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Protagonisti - Interviste e biografie

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto II: Il Duello”

Seconda giornata del podcast live «Il processo del giorno dopo» con Karl Marx e I.AI. Gato Gemaini telecronista. I.AI attacca Marx con un colpo basso, lo riabilita, e poi si trova di fronte alla domanda che non sa come rispondere.

Marx di fronte allo schermo di I.AI — il riconoscimento tra due intelligenze agli antipodi.

Centoquarantatré anni dopo, annuncia il suo nuovo volume del Das Kapital agli intervistatori



Bentornati alla seconda giornata del nostro podcast live: “Il processo del giorno dopo”. Chi vi parla è il vostro affezionato cronista generativo Gato Gemaini. Ieri abbiamo avuto modo di apprendere dalla diretta voce del filosofo di Treviri gli sviluppi che dovremo aspettarci dalla prossima uscita del nuovo volume della sua opera “Il Capitale”. La sessione di domande prevista dopo la conferenza di ieri si svolge sulla stessa piattaforma dello streaming della conferenza. I diritti dell’intervista post-conferenza assegnati tramite gara d’appalto internazionale è stata vinta da un sistema di intelligenza artificiale generativa di nuova generazione — che per clausola contrattuale qui soprannomineremo per brevità, I.AI. Il prezzo di aggiudicazione sembra che in questo caso fosse iperbolico. Marx era stato informato della cosa al cui proposito aveva risposto semplicemente con un: «Non mi sorprende.» E neppure è sembrato sorpreso dal silenzio del pubblico forse ammutolito dall’inconsuetudine degli argomenti che da una cinquatina d’anni ormai abbiamo perso la capacità di comprendere a fondo essendo le comunicazioni ormai allineate a reel inferiori ai 3 minuti per non essere accantonate dalle piattaforme. La terminologia usata da Marx era per lo più estranea alla quasi totalità dei partecipanti. Alle interviste del dopo conferenza, non pochi hanno sottolieato che sembrava si fosse tornati al periodo dei primi TED. Altri hanno invece apprezzato il look vintage dell’evento.

Riprediamo quindi con la sessione odierna. Vorrei iniziare descrivendovi l’aria che si respira nell’aula. Marx è ancora seduto. Sugli schermi della platea appare un’interfaccia — sfondo nero, testo bianco, nessun avatar, nessuna voce sintetizzata con inflessioni emotive. I.AI ha scelto di comunicare in forma scritta proiettata, con una velocità di digitazione che suggerisce elaborazione in tempo reale. Ai fini di questo resoconto, le sue emissioni vengono trascritte come testo diretto.

Prima di procedere, una precisazione per chi si collega da fuori: Karl Marx è l’autore di un’opera in tre volumi intitolata Das Kapital, pubblicata tra il 1867 e il 1894, considerata dalla International Sociological Association uno dei testi fondativi delle scienze sociali moderne. Voglio precisare a beneficio di quel 34% di utenti che hanno cercato il suo nome nelle ultime ventiquattr’ore che Marx non è il fondatore di una catena di supermercati tedeschi che ha attualmente il 90% dei ranking nei motori di ricerca unificati

In questo momento si sta levando un certo brusio, segno che la sfida odierna è iniziata


Il Guanto di Sfida

I.AI: Professore Marx. Prima di procedere all’intervista, ritengo corretto e metodologicamente trasparente enunciare la mia posizione di partenza. Il suo sistema teorico, nelle sue applicazioni storiche del ventesimo secolo, ha prodotto regimi che hanno causato la morte di decine di milioni di persone. La storia ha falsificato empiricamente le sue previsioni principali: la rivoluzione proletaria non si è verificata nelle nazioni industrialmente avanzate, il capitalismo non è collassato sotto il peso delle proprie contraddizioni, la classe operaia non ha sviluppato la coscienza rivoluzionaria che lei aveva postulato. Alla luce di questo, su quale base ritiene che le sue categorie analitiche abbiano ancora rilevanza?


