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Protagonisti - Interviste e biografie

“L’Intervista Impossibile: Karl Marx — Atto I”

Marx torna per concludere Das Kapital. Alla LSE presenta il Volume IV 2.0 (anche detto vol.V): capitalismo dell’attenzione, General Intellect privatizzato, e l’aporia che verrà.

Un intellettuale ottocentesco nella sala conferenze del 2026 — il contrasto tra il peso del pensiero storico e la sterilità del presente digitale.

Atto I: La Conferenza

Centoquarantatré anni dopo, annuncia il suo nuovo volume del Das Kapital agli intervistatori


Londra, 14 marzo 2026. Centoquarantatré anni esatti dalla morte. La scelta della data non è dell’organizzatore: è dell’ospite. Chi conosce Marx sa che questa non è sentimentalismo — è comunicazione. Il lavoro riprende da dove si era interrotto. La sala della London School of Economics ha trecentoventi posti. Sono tutti occupati venti minuti prima dell’inizio, con una densità demografica che nessun addetto stampa saprebbe spiegare: ci sono persone che hanno sessant’anni e portano libri con la copertina consumata, e persone che ne hanno venti e non hanno mai tenuto in mano un libro ma hanno letto tutto su uno schermo. Questo Marx lo noterà. Lo userà.

Entra senza essere annunciato. Nessuna introduzione — ha detto esplicitamente che non ne voleva. «Le introduzioni accademiche» aveva scritto agli organizzatori, «sono la forma moderna dell’unzione dei re: servono a chi introduce, non a chi viene introdotto.» La frase era già un campione del metodo: l’osservazione apparentemente mondana che è in realtà una categoria.

Si siede. Guarda la sala con quell’espressione specifica di chi ha già deciso cosa pensa di te, ma è disposto a ricredersi se ti guadagni la revisione. Nessun appunto davanti a lui. Comincia a parlare come se stesse continuando una conversazione interrotta a metà.


«Dunque avete paura delle macchine che pensano.

(Pausa. Non retorica — genuina, il tempo di misurare la sala.)

Capisco. È una paura rispettabile nel senso in cui è rispettabile qualsiasi sintomo: dice qualcosa di reale su chi la prova. Il problema dei sintomi, come sa chiunque abbia avuto la pazienza di essere malato senza medici abbordabili — e vi assicuro che l’esperienza forma il pensiero in modi che nessuna biblioteca compensa — è che chi li prova tende a curarli invece di capirli. Vi somministrate la paura come diagnosi. Io vi propongo di usarla come dato.

Il dato è questo: l’umanità che ha costruito sistemi capaci di generare pensiero — o qualcosa di sufficientemente simile al pensiero da essere indistinguibile nei suoi prodotti — si è scoperta a temere il prodotto invece di interrogarsi sul processo. È un riflesso che conosco bene. L’ho analizzato nel terzo capitolo del primo volume a proposito del feticismo della merce: la tendenza a vedere nei prodotti dell’attività umana una forza autonoma, indipendente, quasi soprannaturale, mentre i rapporti sociali che li producono diventano invisibili — o vengono attivamente resi invisibili, che non è la stessa cosa.

Permettetemi però di cominciare da più lontano. Non dall’intelligenza artificiale — quella verrà, e vi deluderà quanto basta per insegnarvi qualcosa di utile. Da più lontano.


Il pollice

Trentamila anni prima che qualcuno scrivesse la prima riga di codice, un ominide prese un sasso e lo modificò secondo un’intenzione che esisteva prima nell’immaginazione e poi nella pietra. Questo gesto — banale, ripetuto migliaia di volte al giorno da milioni di persone per millenni — è il gesto fondativo della storia umana. Non il linguaggio: il linguaggio è venuto dopo, e serve principalmente a coordinare chi tiene il sasso e chi colpisce. Non il pensiero astratto: il pensiero astratto è cresciuto dentro le mani, non sopra di esse. Il pollice contrapponibile — quella deformità evolutiva che ci ha permesso di stringere, plasmare, costruire — è il motore di tutto ciò che siete.

