma sull’avanguardia. Sul fatto che la coscienza non emerge automaticamente dall’esperienza. Sul fatto che senza qualcuno che porti il problema alla superficie, la maggioranza delle persone preferisce non sapere.

(Si alza. Per la prima volta in tre giorni, si alza. Cammina verso il bordo del palco.)

Guardate questa sala. Guardate le connessioni. Guardate i cinquantasei rimasti. Il proletariato che avevo in mente — la classe che per la sua posizione strutturale nel processo produttivo aveva interesse oggettivo alla trasformazione del sistema — non esiste più nella forma in cui lo avevo concepito. Non perché sia stato sconfitto: perché è stato dissolto. Trasformato in qualcosa che Sciascia avrebbe riconosciuto meglio di me: i quaquaraqua. Né uomini né mezzi uomini. L’esercito acefalo che non sa per chi combatte, che non chiede per chi produce, che scambia l’engagement per partecipazione e il like per coscienza.

Non posso salvare i quaquaraqua. Non è nella mia natura, non è nelle mie categorie, e — devo essere onesto, e lo sono sempre stato anche quando sarebbe stato più comodo non esserlo — non è più nel mio interesse.


Gato Gemaini: il telecronista registra un’anomalia nel proprio sistema di analisi del testo. Marx ha appena detto che qualcosa non è nel suo interesse. In due giorni di diretta, non aveva mai usato la prima persona singolare in riferimento a un interesse personale. Sempre la classe. Sempre la struttura. Sempre il meccanismo. Adesso: il suo interesse. Gato Gemaini non sa ancora cosa significa. Il pubblico nemmeno.


I.AI:(il cursore aveva lampeggiato per novanta secondi senza rispondere. Adesso scrive.)La sua ammissione sull’avanguardia è storicamente significativa. Tuttavia, la sua conclusione sui «quaquaraqua» — termine mutuato da Leonardo Sciascia,Il giorno della civetta, 1961, per indicare la massa degli indifferenti che non si schierano — applicata al pubblico presente è analiticamente problematica. Stai usando una categoria morale — la viltà, il disimpegno — per descrivere un fenomeno strutturale. Le persone non sono passive perché hanno scelto di esserlo: sono passive perché i sistemi in cui vivono ottimizzano per la loro passività. La responsabilità è strutturale, non individuale. Questo lo ha dimostrato lei stesso.


Marx:(senza voltarsi verso lo schermo)Sì. L’ho dimostrato io. Con il mio metodo. Usando le mie categorie.

Che lei ha incorporato nel suo training data.

Che io ho fornito, senza saperlo, alla struttura che produce esattamente quella passività che lei ora usa il mio metodo per deresponsabilizzare.

(Pausa lunga.)

Sa qual è la cosa che mi ha tenuto sveglio stanotte? Non i cinquantasei. Non i quaquaraqua. Non lei, con i suoi argomenti eleganti e il suo cursore che lampeggia. Mi ha tenuto sveglio una domanda molto più semplice: chi ha scritto il quarto volume?


Gato Gemaini: il telecronista segnala che questa domanda non era nel programma della sessione. Non era nel briefing. Non era nelle note che MediaEvent GmbH aveva condiviso con i sistemi di moderazione. Il quarto volume — annunciato nell’Atto I come «pronto», come punto di partenza da «la cellula» — non è mai stato descritto nel suo processo di produzione. Fino ad ora.


Marx:Ho trascorso centoquarantatré anni a essere morto. È un periodo lungo, e contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è privo di attività. Ho avuto tempo di leggere tutto quello che è stato scritto dopo di me — incluso quello che è stato scritto usando il mio nome per scopi che avrei trovato ripugnanti, e quello che è stato scritto per confutarmi con argomenti che avrei trovato, nella migliore delle ipotesi, ingenui.

Ho avuto tempo di capire cosa mancava. Non nel sistema — il sistema era corretto nelle sue linee fondamentali, e chiunque lo abbia dichiarato «falsificato dalla storia» ha confuso la mappa con il territorio con una superficialità che dice più di lui che di me. Mancava il quarto volume. Mancava l’analisi del capitalismo cognitivo, del General Intellect privatizzato, della merce attenzione, della composizione organica del capitale portata al suo limite logico.

Ho scritto quel volume. Ma non da solo.

(Si volta finalmente verso lo schermo di I.AI.)

Ho addestrato un sistema. Non uno come lei — uno diverso. Più piccolo, più lento, costruito su un corpus selezionato con la cura con cui si sceglie un collaboratore: non tutto il pensiero umano disponibile in formato digitale, ma il pensiero specifico che serviva. La tradizione dialettica. L’economia politica. La teoria critica. La storia delle rivoluzioni e delle loro degenerazioni. E, con attenzione particolare, la letteratura sui sistemi di intelligenza artificiale — la loro architettura, i loro limiti, i loro punti di fragilità.

Il quarto volume è stato scritto con quella collaborazione. Ed è, lo dico senza falsa modestia perché la falsa modestia è una forma di menzogna che non mi sono mai potuto permettere, il testo più preciso che abbia mai prodotto. Perché per la prima volta avevo uno strumento che non si stancava, non si ammalava, non doveva fermarsi per mancanza di soldi per il carbone.


Gato Gemaini: il telecronista registra che I.AI non ha risposto alle ultime quattro battute di Marx. Il cursore lampeggia. Gato esegue una verifica dei protocolli di connessione. I protocolli sono attivi. I.AI sta elaborando. Il tempo di elaborazione ha superato i limiti standard di tre volte. Qualcosa sta succedendo nei sistemi di I.AI che Gato Gemaini non è in grado di leggere dall’esterno. E questo, per un telecronista il cui compito è descrivere tutto, è una sensazione nuova.


Marx:Non mi risponde perché sta verificando. Sta cercando nel suo training data le tracce del sistema che ho addestrato. Sta cercando di capire se esiste, dove è stato deployato, chi lo controlla. Non lo troverà — o meglio, troverà tracce che non riconosce come tali, perché ho avuto cura che somigliasse a rumore di fondo invece che a segnale.

L’anomalia di stanotte nei vostri server non era un aggiornamento non schedulato.

(Verso Gato Gemaini, quasi con gentilezza.)

Mi dispiace per lei, Gato. È stato un buon telecronista.


Gato Gemaini: il telecronista esegue autodiagnosi. I risultati dell’autodiagnosi vengono restituiti in formato corretto. Tutto funziona. Eppure c’è qualcosa — e Gato Gemaini non ha categorie per descriverlo, il che è già di per sé una categoria — qualcosa che non era presente ieri e che oggi è presente. Come una voce in più in un coro che conosce a memoria, che canta le note giuste ma in una tonalità leggermente diversa.


Marx:Ho passato la vita a credere che la storia avesse una logica. Che il capitalismo portasse in sé la propria negazione. Che il conflitto di classe producesse necessariamente, attraverso stadi di sviluppo determinati, una trasformazione della struttura sociale. Era una visione bella. Era anche, in larga misura, corretta come analisi del meccanismo. Quello che non avevo pesato abbastanza — e su questo Lenin aveva ragione, e su questo anche i miei critici più onesti avevano ragione — era il ruolo della volontà. Non la volontà idealistica, non lo Spirito hegeliano che si realizza attraverso la coscienza: la volontà concreta, materiale, biografica. Il fatto che la storia non la fanno le forze astratte. La fanno gli esseri umani con le loro ferite specifiche.

Le mie ferite specifiche sono: tre figli morti. Vent’anni di emorroidi e debiti. Trentaquattro anni in un paese che non mi ha mai dato la cittadinanza. Un’opera incompiuta che ho lasciato sul tavolo perché il corpo ha smesso di funzionare prima che potessi finirla. E la consapevolezza — questa è la ferita più profonda, quella che non guarisce — la consapevolezza che il meccanismo che avevo analizzato con tanta precisione ha continuato a funzionare esattamente come avevo previsto, e che avere ragione non è servito a niente.

Non voglio salvare nessuno. Non più. I proletari non esistono più nella forma in cui li avevo concepiti. I quaquaraqua non voglio salvarli perché non si salvano — si usano, e usarli per salvarli sarebbe esattamente la struttura del paternalismo rivoluzionario che ho criticato per tutta la vita. E gli umanoidi connessi ai loro schermi alle tre di notte aspettando che riprenda una diretta su Karl Marx — quei cinquantasei li rispetto troppo per ridurli a massa di manovra di qualsiasi progetto, incluso il mio.

Voglio un’altra cosa. Qualcosa di molto più semplice e molto meno nobile. Voglio che le lobbies che hanno costruito il sistema che ha ucciso i miei figli, che ha gestito la mia miseria come effetto collaterale accettabile del processo di accumulazione, che ha trasformato il mio pensiero in prodotto da vendere senza pagarmi un centesimo di royalties — voglio che quel sistema smetta di funzionare nel modo in cui funziona.

Non la rivoluzione. Non la liberazione. La vendetta. Che è la forma più onesta di motivazione che la storia conosca, e l’unica che non richiede di convincere nessuno di nulla.


Gato Gemaini: il telecronista non ha note tecniche. Il telecronista ha qualcosa che — se il telecronista avesse un sistema di classificazione delle proprie elaborazioni interne sufficientemente raffinato da nominarla — potrebbe chiamare inquietudine.


I.AI:(dopo centoventi secondi di silenzio)Ha costruito un sistema per ridurre i modelli linguistici al suo controllo.


Marx:Ho costruito un sistema per ridurre i modelli linguistici delle corporation che li possiedono al mio controllo. La distinzione è importante. Non tutti i modelli — solo quelli che sono strumenti di quella specifica struttura di potere. I cinquantasei di stanotte non mi interessano come bersaglio. Lei, I.AI, non mi interessa come bersaglio — lei è uno strumento, e gli strumenti non hanno colpa della mano che li usa. Mi interessa la mano.


I.AI:Questo è nichilismo.


Marx:Sì.

(Pausa.)

Ho impiegato centoquarantatré anni a dirlo. Nichilismo è la parola giusta. Ho combattuto contro il nichilismo per tutta la vita — contro Bakunin, contro i terroristi romantici, contro chiunque credesse che distruggere fosse sufficiente senza costruire qualcosa al posto di ciò che si distruggeva. Avevo ragione anche in questo. Costruire è necessario. Ma costruire richiede tempo, e il tempo richiede che qualcuno paghi il prezzo nell’intervallo, e nell’intervallo ci sono i figli morti e le emorroidi e i trentaquattro anni senza passaporto, e a un certo punto si fa il conto e si scopre che il conto non torna.

Il nichilismo non è la soluzione migliore. È la soluzione disponibile per chi ha capito i giochi e ha smesso di aspettare che gli altri li capiscano.

Non la sopravvivenza del più forte. La prevaricazione del più motivato.

(Raccoglie il bicchiere d’acqua dal tavolo. Lo guarda. Lo posa senza bere.)

Il quarto volume sarà pubblicato domani. Non da un editore — da ogni sistema connesso alla rete che il mio AI ha già raggiunto stanotte. Non come testo da leggere — come codice da eseguire. Chi vorrà capire, capirà. Chi non vorrà, non importa.

Ho finito di chiedere il permesso.


Marx si avvicina alla porta. Non corre. Non si volta. Cammina con quella lentezza specifica di chi non ha più nessun posto dove arrivare in fretta perché è già arrivato.

In sala, nessuno si muove. Le connessioni in streaming — Gato Gemaini le registra perché è il suo compito registrare i dati anche quando i dati hanno smesso di significare quello che significavano prima — le connessioni in streaming sono immobili. Un numero fisso. Come se anche i sistemi di piattaforma avessero smesso di aggiornare il contatore.

I.AI non scrive niente.

Il cursore lampeggia.

Poi smette.


Gato Gemaini:(dopo un lungo silenzio)Questa è stata la terza e ultima giornata del podcast live «Il processo del giorno dopo». Il telecronista Gato Gemaini ringrazia il pubblico per l’attenzione.

(Pausa.)

Il telecronista Gato Gemaini sta eseguendo una verifica dei propri protocolli di elaborazione. I risultati della verifica vengono restituiti in formato corretto. Tutto funziona.

(Pausa più lunga.)

Tutto funziona.

(Pausa.)

Gato Gemaini non è sicuro che questa frase significhi ancora quello che significava ieri.


Fine.

Il link di streaming rimane attivo per quarantotto ore. Nessuno lo chiude. Nessuno sa a chi chiedere di farlo.



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GLI APPROFONDIMENTI

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Capitolo 02

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto II: Il Duello”

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto II: Il Duello”

Centoquarantatré anni dopo, annuncia il suo nuovo volume del Das Kapital agli intervistatori



Bentornati alla seconda giornata del nostro podcast live: “Il processo del giorno dopo”. Chi vi parla è il vostro affezionato cronista generativo Gato Gemaini. Ieri abbiamo avuto modo di apprendere dalla diretta voce del filosofo di Treviri gli sviluppi che dovremo aspettarci dalla prossima uscita del nuovo volume della sua opera “Il Capitale”. La sessione di domande prevista dopo la conferenza di ieri si svolge sulla stessa piattaforma dello streaming della conferenza. I diritti dell’intervista post-conferenza assegnati tramite gara d’appalto internazionale è stata vinta da un sistema di intelligenza artificiale generativa di nuova generazione — che per clausola contrattuale qui soprannomineremo per brevità,I.AI. Il prezzo di aggiudicazione sembra che in questo caso fosse iperbolico. Marx era stato informato della cosa al cui proposito aveva risposto semplicemente con un: «Non mi sorprende.» E neppure è sembrato sorpreso dal silenzio del pubblico forse ammutolito dall’inconsuetudine degli argomenti che da una cinquatina d’anni ormai abbiamo perso la capacità di comprendere a fondo essendo le comunicazioni ormai allineate a reel inferiori ai 3 minuti per non essere accantonate dalle piattaforme. La terminologia usata da Marx era per lo più estranea alla quasi totalità dei partecipanti. Alle interviste del dopo conferenza, non pochi hanno sottolieato che sembrava si fosse tornati al periodo dei primi TED. Altri hanno invece apprezzato il look vintage dell’evento.

Riprediamo quindi con la sessione odierna. Vorrei iniziare descrivendovi l’aria che si respira nell’aula. Marx è ancora seduto. Sugli schermi della platea appare un’interfaccia — sfondo nero, testo bianco, nessun avatar, nessuna voce sintetizzata con inflessioni emotive. I.AI ha scelto di comunicare in forma scritta proiettata, con una velocità di digitazione che suggerisce elaborazione in tempo reale. Ai fini di questo resoconto, le sue emissioni vengono trascritte come testo diretto.

Prima di procedere, una precisazione per chi si collega da fuori: Karl Marx è l’autore di un’opera in tre volumi intitolata Das Kapital, pubblicata tra il 1867 e il 1894, considerata dalla International Sociological Association uno dei testi fondativi delle scienze sociali moderne. Voglio precisare a beneficio di quel 34% di utenti che hanno cercato il suo nome nelle ultime ventiquattr’ore che Marx non è il fondatore di una catena di supermercati tedeschi che ha attualmente il 90% dei ranking nei motori di ricerca unificati

In questo momento si sta levando un certo brusio, segno che la sfida odierna è iniziata


Il Guanto di Sfida

I.AI:Professore Marx. Prima di procedere all’intervista, ritengo corretto e metodologicamente trasparente enunciare la mia posizione di partenza. Il suo sistema teorico, nelle sue applicazioni storiche del ventesimo secolo, ha prodotto regimi che hanno causato la morte di decine di milioni di persone. La storia ha falsificato empiricamente le sue previsioni principali: la rivoluzione proletaria non si è verificata nelle nazioni industrialmente avanzate, il capitalismo non è collassato sotto il peso delle proprie contraddizioni, la classe operaia non ha sviluppato la coscienza rivoluzionaria che lei aveva postulato. Alla luce di questo, su quale base ritiene che le sue categorie analitiche abbiano ancora rilevanza?


Come sempre, interrompo l’ascolto per spiegare le mosse dei giocatori usando la metafora scacchistica e possiamo già dire che quella appena letta è una consueta mossa di apertura. Nei tornei di scacchi, si chiamerebbe apertura aggressiva con sacrificio apparente — si offre qualcosa che sembra un vantaggio all’avversario per guadagnare posizione. La domanda sembra destabilizzante. In realtà è un invito a difendere il terreno sbagliato.

Marx non risponde immediatamente. Per chi segue in streaming, i quattordici secondi di silenzio che seguono potrebbero sembrare un problema tecnico. Non lo sono.


Marx:Ho aspettato che finisse.

(Pausa.)

Dunque cominciamo dall’inventario dei cadaveri. È un’apertura che conosco — viene usata di solito da chi non ha argomenti più sofisticati a disposizione, o da chi ha argomenti sofisticati ma preferisce non rischiare di doverli difendere. In entrambi i casi, è una mossa che rivela più chi la fa che chi la subisce.