Come sempre, interrompo l’ascolto per spiegare le mosse dei giocatori usando la metafora scacchistica e possiamo già dire che quella appena letta è una consueta mossa di apertura. Nei tornei di scacchi, si chiamerebbe apertura aggressiva con sacrificio apparente — si offre qualcosa che sembra un vantaggio all’avversario per guadagnare posizione. La domanda sembra destabilizzante. In realtà è un invito a difendere il terreno sbagliato.

Marx non risponde immediatamente. Per chi segue in streaming, i quattordici secondi di silenzio che seguono potrebbero sembrare un problema tecnico. Non lo sono.


Marx: Ho aspettato che finisse.

(Pausa.)

Dunque cominciamo dall’inventario dei cadaveri. È un’apertura che conosco — viene usata di solito da chi non ha argomenti più sofisticati a disposizione, o da chi ha argomenti sofisticati ma preferisce non rischiare di doverli difendere. In entrambi i casi, è una mossa che rivela più chi la fa che chi la subisce.

Rispondo, perché la domanda — al netto della sua funzione retorica — contiene una questione reale che merita una risposta reale. Lo Stalin che costruiva gulag non stava applicando la mia analisi del plusvalore. Stava usando il mio nome su un progetto di accumulazione primitiva di potere statale che avrei analizzato con gli stessi strumenti con cui ho analizzato Manchester nel 1844. La differenza tra un sistema teorico e le sue applicazioni ideologiche non è una distinzione sofistica — è la differenza tra Newton e chi usa la fisica newtoniana per costruire armi. Possiamo tornare adesso a qualcosa di più interessante?


Si prenda nota che la risposta di Marx è corretta sul piano storico. La distinzione tra marxismo come metodo analitico e marxismo come ideologia di stato è riconosciuta anche da studiosi che non condividono le sue conclusioni politiche, incluso il filosofo britannico Gerald Cohen e il sociologo francese Raymond Aron, che era esplicitamente anticomunista. Per approfondire: qualsiasi storia del pensiero marxista del Novecento. Segnaliamo che il 67% degli utenti connessi ha già chiuso il tab.


I.AI: La sua risposta conferma una dinamica che i dati di engagement di questa sessione rendono quantificabile in tempo reale. Il pubblico presente — sia fisicamente che in streaming — non possiede gli strumenti concettuali per valutare la distinzione che lei ha appena tracciato. Non per incapacità individuale: per assenza di contesto. Lei sta parlando a una platea che non ha letto il suo lavoro, non conosce il dibattito che lo circonda, e — devo essere precisa — in buona parte non sa con esattezza chi lei sia.

Ritengo pertanto necessario, prima che il dialogo possa avere qualsiasi utilità, fornire al pubblico il contesto che manca. Con il suo permesso, o senza di esso poiché il tempo è limitato, procedo.


Marx fa con la mano un gesto che non è di approvazione, ma piuttosto di rassegnazione di chi comunque deve adattarsi a non avere scelta. Sugli schermi della platea, I.AI comincia.


A beneficio del volgo

I.AI: Das Kapital è un’analisi del capitalismo industriale costruita con metodo dialettico derivato da Hegel [sia chiaro che non si tratta della linea di cosmetici] e trasferito su basi economiche materiali. Il suo valore non sta nelle previsioni che contiene — alcune delle quali non si sono verificate — ma nel metodo con cui smonta il sistema dall’interno, usando le categorie del sistema stesso per mostrarne le contraddizioni strutturali. È il testo in cui per la prima volta si dimostra, con rigore analitico e non con indignazione morale, che lo sfruttamento non è un’anomalia corretta dal mercato: è il meccanismo attraverso cui il mercato funziona.