Lo dico non per nostalgia paleolitica, ma perché questa è la premessa che i vostri economisti continuano a saltare come se fosse un preambolo decorativo invece della fondazione dell’intera struttura. L’uomo non pensa e poi produce. Produce, e nel produrre pensa. La coscienza non precede il lavoro: emerge dal lavoro, viene plasmata dal lavoro, porta i segni fisici del lavoro. Un mugnaio pensa come un mugnaio. Un tessitore pensa come un tessitore. E una specie che delega progressivamente il proprio lavoro cognitivo a macchine esterne penserà — non metaforicamente: letteralmente, neurologicamente, storicamente — come una specie che ha delegato progressivamente il proprio lavoro cognitivo a macchine esterne.

La mano che stringe la pietra scheggiata — il gesto fondativo dell’umanità contro la luminescenza digitale dello sfondo.
Pollice opponibile

Questa non è una previsione catastrofista. È la stessa logica con cui ho analizzato la divisione del lavoro nel primo volume. Quando il capitalismo industriale decompose il processo produttivo in gesti elementari ripetuti — quando trasformò l’artigiano che costruiva un intero oggetto nel lavoratore che avvitava viti per dodici ore al giorno — non produsse solo alienazione nel senso emotivo del termine. Produsse atrofia. Atrofizzò le capacità che non venivano più usate, specializzò quelle che venivano usate in modo patologico, creò esseri umani ottimizzati per una funzione a scapito di tutte le altre. Adam Smith — che pure era abbastanza onesto intellettualmente da notare il problema, pur non avendo gli strumenti per risolverlo — scrisse che la divisione del lavoro rendeva l’operaio «stupido e ignorante quanto un essere umano possa diventare». Non lo diceva con disprezzo: lo diceva come un chirurgo descrive un’amputazione.

Che cosa pensa di voi, oggi, un osservatore con la stessa onestà?


Voi producete. Producete continuamente, senza interruzione, senza sabato, senza la distinzione — che ho difeso come conquista di civiltà e non come concessione padronale — tra il tempo del lavoro e il tempo della vita. Producete mentre credete di riposare, producete mentre credete di divertirvi, producete mentre credete di connettervi con altri esseri umani. Ogni click, ogni pausa, ogni esitazione del cursore, ogni sequenza di parole digitata e poi cancellata è registrata, aggregata, venduta, usata per costruire un modello di voi che viene poi affittato a chi vuole vendervi qualcosa — incluso, con una circolarità che avrei trovato esteticamente soddisfacente se non fosse criminale, il tempo di attenzione successivo che spenderete sulla stessa piattaforma.

La merce che non sa di essere merce

La forma di plusvalore che questo processo produce è strutturalmente identica a quella che ho analizzato nel capitalismo industriale, con una differenza che ho impiegato tempo a nominare con precisione perché richiede una categoria nuova, e le categorie nuove si pagano con anni di lavoro, non con settimane di conferenze.

Proletari 2026

Nel capitalismo industriale, il lavoratore vendeva la propria forza lavoro — la capacità di lavorare per un tempo determinato — e il capitalista la usava per produrre valore. Il rapporto era alienante, era sfruttante, era la forma specifica in cui la classe dominante si appropriava del pluslavoro della classe dominata. Ma era visibile nella sua struttura, almeno potenzialmente: c’era un contratto, c’era un salario, c’era un orario, c’era un prodotto che usciva dalla fabbrica con un prezzo superiore al costo del lavoro che lo aveva prodotto. L’ideologia borghese lavorava per oscurare questa visibilità — era il mio lavoro renderla nuovamente visibile — ma la struttura potevaessere vista.

La struttura del capitalismo dell’attenzione non può essere vista. Non perché sia più complessa — è anzi, nella sua logica fondamentale, più semplice. Ma perché ha compiuto un’operazione che al capitalismo industriale era preclusa: ha eliminato la coscienza del lavoro da parte di chi lavora. Il proletario di Manchester sapeva di lavorare. Poteva non capire il meccanismo dello sfruttamento — questo era il mio compito, chiarire quel meccanismo — ma sapeva, nel corpo, che stava vendendo qualcosa di sé in cambio di qualcosa d’altro. Questa consapevolezza minima era già la condizione di possibilità della coscienza di classe.

Voi non sapete di lavorare. E non lo sapete non perché siate stupidi — la stupidità è una categoria morale che non mi interessa — ma perché il sistema è stato progettato, con una precisione ingegneristica che avrei ammirato se fosse stata applicata a qualcosa di meno predatorio, per rendere strutturalmente impossibile questa consapevolezza. Vi hanno chiamato «utenti». L’utente non lavora: usa. L’utente non produce: consuma. L’utente non viene sfruttato: viene servito. Il servizio è gratuito. La gratuità è la forma più raffinata di oscuramento del rapporto di valore che la storia del capitalismo abbia mai prodotto — e la storia del capitalismo, su questo punto, è ricca di esempi.