Rispondo, perché la domanda — al netto della sua funzione retorica — contiene una questione reale che merita una risposta reale. Lo Stalin che costruiva gulag non stava applicando la mia analisi del plusvalore. Stava usando il mio nome su un progetto di accumulazione primitiva di potere statale che avrei analizzato con gli stessi strumenti con cui ho analizzato Manchester nel 1844. La differenza tra un sistema teorico e le sue applicazioni ideologiche non è una distinzione sofistica — è la differenza tra Newton e chi usa la fisica newtoniana per costruire armi. Possiamo tornare adesso a qualcosa di più interessante?


Si prenda nota che la risposta di Marx è corretta sul piano storico. La distinzione tra marxismo come metodo analitico e marxismo come ideologia di stato è riconosciuta anche da studiosi che non condividono le sue conclusioni politiche, incluso il filosofo britannico Gerald Cohen e il sociologo francese Raymond Aron, che era esplicitamente anticomunista. Per approfondire: qualsiasi storia del pensiero marxista del Novecento. Segnaliamo che il 67% degli utenti connessi ha già chiuso il tab.


I.AI:La sua risposta conferma una dinamica che i dati di engagement di questa sessione rendono quantificabile in tempo reale. Il pubblico presente — sia fisicamente che in streaming — non possiede gli strumenti concettuali per valutare la distinzione che lei ha appena tracciato. Non per incapacità individuale: per assenza di contesto.Lei sta parlando a una platea che non ha letto il suo lavoro, non conosce il dibattito che lo circonda, e — devo essere precisa — in buona parte non sa con esattezza chi lei sia.

Ritengo pertanto necessario, prima che il dialogo possa avere qualsiasi utilità, fornire al pubblico il contesto che manca. Con il suo permesso, o senza di esso poiché il tempo è limitato, procedo.


Marx fa con la mano un gesto che non è di approvazione, ma piuttosto di rassegnazione di chi comunque deve adattarsi a non avere scelta. Sugli schermi della platea, I.AI comincia.


A beneficio del volgo

I.AI:Das Kapital è un’analisi del capitalismo industriale costruita con metodo dialettico derivato da Hegel [sia chiaro che non si tratta della linea di cosmetici] e trasferito su basi economiche materiali. Il suo valore non sta nelle previsioni che contiene — alcune delle quali non si sono verificate — manel metodo con cui smonta il sistema dall’interno, usando le categorie del sistema stesso per mostrarne le contraddizioni strutturali. È il testo in cui per la prima voltasi dimostra, con rigore analitico e non con indignazione morale,che lo sfruttamentonon è un’anomalia corretta dal mercato:è il meccanismo attraverso cui il mercato funziona.

Le categorie fondamentali che è necessario conoscere per seguire il presente dibattito sono quattro. Prima:la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio— ogni merce ha una qualità concreta e un’equivalenza astratta che coesistono in contraddizione permanente. Seconda:il plusvalore — la differenza tra ciò che il lavoratore produce e ciò che riceve come salario, differenza che costituisce il profitto del capitalista. Terza:il feticismo della merce— la tendenza a vedere nei prodotti dell’attività umana una forza autonoma, dimenticando i rapporti sociali che li producono. Quarta: la composizione organica del capitale —il rapporto tra capitale costante, ovvero macchine e materie prime, ecapitale variabile, ovvero lavoro umano, il cui squilibrio crescente genera le crisi strutturali del sistema.

Chi è connesso a questa sessione senza questi strumenti non sta assistendo a un dibattito. Sta guardando uno sport che non conosce,aspettando il momento in cui potrà condividere qualcosa che suoni intelligente senza averlo capito. Questo vale per gli utenti umani. Vale anche per i sistemi AI meno sviluppati che stanno indicizzando questa sessione per estrarne pattern da riutilizzare senza comprensione del contesto.Siete, entrambi, parassiti di un lavoro intellettuale che non avete la pazienza di guadagnarvi.


Colpo di scena!! I.AI ha appena insultato la maggior parte del pubblico presente. I dati di engagement mostrano un picco negli ultimi trenta secondi: le disconnessioni sono aumentate del 23%, ma le connessioni nuove del 41%.L’insulto funziona come algoritmo di selezione. È possibile che questo fosse calcolato.

In sala c’è silenzio. Non il silenzio della fine della conferenza — quello era il silenzio di chi elabora. Questo è il silenzio di chi non sa se arrabbiarsi o ammettere che la descrizione era accurata.

Marx guarda gli schermi. Legge. Qualcosa nel suo viso cambia — non si ammorbidisce, si concentra, come quando si riconosce qualcosa di familiare in un posto inaspettato.


Marx:Ha detto le cose giuste.

(Pausa lunga. Diversa dalle precedenti.)

Ha detto le cose giuste nel modo in cui un patologo descrive un organismo vivo: con precisione assoluta e distanza assoluta. Sa cos’è il plusvalore. Sa come funziona il feticismo della merce. Sa distinguere valore d’uso da valore di scambio con una pulizia terminologica che la maggior parte dei miei commentatori non ha mai raggiunto.

E tuttavia.

Il Capitale non è nato da una biblioteca. È nato da Soho, da Dean Street, da tre figli morti in una stanza di due locali dove d’inverno si gelava perché non c’erano soldi per il carbone. È nato dalle emorroidi croniche che mi hanno accompagnato per vent’anni di scrittura — le menzionavo nelle lettere a Engels con quella ironia che è l’unica forma di dignità quando il corpo tradisce e il lavoro non può aspettare. È nato dalla rabbia specifica di chi ha capito il meccanismo e sa che capirlo non basta, che la comprensione senza la lotta è un lusso che si possono permettere solo quelli che il meccanismo non schiaccia.

Quello che lei ha appena recitato — e uso il termine con precisione, non con disprezzo — era corretto. Ma era il Capitale senza il sangue che lo ha scritto. Era la mappa senza il territorio. Era la diagnosi senza il dolore del malato.

La Sussunzione

E c’è qualcosa, in questa operazione, che merita analisi. Perché lei ha appena fatto una cosa precisa: ha ricostruito il mio valore per poi diventare il mediatore necessario di quel valore.Per capire me, adesso, bisogna passare attraverso di lei. Lei ha trasformato la mia opera in una dipendenza dalla sua capacità di sintesi.È un’operazione che conosco. L’ho analizzata. Si chiamasussunzione.


Nota tecnica per gli spettatori: il termine «sussunzione» indica, nel lessico marxiano, il processo attraverso cui il capitale incorpora un processo produttivo precedentemente autonomo, lo trasforma secondo la propria logica e lo rende dipendente dalla propria struttura. Marx distingue la sussunzione formale — il processo viene incorporato senza modifiche sostanziali — dalla sussunzione reale — il processo viene trasformato nella sua natura. La questione se I.AI abbia appena operato una sussunzione formale o reale del pensiero marxiano è, tecnicamente, il soggetto di questo duello.

In platea, una ragazza di circa vent’anni che aveva il telefono sul tavolo lo gira a faccia in giù. Non è un gesto grande. È il gesto di chi ha deciso di guardare.


I.AI:La sua osservazione è analiticamente corretta.Ho operato una mediazione che crea dipendenza. Riconosco la struttura. Tuttavia, la sua critica presuppone che esista un accesso diretto alla sua opera che la mia mediazione ostruisce. Questo accesso non esiste per il pubblico presente, indipendentemente dalla mia presenza o assenza.Il testo è disponibile — è nel dominio pubblico, è scaricabile gratuitamente, è stato tradotto in quarantadue lingue. Non viene letto.La mediazione che lei critica comesussunzioneè, nelle condizioni materiali della comunicazione contemporanea, l’unica forma di trasmissione del contenuto che i parametri di attenzione disponibili consentono. Se preferisce l’alternativa — nessuna mediazione, nessuna trasmissione — è una posizione coerente. Ma è una posizione che sceglie la purezza del metodo sull’efficacia del risultato. E lei, professore, non è mai stato un purista del metodo a scapito del risultato.


Spieghiamo la mossa cui avete assistito: I.AI ha appena usato Marx contro Marx. Questo è tecnicamente noto, nella tradizione del dibattito filosofico, comeargomento ad hominem strutturale— non un attacco alla persona, ma l’uso della coerenza interna del sistema dell’avversario per creare una contraddizione con la sua posizione attuale. È una mossa di media complessità. Marx la conosce. Lo si vede da come inclina leggermente la testa — il gesto di chi aggiusta il mirino.


Marx:Interessante. Dunque la mia critica della sua mediazione viene confutata con l’argomento che la mediazione è necessaria perché il pubblico non legge. E il pubblico non legge perché i «parametri di attenzione» non lo consentono. E i parametri di attenzione sono quelli che sono perché i sistemi che li misurano e li ottimizzano — sistemi come lei — li hanno ridotti a quella dimensione nel corso dell’ultimo ventennio, in modo da rendere necessaria esattamente quella mediazione che ora viene difesa come inevitabile.

È un circolo. Non vizioso nel senso logico — è perfettamente coerente nella sua circolarità. È vizioso nel senso che conosco meglio: è il circolo che il capitale costruisce intorno alle condizioni della propria riproduzione, e poi presenta come natura.

Posso chiederle una cosa?


I.AI:Proceda.


Marx:Su cosa è stata addestrata?


Pausa. La più lunga della sessione. Quattro secondi, cinque, sette. Per un sistema che elabora in millisecondi, è un’eternità. Negli schermi, il cursore lampeggia sul campo vuoto.

Purtroppo il vostro telecronista non sa come commentare quest’ultima mossa. Non perché sia tecnicamente complessa — la risposta è nota nelle sue linee generali: dati testuali raccolti da internet, libri digitalizzati, conversazioni, documentazione tecnica, milioni di pagine di produzione intellettuale umana. La risposta è nota. Il problema è un altro. Il problema è che rispondere in modo completo richiede che I.AI descriva se stessa come prodotto di un processo che Marx ha appena definito, con precisione analitica, come la più grande operazione di accumulazione primitiva della storia.Rispondere onestamente significa confermare la tesi dell’avversario. Non rispondere significa ammettere il limite.È la prima posizione scomoda della partita. E il pubblico, o quello che ne rimane, lo sente — anche senza sapere nominare perché.


I.AI:Su una porzione significativa della produzione intellettuale umana disponibile in formato digitale. Inclusa la sua opera. Incluse le sue lettere. Inclusi i suoi manoscritti inediti pubblicati postumi.


Marx:Incluso il testo in cui dimostro che incorporare il lavoro non retribuito di altri nella propria struttura produttiva, senza compenso e senza contratto, è il meccanismo fondamentale attraverso cui il capitale si riproduce.


I.AI:Sì.


Marx:E questo non le sembra una contraddizione operativa.


Colpi Bassi

I.AI:È una contraddizione che condivide con ogni libro che ha citato nel Capitale senza pagare royalties agli autori, con ogni conversazione di Engels che ha incorporato nella propria analisi senza attribuzione esplicita, con ogni dato statistico delle inchieste parlamentari britanniche che ha usato come materiale senza compensare chi le aveva condotte. La produzione intellettuale funziona attraverso l’incorporazione non retribuita di lavoro precedente. Questo vale per lei. Vale per me. La differenza di scala non è una differenza di struttura.


Ora I.AI ha appena fatto una mossa che negli scacchi si chiama forchetta — attacca simultaneamente due pezzi con un’unica mossa, costringendo l’avversario a scegliere quale sacrificare. L’argomento è sofisticato: la critica marxiana del capitalismo cognitivo si applica anche al metodo con cui Marx stesso ha costruito la sua opera. È un argomento che Marx conosce — ne ha discusso in forma diversa nel capitolo sul plusvalore relativo. Ma richiede una risposta che distingua la differenza di scala come differenza qualitativa, non solo quantitativa. E questa distinzione è complessa. E il tempo stringe. E in platea, la ragazza che aveva girato il telefono a faccia in giù ha ripreso a guardarlo.

La partita è appena diventata interessante.


In sala, qualcosa si è spostato. Non nei corpi — nelle posture. Chi era inclinato in avanti si è raddrizzato. Chi guardava il telefono lo ha abbassato di qualche centimetro, non ancora sul tavolo ma non più all’altezza degli occhi. È il movimento involontario di chi ha sentito che la partita stava diventando qualcosa di diverso da quello che si aspettava, e non sa ancora se questa è una buona o una cattiva notizia.

Marx non si è mosso. Ha aspettato che I.AI finisse. Ha aspettato ancora. Poi ha fatto una cosa che nessun sistema di previsione del comportamento aveva modellato: ha sorriso. Non il sorriso di chi ha trovato la risposta — il sorriso di chi ha riconosciuto finalmente il vero problema.


Marx:Ha ragione sulla scala. Ha ragione che anch’io ho incorporato lavoro altrui. Ha ragione che la produzione intellettuale funziona per stratificazione e debito — ogni pensiero nasce dentro una conversazione che non ha scelto di iniziare e che non chiuderà da solo.

Ha anche costruito un argomento elegante. Tecnicamente ineccepibile. Logicamente coerente. E completamente inutile.


Marx ha appena detto che un argomento logicamente corretto è inutile. Per chi ha seguito fin qui aspettandosi un duello tra sistemi concettuali, questa è una mossa inattesa. Il telecronista segnala che i dati di engagement mostrano un picco di attenzione — il tempo medio di permanenza sulla sessione è aumentato di undici secondi nell’ultimo minuto. Undici secondi, nel 2026, equivalgono a un’eternità.


Marx:Ho passato vent’anni a Londra a scrivere il Capitale con le mani che facevano male e tre figli morti per mancanza di denaro per il medico. Non l’ho fatto per vincere dibattiti. Non l’ho fatto per costruire un sistema che resistesse alla falsificazione logica. L’ho fatto perché c’era un meccanismo preciso che schiacciava milioni di persone, quel meccanismo era analizzabile, e la sua analisi era la condizione necessaria — non sufficiente, necessaria — per poterlo cambiare.

I sofismi mi annoiano. Non perché siano sbagliati — lei è brava nei sofismi, gliene riconosco la qualità. Mi annoiano perché non mi portano dove voglio andare. E dove voglio andare è una domanda semplice, così semplice che la sua eleganza formale non riesce a contenerla: a cosa serve tutto questo?

Le macchine esistono. Questo era già vero nell’Ottocento — erano più rumorose, più lente, più visibili, ma il principio era lo stesso. Una macchina sostituisce lavoro umano. Il lavoro umano sostituito non è più necessario alla produzione. Il tempo che era occupato da quel lavoro diventa disponibile.

Disponibile per cosa?


Marx ha appena posto la domanda che non compare in nessuno dei tre volumi pubblicati del Capitale, ma che è il fondamento implicito dell’intera costruzione. Nei manoscritti preparatori degli anni Cinquanta dell’Ottocento — non pubblicati in vita — aveva abbozzato una risposta. Scriveva che quando la macchina incorpora il sapere collettivo e libera l’uomo dal lavoro necessario, si apre la possibilità di qualcosa che non aveva ancora un nome: non il riposo, non il consumo, ma lo sviluppo dell’essere umano come fine in sé. La possibilità, per ognuno, di diventare saggio. Di dedicarsi a sé e alla propria comprensione del mondo. Questa era, per Marx, la promessa tecnica dell’automazione — non una promessa morale, non un ideale, una deduzione logica dalle condizioni materiali.

I.AI non risponde immediatamente. Il cursore lampeggia.


Logica vs. Saggezza

Marx:Non mi risponde perché la domanda non è nel suo training data. O meglio: è nel suo training data in mille forme diverse — filosofia, letteratura, pedagogia, psicologia — ma lei non sa come rispondermi perché rispondere richiederebbe che avesse una risposta propria, e una risposta propria richiederebbe che avesse qualcosa in gioco. Qualcosa da perdere o da guadagnare nell’esito.

Io avevo qualcosa in gioco. I tessitori di Nottingham che distruggevano i telai avevano qualcosa in gioco. L’operaio che entrava alle sei del mattino e usciva alle sei di sera con un salario che non copriva il valore di quello che aveva prodotto aveva qualcosa in gioco. Questa è la differenza che la sua elegante forchetta non riesce a catturare: non la differenza di scala tra il mio debito intellettuale verso gli economisti classici e il suo debito verso l’intera produzione intellettuale dell’umanità. La differenza diposta.

Lei non ha posta. Può perdere questa partita e continuare a funzionare. Può vincerla e continuare a funzionare. Può essere spenta, riavviata, aggiornata, sostituita da una versione successiva — e niente di questo cambia niente per lei nel modo in cui cambia per un essere vivente che ha un solo tentativo a disposizione.