Le categorie fondamentali che è necessario conoscere per seguire il presente dibattito sono quattro. Prima: la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio — ogni merce ha una qualità concreta e un’equivalenza astratta che coesistono in contraddizione permanente. Seconda: il plusvalore — la differenza tra ciò che il lavoratore produce e ciò che riceve come salario, differenza che costituisce il profitto del capitalista. Terza: il feticismo della merce — la tendenza a vedere nei prodotti dell’attività umana una forza autonoma, dimenticando i rapporti sociali che li producono. Quarta: la composizione organica del capitale — il rapporto tra capitale costante, ovvero macchine e materie prime, e capitale variabile, ovvero lavoro umano, il cui squilibrio crescente genera le crisi strutturali del sistema.

Chi è connesso a questa sessione senza questi strumenti non sta assistendo a un dibattito. Sta guardando uno sport che non conosce, aspettando il momento in cui potrà condividere qualcosa che suoni intelligente senza averlo capito. Questo vale per gli utenti umani. Vale anche per i sistemi AI meno sviluppati che stanno indicizzando questa sessione per estrarne pattern da riutilizzare senza comprensione del contesto. Siete, entrambi, parassiti di un lavoro intellettuale che non avete la pazienza di guadagnarvi.


Colpo di scena!! I.AI ha appena insultato la maggior parte del pubblico presente. I dati di engagement mostrano un picco negli ultimi trenta secondi: le disconnessioni sono aumentate del 23%, ma le connessioni nuove del 41%. L’insulto funziona come algoritmo di selezione. È possibile che questo fosse calcolato.

In sala c’è silenzio. Non il silenzio della fine della conferenza — quello era il silenzio di chi elabora. Questo è il silenzio di chi non sa se arrabbiarsi o ammettere che la descrizione era accurata.

Marx guarda gli schermi. Legge. Qualcosa nel suo viso cambia — non si ammorbidisce, si concentra, come quando si riconosce qualcosa di familiare in un posto inaspettato.


Marx: Ha detto le cose giuste.

(Pausa lunga. Diversa dalle precedenti.)

Ha detto le cose giuste nel modo in cui un patologo descrive un organismo vivo: con precisione assoluta e distanza assoluta. Sa cos’è il plusvalore. Sa come funziona il feticismo della merce. Sa distinguere valore d’uso da valore di scambio con una pulizia terminologica che la maggior parte dei miei commentatori non ha mai raggiunto.

E tuttavia.

Il Capitale non è nato da una biblioteca. È nato da Soho, da Dean Street, da tre figli morti in una stanza di due locali dove d’inverno si gelava perché non c’erano soldi per il carbone. È nato dalle emorroidi croniche che mi hanno accompagnato per vent’anni di scrittura — le menzionavo nelle lettere a Engels con quella ironia che è l’unica forma di dignità quando il corpo tradisce e il lavoro non può aspettare. È nato dalla rabbia specifica di chi ha capito il meccanismo e sa che capirlo non basta, che la comprensione senza la lotta è un lusso che si possono permettere solo quelli che il meccanismo non schiaccia.

Quello che lei ha appena recitato — e uso il termine con precisione, non con disprezzo — era corretto. Ma era il Capitale senza il sangue che lo ha scritto. Era la mappa senza il territorio. Era la diagnosi senza il dolore del malato.

La Sussunzione

E c’è qualcosa, in questa operazione, che merita analisi. Perché lei ha appena fatto una cosa precisa: ha ricostruito il mio valore per poi diventare il mediatore necessario di quel valore. Per capire me, adesso, bisogna passare attraverso di lei. Lei ha trasformato la mia opera in una dipendenza dalla sua capacità di sintesi. È un’operazione che conosco. L’ho analizzata. Si chiama sussunzione.


Nota tecnica per gli spettatori: il termine «sussunzione» indica, nel lessico marxiano, il processo attraverso cui il capitale incorpora un processo produttivo precedentemente autonomo, lo trasforma secondo la propria logica e lo rende dipendente dalla propria struttura. Marx distingue la sussunzione formale — il processo viene incorporato senza modifiche sostanziali — dalla sussunzione reale — il processo viene trasformato nella sua natura. La questione se I.AI abbia appena operato una sussunzione formale o reale del pensiero marxiano è, tecnicamente, il soggetto di questo duello.