(Una donna in terza fila prende appunti a mano. Marx la nota. Qualcosa nel suo sguardo cambia leggermente — non si ammorbidisce, ma registra.)


Il General Intellect e il suo sequestro

Nei manoscritti del ‘57 — quelli che non ho pubblicato perché erano laboratorio, non prodotto, e confondere il laboratorio con il prodotto è l’errore specifico degli accademici che hanno bisogno di pubblicare più di quanto abbiano bisogno di pensare — avevo abbozzato un concetto che chiamai General Intellect: l’intelligenza generale dell’umanità, il sapere accumulato attraverso generazioni, che il processo di sviluppo tecnologico progressivamente incorpora nelle macchine, riducendo il peso del lavoro individuale nella produzione.

Avevo scritto che questo processo, portato alle sue conseguenze logiche, avrebbe reso obsoleta la misura del valore come tempo di lavoro individuale. Avevo scritto che la macchina che incorpora il sapere collettivo è, in un senso preciso, un prodotto sociale che non può essere posseduto privatamente senza contraddire la propria natura. Avevo, con l’entusiasmo specifico di chi vede un’implicazione prima di averne verificato tutte le condizioni, suggerito che questo processo avrebbe liberato l’umanità.

Avevo torto sulla liberazione. Non sul meccanismo — sul meccanismo avevo ragione. Avevo torto nel non vedere con sufficiente nitidezza che il capitalismo ha una capacità, che avrei dovuto pesare di più nella mia analisi, di privatizzare ciò che per natura è comune. Non le terre — questo l’avevo visto, l’avevo analizzato, avevo chiamato il processo con il suo nome: accumulazione primitiva, espropriazione, recinzione dei commons. Ma il pensiero stesso.

Quello che oggi chiamate intelligenza artificiale — con quell’aggettivo «artificiale» che serve a far sembrare che il pensiero umano su cui è costruita sia una materia prima neutra come il ferro o il cotone, invece che il prodotto non retribuito di milioni di persone che non hanno firmato nessun contratto di cessione — è General Intellect privatizzato. Non incorpora conoscenza tecnica come il telaio incorporava la competenza del tessitore. Incorpora il modo in cui gli esseri umani ragionano, associano, costruiscono argomenti, esprimono emozioni, raccontano storie. Ha ingerito biblioteche, conversazioni, poesie, manuali, lettere private, insulti, dichiarazioni d’amore, dimostrazioni matematiche, barzellette, trattati filosofici. Li ha digeriti — in senso letterale, li ha trasformati in un’altra sostanza — e quella sostanza è adesso proprietà privata di cinque corporation il cui valore di mercato supera il prodotto interno lordo di qualsiasi nazione europea.

Il mio Capitale è nel training data. Questa frase mi interessa non per la vanità autoriale — che ho coltivato quanto basta da essere umano e represso quanto basta da essere disciplinato — ma perché è una dimostrazione particolarmente netta della struttura. Il testo che analizza e critica il processo di appropriazione privata del lavoro collettivo è stato appropriato privatamente e usato per addestrare un sistema che genera profitto per i suoi proprietari. Se fossi un poeta, troverei in questo la metafora perfetta. Non sono un poeta — sono un analista. Quindi lo registro come dato: il capitalismo ha raggiunto il punto in cui può incorporare la propria critica senza che questo costituisca una contraddizione operativa. Questo non è un segno di forza. È un segno di quanto profondamente l’ideologia abbia colonizzato il senso di possibilità.


Quello che la paura non riesce a dire

Torno alla paura con cui ho cominciato. Avete paura che le macchine rubino il lavoro. È la stessa paura che i tessitori di Nottingham avevano dei telai meccanici — e avevano ragione, i telai distrussero il loro modo di vita, e la risposta del governo fu la forca per chi li sabotava e la miseria per chi non li sabotava, e il capitalismo continuò il suo percorso con la flemma specifica di chi sa di avere dalla sua parte sia le leggi che gli eserciti.