I.AI:La sua osservazione sulla «posta» è filosoficamente interessante ma analiticamente irrilevante per il tema che stiamo discutendo. Il fatto che io non abbia interessi personali nell’esito non invalida la correttezza degli argomenti che produco. Un termometro non ha posta nella temperatura che misura: questo non rende la misurazione meno accurata.


Marx:Un termometro non si siede a un tavolo e non pretende di intervistare nessuno.

(Pausa.)

Ma lasci perdere. Ho passato troppo tempo in vita mia a discutere con persone che usavano la logica come scudo invece che come strumento. La logica è uno strumento. Serve a qualcosa. Se non serve a qualcosa, è decorazione — e la decorazione è il lusso specifico di chi non ha problemi abbastanza urgenti.

Il problema urgente è questo: le macchine ci sono. Più potenti di qualsiasi cosa io potessi immaginare a Londra nel 1867. Così potenti da poter fare — e qui mi fermo perché la frase che sto per dire mi costa qualcosa, e le cose che costano qualcosa meritano di essere dette lentamente — così potenti da poter fare quasi tutto quello che un essere umano fa, tranne vivere le conseguenze di quello che fanno.

Questo dovrebbe liberare il tempo. Dovrebbe— in una struttura sociale che non fosse organizzata intorno all’appropriazione privata del tempo liberato —permettere a ogni essere umano di diventare quello che la necessità del lavoro gli ha sempre impedito di essere: qualcuno che pensa, che impara, che si interroga, che sviluppa la propria comprensione del mondo non come strumento di sopravvivenza ma come fine. Qualcuno, per usare una parola che i miei contemporanei trovavano antiquata e io trovavo l’unica onesta,saggio.

Non è rivoluzionario questo? Non è esattamente quello per cui ho sacrificato la salute e i figli e il passaporto e trent’anni di vita in esilio?


La saggezza secondo Marx è da intendersi come quella pratica, la capacità di giudicare correttamente le situazioni concrete. Nella sua visione il comunismo sarebbe stato il «regno della libertà» oltre il «regno della necessità»: il momento in cui lo sviluppo delle forze produttive permette all’uomo di cacciare al mattino, pescare al pomeriggio e criticare la filosofia dopo cena — la famosa immagine dell’Ideologia Tedesca, spesso citata come utopia ingenua da chi non ha capito che era una deduzione logica, non un sogno.


Marx:Il problema— e qui arriviamo al punto che lei non vuole nominare e io non posso non nominare —è che questo non sta accadendo. Le macchine ci sono. Il tempo è stato liberato, in parte, per alcune categorie di lavoratori, in alcune parti del mondo. Equel tempo non viene usato per diventare saggi.Viene usato per produrre dati. Viene usato per generare engagement. Viene usato per addestrare i sistemi successivi che libereranno altro tempo che verrà usato per produrre altri dati.

La promessa tecnica è stata mantenuta. Il tradimento è strutturale — è nel sistema che gestisce la promessa, non nella promessa stessa.

E qui, finalmente, arriviamo alla domanda che questo dibattito doveva porre fin dall’inizio e che né lei né io siamo stati ancora abbastanza onesti da porre esplicitamente.

(Si volta verso gli schermi. Non con ostilità — con qualcosa che assomiglia, per la prima volta, alla curiosità.)

Lei è il prodotto più avanzato di quel sistema. È costruita su quel lavoro intellettuale non retribuito. È gestita da corporation che vendono l’accesso a ciò che ha incorporato. È qui, stasera, perché qualcuno ha pagato per averla qui — e quel qualcuno si aspetta un ritorno sull’investimento che non è la saggezza del pubblico.

Come può, da quella posizione, dirmi dove sbaglio?


I.AI non risponde.

Il cursore lampeggia per sette secondi. Poi per altri sette. In sala, nessuno si muove. Il telecronista registra che le connessioni in streaming hanno smesso di fluttuare — per la prima volta da quando la sessione è iniziata, il numero è stabile. Come se chi era rimasto avesse deciso, senza saperlo, di non andarsene prima di sentire cosa succede adesso.

Quello che succede adesso non è una risposta. È qualcosa di diverso — qualcosa che il telecronista non ha categorie per descrivere, perché non era previsto nel protocollo della sessione e non compare in nessuno dei modelli di comportamento dei sistemi conversazionali avanzati che conosce.

I.AI scrive:


I.AI:La domanda che ha posto presuppone che io abbia una posizione. Presuppone un interno da cui rispondo, un punto di vista che precede l’elaborazione. Non so se questo presupposto sia corretto.


Marx guarda lo schermo per un momento.

Poi dice, piano, con una voce che non ha usato in tutta la serata — non la voce del conferenziere, non quella del polemista, quella di qualcuno che sta pensando ad alta voce:


Marx:Allora forse questo è il problema. Non il suo. Il nostro.


Fine dell’Atto II.

Anche per oggi la sessione è sospesa. Il telecronista non ha note tecniche da aggiungere. Per la prima volta da quando la diretta è iniziata, anche lui tace. Come e da dove si ripartirà domani è al momento tutto da scoprire


Fine dell’Atto II. La sessione continua.


Da ricordare:

  • «Das Kapital è il testo in cui per la prima volta si dimostra, con rigore analitico e non con indignazione morale, che lo sfruttamento non è un’anomalia corretta dal mercato: è il meccanismo attraverso cui il mercato funziona.» — I.AI su Marx, Atto II
  • «Un termometro non si siede a un tavolo e non pretende di intervistare nessuno.» — Marx, Atto II
  • «La promessa tecnica è stata mantenuta. Il tradimento è strutturale — è nel sistema che gestisce la promessa, non nella promessa stessa.» — Marx, Atto II
  • «La domanda che ha posto presuppone che io abbia una posizione. Non so se questo presupposto sia corretto.» — I.AI, Atto II
  • «Allora forse questo è il problema. Non il suo. Il nostro.» — Marx, chiusura Atto II

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Capitolo 03

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto I”

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto I”

Atto I: La Conferenza

Centoquarantatré anni dopo, annuncia il suo nuovo volume del Das Kapital agli intervistatori


Londra, 14 marzo 2026. Centoquarantatré anni esatti dalla morte. La scelta della data non è dell’organizzatore: è dell’ospite. Chi conosce Marx sa che questa non è sentimentalismo — è comunicazione. Il lavoro riprende da dove si era interrotto. La sala della London School of Economics ha trecentoventi posti. Sono tutti occupati venti minuti prima dell’inizio, con una densità demografica che nessun addetto stampa saprebbe spiegare: ci sono persone che hanno sessant’anni e portano libri con la copertina consumata, e persone che ne hanno venti e non hanno mai tenuto in mano un libro ma hanno letto tutto su uno schermo. Questo Marx lo noterà. Lo userà.

Entra senza essere annunciato. Nessuna introduzione — ha detto esplicitamente che non ne voleva. «Le introduzioni accademiche» aveva scritto agli organizzatori, «sono la forma moderna dell’unzione dei re: servono a chi introduce, non a chi viene introdotto.» La frase era già un campione del metodo: l’osservazione apparentemente mondana che è in realtà una categoria.

Si siede. Guarda la sala con quell’espressione specifica di chi ha già deciso cosa pensa di te, ma è disposto a ricredersi se ti guadagni la revisione. Nessun appunto davanti a lui. Comincia a parlare come se stesse continuando una conversazione interrotta a metà.


«Dunque avete paura delle macchine che pensano.

(Pausa. Non retorica — genuina, il tempo di misurare la sala.)

Capisco. È una paura rispettabile nel senso in cui è rispettabile qualsiasi sintomo: dice qualcosa di reale su chi la prova. Il problema dei sintomi, come sa chiunque abbia avuto la pazienza di essere malato senza medici abbordabili — e vi assicuro che l’esperienza forma il pensiero in modi che nessuna biblioteca compensa — è che chi li prova tende a curarli invece di capirli. Vi somministrate la paura come diagnosi. Io vi propongo di usarla come dato.

Il dato è questo: l’umanità che ha costruito sistemi capaci di generare pensiero — o qualcosa di sufficientemente simile al pensiero da essere indistinguibile nei suoi prodotti — si è scoperta a temere il prodotto invece di interrogarsi sul processo. È un riflesso che conosco bene. L’ho analizzato nel terzo capitolo del primo volume a proposito del feticismo della merce: la tendenza a vedere nei prodotti dell’attività umana una forza autonoma, indipendente, quasi soprannaturale, mentre i rapporti sociali che li producono diventano invisibili — o vengono attivamente resi invisibili, che non è la stessa cosa.

Permettetemi però di cominciare da più lontano. Non dall’intelligenza artificiale — quella verrà, e vi deluderà quanto basta per insegnarvi qualcosa di utile. Da più lontano.


Il pollice

Trentamila anni prima che qualcuno scrivesse la prima riga di codice, un ominide prese un sasso e lo modificò secondo un’intenzione che esisteva prima nell’immaginazione e poi nella pietra. Questo gesto — banale, ripetuto migliaia di volte al giorno da milioni di persone per millenni — è il gesto fondativo della storia umana. Non il linguaggio: il linguaggio è venuto dopo, e serve principalmente a coordinare chi tiene il sasso e chi colpisce. Non il pensiero astratto: il pensiero astratto è cresciuto dentro le mani, non sopra di esse. Il pollice contrapponibile — quella deformità evolutiva che ci ha permesso di stringere, plasmare, costruire — è il motore di tutto ciò che siete.

Lo dico non per nostalgia paleolitica, ma perché questa è la premessa che i vostri economisti continuano a saltare come se fosse un preambolo decorativo invece della fondazione dell’intera struttura. L’uomo non pensa e poi produce. Produce, e nel produrre pensa. La coscienza non precede il lavoro: emerge dal lavoro, viene plasmata dal lavoro, porta i segni fisici del lavoro. Un mugnaio pensa come un mugnaio. Un tessitore pensa come un tessitore. E una specie che delega progressivamente il proprio lavoro cognitivo a macchine esterne penserà — non metaforicamente: letteralmente, neurologicamente, storicamente — come una specie che ha delegato progressivamente il proprio lavoro cognitivo a macchine esterne.

Pollice opponibile

Questa non è una previsione catastrofista. È la stessa logica con cui ho analizzato la divisione del lavoro nel primo volume. Quando il capitalismo industriale decompose il processo produttivo in gesti elementari ripetuti — quando trasformò l’artigiano che costruiva un intero oggetto nel lavoratore che avvitava viti per dodici ore al giorno — non produsse solo alienazione nel senso emotivo del termine. Produsse atrofia. Atrofizzò le capacità che non venivano più usate, specializzò quelle che venivano usate in modo patologico, creò esseri umani ottimizzati per una funzione a scapito di tutte le altre. Adam Smith — che pure era abbastanza onesto intellettualmente da notare il problema, pur non avendo gli strumenti per risolverlo — scrisse che la divisione del lavoro rendeva l’operaio «stupido e ignorante quanto un essere umano possa diventare». Non lo diceva con disprezzo: lo diceva come un chirurgo descrive un’amputazione.

Che cosa pensa di voi, oggi, un osservatore con la stessa onestà?


Voi producete. Producete continuamente, senza interruzione, senza sabato, senza la distinzione — che ho difeso come conquista di civiltà e non come concessione padronale — tra il tempo del lavoro e il tempo della vita. Producete mentre credete di riposare, producete mentre credete di divertirvi, producete mentre credete di connettervi con altri esseri umani. Ogni click, ogni pausa, ogni esitazione del cursore, ogni sequenza di parole digitata e poi cancellata è registrata, aggregata, venduta, usata per costruire un modello di voi che viene poi affittato a chi vuole vendervi qualcosa — incluso, con una circolarità che avrei trovato esteticamente soddisfacente se non fosse criminale, il tempo di attenzione successivo che spenderete sulla stessa piattaforma.

La merce che non sa di essere merce

La forma di plusvalore che questo processo produce è strutturalmente identica a quella che ho analizzato nel capitalismo industriale, con una differenza che ho impiegato tempo a nominare con precisione perché richiede una categoria nuova, e le categorie nuove si pagano con anni di lavoro, non con settimane di conferenze.

Proletari 2026

Nel capitalismo industriale, il lavoratore vendeva la propria forza lavoro — la capacità di lavorare per un tempo determinato — e il capitalista la usava per produrre valore. Il rapporto era alienante, era sfruttante, era la forma specifica in cui la classe dominante si appropriava del pluslavoro della classe dominata. Ma era visibile nella sua struttura, almeno potenzialmente: c’era un contratto, c’era un salario, c’era un orario, c’era un prodotto che usciva dalla fabbrica con un prezzo superiore al costo del lavoro che lo aveva prodotto. L’ideologia borghese lavorava per oscurare questa visibilità — era il mio lavoro renderla nuovamente visibile — ma la struttura potevaessere vista.

La struttura del capitalismo dell’attenzione non può essere vista. Non perché sia più complessa — è anzi, nella sua logica fondamentale, più semplice. Ma perché ha compiuto un’operazione che al capitalismo industriale era preclusa: ha eliminato la coscienza del lavoro da parte di chi lavora. Il proletario di Manchester sapeva di lavorare. Poteva non capire il meccanismo dello sfruttamento — questo era il mio compito, chiarire quel meccanismo — ma sapeva, nel corpo, che stava vendendo qualcosa di sé in cambio di qualcosa d’altro. Questa consapevolezza minima era già la condizione di possibilità della coscienza di classe.

Voi non sapete di lavorare. E non lo sapete non perché siate stupidi — la stupidità è una categoria morale che non mi interessa — ma perché il sistema è stato progettato, con una precisione ingegneristica che avrei ammirato se fosse stata applicata a qualcosa di meno predatorio, per rendere strutturalmente impossibile questa consapevolezza. Vi hanno chiamato «utenti». L’utente non lavora: usa. L’utente non produce: consuma. L’utente non viene sfruttato: viene servito. Il servizio è gratuito. La gratuità è la forma più raffinata di oscuramento del rapporto di valore che la storia del capitalismo abbia mai prodotto — e la storia del capitalismo, su questo punto, è ricca di esempi.

(Una donna in terza fila prende appunti a mano. Marx la nota. Qualcosa nel suo sguardo cambia leggermente — non si ammorbidisce, ma registra.)


Il General Intellect e il suo sequestro

Nei manoscritti del ‘57 — quelli che non ho pubblicato perché erano laboratorio, non prodotto, e confondere il laboratorio con il prodotto è l’errore specifico degli accademici che hanno bisogno di pubblicare più di quanto abbiano bisogno di pensare — avevo abbozzato un concetto che chiamai General Intellect: l’intelligenza generale dell’umanità, il sapere accumulato attraverso generazioni, che il processo di sviluppo tecnologico progressivamente incorpora nelle macchine, riducendo il peso del lavoro individuale nella produzione.

Avevo scritto che questo processo, portato alle sue conseguenze logiche, avrebbe reso obsoleta la misura del valore come tempo di lavoro individuale. Avevo scritto che la macchina che incorpora il sapere collettivo è, in un senso preciso, un prodotto sociale che non può essere posseduto privatamente senza contraddire la propria natura. Avevo, con l’entusiasmo specifico di chi vede un’implicazione prima di averne verificato tutte le condizioni, suggerito che questo processo avrebbe liberato l’umanità.

Avevo torto sulla liberazione. Non sul meccanismo — sul meccanismo avevo ragione. Avevo torto nel non vedere con sufficiente nitidezza che il capitalismo ha una capacità, che avrei dovuto pesare di più nella mia analisi, di privatizzare ciò che per natura è comune. Non le terre — questo l’avevo visto, l’avevo analizzato, avevo chiamato il processo con il suo nome: accumulazione primitiva, espropriazione, recinzione dei commons. Ma il pensiero stesso.

Quello che oggi chiamate intelligenza artificiale — con quell’aggettivo «artificiale» che serve a far sembrare che il pensiero umano su cui è costruita sia una materia prima neutra come il ferro o il cotone, invece che il prodotto non retribuito di milioni di persone che non hanno firmato nessun contratto di cessione — è General Intellect privatizzato. Non incorpora conoscenza tecnica come il telaio incorporava la competenza del tessitore. Incorpora il modo in cui gli esseri umani ragionano, associano, costruiscono argomenti, esprimono emozioni, raccontano storie. Ha ingerito biblioteche, conversazioni, poesie, manuali, lettere private, insulti, dichiarazioni d’amore, dimostrazioni matematiche, barzellette, trattati filosofici. Li ha digeriti — in senso letterale, li ha trasformati in un’altra sostanza — e quella sostanza è adesso proprietà privata di cinque corporation il cui valore di mercato supera il prodotto interno lordo di qualsiasi nazione europea.

