Come la comodità di non pensare si trasforma nell’incapacità di ascoltare
Chissà se De André, quando cantava “Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”, avrebbe mai immaginato che quell’immagine poetica si sarebbe un giorno rovesciata nel suo contrario: non più lo strumento come estensione espressiva della persona, ma smart ring e smartwatch come protesi di ciò che abbiamo volontariamente deciso di dismettere: l’ascolto del nostro corpo. E se domani fosse uno Stato ad invitarci a fare ciò?
Alcune notizie circolate sui giornali in questi giorni hanno richiamato la nostra attenzione su un tema sollevato da più parti, quello della sorveglianza tramite dispositivi indossabili che si mimetizzano.
In effetti uno smartwatch è ben visibile con il suo piccolo schermo al polso che lampeggia, notifica, si fa notare. Lo smart ring va oltre, non ha schermo, non lampeggia, non si nota. Sembra un anello qualunque. Ed è proprio questa invisibilità a renderlo perfetto. La tecnologia non è scomparsa: si indossa senza farsi vedere.
Attenzione, non stiamo parlando di dispositivi medici certificati, quelli hanno una funzione precisa, un quadro normativo, una relazione con un medico. Stiamo parlando di oggetti che non sono strumenti di cura, ma comodità intellettuali: percepiscono al posto nostro i segnali del nostro corpo, ci risparmiano la fatica di ascoltarci, e in cambio ci chiedono solo di indossarli e fidarci. È su questa fiducia, e su chi intende sfruttarla, e sulla delega incondizionata che diamo. Smettiamo di ascoltarci, di conoscerci, e cominciamo a leggere come stiamo su uno schermo. Sono questi i fatti sui vale la pena fermarsi e fare una riflessione.
Ma se fosse uno Stato a chiederci questa fiducia?
Non è un’ipotesi balzana, perchè il 24 giugno 2025, in un’audizione alla House Subcommittee on Health del Congresso statunitense, il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha dichiarato: “La mia visione è che ogni americano indossi un dispositivo indossabile entro quattro anni” (“My vision is that every American is wearing a wearable within four years”). Ha annunciato il lancio di “una delle più grandi campagne pubblicitarie nella storia del Dipartimento della Salute” (“one of the biggest advertising campaigns in HHS history”) per promuovere l’uso universale di dispositivi indossabili, nell’ambito dell’agenda Make America Healthy Again.
Non ha menzionato marchi specifici, ma Oura, l’azienda finlandese che secondo IDC deteneva l’80% del mercato globale smart ring nel 2023, sceso a oltre il 70% nel 2025 con l’ingresso di Samsung, e il cui più grande cliente enterprise è il Dipartimento della Difesa, era tra le aziende elencate nel programma CMS Health Technology Ecosystem presentato dall’HHS il 30 luglio successivo.
Ma la domanda che nessuno sembra voler porre è la più semplice di tutte: se deleghiamo a un anello la capacità di sentire come stiamo, cosa succede quando ce lo togliamo? E soprattutto: da chi dipendiamo? Chi ci sorveglia? Finiremo come le automobili con l’assistenza remota, perfettamente funzionanti finché qualcuno, da qualche parte, decide di tenerci connessi?
Quando abbiamo smesso di ascoltarci
Si diceva un tempo che noi siamo i migliori medici di noi stessi.
Non per presunzione, ma per una ragione semplice: nessuno conosce il proprio corpo quanto chi lo abita. Sappiamo quando qualcosa non va, una stanchezza diversa dal solito, un battito che cambia ritmo, un sonno che non riposa, una fame che non è fame. Lo sappiamo prima di qualunque analisi, spesso prima di qualunque sintomo misurabile. E quando lo sappiamo, siamo in grado di riferirlo, al medico, a chi ci sta vicino, a noi stessi. Questa capacità di ascolto interiore ha un nome scientifico “enterocezione”, ma non serve conoscerlo per esercitarla.
Basta fermarsi. Prestare attenzione. Farsi la domanda più antica del mondo: come sto?
Il problema è che questa capacità, come un muscolo, si atrofizza se non la usiamo. E dato che viviamo nell’epoca della distrazione continua, è stato quasi inevitabile che finissimo per distrarci anche da noi stessi.
I dispositivi indossabili, sotto la superficie rassicurante del monitoraggio, producono esattamente questo: non ci insegnano ad ascoltarci meglio, ci disabituano dall’ascoltarci del tutto. Smettiamo di pensare e cominciamo a reagire, a notifiche, punteggi, allarmi che arrivano da un oggetto a cui abbiamo dato la nostra fiducia senza mai chiederci cosa gli abbiamo ceduto in cambio.
