Londra, 14 marzo 2026. Centoquarantatré anni esatti dopo la sua morte, Karl Marx è tornato alla London School of Economics. Non è un ologramma né una simulazione, ma una presenza che sembra voler riprendere il discorso esattamente da dove lo aveva interrotto. La sala è satura: trecentoventi posti occupati da una densità demografica impossibile da spiegare per un addetto stampa. Ci sono sessantenni che stringono copie del Capitale dalle copertine consumate dal tempo e ventenni che hanno letto ogni riga su uno schermo, ma che oggi tengono i dispositivi spenti.
Marx entra senza annunci. Aveva rifiutato categoricamente ogni introduzione formale, scrivendo agli organizzatori: «Le introduzioni accademiche sono la forma moderna dell’unzione dei re: servono a chi introduce, non a chi viene introdotto». Si siede, fissa la platea con lo sguardo di chi aspetta che tu ti guadagni la sua attenzione, e inizia a parlare. La diagnosi è brutale: la nostra paura collettiva per l’Intelligenza Artificiale non è che un sintomo. Stiamo curando la febbre con la diagnosi, ignorando l’infezione. Marx è qui per dirci che l’IA non è un miracolo della tecnica, ma l’ultima, più violenta frontiera dell’espropriazione capitalistica.
L’inganno linguistico: la “precisione ingegneristica” dietro la parola Utente
Il primo colpo di Marx scardina il nostro vocabolario quotidiano. La parola “utente” non è una descrizione neutra, ma un trucco ideologico progettato per nascondere un rapporto di forza brutale. Nella narrazione delle Big Tech, l’utente “usa” un servizio, “consuma” e viene “servito”. La realtà è l’esatto opposto: l’utente produce valore ininterrottamente, senza sabato e senza tregua.
Il sistema è stato progettato con una precisione ingegneristica predatoria per eliminare la coscienza stessa del lavoro. Il proletario di Manchester sapeva di essere sfruttato; sentiva la fatica nei polmoni e nelle ossa, misurava la sua vita in ore vendute per un salario. Noi, invece, abbiamo perso la percezione fisica del prelievo. Produciamo dati mentre crediamo di riposare, mentre amiamo, mentre cerchiamo connessione. Ogni esitazione del cursore, ogni parola digitata e poi cancellata, ogni pausa su un video è valore estratto.
«La gratuità è la forma più raffinata di oscuramento del rapporto di valore che la storia del capitalismo abbia mai prodotto. […] Siete merci che non sanno di essere merci.»
La “gratuità” è l’esca che ha permesso di cancellare la distinzione tra tempo del lavoro e tempo della vita. Crediamo di essere serviti, ma siamo noi il combustibile del sistema.
Il sequestro del General Intellect: Il mio Capitale è nel training data
Marx applica poi il concetto di “accumulazione primitiva” alla rivoluzione digitale. Se nel Seicento il capitale ha recintato le terre comuni, oggi ha recintato il pensiero stesso dell’umanità. L’IA non ha nulla di “artificiale”: è un banchetto non pagato su quello che Marx chiama General Intellect, il sapere collettivo accumulato attraverso le generazioni.
L’ironia raggiunge vette paradossali. Marx lo nota con una smorfia: «Il mio Capitale è nel training data». Il testo che analizza e critica l’appropriazione privata del lavoro collettivo è stato esso stesso appropriato privatamente per addestrare sistemi che generano profitto per i loro proprietari. L’IA ha “ingerito e digerito” l’umanità intera per trasformarla nella proprietà privata di appena cinque corporation il cui valore di mercato supera ormai il PIL di qualsiasi nazione europea.
Ecco cosa ha sequestrato questa nuova recinzione dei commons:
- Conversazioni e lettere private: i nostri scambi più intimi trasformati in modelli predittivi.
- Poesie, insulti e dichiarazioni d’amore: la grammatica delle nostre emozioni data in pasto a una macchina statistica.
- Dimostrazioni matematiche e trattati filosofici: il vertice del pensiero logico messo a regime di profitto.
- Barzellette e gergo di strada: la creatività popolare trasformata in capitale algoritmico.
L’amputazione invisibile: Perché delegare il pensiero è un suicidio evolutivo
Recuperando una potente metafora antropologica, Marx ci ricorda che l’essere umano non ha iniziato a pensare nel vuoto. Il pensiero è cresciuto “dentro le mani”: trentamila anni fa, un ominide ha modificato un sasso secondo un’intenzione. L’uomo non pensa e poi produce; produce e, nel produrre, pensa. La coscienza emerge dal lavoro.
Delegare il pensiero agli algoritmi — chiedere a una macchina cosa guardare, chi frequentare, cosa pensare di una notizia — non è un’innocua comodità. È un processo di atrofia cognitiva. Come la divisione del lavoro industriale rendeva l’operaio “stupido e ignorante” riducendo la sua esistenza a un gesto ripetitivo, così la delega digitale amputa la nostra intenzionalità.
La macchina non ha “piani”, ha “funzioni obiettivo”. Non ha “intenzioni”, ha “ottimizzazioni”. Se smettiamo di esercitare lo sforzo di formulare un giudizio, ci trasformiamo neurologicamente in una specie che ha rinunciato alla propria caratteristica distintiva: la capacità di proiettare nel futuro una forma che non esiste ancora.
«Non vi chiedo di condividere le mie conclusioni. Vi chiedo di guadagnarvi le vostre. C’è una differenza, e quella differenza è tutto ciò che resta quando si smette di delegare.»
Oltre il feticismo dell’algoritmo: Di chi è lo strumento?
Dobbiamo smetterla di temere la “macchina che pensa” come se fosse un’entità soprannaturale. Questo è il feticismo dell’algoritmo: vedere una forza autonoma dove invece esistono rapporti sociali di forza. Marx ci invita a strappare il velo e porre le uniche domande che contano davvero:
- Di chi è lo strumento?
- Nell’interesse di chi funziona?
- Chi paga il prezzo di quel funzionamento?
Il problema non è la disoccupazione tecnologica — una mera questione di distribuzione del reddito che la politica potrebbe risolvere domani. Il vero pericolo è che una classe sociale che non pensa più non può nemmeno riconoscere i propri interessi. E senza questa consapevolezza, non può organizzarsi. Senza organizzazione, il capitalismo continuerà il suo percorso indisturbato, gestendo la propria “coscienza sporca” con sussidi che non cambiano nulla di strutturale.
Riprendere in mano il “sasso”
La conferenza si è chiusa alle 21:47. Marx si è alzato, ha guardato il bicchiere d’acqua sul podio come se cercasse qualcosa di più forte e se n’è andato. Per quattro minuti è calato un silenzio assoluto: l’aria elettrica di chi ha appena ascoltato qualcosa di inconfutabile ma terribile da accettare.
Il link dello streaming è rimasto attivo per ore. Alle 22:30, con oltre quattrocentomila connessioni attive, i sistemi di raccomandazione delle piattaforme hanno flaggato il contenuto come «anomalo». Durata eccessiva, nessuna grafica, nessun invito all’azione, ma un engagement altissimo. Gli algoritmi non sapevano dove collocare questo ritorno del reale.
Mentre in una stanza server in North Virginia un cluster di GPU stava già analizzando il discorso per generare la “prossima mossa”, a noi resta la scelta. La prossima volta che un algoritmo ti suggerirà la via più comoda, ti fermerai a “guadagnarti” la tua conclusione o accetterai l’ennesimo servizio gratuito? Riprendere in mano il proprio pensiero è l’unico modo per tornare a essere i padroni del sasso, e non la pietra su cui qualcun altro sta affilando i propri profitti.
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