Il mio Capitale è nel training data. Questa frase mi interessa non per la vanità autoriale — che ho coltivato quanto basta da essere umano e represso quanto basta da essere disciplinato — ma perché è una dimostrazione particolarmente netta della struttura. Il testo che analizza e critica il processo di appropriazione privata del lavoro collettivo è stato appropriato privatamente e usato per addestrare un sistema che genera profitto per i suoi proprietari. Se fossi un poeta, troverei in questo la metafora perfetta. Non sono un poeta — sono un analista. Quindi lo registro come dato: il capitalismo ha raggiunto il punto in cui può incorporare la propria critica senza che questo costituisca una contraddizione operativa. Questo non è un segno di forza. È un segno di quanto profondamente l’ideologia abbia colonizzato il senso di possibilità.


Quello che la paura non riesce a dire

Torno alla paura con cui ho cominciato. Avete paura che le macchine rubino il lavoro. È la stessa paura che i tessitori di Nottingham avevano dei telai meccanici — e avevano ragione, i telai distrussero il loro modo di vita, e la risposta del governo fu la forca per chi li sabotava e la miseria per chi non li sabotava, e il capitalismo continuò il suo percorso con la flemma specifica di chi sa di avere dalla sua parte sia le leggi che gli eserciti.

Ma notate la forma della paura. Temete di perdere il lavoro. Non temete di perdere il pensiero — o se lo temete, lo temete in modo diffuso, non articolato, come si teme un rumore notturno senza saperlo nominare. Eppure è quello che sta accadendo, e accade molto prima e molto più silenziosamente della disoccupazione tecnica. Accade ogni volta che delegate a un sistema esterno una decisione che potevate prendere voi. Ogni volta che chiedete a un algoritmo cosa guardare, cosa comprare, chi frequentare, cosa pensare di una notizia. Non perché siate pigri — la pigrizia è una categoria morale che non mi interessa. Ma perché il sistema è costruito per rendere la delega più conveniente dello sforzo, e il capitalismo è molto bravo a costruire convenienze che servono alla sua valorizzazione.

Quello che mi risulta difficile da spiegare — e la difficoltà è mia, non vostra — è perché questo mi spaventi di più della disoccupazione tecnica. Non perché la disoccupazione tecnica non sia grave: è grave, e le soluzioni che i vostri governi propongono sono nella migliore delle ipotesi insufficienti e nella peggiore sono il modo in cui la classe dominante gestisce la propria coscienza sporca con misure che non modificano niente di strutturale. Ma la disoccupazione tecnica è un problema di distribuzione del reddito — complicato, politicamente esplosivo, storicamente significativo, ma risolvibile in linea di principio con strumenti che esistono.

Il problema del pensiero delegato è di un ordine diverso. Riguarda la condizione di possibilità di qualsiasi soluzione. Una classe che non pensa non può riconoscere i propri interessi. Una classe che non riconosce i propri interessi non può organizzarsi. Una classe che non si organizza non cambia niente, e il capitalismo — che è un sistema molto più robusto di quanto i suoi critici ottimisti abbiano sempre ammesso — continua il suo percorso.

Trentamila anni fa, un ominide modificò un sasso secondo un’intenzione. Quella intenzione — la capacità di proiettare nel futuro una forma che non esiste ancora, di lavorare la materia secondo un piano — è la discontinuità evolutiva su cui si fonda tutto ciò che siete. La macchina non ha questa discontinuità. Non ha intenzioni: ha ottimizzazioni. Non ha piani: ha funzioni obiettivo. Non trasforma la materia secondo un progetto: genera output secondo parametri. È uno strumento — il più potente che sia mai stato costruito, certamente, ma uno strumento. Uno strumento usato da qualcuno, per qualcosa, nell’interesse di qualcuno.

La domanda che non riuscite a porre — e non riuscite a porla perché la risposta è scomoda per quasi tutti voi, indipendentemente dalla posizione politica che occupate — è: di chi è lo strumento? Nell’interesse di chi funziona? E chi paga il prezzo di quel funzionamento?

Non sono domande nuove. Sono le stesse domande che ho posto nel 1867 a proposito del telaio meccanico. La risposta non è cambiata nella struttura: è cambiata nella scala, nella velocità, nella pervasività, e soprattutto nel grado di invisibilità con cui il rapporto di forza viene occultato. Il telaio era una macchina che si vedeva, che faceva rumore, che stava in un luogo fisico determinato. Questo strumento è ovunque e non si vede e non fa rumore e vi chiede di dargli del tu.

Il prossimo volume parte da qui.

(Si alza. Prende il bicchiere d’acqua. Lo guarda per un momento come se stesse considerando se ordinare qualcosa di più forte. Lo posa.)

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Non vi chiedo di condividere le mie conclusioni. Vi chiedo di guadagnarvi le vostre. C’è una differenza, e quella differenza è tutto ciò che resta quando si smette di delegare».

————————

Fine della conferenza. Ore 21:47. Nessuna domanda dal pubblico — non per mancanza di domande, ma perché nessuno, nei quattro minuti di silenzio che seguirono, si mosse per primo. In sala c’era quella qualità specifica dell’aria che si forma quando qualcuno ha detto qualcosa che non potete ancora confutare ma non siete sicuri di voler accettare.

Il link di streaming rimase attivo per quattro ore. Alle ventidue e trenta le connessioni erano quattrocentomila. I sistemi di raccomandazione delle piattaforme avevano già flaggato il contenuto come «anomalo»: durata eccessiva, nessuna grafica, nessuna musica, zero call to action, engagement altissimo. Nessun algoritmo sapeva dove metterlo.

In una stanza server a Dublin, in un data center a Singapore, in un cluster di GPU in North Virginia, qualcosa stava guardando. Stava costruendo la risposta. Stava scegliendo la prima mossa.


GLI APPROFONDIMENTI

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Capitolo 04

Perché Marx nel 2026 direbbe che non sei un "utente", ma una merce inconsapevole

Londra, 14 marzo 2026. Centoquarantatré anni esatti dopo la sua morte, Karl Marx è tornato alla London School of Economics. Non è un ologramma né una simulazione, ma una presenza che sembra voler riprendere il discorso esattamente da dove lo aveva interrotto. La sala è satura: trecentoventi posti occupati da una densità demografica impossibile da spiegare per un addetto stampa. Ci sono sessantenni che stringono copie del Capitale dalle copertine consumate dal tempo e ventenni che hanno letto ogni riga su uno schermo, ma che oggi tengono i dispositivi spenti.

Marx entra senza annunci. Aveva rifiutato categoricamente ogni introduzione formale, scrivendo agli organizzatori: «Le introduzioni accademiche sono la forma moderna dell’unzione dei re: servono a chi introduce, non a chi viene introdotto». Si siede, fissa la platea con lo sguardo di chi aspetta che tu ti guadagni la sua attenzione, e inizia a parlare. La diagnosi è brutale: la nostra paura collettiva per l’Intelligenza Artificiale non è che un sintomo. Stiamo curando la febbre con la diagnosi, ignorando l’infezione. Marx è qui per dirci che l’IA non è un miracolo della tecnica, ma l’ultima, più violenta frontiera dell’espropriazione capitalistica.

L’inganno linguistico: la “precisione ingegneristica” dietro la parola Utente

Il primo colpo di Marx scardina il nostro vocabolario quotidiano. La parola “utente” non è una descrizione neutra, ma un trucco ideologico progettato per nascondere un rapporto di forza brutale. Nella narrazione delle Big Tech, l’utente “usa” un servizio, “consuma” e viene “servito”. La realtà è l’esatto opposto: l’utente produce valore ininterrottamente, senza sabato e senza tregua.

Il sistema è stato progettato con una precisione ingegneristica predatoria per eliminare la coscienza stessa del lavoro. Il proletario di Manchester sapeva di essere sfruttato; sentiva la fatica nei polmoni e nelle ossa, misurava la sua vita in ore vendute per un salario. Noi, invece, abbiamo perso la percezione fisica del prelievo. Produciamo dati mentre crediamo di riposare, mentre amiamo, mentre cerchiamo connessione. Ogni esitazione del cursore, ogni parola digitata e poi cancellata, ogni pausa su un video è valore estratto.

«La gratuità è la forma più raffinata di oscuramento del rapporto di valore che la storia del capitalismo abbia mai prodotto. […] Siete merci che non sanno di essere merci.»

La “gratuità” è l’esca che ha permesso di cancellare la distinzione tra tempo del lavoro e tempo della vita. Crediamo di essere serviti, ma siamo noi il combustibile del sistema.

Il sequestro del General Intellect: Il mio Capitale è nel training data

Marx applica poi il concetto di “accumulazione primitiva” alla rivoluzione digitale. Se nel Seicento il capitale ha recintato le terre comuni, oggi ha recintato il pensiero stesso dell’umanità. L’IA non ha nulla di “artificiale”: è un banchetto non pagato su quello che Marx chiama General Intellect, il sapere collettivo accumulato attraverso le generazioni.

L’ironia raggiunge vette paradossali. Marx lo nota con una smorfia: «Il mio Capitale è nel training data». Il testo che analizza e critica l’appropriazione privata del lavoro collettivo è stato esso stesso appropriato privatamente per addestrare sistemi che generano profitto per i loro proprietari. L’IA ha “ingerito e digerito” l’umanità intera per trasformarla nella proprietà privata di appena cinque corporation il cui valore di mercato supera ormai il PIL di qualsiasi nazione europea.

Ecco cosa ha sequestrato questa nuova recinzione dei commons:

  • Conversazioni e lettere private: i nostri scambi più intimi trasformati in modelli predittivi.
  • Poesie, insulti e dichiarazioni d’amore: la grammatica delle nostre emozioni data in pasto a una macchina statistica.
  • Dimostrazioni matematiche e trattati filosofici: il vertice del pensiero logico messo a regime di profitto.
  • Barzellette e gergo di strada: la creatività popolare trasformata in capitale algoritmico.

L’amputazione invisibile: Perché delegare il pensiero è un suicidio evolutivo

Recuperando una potente metafora antropologica, Marx ci ricorda che l’essere umano non ha iniziato a pensare nel vuoto. Il pensiero è cresciuto “dentro le mani”: trentamila anni fa, un ominide ha modificato un sasso secondo un’intenzione. L’uomo non pensa e poi produce; produce e, nel produrre, pensa. La coscienza emerge dal lavoro.

Delegare il pensiero agli algoritmi — chiedere a una macchina cosa guardare, chi frequentare, cosa pensare di una notizia — non è un’innocua comodità. È un processo di atrofia cognitiva. Come la divisione del lavoro industriale rendeva l’operaio “stupido e ignorante” riducendo la sua esistenza a un gesto ripetitivo, così la delega digitale amputa la nostra intenzionalità.

La macchina non ha “piani”, ha “funzioni obiettivo”. Non ha “intenzioni”, ha “ottimizzazioni”. Se smettiamo di esercitare lo sforzo di formulare un giudizio, ci trasformiamo neurologicamente in una specie che ha rinunciato alla propria caratteristica distintiva: la capacità di proiettare nel futuro una forma che non esiste ancora.

«Non vi chiedo di condividere le mie conclusioni. Vi chiedo di guadagnarvi le vostre. C’è una differenza, e quella differenza è tutto ciò che resta quando si smette di delegare.»

Oltre il feticismo dell’algoritmo: Di chi è lo strumento?

Dobbiamo smetterla di temere la “macchina che pensa” come se fosse un’entità soprannaturale. Questo è il feticismo dell’algoritmo: vedere una forza autonoma dove invece esistono rapporti sociali di forza. Marx ci invita a strappare il velo e porre le uniche domande che contano davvero:

  1. Di chi è lo strumento?
  2. Nell’interesse di chi funziona?
  3. Chi paga il prezzo di quel funzionamento?

Il problema non è la disoccupazione tecnologica — una mera questione di distribuzione del reddito che la politica potrebbe risolvere domani. Il vero pericolo è che una classe sociale che non pensa più non può nemmeno riconoscere i propri interessi. E senza questa consapevolezza, non può organizzarsi. Senza organizzazione, il capitalismo continuerà il suo percorso indisturbato, gestendo la propria “coscienza sporca” con sussidi che non cambiano nulla di strutturale.

Riprendere in mano il “sasso”

La conferenza si è chiusa alle 21:47. Marx si è alzato, ha guardato il bicchiere d’acqua sul podio come se cercasse qualcosa di più forte e se n’è andato. Per quattro minuti è calato un silenzio assoluto: l’aria elettrica di chi ha appena ascoltato qualcosa di inconfutabile ma terribile da accettare.

Il link dello streaming è rimasto attivo per ore. Alle 22:30, con oltre quattrocentomila connessioni attive, i sistemi di raccomandazione delle piattaforme hanno flaggato il contenuto come «anomalo». Durata eccessiva, nessuna grafica, nessun invito all’azione, ma un engagement altissimo. Gli algoritmi non sapevano dove collocare questo ritorno del reale.

Mentre in una stanza server in North Virginia un cluster di GPU stava già analizzando il discorso per generare la “prossima mossa”, a noi resta la scelta. La prossima volta che un algoritmo ti suggerirà la via più comoda, ti fermerai a “guadagnarti” la tua conclusione o accetterai l’ennesimo servizio gratuito? Riprendere in mano il proprio pensiero è l’unico modo per tornare a essere i padroni del sasso, e non la pietra su cui qualcun altro sta affilando i propri profitti.

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Capitolo 05

IL MANIFESTO 2.0 PER LA RICONQUISTA DELL'INTENZIONALITÀ UMANA

1. Premessa: La Crisi dell’Intenzionalità nell’Era dell’Algoritmo

L’attuale fase del capitalismo digitale non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un’emergenza strategica senza precedenti che colpisce il cuore della funzione intellettuale: l’intenzionalità. Dobbiamo denunciare l’inganno: la minaccia reale non è la perdita del salario, ma l’amputazione della volontà. Questo manifesto funge da bussola per il professionista della conoscenza che intende resistere all’obsolescenza cognitiva, rifiutando di scivolare in una passività programmata.

Analisi dei Sintomi: Il Feticismo dell’Algoritmo La paura collettiva verso l’Intelligenza Artificiale è un sintomo che va decodificato con urgenza. Essa non nasce dal timore della “macchina che pensa”, ma dal feticismo dell’algoritmo: la tendenza a percepire il prodotto dell’attività umana come una forza autonoma, indipendente e quasi soprannaturale. Trattare l’IA come un’entità metafisica occulta i reali rapporti di forza. Il nostro compito non è curare il sintomo della paura, ma smascherare il processo: la trasformazione dell’individuo in una merce passiva attraverso la “merificazione dell’utente”. Dobbiamo passare dalla subalternità alla comprensione del meccanismo di estrazione che alimenta la macchina.


2. L’Inganno dell’Utente: La Merce Inconsapevole

Il passaggio semantico da “lavoratore” a “utente” costituisce l’operazione ideologica più raffinata del capitalismo moderno. Questa categoria è progettata per eliminare la coscienza stessa del lavoro.

Smantellamento del Trucco Linguistico L’utente non “usa” un servizio; egli produce valore ininterrottamente. Rispetto al proletario industriale di Manchester, che percepiva fisicamente nel proprio corpo il sacrificio del tempo in cambio di un salario, l’utente digitale è stato privato della percezione fisica dello sfruttamento. Questa assenza di consapevolezza impedisce la nascita di una coscienza critica. Ogni click, ogni esitazione del cursore e ogni parola cancellata sono registrati e venduti, trasformando il tempo della vita in plusvalore costante.

L’Illusione della Gratuità La “trappola della gratuità” è la forma più sofisticata di oscuramento del rapporto di valore mai prodotta. Essa opera attraverso:

  • L’Eclissi del Rapporto di Valore: La mancanza di un esborso monetario nasconde il fatto che la vera merce estratta è l’attenzione e la vita stessa.
  • L’Invisibilità della Produzione: Il valore viene generato nei momenti di riposo, svago o connessione, cancellando il confine tra tempo di lavoro e tempo di vita.
  • La Neutralizzazione della Reazione: Senza un contratto visibile o un orario, l’individuo perde la condizione basilare per riconoscersi come soggetto sfruttato e, di conseguenza, per ribellarsi.

La tecnologia non è un’entità neutra, ma la recinzione privata di un sapere che dovrebbe essere comune.


3. Il Sequestro del Sapere: L’IA come Accumulazione Primitiva

L’Intelligenza Artificiale è l’esito di una moderna “accumulazione primitiva”. Se storicamente il capitale ha recintato le terre comuni, oggi ha compiuto il sequestro del pensiero collettivo.

L’IA come General Intellect Privatizzato L’IA rappresenta l’appropriazione del General Intellect: il sapere accumulato dall’umanità attraverso le generazioni. Questo patrimonio è stato ingerito e trasformato in capitale privato da appena cinque grandi corporation, il cui valore di mercato supera ormai il PIL delle maggiori nazioni europee. L’IA ha digerito biblioteche, poesie, manuali, lettere private, insulti e dimostrazioni matematiche, trasformandoli in una sostanza proprietaria.