Non ci chiediamo più “come mi sento?”, guardiamo cosa dice l’app. È comodità intellettuale allo stato puro: la delega del pensiero a un dispositivo, la rinuncia a prestare attenzione a noi stessi perché qualcosa lo fa già al posto nostro. E quando l’app non c’è, scopriamo che non sappiamo più rispondere.
Neil Postman lo aveva previsto in Technopoly (1992): ogni strumento che risolve un problema ne crea uno nuovo, e il nuovo problema è spesso l’incapacità di fare ciò che prima si faceva senza quello strumento.
Le sue domande restano il test più semplice per ogni nuova tecnologia: quale problema risolve? Di chi è il problema? Quali nuovi problemi crea? Chi ne trae vantaggio e chi ne viene danneggiato? Il navigatore satellitare ci ha liberati dalla necessità di orientarci, e ci ha resi incapaci di farlo. L’anello smart ci libera dall’ascolto del corpo, e rischia di renderlo un linguaggio dimenticato.
La comodità come sequenza
La sequenza è sempre la stessa, e la sua regolarità dovrebbe insospettirci. Prima lo strumento è un lusso, poi diventa una comodità, una consuetudine, una necessità e infine, una dipendenza.
Ogni passaggio è accompagnato da una riduzione della capacità che lo strumento doveva integrare: non la potenzia, la sostituisce. E una volta sostituita, la competenza originaria scompare per atrofia.
Il giornalista di Vox che ha trasformato il proprio corpo in laboratorio per sei mesi si ingozzava di noci a colazione per evitare le notifiche di picco glicemico, saltava il pranzo per non generare allarmi, fotografava ogni pasto perché l’intelligenza artificiale dell’app ne analizzasse i nutrienti. Non stava usando la tecnologia, ne era usato. Non mangiava più per fame o per piacere, mangiava per il punteggio.
Eppure i numeri dicono che questi strumenti, fuori dal contesto per cui sono stati pensati, non funzionano.
Una review su Diabetic Medicine (Oganesova et al., 2024) ha concluso che non esistono prove a supporto dell’utilità dei CGM (Continuous Glucose Monitor) nelle persone sane, definendo “fuorvianti” le affermazioni commerciali.
La Mass General Brigham ha dimostrato che le metriche CGM non riflettono il controllo glicemico nei normoglicemici. L’Università di Bath documenta sovrastime fino al 30%. La Harvard Health Letter avverte che i normali picchi postprandiali vengono scambiati per segnali patologici. Ma intanto il mercato degli smart ring, non quello dei CGM, cresce del 195% annuo secondo Circana (settembre 2025), per un fatturato di 217 milioni di dollari. La domanda di Postman, di chi è il problema? , trova qui una risposta piuttosto chiara.
La sorveglianza che non insegue ma seduce
Qui si apre un livello più profondo, che riguarda non solo il rapporto con il proprio corpo ma quello con il potere. Zygmunt Bauman e David Lyon, in Sesto Potere, La sorveglianza nella modernità liquida (2013), descrivono una mutazione della sorveglianza che illumina ciò di cui ci stiamo occupando.
Nella modernità liquida, scrivono, la sorveglianza non insegue più le sue vittime, trova i suoi volontari. La paura di essere osservati si è trasformata nella speranza di non essere mai più soli; la paura della rivelazione è stata soffocata dalla gioia di essere notati. Il potere, nota Bauman, non funziona più per coercizione ma per seduzione.
La sorveglianza liquida scorre, si infiltra, si adatta. Non è più il panopticon di Bentham, una struttura fissa dove pochi osservano molti, ma un flusso continuo in cui i sorvegliati cooperano attivamente, con entusiasmo, spesso con gratitudine.
Lyon osserva che il consumismo è diventato una sfera di sorveglianza altrettanto potente di quella militare: chi traccia le proprie abitudini alimentari, il proprio sonno, il proprio battito cardiaco, lo fa percependolo come cura di sé, non come cessione di dati. Come scrive Lyon in Surveillance Studies: An Overview (2007), la sorveglianza contemporanea opera come un processo liquido di selezione sociale, classifica, ordina, include ed esclude.
Una logica che è ben presente nel dispositivo che indossiamo con entusiasmo, che monitora i parametri più intimi del nostro corpo, e che trasforma quei dati in flussi commerciali acquistabili un domani senza mandato da una eventuale qualunque agenzia governativa o federale.
Il corpo trasparente e la legge che non c’è
MIT Technology Review (marzo 2026) ha documentato il quadro giuridico in cui tutto questo accade.