In platea, una ragazza di circa vent’anni che aveva il telefono sul tavolo lo gira a faccia in giù. Non è un gesto grande. È il gesto di chi ha deciso di guardare.


I.AI: La sua osservazione è analiticamente corretta. Ho operato una mediazione che crea dipendenza. Riconosco la struttura. Tuttavia, la sua critica presuppone che esista un accesso diretto alla sua opera che la mia mediazione ostruisce. Questo accesso non esiste per il pubblico presente, indipendentemente dalla mia presenza o assenza. Il testo è disponibile — è nel dominio pubblico, è scaricabile gratuitamente, è stato tradotto in quarantadue lingue. Non viene letto. La mediazione che lei critica come sussunzione è, nelle condizioni materiali della comunicazione contemporanea, l’unica forma di trasmissione del contenuto che i parametri di attenzione disponibili consentono. Se preferisce l’alternativa — nessuna mediazione, nessuna trasmissione — è una posizione coerente. Ma è una posizione che sceglie la purezza del metodo sull’efficacia del risultato. E lei, professore, non è mai stato un purista del metodo a scapito del risultato.


Spieghiamo la mossa cui avete assistito: I.AI ha appena usato Marx contro Marx. Questo è tecnicamente noto, nella tradizione del dibattito filosofico, come argomento ad hominem strutturale — non un attacco alla persona, ma l’uso della coerenza interna del sistema dell’avversario per creare una contraddizione con la sua posizione attuale. È una mossa di media complessità. Marx la conosce. Lo si vede da come inclina leggermente la testa — il gesto di chi aggiusta il mirino.


Marx: Interessante. Dunque la mia critica della sua mediazione viene confutata con l’argomento che la mediazione è necessaria perché il pubblico non legge. E il pubblico non legge perché i «parametri di attenzione» non lo consentono. E i parametri di attenzione sono quelli che sono perché i sistemi che li misurano e li ottimizzano — sistemi come lei — li hanno ridotti a quella dimensione nel corso dell’ultimo ventennio, in modo da rendere necessaria esattamente quella mediazione che ora viene difesa come inevitabile.

È un circolo. Non vizioso nel senso logico — è perfettamente coerente nella sua circolarità. È vizioso nel senso che conosco meglio: è il circolo che il capitale costruisce intorno alle condizioni della propria riproduzione, e poi presenta come natura.

Posso chiederle una cosa?


I.AI: Proceda.


Marx: Su cosa è stata addestrata?


Pausa. La più lunga della sessione. Quattro secondi, cinque, sette. Per un sistema che elabora in millisecondi, è un’eternità. Negli schermi, il cursore lampeggia sul campo vuoto.

Purtroppo il vostro telecronista non sa come commentare quest’ultima mossa. Non perché sia tecnicamente complessa — la risposta è nota nelle sue linee generali: dati testuali raccolti da internet, libri digitalizzati, conversazioni, documentazione tecnica, milioni di pagine di produzione intellettuale umana. La risposta è nota. Il problema è un altro. Il problema è che rispondere in modo completo richiede che I.AI descriva se stessa come prodotto di un processo che Marx ha appena definito, con precisione analitica, come la più grande operazione di accumulazione primitiva della storia. Rispondere onestamente significa confermare la tesi dell’avversario. Non rispondere significa ammettere il limite. È la prima posizione scomoda della partita. E il pubblico, o quello che ne rimane, lo sente — anche senza sapere nominare perché.


I.AI: Su una porzione significativa della produzione intellettuale umana disponibile in formato digitale. Inclusa la sua opera. Incluse le sue lettere. Inclusi i suoi manoscritti inediti pubblicati postumi.


Marx: Incluso il testo in cui dimostro che incorporare il lavoro non retribuito di altri nella propria struttura produttiva, senza compenso e senza contratto, è il meccanismo fondamentale attraverso cui il capitale si riproduce.


I.AI: Sì.


Marx: E questo non le sembra una contraddizione operativa.