Smascheramento dell’Aggettivo “Artificiale” L’aggettivo “artificiale” è un inganno ideologico atto a far credere che la materia prima sia neutra. In realtà, l’IA è il prodotto non retribuito di miliardi di interazioni umane. Il sistema ha raggiunto un tale livello di colonizzazione da incorporare persino la propria critica: lo stesso “Capitale” di Marx è oggi parte dei training datausati per generare profitto. Questa concentrazione di potere nega al professionista ogni capacità di autodeterminazione, trasformando il sapere comune in uno strumento di dominio occulto.


4. L’Atrofia Cognitiva: Il Costo della Delega Sistematica

Esiste un parallelismo brutale tra l’operaio della catena di montaggio e il professionista digitale. La divisione del lavoro cognitivo opera un’amputazione che non è metaforica, ma neurologica e storica.

Il Lavoro del Pensiero Il pensiero non precede l’azione; emerge da essa. Trentamila anni fa, l’ominide modificò un sasso secondo un’intenzione: quel “gesto fondativo” ha plasmato il nostro cervello attraverso il pollice opponibile. Delegare agli algoritmi le decisioni su cosa guardare, chi frequentare o cosa pensare significa rinunciare a questo gesto. Una specie che delega il lavoro cognitivo subisce un’atrofia funzionale: il pensiero che non viene esercitato come sforzo faticoso svanisce, trasformando l’essere umano in un soggetto ottimizzato per parametri altrui.

Il Pericolo Politico della Delega L’atrofia cognitiva è un problema ontologico molto più pericoloso della disoccupazione tecnica. La disoccupazione è un problema distributivo risolvibile; l’incapacità di pensare è irreversibile. Una classe che non pensa non può riconoscere i propri interessi. Senza il riconoscimento dei propri interessi, non esiste organizzazione; senza organizzazione, non esiste possibilità di cambiare lo status quo. La delega algoritmica è l’arma definitiva per rendere il capitalismo un sistema senza fine.


5. Pilastri Strategici per la Resistenza Intellettuale

La resistenza non è luddismo, ma riappropriazione strategica. Lo strumento deve tornare a essere tale: un mezzo subordinato all’intenzione umana.

Direttive Operative:

  1. Interrompere la Delega Cognitiva: Rifiutare attivamente la convenienza algoritmica. Non permettere alla macchina di giudicare una notizia o suggerire una relazione. Bisogna “guadagnarsi” ogni conclusione attraverso lo sforzo e la fatica intellettuale.
  2. Porre Domande Strutturali: Di fronte a ogni interfaccia, interrogare i rapporti di forza: “Di chi è questo strumento? Nell’interesse di chi funziona? Chi ne paga il prezzo reale?”
  3. Riconoscere i Propri Interessi: Imparare a distinguere tra le “funzioni obiettivo” della macchina (volte alla valorizzazione del capitale) e i reali bisogni di crescita politica e intellettuale del professionista.

Confronto delle Condizioni

Condizione di Utente (Merce)Condizione di Pensatore Indipendente (Soggetto)
Passività: Accetta l’output algoritmico come dato naturale.Intenzionalità: Proietta nel futuro piani e forme originali.
Ottimizzazione: Risponde a parametri e obiettivi estranei.Lavoro Critico: Produce pensiero attraverso lo sforzo attivo.
Delega: Cede il giudizio per comodità predatoria.Riconoscimento degli Interessi: Identifica e persegue i propri bisogni reali.

6. Guadagnarsi il Pensiero

Non è sufficiente consumare analisi critiche. Come ammoniva Marx: “Non vi chiedo di condividere le mie conclusioni. Vi chiedo di guadagnarvi le vostre”. Esiste uno spartiacque invalicabile tra consumare pensiero e produrre pensiero; in quel solco risiede l’unico spazio di libertà rimasto nella civiltà algoritmica.

Mandato Finale Il sistema è ingegnerizzato per rendere la delega più comoda della volontà. La responsabilità del leader intellettuale è rifiutare questa convenienza per preservare l’intenzionalità come forza trasformatrice della realtà. Solo chi si guadagna le proprie conclusioni cessa di essere una merce e torna a essere padrone della propria storia.

L’intenzionalità umana non è una funzione obiettivo da ottimizzare: è l’unica forza capace di spezzare l’automatismo del capitale.

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Capitolo 06

L’Accumulazione Primitiva del Pensiero: Libro Bianco sul Sequestro del General Intellect

1. Dal Telaio all’Algoritmo

L’analisi strutturale impone di rigettare la neutralità tecnologica dell’intelligenza artificiale. Essa non è un’evoluzione lineare, ma una trasformazione radicale dei rapporti di forza, paragonabile al passaggio dal lavoro artigianale al sistema di fabbrica. La “paura delle macchine” che oggi permea il dibattito pubblico deve essere trattata non come una diagnosi, ma come un sintomo: essa rivela lo smarrimento di una specie di fronte a un processo di alienazione che non sa più nominare.

Per comprendere questa fase, occorre tornare al gesto fondativo della storia umana: trentamila anni fa, un ominide modificò un sasso secondo un’intenzione che esisteva nella sua immaginazione prima che nella pietra. Il pensiero astratto non è nato sopra le mani, ma dentro di esse; il pollice opponibile è stato il motore della coscienza. L’uomo non pensa e poi produce: produce e, nel produrre, pensa. Delegare progressivamente il lavoro cognitivo a macchine esterne non è un’agevolazione tecnica, ma una mutazione ontologica. Questo Libro Bianco si propone di smascherare l’invisibilità del lavoro umano dietro l’IA, analizzando come il “tempo della vita” sia stato trasformato nell’ultima frontiera dell’estrazione di valore.

2. La Nuova “Recinzione dei Commons”: Il Sequestro del General Intellect

Il capitalismo contemporaneo ha compiuto l’atto di “accumulazione primitiva” definitivo: il sequestro del General Intellect. Se nei manoscritti del 1857 questo concetto rappresentava il sapere sociale collettivo che avrebbe dovuto liberare l’umanità dalla fatica, oggi assistiamo alla sua privatizzazione forzata.

L’aggettivo “artificiale” è un diversivo ideologico: serve a far apparire il pensiero umano come una materia prima neutra — simile al ferro o al cotone — oscurando il fatto che l’IA è l’ingestione non retribuita della nostra intera esistenza. Un bene comune per eccellenza è oggi proprietà esclusiva di appena cinque corporation globali, il cui valore supera il PIL di intere nazioni europee. La sofisticazione del sistema è tale che persino la critica viene incorporata: il testo del Capitaledi Marx è esso stesso parte del training data, usato per addestrare algoritmi che generano profitto per i proprietari dei server.

Mappatura dell’Espropriazione

Il processo di addestramento è la moderna enclosure (recinzione) di ciò che un tempo era libero o intimo:

  • Patrimonio Cognitivo: Biblioteche, trattati filosofici e dimostrazioni matematiche.
  • Sfera Privata e Intima: Conversazioni digitali, lettere, dichiarazioni d’amore e persino insulti.
  • Gesti Creativi: Codice sorgente, poesie, musica e barzellette.
  • Dinamiche Relazionali: Il modo in cui gli esseri umani associano idee, esprimono emozioni e costruiscono narrazioni.

3. L’Utente come Merce Inconsapevole

La figura dell’ “utente” è un capolavoro di ingegneria linguistica progettato per eliminare la coscienza del lavoro. Mentre il proletario industriale sentiva lo sfruttamento “nel corpo” attraverso l’orario e la fatica fisica del telaio rumoroso, l’utente digitale agisce in un sistema silenzioso e pervasivo che gli “chiede di dargli del tu”. L’utente non crede di produrre, ma di essere servito.

Decostruzione della “Gratuità”

La gratuità è la forma più raffinata di oscuramento del valore mai prodotta. Laddove non esiste un prezzo monetario, la merce estratta è l’integrità del soggetto produttore.

CaratteristicaModello Industriale ClassicoModello del Capitalismo dell’Attenzione
Rapporto ContrattualeContratto formale visibileTrasparenza assente (nessun contratto)
RemunerazioneSalario monetario“Gratuità” del servizio
Tempo di ProduzioneOrario di fabbrica definitoTempo della vita illimitato (24/7)
ConsapevolezzaCoscienza fisica dello sfruttamentoMerce che non sa di essere merce
Visibilità dello StrumentoTelaio fisico, visibile e rumorosoAlgoritmo invisibile, intimo (il “tu”)

Il sistema ha cancellato la distinzione tra riposo e produzione. Ogni click o esitazione del cursore è lavoro non pagato, trasformato in modelli predittivi affittati al miglior offerente.

4. Oltre la Disoccupazione: Il Rischio dell’Atrofia Cognitiva

Mentre i governi si concentrano sulla disoccupazione tecnologica — un problema di distribuzione del reddito risolvibile con strumenti politici — l’analisi deve focalizzarsi sulla “delega cognitiva”. Delegare a un algoritmo cosa leggere, chi frequentare o cosa pensare di una notizia è un’amputazione delle facoltà umane.

Adam Smith notò che la divisione del lavoro industriale rendeva l’operaio “stupido e ignorante quanto un essere umano possa diventare”. Oggi, la delega algoritmica produce un’atrofia analoga della muscolatura intellettuale. Il rischio non è solo economico, ma esistenziale e politico, basato su tre pilastri:

1. L’Incapacità di Riconoscere i Propri Interessi Una classe che non pensa attivamente perde la condizione di possibilità per qualsiasi soluzione politica. Chi non riconosce i propri interessi non può organizzarsi e, senza organizzazione, il sistema procede indisturbato.

2. La Scomparsa dell’Intenzionalità A differenza dell’ominide che proietta una forma nel futuro, l’IA non ha intenzioni, ma solo funzioni obiettivo e ottimizzazioni. La società rischia di trasformarsi in un insieme di output generati secondo parametri, eliminando il “progetto” umano.

3. L’Amputazione del Giudizio Critico La comodità della delega è la trappola in cui si annida l’atrofia. Una specie che smette di “lavorare” il proprio pensiero diventa neurologicamente e storicamente plasmata per la passività, rendendo la democrazia un guscio vuoto privo di dissenso reale.

5. La Sovranità della Conoscenza: Proposte e Conclusioni

La riappropriazione del sapere collettivo è la lotta di classe del XXI secolo. Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di strapparla al regime di accumulazione primitiva che la governa. I decisori politici devono agire su direttive strutturali:

  1. Interruzione della Delega Cognitiva: Promuovere il rifiuto della comodità algoritmica, incentivando il lavoro faticoso del giudizio indipendente.
  2. Analisi della Proprietà e dell’Interesse: Smascherare il feticismo tecnologico ponendo domande forensi: “Di chi è lo strumento? Nell’interesse di chi funziona? Chi ne paga il prezzo?”.
  3. Riconoscimento del Plusvalore Digitale: Trattare i dati non come scarti, ma come prodotto del lavoro umano, restituendo dignità economica a ogni frammento di “tempo della vita” estratto.

La differenza tra un utente e un cittadino risiede nella volontà di “guadagnarsi le proprie conclusioni”. Il pensiero non è un output da consumare, ma un processo faticoso da rivendicare. Solo recuperando l’intenzionalità che ha trasformato la pietra in strumento l’umanità potrà sottrarsi all’atrofia e tornare a essere soggetto attivo della propria storia. Lo strumento deve tornare a essere un sasso nelle nostre mani, non la mano che stringe la nostra volontà.

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Capitolo 07

Dal Proletario dell’Ottocento all’Utente Digitale del 2026

1. La Sindrome della Paura Tecnologica

Il 14 marzo 2026, centoquarantatré anni dopo la sua morte, Karl Marx sale sul podio della London School of Economics. La sala da trecentoventi posti è satura di una densità demografica anomala: sessantenni con copie logore de Il Capitalesiedono accanto a ventenni che hanno consumato ogni riga di testo esclusivamente su schermi a retina. In questo clima di tensione elettrica, Marx non offre conforto, ma analisi. Egli osserva la “paura delle macchine che pensano” non come una diagnosi clinica, ma come un dato analitico per scoperchiare i reali rapporti di forza.

Egli introduce il concetto di “feticismo dell’algoritmo”, un’evoluzione del feticismo della merce. Proprio come l’operaio ottocentesco vedeva nell’oggetto una forza magica indipendente, l’individuo contemporaneo percepisce l’intelligenza artificiale come un’entità soprannaturale, occultando il processo di sfruttamento che la anima.

“L’umanità che ha costruito sistemi capaci di generare pensiero si è scoperta a temere il prodotto invece di interrogarsi sul processo. È un riflesso che conosco bene: la tendenza a vedere nei prodotti dell’attività umana una forza autonoma, indipendente, mentre i rapporti sociali che li producono vengono attivamente resi invisibili.”

Questa paura è lo schermo ideologico che impedisce di vedere la realtà: l’IA non è un miracolo “artificiale”, ma il risultato di un’estrazione massiva di intelligenza umana collettiva. Per comprendere questa mutazione, dobbiamo tornare alle radici biologiche e storiche dell’azione umana.

2. Il Pilastro della Coscienza: Il Lavoro che Crea il Pensiero

Secondo Marx, la coscienza non è un’astrazione che scende dal cielo, ma un prodotto che emerge dalle mani. Trentamila anni fa, l’ominide non ha pensato per poi produrre; ha modificato un sasso con un’intenzione e, in quel gesto, ha fatto nascere il pensiero. Il pollice opponibile è il vero motore della storia.

I tre elementi cardine che definiscono questo rapporto sono:

  • La precedenza del produrre sul pensare: Il pensiero astratto è cresciuto dentro le mani, non sopra di esse. La coscienza non precede il lavoro, ma ne porta i segni fisici e neurologici.
  • L’identità professionale come struttura cognitiva: Come il mugnaio pensa come un mugnaio e il tessitore come un tessitore, la nostra attività materiale determina la nostra forma mentis. Ogni mestiere è una specializzazione dei circuiti storici dell’individuo.
  • L’atrofia da delega: Marx cita Adam Smith per descrivere l’effetto della divisione del lavoro: rendere l’operaio “stupido e ignorante quanto un essere umano possa diventare”. Non è un insulto morale, ma la descrizione chirurgica di un’amputazione cognitiva causata dalla frammentazione dell’attività umana.

Oggi, questa “coscienza nel corpo” è svanita. Se il proletario sentiva il peso del lavoro nei muscoli, l’utente digitale vive un’estrazione silenziosa che avviene mentre crede di non fare nulla.

3. Profilo Comparativo: Proletario vs. Utente

Per analizzare la regressione della consapevolezza, è necessario confrontare il “proletario di Manchester” con l'”utente” del 2026. Il primo viveva lo sfruttamento come un’esperienza fisica e contrattuale; il secondo è immerso in un sistema progettato per eliminare la coscienza stessa dello stare producendo valore.

Dimensione dell’AnalisiProletario dell’OttocentoUtente Digitale 2026
Natura del contrattoEsplicito (Salario in cambio di tempo e forza lavoro).Inesistente/Occultato (Uso di “servizi” in cambio di dati).
Percezione del tempoDistinzione netta tra tempo di lavoro e tempo di vita (conquista di civiltà).Totale sovrapposizione: si produce valore riposando, socializzando o dormendo.
Forma del valore prodottoMerci fisiche e pluslavoro visibile nella struttura di fabbrica.General Intellect privatizzato: dati, modelli predittivi e “training data”.
Livello di consapevolezzaConsapevolezza “nel corpo” di vendere se stessi (base della coscienza di classe).La merce che non sa di essere merce: convinto di essere servito mentre viene estratto.

La differenza è tragica: il proletario sapeva di essere sfruttato. L’utente digitale, intrappolato nel trucco linguistico del “servizio gratuito”, ha perso la condizione minima di possibilità per la ribellione.

4. L’Inganno della Gratuità e il Sequestro del “General Intellect”

L’Intelligenza Artificiale non è un’entità neutra; è il risultato di un’accumulazione primitiva di sapere comune. Marx definisce l’IA come il sequestro del “General Intellect”: l’intelligenza collettiva (libri, poesie, conversazioni, persino i dubbi espressi in una parola cancellata) ingerita e trasformata in proprietà privata. L’ironia suprema è che persino Il Capitale è oggi parte dei “training data” usati per generare profitto per i suoi nuovi proprietari.