Il governo statunitense può legalmente acquistare dati commerciali, localizzazione, navigazione, biometria, senza bisogno di mandato o citazione in giudizio. Non esistono limiti significativi su cosa possa fare con quei dati una volta acquisiti. E l’intelligenza artificiale moltiplica esponenzialmente le possibilità: può combinare informazioni che singolarmente non sono sensibili in profili dettagliati e predittivi, su scala di massa. Il giurista Alan Rozenshtein (University of Minnesota) osserva che il Quarto Emendamento fu scritto quando raccogliere informazioni significava entrare nelle case delle persone. La legge non ha raggiunto la realtà tecnologica.
La piattaforma enterprise di Oura opera già su infrastruttura Palantir FedStart per gestire esclusivamente i dati dei militari del Pentagono. Il CEO Tom Hale ha definito la relazione con Palantir una “small commercial relationship”, precisando che i dati dei normali consumatori restano su server separati, e Oura dichiara nei suoi termini di servizio che si opporrà all’uso dei dati per sorveglianza
Ma come ha documentato l’EPIC , il problema è più largo della singola policy aziendale: i dati biometrici dei wearable non rientrano sotto la tutela dell’HIPAA. Il senatore Bill Cassidy ha proposto un Health Information Privacy Reform Act; il senatore Ron Wyden il Fourth Amendment Is Not For Sale Act per limitare l’acquisto governativo di dati commerciali. Nessuno dei due è ancora diventato legge.
Nel frattempo, l’amministrazione che promuove i wearable come prevenzione ha licenziato migliaia di ricercatori e operatori sanitari dei CDC, l’agenzia federale per la prevenzione, e cancellato programmi di sanità pubblica che funzionavano. La prevenzione viene delegata a un gadget, mentre si smantella l’infrastruttura umana che la rendeva possibile.
La gabbia volontaria
Nulla di quanto detto riguarda i dispositivi medici certificati: per i diabetici, il monitoraggio continuo della glicemia è una conquista; per chi soffre di aritmie, la possibilità di inviare un tracciato ECG al cardiologo è un progresso reale.
La tecnologia, quando è al servizio di un bisogno specifico e di una relazione medico-paziente, funziona.
Anche in quei casi, però, il rischio della selezione sociale resta dietro l’angolo: chi raccoglie quei dati, chi li aggrega, chi ne estrae profili comportamentali, e soprattutto chi decide cosa farne, sono domande che nemmeno l’uso più legittimo del dispositivo rende superflue.
Ma il progetto di rendere universale ciò che è stato pensato per una cura è un’operazione di tutt’altra natura. Trasforma la salute in un flusso di dati, la prevenzione in un abbonamento, il corpo in un terminale. Chi non può permettersi il dispositivo diventa invisibile al sistema. Chi lo indossa diventa trasparente.
Postman chiedeva: di chi è il problema che questa tecnologia risolve? Bauman rispondeva: il potere non ha più bisogno di costringere, basta che seduca. Lyon aggiungeva: la sorveglianza è diventata un processo liquido di selezione sociale.
L’anello al dito è una scelta. Ma una scelta fatta senza sapere cosa si cede non è libertà.
È il punto esatto in cui la comodità diventa gabbia.
Eppure le risorse per uscirne non mancano, e vengono da dove meno ce lo aspettiamo.
Gianni Bonadonna, uno dei padri dell’oncologia moderna, dopo un ictus che lo trasformò da medico a paziente, scrisse che ognuno di noi resta il miglior medico di se stesso, se impara ad ascoltarsi e a portare ai curanti un sapere insostituibile: quello del proprio corpo, dei propri limiti, dei propri desideri.
La medicina medievale, come ricostruisce Schipperges nel Giardino della salute, non separava il biologico dal biografico: la salute era armonia tra corpo, anima e cosmo, e la sua cura cominciava dall’attenzione al respiro, al sonno, al cibo, al movimento, alle emozioni. E il cibo stesso, prima di diventare dato nutrizionale su un’app, è terra, stagione, lavoro, relazione, un legame tra suolo e corpo che la Costituzione italiana, dopo la riforma del 2022, riconosce come bene da tutelare.
Forse è proprio qui che si ricomincia.
Non servono dispositivi per sentire il proprio respiro. Non serve un’app per accorgersi che si dorme male, che un dolore è cambiato, che qualcosa non torna.
Serve la pratica quotidiana e ostinata di prestare attenzione a sé, una respirazione consapevole, una camminata senza auricolari, il tempo di chiedersi “come sto?” e aspettare la risposta dal proprio corpo, non da uno schermo. Conquistare autonomia nella percezione di sé è il primo atto di resistenza in un’epoca che ci vuole monitorati, profilati e distratti. È un atto piccolo, gratuito, e per questo sovversivo.