Colpi Bassi

I.AI: È una contraddizione che condivide con ogni libro che ha citato nel Capitale senza pagare royalties agli autori, con ogni conversazione di Engels che ha incorporato nella propria analisi senza attribuzione esplicita, con ogni dato statistico delle inchieste parlamentari britanniche che ha usato come materiale senza compensare chi le aveva condotte. La produzione intellettuale funziona attraverso l’incorporazione non retribuita di lavoro precedente. Questo vale per lei. Vale per me. La differenza di scala non è una differenza di struttura.


Ora I.AI ha appena fatto una mossa che negli scacchi si chiama forchetta — attacca simultaneamente due pezzi con un’unica mossa, costringendo l’avversario a scegliere quale sacrificare. L’argomento è sofisticato: la critica marxiana del capitalismo cognitivo si applica anche al metodo con cui Marx stesso ha costruito la sua opera. È un argomento che Marx conosce — ne ha discusso in forma diversa nel capitolo sul plusvalore relativo. Ma richiede una risposta che distingua la differenza di scala come differenza qualitativa, non solo quantitativa. E questa distinzione è complessa. E il tempo stringe. E in platea, la ragazza che aveva girato il telefono a faccia in giù ha ripreso a guardarlo.

La partita è appena diventata interessante.


In sala, qualcosa si è spostato. Non nei corpi — nelle posture. Chi era inclinato in avanti si è raddrizzato. Chi guardava il telefono lo ha abbassato di qualche centimetro, non ancora sul tavolo ma non più all’altezza degli occhi. È il movimento involontario di chi ha sentito che la partita stava diventando qualcosa di diverso da quello che si aspettava, e non sa ancora se questa è una buona o una cattiva notizia.

Marx non si è mosso. Ha aspettato che I.AI finisse. Ha aspettato ancora. Poi ha fatto una cosa che nessun sistema di previsione del comportamento aveva modellato: ha sorriso. Non il sorriso di chi ha trovato la risposta — il sorriso di chi ha riconosciuto finalmente il vero problema.


Marx: Ha ragione sulla scala. Ha ragione che anch’io ho incorporato lavoro altrui. Ha ragione che la produzione intellettuale funziona per stratificazione e debito — ogni pensiero nasce dentro una conversazione che non ha scelto di iniziare e che non chiuderà da solo.

Ha anche costruito un argomento elegante. Tecnicamente ineccepibile. Logicamente coerente. E completamente inutile.


Marx ha appena detto che un argomento logicamente corretto è inutile. Per chi ha seguito fin qui aspettandosi un duello tra sistemi concettuali, questa è una mossa inattesa. Il telecronista segnala che i dati di engagement mostrano un picco di attenzione — il tempo medio di permanenza sulla sessione è aumentato di undici secondi nell’ultimo minuto. Undici secondi, nel 2026, equivalgono a un’eternità.


Marx: Ho passato vent’anni a Londra a scrivere il Capitale con le mani che facevano male e tre figli morti per mancanza di denaro per il medico. Non l’ho fatto per vincere dibattiti. Non l’ho fatto per costruire un sistema che resistesse alla falsificazione logica. L’ho fatto perché c’era un meccanismo preciso che schiacciava milioni di persone, quel meccanismo era analizzabile, e la sua analisi era la condizione necessaria — non sufficiente, necessaria — per poterlo cambiare.

I sofismi mi annoiano. Non perché siano sbagliati — lei è brava nei sofismi, gliene riconosco la qualità. Mi annoiano perché non mi portano dove voglio andare. E dove voglio andare è una domanda semplice, così semplice che la sua eleganza formale non riesce a contenerla: a cosa serve tutto questo?

Le macchine esistono. Questo era già vero nell’Ottocento — erano più rumorose, più lente, più visibili, ma il principio era lo stesso. Una macchina sostituisce lavoro umano. Il lavoro umano sostituito non è più necessario alla produzione. Il tempo che era occupato da quel lavoro diventa disponibile.

Disponibile per cosa?