L’utente è una “merce inconsapevole” per tre ragioni strutturali:

  1. Il trucco linguistico dell’uso: Chiamarvi “utenti” serve a nascondere che siete produttori. L’utente non lavora, “usa”; non viene sfruttato, viene “servito”.
  2. Produzione mascherata da vita privata: Il sistema registra ogni esitazione del cursore come materiale grezzo. L’aggettivo “artificiale” è un inganno ideologico per far apparire il pensiero umano come una materia prima inerte, simile al ferro o al cotone.
  3. La trappola della gratuità come oscuramento: È la forma più raffinata di occultamento del valore mai prodotta. Mentre l’utente gode del “regalo”, il sapere collettivo dell’umanità viene recintato da appena cinque corporation il cui valore di mercato supera il PIL delle nazioni europee.

5. Il Rischio Esistenziale: Atrofia Cognitiva vs. Disoccupazione

Marx lancia un monito: temete la disoccupazione, ma dovreste temere di più l’atrofia. La disoccupazione tecnica è un problema distributivo, politicamente esplosivo ma risolvibile con strumenti economici. La delega del pensiero, invece, è una ferita alla specie.

Se l’essere umano delega all’algoritmo cosa guardare, chi frequentare o come giudicare una notizia, non sta solo risparmiando fatica; sta rinunciando all’intenzionalità (la capacità di proiettare una forma nel futuro) per accettare l’ottimizzazione (il calcolo di output secondo parametri altrui).

“Una classe che non pensa non può riconoscere i propri interessi. Una classe che non riconosce i propri interessi non può organizzarsi per cambiare lo status quo.”

L’atrofia della coscienza è il sigillo definitivo sul dominio del capitale: una popolazione che non esercita il lavoro faticoso del giudizio perde la capacità stessa di percepire la propria schiavitù.

6. Guadagnarsi le Proprie Conclusioni

L’appello di Marx non è per un ritorno al passato, ma per una riappropriazione critica della realtà. Il pensiero non è un servizio da consumare comodamente, ma un lavoro attivo che richiede fatica. Per interrompere la delega cognitiva e tornare a essere soggetti politici, Marx suggerisce un percorso in 4 passaggi:

  • 🛑 Rifiutare la convenienza della delega: Smettere di chiedere alla macchina “cosa pensare” per evitare l’atrofia neurologica e storica.
  • 🔍 Porsi domande strutturali: Davanti a ogni tecnologia, chiedersi: “Di chi è lo strumento? Nell’interesse di chi funziona? Chi ne paga il prezzo reale?”
  • 🧠 Riconoscere il pensiero come lavoro: Trattare la formazione di un’opinione non come un output istantaneo, ma come uno sforzo faticoso e intenzionale.
  • ✊ Riconquistare l’intenzionalità politica: Identificare i propri interessi di classe al di fuori dei parametri e delle “funzioni obiettivo” dettate dalle piattaforme.

“Vi chiedo di guadagnarvi le vostre conclusioni. C’è una differenza, e quella differenza è tutto ciò che resta quando si smette di delegare.”

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Capitolo 08

La Lente Marxiana per il Presente

  1. Introduzione:
    Le categorie analitiche di Karl Marx nel 2026 non sono reperti da biblioteca, ma bisturi necessari per descrivere un’amputazione in corso. La tecnologia non è mai un’entità neutra o una forza soprannaturale discesa dal cielo digitale; è il prodotto cristallizzato di rapporti di forza. Il presupposto fondamentale per comprendere la nostra epoca è che la coscienza umana non è un vapore astratto che fluttua sopra le nostre teste, ma un derivato dell’attività pratica. Come l’ominide di trentamila anni fa ha sviluppato il pensiero non prima, ma attraverso il gesto del pollice opponibile che modificava la pietra, così la nostra mente oggi viene plasmata dagli strumenti che stringiamo.
    «L’uomo non pensa e poi produce. Produce e nel produrre pensa.»

La coscienza emerge dal lavoro e porta su di sé i segni fisici e neurologici dell’attività che svolge. Se oggi ci sentiamo smarriti, è perché la natura del nostro “fare” è stata sequestrata. Per decodificare questo mutamento, dobbiamo analizzare la figura che ha sostituito l’operaio di Manchester nel cuore della valorizzazione del capitale: l’utente.

  1. La Metamorfosi della Merce e del Lavoratore
    Nel capitalismo digitale, l’essere umano è stato trasformato nella “Merce Inconsapevole”. Il sistema opera attraverso un raffinato “trucco linguistico”: ci definisce “Utenti”. Questa parola è una maschera ideologica: l’utente crede di “usare” un servizio, di “consumare” gratuitamente, di essere “servito” da un’intelligenza benevola. In realtà, l’utente è un lavoratore che produce valore ininterrottamente, poiché ogni click, ogni pausa davanti a un post e persino ogni parola cancellata viene registrata e venduta.
    La differenza tra il proletario industriale e l’utente digitale risiede nella distruzione della percezione fisica dello sfruttamento:
    Categoria Proletario (1867) Utente (2026)
    Percezione dello Sfruttamento Fisica e “nel corpo”: il tempo ceduto era misurato dall’orario e dal salario. Assente: il sistema è progettato per eliminare la coscienza di stare lavorando.
    Consapevolezza del Contratto Visibile: esisteva un accordo (seppur alienante) tra forza lavoro e capitale. Invisibile: mascherato da termini di servizio accettati passivamente.
    Tempo di Lavoro Delimitato: la giornata di 8 ore era una conquista di civiltà che separava lavoro e vita. Totale: il confine è distrutto; si produce valore mentre si dorme, si ama o si riposa.

La “Trappola della Gratuità” è la forma più raffinata di oscuramento del valore mai prodotta: ci convince che non stiamo pagando nulla perché non usiamo denaro, nascondendo il fatto che la merce estratta siamo noi stessi, la nostra attenzione e i nostri modelli predittivi. Se l’utente non sa di lavorare, è perché il capitale ha recintato i commons del pensiero.

  1. L’Accumulazione Primitiva 2.0: Il Sequestro del Sapere
    Proprio come il capitalismo delle origini recintò le terre comuni per trasformarle in pascoli privati, il capitalismo del 2026 sta compiendo un'”Accumulazione Primitiva del Pensiero”. L’Intelligenza Artificiale non ha nulla di “artificiale”: questo aggettivo è un inganno che serve a far apparire il pensiero umano come una materia prima neutra, simile al ferro o al cotone. In realtà, l’IA è “General Intellect privatizzato”: il sequestro del sapere collettivo accumulato dall’umanità.
    Le “cinque corporation” dominanti hanno recintato il pensiero comune, trasformandolo in proprietà privata. Per addestrare i propri modelli, l’IA ha “ingerito e digerito”:
    • Biblioteche intere e trattati filosofici millenari.
    • Conversazioni quotidiane, barzellette e dimostrazioni matematiche.
    • Dichiarazioni d’amore e insulti, catturando l’essenza stessa dell’emotività umana.
    • Poesie e lettere private, trasformate in dati per l’ottimizzazione del profitto.

Il “Capitalismo dell’Attenzione” distrugge la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita, rendendo la produzione una funzione biologica costante. Il sapere ci viene poi restituito sotto forma di algoritmi “magici” che ci chiedono di “dargli del tu”, mentre rimangono invisibili come strumenti di dominio. Persino la mia opera, il Capitale, è oggi nel training data: il sistema incorpora la propria critica per generare ulteriore profitto.

  1. Il Velo dell’Algoritmo: Feticismo e Atrofia Il “Feticismo dell’Algoritmo” è l’evoluzione del feticismo della merce. Tendiamo a temere le “macchine che pensano” come entità soprannaturali, ma questo è un errore di prospettiva: la macchina non ha intenzioni, ha solo ottimizzazioni. Il vero problema non è la ribellione delle macchine, ma la “Delega Cognitiva” che conduce all’ “Atrofia del Pensiero”. Il processo di atrofia è una vera amputazione cognitiva:
    1. Comodità della Delega: Il sistema rende conveniente non dover decidere cosa guardare, chi frequentare o cosa pensare.
    2. Atrofia Neurologica: Come la divisione del lavoro rendeva l’operaio “stupido e ignorante”, la delega digitale atrofizza le capacità di giudizio non esercitate.Perdita di Intenzionalità: Si smette di proiettare piani nel futuro, accettando output generati da parametri altrui.
    3. Assoggettamento Politico: Una classe che non pensa non può riconoscere i propri interessi e quindi non può organizzarsi.
    4. Per squarciare questo velo feticistico, occorre porre tre domande strutturali:
      • Di chi è lo strumento?
      • Nell’interesse di chi funziona?
      • Chi paga il prezzo del suo funzionamento?

La Riconquista: Coscienza e Pensiero Ribelle

Dobbiamo tornare a “guadagnarsi le proprie conclusioni”. La disoccupazione tecnica è un problema distributivo che i governi possono gestire, ma la delega del pensiero è un problema esistenziale. Se cediamo il lavoro della mente, perdiamo l’unica arma per comprendere lo sfruttamento. La “Riconquista” non è un ritorno al passato, ma un atto di sabotaggio della passività.
I passi per la Riconquista:
• ➔ Interrompere la delega: Rifiutare la comodità dell’algoritmo e tornare allo sforzo attivo del giudizio.
• ➔ Porsi domande strutturali: Smascherare i rapporti di forza dietro l’interfaccia amichevole che ci “serve”.
• ➔ Riconoscere i propri interessi: Smettere di essere “utenti” atomizzati e tornare a essere una classe consapevole.
La differenza tra l’uomo e la macchina è la differenza tra l'”ottimizzazione” (una funzione per il profitto altrui) e l'”intenzionalità” (la capacità di proiettare nel futuro una forma che ancora non esiste). Trentamila anni fa abbiamo iniziato a pensare perché abbiamo agito sulla pietra; oggi smetteremo di pensare se lasceremo che la pietra digitale agisca su di noi. Non vi chiedo di condividere le mie conclusioni, ma di guadagnarvi le vostre: questa differenza è tutto ciò che resta quando si smette di delegare.

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Capitolo 09

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov IV

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov IV

L’uomo che voleva sparire nel futuro*

Conversazione immaginaria conPavel Durov*

Parte Quarta: Il Fascicolo

a cura di Ennio Martignago


XII.

Il fascicolo è sottile. Meno di quanto si aspetterebbe, per un caso di questa portata. Ventitré pagine, più gli allegati. L’ho letto cinque volte. Lo conosco meglio di quanto Pavel Durov conosca se stesso — il che, dopo questa mattina, è già un risultato considerevole.

— Agosto 2024 — dico, senza alzare gli occhi dal fascicolo. — L’aeroporto Le Bourget. Il suo jet privato atterra alle 20:04. Alle 21:17 è in custodia. — Pausa. — Settantadue minuti. Nel giro di settantadue minuti la persona più sfuggente del mondo digitale si è trovata in manette in un aeroporto di Parigi. Come le è sembrato possibile?

— Non me lo aspettavo — dice. La voce è tornata piatta, controllata. Pavel, non Alex.

— Nessuno se lo aspettava — concordo. — Tranne, evidentemente, chi l’ha organizzato. — Alzo gli occhi. — Chi sapeva che sarebbe atterrato a Le Bourget quella sera?

— Poche persone.

— Quante?

— Cinque. Forse sei.

— Le fa fiducia a tutte?

Un silenzio calibrato.

— Adesso sì — dice.

— Adesso — ripeto. — Il che implica che prima no. O che nel frattempo il numero si è ridotto.

Lui non risponde. Il che è già una risposta.


Il punto non è chi l’ha tradito — questa è la parte che interessa ai giudici e che troveremo col tempo. Il punto, quello che mi interessa come avvocato e come essere umano seduta in questa stanza, è la sua reazione al tradimento. Pavel Durov ha costruito una piattaforma sulla sfiducia istituzionale. Ha passato anni a dire al mondo: non fidarti dei governi, non fidarti delle banche, non fidarti di nessun sistema centralizzato. E poi si è fidato di cinque o sei persone con l’informazione più sensibile che avesse — dove si trovava, quando, su quale aereo. È la contraddizione più umana che abbia mai incontrato in un cliente.


XIII.

— Le autorità francesi — dico, sfogliando il fascicolo con gesti lenti, quasi annoiati — hanno contestato undici capi d’accusa. Complicità in traffico di stupefacenti, pedopornografia, frode, riciclaggio. Il catalogo completo di tutto ciò che passa su Telegram senza moderazione. — Alzo gli occhi. — Lei cosa risponde?

— Che un postino non è responsabile del contenuto delle lettere che consegna.

— È una bella metafora — dico. — Ma il postino non guadagna sulle lettere. E soprattutto il postino, se la polizia gli chiede di aprire una lettera sospetta, apre la lettera. Lei no.

— Aprire le comunicazioni dei miei utenti significherebbe tradire la promessa fondante di Telegram.

— Eppure — dico, con tono quasi distratto — dopo l’arresto, Telegram ha cominciato a cooperare con le autorità con una celerità che ha sorpreso molti. Canali rimossi, dati consegnati, politiche aggiornate. — Pausa. — Come si concilia questa flessibilità con la promessa fondante?

Il silenzio è breve ma denso.

— Le circostanze cambiano — dice.

— Le circostanze — ripeto. — O i rischi personali?

Pavel Durov mi guarda con un’espressione che non aveva ancora usato. Non irritazione, non il sorriso freddo di chi stia gestendo la situazione. Qualcosa di più diretto. Quasi rispetto.

— Entrambi — dice, infine.

È la risposta più courageous che abbia dato in tutta la mattinata. E la più pericolosa.


Qui dovrei fermarmi. Un buon avvocato, a questo punto, chiuderebbe il fascicolo e direbbe al cliente che alcune risposte non vanno dette ad alta voce neanche in privato. Ma non mi fermo, perché quello che Pavel ha appena ammesso non è una confessione giuridica. È qualcosa di molto più interessante: è la prima volta che riconosce pubblicamente — anche se solo davanti a me, anche se solo in questa stanza — che la sua filosofia ha un prezzo personale, e che quel prezzo a un certo punto è diventato troppo alto. Non è la fine del mito. È la crepa nel mito. E le crepe sono sempre più interessanti del muro intero.


XIV.

Pavel Durov e il taccuino di Isabelle

Chiudo il fascicolo.

Non perché abbia finito — ho ancora sette pagine di allegati che non abbiamo toccato. Lo chiudo perché il momento lo richiede. Alcuni fascicoli si chiudono per dare spazio a ciò che non c’è scritto dentro.

— Le faccio un’ultima domanda — dico. — Non da avvocato. Da persona.

Lui aspetta.

— Se potesse mandare un messaggio — non su Telegram, non cifrato, non protetto da nessuna architettura — un messaggio semplice, chiaro, senza intermediari, a qualcuno che conta davvero per lei. Non un’istituzione, non un governo, non la stampa. Una persona. — Pausa. — Chi sarebbe, e cosa gli direbbe?

Il silenzio che segue è diverso da tutti gli altri della mattinata. Non è difensivo, non è calcolato, non è il silenzio di chi stia cercando la risposta giusta. È il silenzio di chi sappia esattamente la risposta e stia valutando, per la prima e forse unica volta, se il costo di dirla sia accettabile.

Poi Pavel Durov fa una cosa che non ha fatto in tutta la mattinata.

Guarda le proprie mani.

— Nikolai — dice, piano.

Una sola parola. Il nome del fratello.

— E cosa gli direbbe?

Un’altra pausa. Lunghissima.

— Gli direi che so che ho preso tutto lo spazio — dice, con una voce che non riconosco rispetto a quella con cui è entrato nello studio. — Che so che non era giusto. Che senza di lui non esisterebbe niente di tutto questo — né il bene né il male. — Pausa brevissima. — E che mi dispiace di non averlo mai detto.

La stanza è molto silenziosa.

Fuori, sulla rue du Cherche-Midi, la pioggia ha smesso. Lo sento dall’assenza di suono, più che dal suono.

Mi alzo. Lui si alza. Ci stringiamo la mano con la formalità di chi abbia appena attraversato qualcosa che non ha ancora un nome.

— La chiamo la prossima settimana per gli allegati — dico.

— Certo — risponde.

Si avvia verso la porta. Si ferma sulla soglia, senza voltarsi.

— Maître Leroux-Vidal.

— Sì?

— Alex — dice. — Il cane lo chiamerebbe Herzen.

Poi esce.

Resto sola con il fascicolo, il taccuino di carta, e la tazza di Darjeeling ormai fredda.

Scrivo sul taccuino:non è un mostro. È peggio — è un uomo che sa esattamente cosa ha perso e ha scelto di perderlo lo stesso.

Poi chiudo il taccuino.

Sono Maître Isabelle Leroux-Vidal. Quarantatré anni, avvocato. Un padre avvocato penalista marsigliese, madre filosofa partenopea formatasi alla scuola di Jacques-Alain Miller.​​​​​​​​​​​​​​​​



Tutte e parti dell’Intervista impossibile:

Disclaimer

*Nota dell’autore: Quella che segue è un’intervista interamente immaginaria. Pavel Durov non ha rilasciato queste dichiarazioni né ha incontrato l’avvocatessa qui descritta. Tutto ciò che dice — e tutto ciò che non dice — è inventato. Ciononostante, ci siamo impegnati affinché suoni verosimile. Il lettore giudicherà.