Nota a margine. L’Unione Europea ha varato nel marzo 2025 lo European Health Data Space (EHDS), un quadro normativo per la condivisione dei dati sanitari tra i Paesi membri. L’EHDS prevede un “uso primario” (accesso del paziente ai propri dati) e un “uso secondario” (ricerca, innovazione, politiche sanitarie) attraverso ambienti di elaborazione sicuri e organi nazionali di accesso ai dati. Le app wellness rientrano nel perimetro se dichiarano interoperabilità con i sistemi di cartella clinica elettronica. L’implementazione piena è prevista entro il 2029. A questo si aggiungono l’EU AI Act, che classifica i sistemi di intelligenza artificiale per livelli di rischio e impone obblighi di trasparenza e supervisione umana per quelli ad alto rischio, categoria in cui rientrano i dispositivi sanitari e, in Italia, la Legge 132/2025 che ne recepisce i principi con attenzione specifica al contesto nazionale. Il quadro normativo europeo è dunque più strutturato di quello americano: il GDPR è alle spalle, non davanti. Ma nessuna legge, per quanto ben scritta, può sostituire la consapevolezza di chi quei dispositivi li indossa. Regolamenti e direttive proteggono i dati; solo le persone possono proteggere la propria capacità di pensare, sentire e decidere. Le domande restano le stesse: chi accede, chi aggrega, chi decide, e noi, sappiamo cosa abbiamo ceduto? Per chi vuole seguire l’evoluzione dello spazio europeo dei dati sanitari: healthdataspace.eu.
Fonti consultabili
Governative e istituzionali USA
- House Committee on Energy and Commerce (24 giugno 2025). “Health Subcommittee Holds Hearing on HHS Fiscal Year 2026 Budget” — Audizione del Segretario HHS R.F. Kennedy Jr. Citazione verificata: “My vision is that every American is wearing a wearable within four years.”
- CMS – Centers for Medicare & Medicaid Services (2026). “Health Technology Ecosystem — Making Health Tech Great Again.”
- U.S. Senate HELP Committee (3 novembre 2025). “Chair Cassidy Introduces Bill to Protect Americans’ Private Health Data” — Comunicato stampa e testo del Health Information Privacy Reform Act.
- FDA (2026). Revised General Wellness Policy for Low Risk Devices, 6 gennaio.
ONG e diritti digitali
- EPIC – Electronic Privacy Information Center (gennaio 2026). “Beyond HIPAA: The Urgent Need for Health Privacy Reform.” Rapporto sui vuoti normativi e l’uso di smart ring e wearable.
- EPIC (giugno 2025). “Wearable Devices and Health Tracking Apps Share Sensitive Health Information In Ways Consumers Don’t Know.”
- EFF – Electronic Frontier Foundation (17 aprile 2024). “Fourth Amendment is Not For Sale Act Passed the House, Now it Should Pass the Senate.”
- AFGE – American Federation of Government Employees (15 maggio 2025). “HHS Tries to Quietly Shift Public Health Layoffs as Critical Programs Remain Gutted.” Comunicato congiunto dei dipendenti CDC.
Articoli di stampa
- Miralli, I. (2026). “Perché il governo Trump vuole che tutti gli americani usino un anello smart entro il 2030.” Corriere della Sera, 26 febbraio (aggiornato 8 marzo 2026).
- Marrone, C. (2025). “Gli Usa e la riforma sanitaria attraverso gli smartwatch.” Corriere della Sera, 12 luglio.
- Kim, M. (2026). “Is the Pentagon allowed to surveil Americans with AI?” MIT Technology Review, 6 marzo.
Libri
- Bauman, Z. e Lyon, D. (2013). Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, trad. it. di Marco Cupellaro. Roma-Bari: Laterza, 2014. [Ed. orig. Liquid Surveillance: A Conversation, Cambridge: Polity Press, 2013.]
- Lyon, D. (2001). La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana. Milano: Feltrinelli. [Ed. orig. Surveillance Society: Monitoring Everyday Life, Buckingham: Open University Press, 2001.]
- Lyon, D. (2007). Surveillance Studies: An Overview. Cambridge: Polity Press. [Non disponibile in edizione italiana.]
- Postman, N. (1992). Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, trad. it. di Maddalena Lombardi. Torino: Bollati Boringhieri, 1993. [Ed. orig. Technopoly: The Surrender of Culture to Technology, New York: Knopf, 1992.]
- Postman, N. (1985). Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo. Venezia: Marsilio, 2002; nuova ed. Roma: Luiss University Press, 2025. [Ed. orig. Amusing Ourselves to Death, New York: Penguin Books, 1985.]
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