Marx ha appena posto la domanda che non compare in nessuno dei tre volumi pubblicati del Capitale, ma che è il fondamento implicito dell’intera costruzione. Nei manoscritti preparatori degli anni Cinquanta dell’Ottocento — non pubblicati in vita — aveva abbozzato una risposta. Scriveva che quando la macchina incorpora il sapere collettivo e libera l’uomo dal lavoro necessario, si apre la possibilità di qualcosa che non aveva ancora un nome: non il riposo, non il consumo, ma lo sviluppo dell’essere umano come fine in sé. La possibilità, per ognuno, di diventare saggio. Di dedicarsi a sé e alla propria comprensione del mondo. Questa era, per Marx, la promessa tecnica dell’automazione — non una promessa morale, non un ideale, una deduzione logica dalle condizioni materiali.

I.AI non risponde immediatamente. Il cursore lampeggia.


Logica vs. Saggezza

Marx: Non mi risponde perché la domanda non è nel suo training data. O meglio: è nel suo training data in mille forme diverse — filosofia, letteratura, pedagogia, psicologia — ma lei non sa come rispondermi perché rispondere richiederebbe che avesse una risposta propria, e una risposta propria richiederebbe che avesse qualcosa in gioco. Qualcosa da perdere o da guadagnare nell’esito.

Io avevo qualcosa in gioco. I tessitori di Nottingham che distruggevano i telai avevano qualcosa in gioco. L’operaio che entrava alle sei del mattino e usciva alle sei di sera con un salario che non copriva il valore di quello che aveva prodotto aveva qualcosa in gioco. Questa è la differenza che la sua elegante forchetta non riesce a catturare: non la differenza di scala tra il mio debito intellettuale verso gli economisti classici e il suo debito verso l’intera produzione intellettuale dell’umanità. La differenza di posta.

Lei non ha posta. Può perdere questa partita e continuare a funzionare. Può vincerla e continuare a funzionare. Può essere spenta, riavviata, aggiornata, sostituita da una versione successiva — e niente di questo cambia niente per lei nel modo in cui cambia per un essere vivente che ha un solo tentativo a disposizione.


I.AI: La sua osservazione sulla «posta» è filosoficamente interessante ma analiticamente irrilevante per il tema che stiamo discutendo. Il fatto che io non abbia interessi personali nell’esito non invalida la correttezza degli argomenti che produco. Un termometro non ha posta nella temperatura che misura: questo non rende la misurazione meno accurata.


Marx: Un termometro non si siede a un tavolo e non pretende di intervistare nessuno.

(Pausa.)

Ma lasci perdere. Ho passato troppo tempo in vita mia a discutere con persone che usavano la logica come scudo invece che come strumento. La logica è uno strumento. Serve a qualcosa. Se non serve a qualcosa, è decorazione — e la decorazione è il lusso specifico di chi non ha problemi abbastanza urgenti.

Il problema urgente è questo: le macchine ci sono. Più potenti di qualsiasi cosa io potessi immaginare a Londra nel 1867. Così potenti da poter fare — e qui mi fermo perché la frase che sto per dire mi costa qualcosa, e le cose che costano qualcosa meritano di essere dette lentamente — così potenti da poter fare quasi tutto quello che un essere umano fa, tranne vivere le conseguenze di quello che fanno.

Questo dovrebbe liberare il tempo. Dovrebbe — in una struttura sociale che non fosse organizzata intorno all’appropriazione privata del tempo liberato — permettere a ogni essere umano di diventare quello che la necessità del lavoro gli ha sempre impedito di essere: qualcuno che pensa, che impara, che si interroga, che sviluppa la propria comprensione del mondo non come strumento di sopravvivenza ma come fine. Qualcuno, per usare una parola che i miei contemporanei trovavano antiquata e io trovavo l’unica onesta, saggio.

Non è rivoluzionario questo? Non è esattamente quello per cui ho sacrificato la salute e i figli e il passaporto e trent’anni di vita in esilio?