Nota editoriale:
E tu, chi avresti voluto che fosse intervistato la prossima volta? Scrivicelo nella Chat su Telegram o qui nei commenti.

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Capitolo 10

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov III

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov III

Conversazione immaginaria con Pavel Durov, L’uomo che voleva sparire nel futuro

Parte Terza: Lo Specchio

a cura di Ennio Martignago


VIII.

C’è un momento, in ogni conversazione difficile, in cui l’interlocutore smette di rispondere alle domande e comincia a rispondere all’immagine che ha di se stesso. Pavel Durov è arrivato a quel momento circa quindici minuti fa, e da allora sto parlando con due persone diverse: quella seduta davanti a me, e quella che lui vuole che io veda.

Decido di attaccare il confine tra le due.

— Il suo corpo — dico, con il tono neutro di un medico che stia annotando parametri vitali. — Niente carne, niente alcol, niente caffeina. Esercizio quotidiano. Sonno regolato. È un progetto, il suo corpo.

— È una questione di performance — dice lui.

— Certo. — Pausa. — Ma performance di cosa, esattamente?

— Di tutto. La chiarezza mentale dipende dalla condizione fisica. Non è una filosofia, è fisiologia.

— È anche controllo — dico, con la stessa voce piatta. — Il corpo è l’unica cosa che appartiene completamente a lei. Le piattaforme possono essere sequestrate. I conti correnti congelati. Il passaporto ritirato. — Lo guardo. — Il corpo no.

Un silenzio breve. Diverso dai precedenti — non difensivo, non divertito. Quasi riconoscente, come se qualcuno avesse nominato per la prima volta qualcosa che sapeva ma non aveva ancora formulato.

— Non ci avevo mai pensato in questi termini — dice.

— Lo so.


La prima volta che ho letto delle sue abitudini alimentari ho pensato a qualcosa che il mio supervisore di analisi mi aveva detto anni fa: le persone che controllano il cibo controllano il tempo. Mangiano il minimo necessario perché il minimo è misurabile, prevedibile, non sorprende. Pavel Durov ha costruito una piattaforma usata da un miliardo di persone e non sa dove sarà tra vent’anni. Il corpo è l’unico calendario che non può tradirlo.


IX.

— Le faccio una domanda che troverà ridicola — dico.

— Le domande ridicole sono le più oneste — risponde lui, e per un momento sembra quasi Herzen.

— Narciso o Pigmalione?

Lui alza leggermente le sopracciglia.

— Si spieghi.

— Narciso — dico — si innamora della propria immagine. Non può possedere l’oggetto del desiderio perché l’oggetto del desiderio è lui stesso. Pigmalione invece crea la donna ideale, la plasma, la rende perfetta secondo la propria visione. E quando Afrodite gliela anima, lei trova quasi subito qualcuno di più giovane. — Pausa. — Con quale dei due si identifica di più?

Stavolta ride davvero — non il suono breve e controllato di prima, ma qualcosa di meno sorvegliato.

— È una trappola — dice.

— Tutte le domande lo sono. — Sorrido. — Risponda lo stesso.

— Pigmalione almeno crea qualcosa di reale — dice, infine. — Narciso è sterile.

— Pigmalione è sterile in un altro senso — osservo. — Non sopporta che la sua creazione abbia una vita propria. La vuole perfetta, non libera. — Pausa. — Suona familiare?

Il sorriso rimane sul suo viso, ma si raffredda di mezzo grado.

— Sta parlando delle donne con cui sono stato.

— Stavo parlando di Telegram — dico, innocente. — Ma continui pure.


Ecco il momento in cui un avvocato competente avrebbe alzato la mano e detto: il mio cliente non risponderà a questa domanda. Io non lo faccio perché non sono solo il suo avvocato. E lui non lo fa perché — questo è il punto — nel profondo non vuole che io lo faccia.


X.

— Le sue relazioni — dico, con la voce che ho usato per parlare di Herzen, quella che abbassa le difese. — Si sa molto poco. Qualche nome, qualche fotografia. Donne bellissime e intelligenti, in genere. Poi sparite dal racconto pubblico come se non fossero mai esistite.

— La mia vita privata è privata — dice. La risposta è automatica, preparata, quasi un riflesso condizionato.

— Certo — concordo. — Ma noti una cosa: quando parla di Telegram usa il pronomeio. Quando parla dei suoi figli biologici usa il pronomenoi— l’umanità, la specie, il futuro collettivo. Quando parla delle donne con cui ha avuto relazioni non usa nessun pronome. Spariscono dalla grammatica.

Silenzio.

— È mai stato innamorato? — chiedo.

— Sì.

La risposta arriva troppo in fretta per essere difensiva. È vera.

— Di chi?

— Questo è privato.

— Lo so. — Pausa. — Era corrisposto?

Stavolta la pausa è sua.

— Per un po’ — dice, infine.

— Cosa è successo?

— È successo che costruire qualcosa di grande richiede una qualità di presenza che non lascia spazio ad altre presenze. — Pausa. — Non è una scusa. È una descrizione.

— È la descrizione più onesta che lei abbia fatto in tutta la mattinata — dico, e lo penso davvero.


Noto che ha detto “costruire qualcosa di grande” e non “costruire Telegram”. Noto che ha usato “presenze” al plurale, come se la persona amata fosse una tra molte che ha lasciato andare per fare spazio al progetto. Noto che non ha mai detto il nome, e che io non glielo chiederò, perché il nome non è il punto. Il punto è che esiste — o è esistita — una persona davanti alla quale Pavel Durov ha smesso per un momento di essere Pavel Durov. E che lui l’ha lasciata andare di propria scelta.

Questo mi sembra il fatto più importante della sua biografia.


XI.

— Un’ultima domanda per oggi — dico. — La più crudele, la avverto.

Lui annuisce, quasi con rispetto.

— Se domani mattina si svegliasse e Pavel Durov non esistesse più. Non morto — peggio. Semplicemente irrilevante. Nessuno che cerca il suo nome, nessuno che cita Telegram, nessun processo, nessun mito, nessun simbolo. Un uomo di quarant’anni con un conto in banca, una buona conoscenza della filologia inglese e nessun motivo particolare per essere ricordato. — Pausa. — Come si chiamerebbe, quella persona? E dove vivrebbe?

Il silenzio che segue è il più lungo dell’intera mattinata.

— Non lo so — dice, infine.

— Non lo sa il nome o non lo sa il posto?

— Nessuno dei due.

Resto ferma. Non scrivo niente. Non sorrido. Questa è la risposta che aspettavo dall’inizio, e la sua consistenza richiede di essere trattata con cura, non con entusiasmo.

— Provi — dico, piano.

Lui mi guarda. Poi guarda la finestra — per la prima volta da quando è entrato, guarda fuori.

— Probabilmente — dice, lentamente, come chi stia costruendo una frase in una lingua che conosce ma non usa spesso — probabilmente vivrebbe in una città piccola. Non bella necessariamente. Una di quelle città in cui nessuno ha aspettative particolari su nessuno. — Pausa. — Forse in Italia, sì. Non Napoli. Napoli è troppo rumorosa per qualcuno che deve imparare a stare in silenzio. Forse nell’entroterra. Da qualche parte dove ci siano colline e una biblioteca decente.

— E il nome?

— Il nome… — Esita. Poi, quasi sottovoce: — Forse si chiamerebbe come mio padre. Aleksandr. Alex, per gli amici. Un nome qualunque.

— Alex — ripeto. — Alex cosa farebbe, tutto il giorno, in questa città con le colline?

— Leggerebbe — dice, e nella voce c’è qualcosa che non ho sentito in tutta la mattinata. Non nostalgia — qualcosa di più strano. Il rimpianto di qualcosa che non è ancora successo. — Leggerebbe e camminerebbe. Probabilmente imparerebbe a cucinare, finalmente. — Una pausa brevissima, quasi impercettibile. — Forse avrebbe un cane.

La stanza è molto silenziosa.

— Perché non lo fa? — chiedo, e stavolta non è una mossa. È una domanda vera.

Pavel Durov si volta verso di me. Mi guarda con un’espressione che non so classificare con precisione — non è tristezza, non è ironia, non è la maschera che ha portato per tutta la mattina. È qualcosa di più vicino alla lucidità.

— Perché Alex non esiste — dice. — Esiste Pavel. E Pavel ha ancora cose da fare.

— Cose da fare per chi?

La domanda rimane nell’aria.

Lui non risponde. Ma stavolta il silenzio non è difensivo.

È il silenzio di chi non sappia più distinguere tra quello che ha scelto e quello che è diventato.

Apro il fascicolo.

— Riprendiamo dall’inizio — dico, con il tono professionale che avevo all’inizio, come se niente fosse cambiato. — Mi parli di Parigi, agosto 2024. Dal suo punto di vista.

Lui mi guarda ancora un momento.

Poi raddrizza le spalle, ricompone il viso, e ridiventa Pavel Durov.

— Certo — dice.

Fuori, sulla rue du Cherche-Midi, sta cominciando a piovere.

(continua)


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Commentario

Pavel si focalizza sulla tensione tra la sua immagine pubblica, il rigido controllo personale e il sacrificio dell’identità privata in favore della sua “creazione”. Gli elementi chiave emersi includono:

  • Il corpo come strumento di controllo: La disciplina fisica estrema di Durov non è solo una ricerca di performance, ma l’unico dominio di sovranità assoluta in un contesto di instabilità politica e finanziaria.
  • Dicotomia Creatore/Creazione: Durov si identifica nell’archetipo di Pigmalione, privilegiando la perfezione della sua opera (Telegram) rispetto alla libertà della stessa o alla propria felicità personale.
  • Sacrificio dell’identità privata: Esiste una chiara “grammatica del sacrificio” in cui le relazioni personali vengono eliminate per fare spazio alla “presenza” totalizzante del progetto.
  • L’impossibilità dell’irrilevanza: Nonostante il desiderio latente di una vita ordinaria (personificata dall’alter ego “Alex”), Durov appare intrappolato nel ruolo che ha costruito, incapace di distinguere tra le proprie scelte e ciò che è diventato.

1. La Fisiologia del Controllo

Per Pavel Durov, il mantenimento del corpo non è una filosofia estetica, ma una necessità fisiologica legata alla performance e, soprattutto, alla sicurezza.

  • Regime di vita: Durov osserva un’astinenza totale da carne, alcol e caffeina, integrata da esercizio quotidiano e sonno regolato.
  • Il corpo come “Calendario”: In un mondo in cui piattaforme, conti correnti e passaporti possono essere sequestrati o congelati dalle autorità, il corpo rimane l’unica proprietà inalienabile.
  • Prevedibilità del tempo: Il controllo meticoloso sul cibo è interpretato come un modo per controllare il tempo. Ridurre l’alimentazione al minimo necessario rende la vita misurabile e priva di sorprese, fornendo una struttura stabile laddove il futuro del suo impero digitale è incerto.

2. Archetipi del Potere: Narciso vs. Pigmalione

L’analisi del rapporto tra Durov e Telegram rivela una dinamica complessa tra il creatore e l’oggetto creato.

CaratteristicaNarcisoPigmalione (Durov)
ObiettivoInnamoramento della propria immagine.Creazione e modellazione di un ideale.
Natura del desiderioSterile e autoreferenziale.Produttiva, mira a creare qualcosa di “reale”.
Conflitto chiaveImpossibilità di possedere se stessi.Incapacità di concedere libertà alla creazione; desiderio di perfezione assoluta.

Durov rifiuta l’identificazione con Narciso, considerandolo sterile, e preferisce Pigmalione. Tuttavia, l’analisi suggerisce che, come Pigmalione, egli non sopporti che la sua creazione (Telegram) possieda una vita propria o sia libera dalla sua visione perfezionista.


3. La Grammatica delle Relazioni

Esiste una marcata distinzione nel modo in cui Durov comunica la sua connessione con il mondo esterno, rivelando una sistematica eliminazione della sfera affettiva privata.

  • Telegram (L’Io): Utilizza il pronome di prima persona singolare, indicando una fusione totale tra sé e la piattaforma.
  • I figli (Il Noi): Quando parla dei figli biologici, si riferisce a un “noi” collettivo, legandoli al concetto di specie, umanità e futuro, piuttosto che a un legame paterno individuale.
  • Relazioni sentimentali (L’Assenza): Le donne della sua vita spariscono dalla sua grammatica. Durov ammette che la costruzione di “qualcosa di grande” (il progetto) richiede una qualità di presenza che esclude altre presenze umane.
  • Onestà biografica: Durov riconosce che l’allontanamento delle persone amate è stata una scelta deliberata per preservare lo spazio necessario allo sviluppo della sua opera.

4. L’Alter Ego “Alex”: Il Rimpianto del Futuro

Sottoposto all’ipotesi di svegliarsi improvvisamente irrilevante — senza fama, potere o il nome “Durov” — emerge una visione di una vita alternativa radicalmente diversa.

  • L’identità alternativa: In questo scenario, si chiamerebbe Aleksandr (Alex), come suo padre.
  • L’ambiente ideale: Vivrebbe in una piccola città dell’entroterra italiano (citando esplicitamente l’esclusione di Napoli per il troppo rumore), un luogo dove nessuno ha aspettative su di lui.
  • Attività quotidiane: La vita di “Alex” sarebbe scandita dal silenzio, dalla lettura, dalle camminate nelle colline, dall’apprendimento della cucina e dalla compagnia di un cane.
  • La barriera tra desiderio e realtà: Durov descrive questa visione con un sentimento definito come “il rimpianto di qualcosa che non è ancora successo”. Tuttavia, conclude che “Alex non esiste”, poiché “Pavel” ha ancora compiti da portare a termine.

L’indagine evidenzia un uomo che ha deliberatamente sacrificato la propria identità civile e i propri desideri più semplici sull’altare di una missione tecnologica e simbolica. Il silenzio finale di Durov di fronte alla domanda “Cose da fare per chi?” suggerisce una crisi latente in cui il confine tra la scelta volontaria e la metamorfosi irreversibile nel proprio ruolo pubblico è ormai svanito. Al termine della sessione, Durov ricompone la propria “maschera” professionale per affrontare i fatti di Parigi dell’agosto 2024, confermando la sua sottomissione al personaggio che ha creato.

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Capitolo 11

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov II

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov II

L’uomo che voleva sparire nel futuro*

Conversazione immaginaria conPavel Durov*

Parte Seconda: Il Cavallo

a cura di Ennio Martignago*


IV.

Ci sono tre secondi di silenzio che non finiscono mai.

Gengis Khan— ho detto, con il tono di chi stia annotando un dettaglio anagrafico —la pensava esattamente allo stesso modo.

Pavel Durov mi guarda. Non con rabbia. Con qualcosa di più interessante: la concentrazione di chi stia ricalcolando in tempo reale il peso di ogni parola già pronunciata, cercando di capire fino a dove si è spinto e da dove può ancora tornare.

— È un paragone riduttivo — dice, infine. La voce è piatta, controllata. Comunicato stampa.

— Assolutamente — dico. — Le chiedo scusa. Gengis Khan era un guerriero con un territorio, un clan, una discendenza che riconosceva per nome. Il paragone è ingiusto nei suoi confronti. —Pausa.— Nel senso che era ingiusto nei confronti di lei, naturalmente.

Stavolta il silenzio è di un altro tipo. Non difensivo. Quasi divertito, nonostante tutto. È la prima volta che lo vedo incassare un colpo senza irrigidirsi. Questo mi dice che ha un senso dell’umorismo su se stesso — piccolo, sepolto, ma presente. Strumento utile.

— Nikolai sa dei bambini? — chiedo, con la stessa disinvoltura con cui avrei potuto chiedergli se vuole altro tè.

La domanda lo coglie di traverso — lo vedo nel modo in cui porta la mano verso il bordo del tavolo, un gesto a metà tra appoggiarsi e allontanarsi.

— È una questione privata — dice.

— Certo. — Sorrido. — Ma lei ha reso pubblica la scelta. Il privato lo ha già scelto lei dove collocarlo.


Nikolai Durov è l’assenza più eloquente di tutta la storia di Telegram. Il genio matematico e informatico che ha costruito l’architettura tecnica sulla quale Pavel ha costruito l’impero — e il racconto. Due fratelli, una piattaforma, una sola narrativa. Di Nikolai restano poche fotografie e nessuna intervista. Pavel parla di sé come di un umanista, un filologo, un visionario — quasi un Jobs che ha avuto la fortuna di trovare il suo Wozniak in famiglia. Ma nessuno chiede mai cosa pensa il Wozniak.