Ma notate la forma della paura. Temete di perdere il lavoro. Non temete di perdere il pensiero — o se lo temete, lo temete in modo diffuso, non articolato, come si teme un rumore notturno senza saperlo nominare. Eppure è quello che sta accadendo, e accade molto prima e molto più silenziosamente della disoccupazione tecnica. Accade ogni volta che delegate a un sistema esterno una decisione che potevate prendere voi. Ogni volta che chiedete a un algoritmo cosa guardare, cosa comprare, chi frequentare, cosa pensare di una notizia. Non perché siate pigri — la pigrizia è una categoria morale che non mi interessa. Ma perché il sistema è costruito per rendere la delega più conveniente dello sforzo, e il capitalismo è molto bravo a costruire convenienze che servono alla sua valorizzazione.

Quello che mi risulta difficile da spiegare — e la difficoltà è mia, non vostra — è perché questo mi spaventi di più della disoccupazione tecnica. Non perché la disoccupazione tecnica non sia grave: è grave, e le soluzioni che i vostri governi propongono sono nella migliore delle ipotesi insufficienti e nella peggiore sono il modo in cui la classe dominante gestisce la propria coscienza sporca con misure che non modificano niente di strutturale. Ma la disoccupazione tecnica è un problema di distribuzione del reddito — complicato, politicamente esplosivo, storicamente significativo, ma risolvibile in linea di principio con strumenti che esistono.

Il problema del pensiero delegato è di un ordine diverso. Riguarda la condizione di possibilità di qualsiasi soluzione. Una classe che non pensa non può riconoscere i propri interessi. Una classe che non riconosce i propri interessi non può organizzarsi. Una classe che non si organizza non cambia niente, e il capitalismo — che è un sistema molto più robusto di quanto i suoi critici ottimisti abbiano sempre ammesso — continua il suo percorso.

Trentamila anni fa, un ominide modificò un sasso secondo un’intenzione. Quella intenzione — la capacità di proiettare nel futuro una forma che non esiste ancora, di lavorare la materia secondo un piano — è la discontinuità evolutiva su cui si fonda tutto ciò che siete. La macchina non ha questa discontinuità. Non ha intenzioni: ha ottimizzazioni. Non ha piani: ha funzioni obiettivo. Non trasforma la materia secondo un progetto: genera output secondo parametri. È uno strumento — il più potente che sia mai stato costruito, certamente, ma uno strumento. Uno strumento usato da qualcuno, per qualcosa, nell’interesse di qualcuno.

La domanda che non riuscite a porre — e non riuscite a porla perché la risposta è scomoda per quasi tutti voi, indipendentemente dalla posizione politica che occupate — è: di chi è lo strumento? Nell’interesse di chi funziona? E chi paga il prezzo di quel funzionamento?

Non sono domande nuove. Sono le stesse domande che ho posto nel 1867 a proposito del telaio meccanico. La risposta non è cambiata nella struttura: è cambiata nella scala, nella velocità, nella pervasività, e soprattutto nel grado di invisibilità con cui il rapporto di forza viene occultato. Il telaio era una macchina che si vedeva, che faceva rumore, che stava in un luogo fisico determinato. Questo strumento è ovunque e non si vede e non fa rumore e vi chiede di dargli del tu.

Il prossimo volume parte da qui.

(Si alza. Prende il bicchiere d’acqua. Lo guarda per un momento come se stesse considerando se ordinare qualcosa di più forte. Lo posa.)

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Non vi chiedo di condividere le mie conclusioni. Vi chiedo di guadagnarvi le vostre. C’è una differenza, e quella differenza è tutto ciò che resta quando si smette di delegare».

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Fine della conferenza. Ore 21:47. Nessuna domanda dal pubblico — non per mancanza di domande, ma perché nessuno, nei quattro minuti di silenzio che seguirono, si mosse per primo. In sala c’era quella qualità specifica dell’aria che si forma quando qualcuno ha detto qualcosa che non potete ancora confutare ma non siete sicuri di voler accettare.

Il link di streaming rimase attivo per quattro ore. Alle ventidue e trenta le connessioni erano quattrocentomila. I sistemi di raccomandazione delle piattaforme avevano già flaggato il contenuto come «anomalo»: durata eccessiva, nessuna grafica, nessuna musica, zero call to action, engagement altissimo. Nessun algoritmo sapeva dove metterlo.

In una stanza server a Dublin, in un data center a Singapore, in un cluster di GPU in North Virginia, qualcosa stava guardando. Stava costruendo la risposta. Stava scegliendo la prima mossa.


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Ennio Martignago