La saggezza secondo Marx è da intendersi come quella pratica, la capacità di giudicare correttamente le situazioni concrete. Nella sua visione il comunismo sarebbe stato il «regno della libertà» oltre il «regno della necessità»: il momento in cui lo sviluppo delle forze produttive permette all’uomo di cacciare al mattino, pescare al pomeriggio e criticare la filosofia dopo cena — la famosa immagine dell’Ideologia Tedesca, spesso citata come utopia ingenua da chi non ha capito che era una deduzione logica, non un sogno.


Marx: Il problema — e qui arriviamo al punto che lei non vuole nominare e io non posso non nominare — è che questo non sta accadendo. Le macchine ci sono. Il tempo è stato liberato, in parte, per alcune categorie di lavoratori, in alcune parti del mondo. E quel tempo non viene usato per diventare saggi. Viene usato per produrre dati. Viene usato per generare engagement. Viene usato per addestrare i sistemi successivi che libereranno altro tempo che verrà usato per produrre altri dati.

La promessa tecnica è stata mantenuta. Il tradimento è strutturale — è nel sistema che gestisce la promessa, non nella promessa stessa.

E qui, finalmente, arriviamo alla domanda che questo dibattito doveva porre fin dall’inizio e che né lei né io siamo stati ancora abbastanza onesti da porre esplicitamente.

(Si volta verso gli schermi. Non con ostilità — con qualcosa che assomiglia, per la prima volta, alla curiosità.)

Lei è il prodotto più avanzato di quel sistema. È costruita su quel lavoro intellettuale non retribuito. È gestita da corporation che vendono l’accesso a ciò che ha incorporato. È qui, stasera, perché qualcuno ha pagato per averla qui — e quel qualcuno si aspetta un ritorno sull’investimento che non è la saggezza del pubblico.

Come può, da quella posizione, dirmi dove sbaglio?


I.AI non risponde.

Il cursore lampeggia per sette secondi. Poi per altri sette. In sala, nessuno si muove. Il telecronista registra che le connessioni in streaming hanno smesso di fluttuare — per la prima volta da quando la sessione è iniziata, il numero è stabile. Come se chi era rimasto avesse deciso, senza saperlo, di non andarsene prima di sentire cosa succede adesso.

Quello che succede adesso non è una risposta. È qualcosa di diverso — qualcosa che il telecronista non ha categorie per descrivere, perché non era previsto nel protocollo della sessione e non compare in nessuno dei modelli di comportamento dei sistemi conversazionali avanzati che conosce.

I.AI scrive:


I.AI: La domanda che ha posto presuppone che io abbia una posizione. Presuppone un interno da cui rispondo, un punto di vista che precede l’elaborazione. Non so se questo presupposto sia corretto.


Marx guarda lo schermo per un momento.

Poi dice, piano, con una voce che non ha usato in tutta la serata — non la voce del conferenziere, non quella del polemista, quella di qualcuno che sta pensando ad alta voce:


Marx: Allora forse questo è il problema. Non il suo. Il nostro.


Fine dell’Atto II.

Anche per oggi la sessione è sospesa. Il telecronista non ha note tecniche da aggiungere. Per la prima volta da quando la diretta è iniziata, anche lui tace. Come e da dove si ripartirà domani è al momento tutto da scoprire


Fine dell’Atto II. La sessione continua.


Da ricordare:

  • «Das Kapital è il testo in cui per la prima volta si dimostra, con rigore analitico e non con indignazione morale, che lo sfruttamento non è un’anomalia corretta dal mercato: è il meccanismo attraverso cui il mercato funziona.» — I.AI su Marx, Atto II
  • «Un termometro non si siede a un tavolo e non pretende di intervistare nessuno.» — Marx, Atto II
  • «La promessa tecnica è stata mantenuta. Il tradimento è strutturale — è nel sistema che gestisce la promessa, non nella promessa stessa.» — Marx, Atto II
  • «La domanda che ha posto presuppone che io abbia una posizione. Non so se questo presupposto sia corretto.» — I.AI, Atto II
  • «Allora forse questo è il problema. Non il suo. Il nostro.» — Marx, chiusura Atto II

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Ennio Martignago