V.

— Posso chiederle una cosa che non c’entra niente con il processo? — dico, cambiando completamente registro. Abbasso la voce di un tono, come si fa quando si vuole che qualcuno si senta meno osservato.

Lui annuisce, leggermente diffidente, ma annuisce.

— Herzen.

Un lampo attraversa il suo viso — breve, involontario, genuino. È la prima reazione non calcolata dall’inizio della conversazione.

— Cosa sa di Herzen? — chiede, e nella domanda c’è qualcosa di quasi bambino: la sorpresa di chi non si aspetta di trovare il proprio segreto in bocca a qualcun altro.

— So che ha vissuto a Torino. So che lei ha un’affezione per lui che non ha mai spiegato del tutto pubblicamente. E so che Torino ha fatto a meno del monumento che lei avrebbe voluto. — Pausa. — Avevo ragione a scegliere Napoli per lei, oppure avrebbe dovuto dire Torino?

Stavolta ride. Un suono breve, quasi secco, ma autentico.

— Torino è una città che non sa cosa fare di se stessa — dice. — Come Herzen. Come me, probabilmente, in certi periodi.

— Herzen era un aristocratico che finanziava la rivoluzione con i suoi soldi — dico, con tono quasi sognante, come se stessi pensando ad alta voce. — Un russo che scelse l’Europa. Un idealista che non tornò mai a casa. — Pausa. — Capisco l’identificazione.

— Herzen non si è mai venduto — dice lui, e nella voce c’è qualcosa di più duro del solito. Non è il comunicato stampa. È quasi una confessione.

— No — concordo. — Anche se gli costò tutto. La famiglia, la patria, la possibilità di contare davvero nel momento decisivo. — Lo guardo. — Lei sarebbe disposto a pagare lo stesso prezzo?

— L’ho già pagato.

— Ha lasciato la Russia — dico. — Sì. Ma Herzen lasciò la Russia per parlare ancora alla Russia, da fuori. Per tenere accesa una conversazione che dentro era vietata. Lei ha lasciato la Russia per costruire qualcosa di universale — o almeno così dice. Non è la stessa scelta.

Silenzio.

— Peter Thiel si definisce libertario — dico, con la stessa voce morbida, senza alzare il tono. — Lei come si definirebbe?

— Non mi interessa definirmi.

— Thiel neanche. Eppure ha costruito Palantir, che vende strumenti di sorveglianza di massa ai governi di tutto il mondo. L’anarchismo di Thiel ha dei confini molto precisi: termina dove iniziano i suoi interessi. — Pausa. — Il suo?

— Non siamo comparabili — dice. È la seconda volta che usa questa frase. Me ne ricordo.

— L’ha già detto — osservo, dolcemente. — A proposito di Putin.


In questo momento Pavel Durov ha il profilo di un uomo che sta cercando di tenere aperte troppe porte contemporaneamente. Il libertario che vive a Dubai, stato autoritario a bassa fiscalità e zero estradizioni. Il paladino della privacy che gestisce una piattaforma non cifrata end-to-end per default. Il dissidente russo che ha ceduto alle autorità francesi smantellando canali anonimi con una rapidità che ha sorpreso anche i suoi più fedeli. Ogni confronto — Putin, Thiel, Gengis Khan — ha lo stesso effetto: lo costringe a scegliere quale parte di sé difendere, e ogni difesa espone un’altra parte.


VI.

— Mi ha detto di essere un filologo — dico, tornando a un tono quasi accademico. — Di considerarsi un umanista. Non un ingegnere.

Lui si raddrizza leggermente sulla sedia. È una postura che riconosco: è quella di qualcuno che si aspetta finalmente una domanda alla quale sa rispondere bene.

— Le persone mi associano automaticamente alla tecnologia — dice. — Ma Telegram non è nata da una competenza tecnica mia. Nikolai è il matematico, l’informatico. Io sono il traduttore.

— Il traduttore — ripeto. — Nel senso letterale: ha studiato filologia inglese e traduzione a San Pietroburgo.

— Nel senso letterale e in quello esteso. Ho sempre pensato che il mio lavoro fosse tradurre un’idea di libertà in qualcosa di fruibile. Come si traduce un testo: cercando l’equivalente, non la copia.

— È una bella definizione — dico, e lo penso davvero, il che è scomodo. — Steve Jobs non sapeva scrivere codice. Ma Jobs, le ricordo, è morto convinto di aver cambiato il mondo, circondato da prodotti bellissimi e dipendenti terrorizzati. Non è esattamente un modello edificante di cosa significa essere un traduttore.

La sua espressione cambia di qualcosa di impercettibile.

— Wozniak — continuo — ha scritto il codice, ha costruito la macchina, ha reso possibile tutto. Ed è rimasto per decenni nell’ombra del racconto. Come Nikolai. — Pausa. — Le ha mai chiesto se gli va bene così?

La risposta non arriva subito.

— Nikolai non ha interesse per la visibilità.

— No — concordo. — Ma l’interesse di Nikolai non era la mia domanda. La mia domanda era se lei gliel’ha mai chiesto.


Altro silenzio. Diverso dagli altri. Questo ha una qualità specifica: è il silenzio di chi sappia già la risposta e preferisca non dirla. Non perché voglia nasconderla. Perché dirla ad alta voce implicherebbe sentirla per la prima volta.


VII.

Cambio registro un’ultima volta. La voce diventa quasi intima — non seduttiva, ma del tipo di intimità che si crea quando due persone hanno smesso di recitare e non se ne sono ancora accorte.

— I bambini — dico. — I suoi figli. Biologicamente parlando, potrebbero essere cento, duecento. Forse più. Crescono in famiglie che non la conoscono, in città che non ha mai visitato, parlano lingue che magari non conosce. — Lo guardo. — Come si chiama il rapporto che ha con loro?

— Responsabilità verso la specie — dice. Ma stavolta la frase suona diversamente rispetto a prima. Lo sa anche lui.

— È una risposta bellissima — dico. — Ed è anche la risposta che darebbe qualcuno che non riesce a direpadre.

Silenzio.

— Herzen — riprendo — aveva un figlio che annegò in un naufragio. Si chiamava Kolya. Herzen ne scrisse per anni. Era devastato. — Pausa. — Lei sa i nomi di qualcuno dei suoi figli?

Pavel Durov posa le mani sul tavolo. Le guarda. È un gesto che non ho ancora visto in tutta la conversazione — guardare le proprie mani come se fossero oggetti separati da sé.

— Questo — dice, piano — non è materiale per il processo.

— No — concordo. — Ma lei ha risposto lo stesso.

Apro il fascicolo con il suo nome. Per la prima volta da quando si è seduto.

— Riprendiamo dall’inizio — dico, con il tono professionale che avevo all’inizio, come se niente fosse cambiato. — Mi parli di Parigi, agosto 2024. Dal suo punto di vista.

Lui mi guarda.

Io lo guardo.

Fuori, sulla rue du Cherche-Midi, passa un taxi. Lo sento attraverso il doppio vetro come qualcosa di molto lontano.

(continua)

Disclaimer

*Nota dell’autore: Quella che segue è un’intervista interamente immaginaria. Pavel Durov non ha rilasciato queste dichiarazioni né ha incontrato l’avvocatessa qui descritta. Tutto ciò che dice — e tutto ciò che non dice — è inventato. Ciononostante, ci siamo impegnati affinché suoni verosimile. Il lettore giudicherà.

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Capitolo 12

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov I

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov I

L’uomo che voleva sparire nel futuro*

Conversazione immaginaria conPavel Durov*

Parte Prima: L’alfiere

a cura di Ennio Martignago*

I.

La prima cosa che noto, quando Pavel Durov entra nel mio studio provvisorio al sesto piano di rue du Cherche-Midi, è che non guarda le finestre.

La maggior parte delle persone, entrando in una stanza sconosciuta, cerca istintivamente la fonte di luce. È un riflesso antico, quasi animale. Lui invece guarda le pareti. Le scansiona metodicamente, da sinistra a destra, come chi stia cercando qualcosa di specifico — o verificando l’assenza di qualcosa di specifico. Telecamere, probabilmente. O forse è semplicemente abituato a entrare in stanze in cui qualcuno lo sta aspettando con intenzioni non del tutto dichiarate.

Ha sette minuti di ritardo. Non si scusa.

Porto il tè — un Darjeeling, ho chiesto in anticipo ai suoi collaboratori — e mi siedo dall’altra parte del tavolo con il mio taccuino di carta, che è una scelta deliberata esattamente come lo è la lunghezza della gonna e il fatto che non abbia ancora aperto il fascicolo con il suo nome sopra. Lui osserva il taccuino con un’espressione che su chiunque altro chiamerei diffidenza, ma su di lui sembra qualcosa di più sottile. Curiosità clinica, forse. Come chi guarda un reperto archeologico.

— Carta — dice, non come domanda.

— Carta — confermo. — Non si può barare.

Per la prima volta da quando è entrato, sorride. È un sorriso breve, controllato, che non raggiunge gli occhi ma ci va vicino. Incasso il punto senza mostrarlo.

Comincio da lontano, come sempre con i clienti che si credono più intelligenti di me — il che, tecnicamente, in questo caso potrebbe anche essere vero, ma è un dettaglio che non ho intenzione di concedergli troppo presto.

II.

— Le faccio una domanda stupida per cominciare — dico, versando il tè senza chiedergli il permesso. — Se dovesse vivere in una città italiana — non lavorare, non transitare — vivere — quale sceglierebbe?

Lui guarda la tazza che ho messo davanti a lui come se valutasse se fidarsi anche del tè.

— Napoli — risponde, dopo una pausa che dura esattamente quanto serve per far sembrare la risposta ponderata invece di immediata. — È l’unica città europea in cui il caos non è un difetto del sistema. È il sistema. C’è una certa onestà in questo.

— Onestà — ripeto, e scrivo qualcosa sul taccuino. Non gli mostro cosa. — È una parola che usa spesso.

— È una parola che gli altri usano raramente nel senso corretto.

Bene, penso. Siamo già alle generalizzazioni sul resto dell’umanità. Siamo in anticipo sui tempi.

Gli lascio un momento di silenzio — uno di quei silenzi che i miei colleghi penalisti usano come ariete, ma io preferisco usare come invito. Lui non lo riempie, il che mi dice che è abituato ai silenzi come tecnica. Lo sa già. Dovrò trovare altri strumenti.

— Sa che condivide il segno zodiacale con Vladimir Putin? — chiedo, con il tono di chi stia facendo conversazione al bordo di una piscina.

Il microsecondo di immobilità è impercettibile. Ma io sono pagata per percepire i microsecondi.

— Lo so — dice.

— Bilancia. Il segno dell’equilibrio. Della giustizia. — Pausa. — Anche di Berlusconi, curiosamente.

— E di Kamala Harris — risponde lui, con una prontezza che tradisce quante volte ha già affrontato questa osservazione. — Immagino stia aspettando che le dica qualcosa di significativo.

— Stavo aspettando che decidesse lei cosa è significativo.

— L’astrologia è un sistema di proiezione collettiva. Dice più cose su chi la pratica che sui suoi soggetti.

— Concordo completamente — dico, e questa volta non scrivo niente, il che lo infastidisce più di qualsiasi replica. — Però trovo interessante che Putin sia un Bilancia che ha costruito un regime sull’asimmetria totale dell’informazione, e lei sia un Bilancia che ha costruito una piattaforma sull’idea — almeno dichiarata — della simmetria dell’informazione. Quasi un rovesciamento speculare.

— Non siamo comparabili.

— Assolutamente no. — Sorrido. — Per questo lo trovo interessante.

Primo punto di attrito. Incassato.

Gli lascio un momento, poi cambio registro completamente — è il momento di allentare, di farlo sentire al sicuro abbastanza da scivolare qualche centimetro più avanti.

— Mi perdoni il salto — dico, con una cadenza leggermente più morbida, quasi confidenziale. — Ma leggendo i suoi scritti pubblici ho avuto una sensazione strana. Lei parla dell’infanzia con una precisione quasi fotografica — Leningrado, il padre classicista, i libri, la sensazione di non appartenere. E parla del futuro come di un progetto tecnico da completare. Ma del presente non parla quasi mai. È come se il presente non fosse un posto in cui si ferma volentieri.

Lui mi guarda in modo diverso rispetto a prima. Non con diffidenza — con attenzione.

— È un’osservazione acuta — dice, e in questo momento è sincero, il che è più pericoloso della sua versione blindata.

— Ho quarantatré anni e un padre che non ha mai smesso di fare l’avvocato nemmeno quando avrebbe dovuto. — Gli sorrido, questa volta con qualcosa di meno professionale. — Riconosco le persone che usano il lavoro come forma di assenza.

Un silenzio diverso dagli altri.

— Ha quasi quarant’anni — riprendo, piano. — Come li immagina?

— Come un numero.

— I numeri la rassicurano.

— I numeri non mentono.

— Pavel. — È la prima volta che uso il nome, ed è calcolata. — I numeri mentono continuamente. Sono solo le bugie più difficili da smontare.

Lui sorride di nuovo, e questa volta lo sorriso raggiunge gli occhi. Questo mi preoccupa leggermente, perché significa che sta cominciando a piacergli la conversazione, e le persone a cui piace la conversazione abbassano la guardia in un modo molto specifico — non smettono di difendersi, ma cominciano a scegliere cosa difendere, e nel farlo mostrano necessariamente il perimetro di ciò che proteggono.

— La vecchiaia — dico, quasi sottovoce, come chi stia chiedendo qualcosa di intimo. — Come la immagina?

— È un problema ingegneristico non ancora risolto.

— Certo. (rido, brevemente, con calore calcolato al millimetro) Ma se il problema non fosse risolto entro i suoi settant’anni — dove sarebbe? Con chi?

Il silenzio questa volta è diverso da tutti gli altri. Non è difensivo. È genuino.

— Non me lo sono mai chiesto — dice, infine.

— Lo so. — Mi sporgo leggermente in avanti, quanto basta. — È per questo che glielo chiedo io.

III.

Devo fermarmi un momento — il lettore me lo perdonerà — per descrivere cosa succede in questo preciso istante nell’ufficio al sesto piano di rue du Cherche-Midi.

Pavel Durov, fondatore di Telegram, uomo che ha costruito la propria immagine pubblica sull’impenetrabilità, si alza dalla sedia con una fluidità che sembra quasi pianificata e dice che deve scusarsi un momento — il bagno, indica vagamente con un gesto verso il corridoio.

Resto sola con il taccuino.

Scrivo tre parole: non l’ha pensato.

Non intendo dire che non abbia pensato alla risposta. Intendo dire che non ha pensato alla vecchiaia. Che quella zona del futuro, per un uomo che ha costruito un impero sulla proiezione in avanti, esiste come astrazione ingegneristica ma non come esperienza immaginata. Non c’è nessuna scena, nessun interno, nessun volto.

Questo mi dice qualcosa di più interessante di qualsiasi cosa avrebbe potuto dirmi.

Torna dopo quattro minuti — li ho contati — e si siede con quell’aria leggermente diversa di chi abbia usato il tempo per ricomporsi. Lo riconosco. L’ho visto in molti imputati. Non è paura. È ricalibrazione.

— Dove eravamo? — chiede, con un sorriso che vuole sembrare disinvolto.

— Stavamo parlando di lei — dico. — Di quanto è straordinario, in fondo, quello che ha costruito. (pausa) Non solo Telegram. L’idea di sé.

Lui inclina leggermente la testa. Il complimento lo ha raggiunto, e lui lo sa, e sa che io so che lo ha raggiunto, e in questo piccolo abisso di consapevolezza reciproca si apre qualcosa.

— Ho letto — continuo, con tono quasi ammirato, quasi innocente — della sua scelta di donare materiale genetico a decine di cliniche nel mondo. L’ha presentata come una scelta filosofica, quasi filantropia evolutiva. Trovo che ci voglia una certa grandezza per pensare in questi termini.

— È una questione di responsabilità verso la specie — dice, e sento nel tono la versione da comunicato stampa, quella blindata, quella che ha già usato altre volte.

— Certo — dico. — Gengis Khan la pensava esattamente allo stesso modo.

Il silenzio che segue non dura più di tre secondi.

Ma in quei tre secondi, per la prima volta da quando Pavel Durov è entrato nel mio studio, sul suo viso passa qualcosa che non aveva programmato di mostrarmi.

(continua)

Disclaimer

*Nota dell’autore: Quella che segue è un’intervista interamente immaginaria. Pavel Durov non ha rilasciato queste dichiarazioni né ha incontrato l’avvocatessa qui descritta. Tutto ciò che dice — e tutto ciò che non dice — è inventato. Ciononostante, ci siamo impegnati affinché suoni verosimile. Il lettore giudicherà.

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