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La critica radicale alla medicina istituzionale — Alt #001a — La nemesi dimenticata

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Collana Esperienze e Culture Critiche e Olistiche #001

5 Idee Radicali degli Anni ’70 che Spiegano la Crisi Sanitaria di Oggi

1.0 Una Critica Dimenticata

Viviamo in un’epoca di paradossi sanitari. Da un lato, assistiamo a progressi tecnologici e scientifici che un tempo sarebbero apparsi miracolosi. Dall’altro, ci confrontiamo con costi insostenibili, un’epidemia di danni causati dalle stesse cure mediche (iatrogenesi) e un profondo senso di alienazione quando ci interfacciamo con il sistema. Ci sentiamo spesso ridotti a un insieme di dati biologici, il nostro vissuto soggettivo messo in secondo piano.

E se questi problemi non fossero nuovi? Se fossero già stati diagnosticati, con una lucidità spietata, cinquant’anni fa? Tra gli anni ’60 e ’70, un gruppo di pensatori radicali—figure come Ivan Illich, Michel Foucault e Giulio Maccacaro—ha messo sotto accusa l’intero edificio della medicina moderna, anticipando le crisi che oggi viviamo quotidianamente. Le loro critiche, oggi in gran parte dimenticate, sono più attuali che mai.

Questo articolo distilla cinque delle loro intuizioni più sorprendenti e dirompenti, idee che sfidano le nostre certezze più radicate su cosa significhino salute, malattia e cura.

2.0 Prêt-à-Porter 1: L’istituzione medica è diventata una delle principali minacce per la salute

Ivan Illich, storico e polemista inclassificabile, aprì il suo libro del 1975, Nemesi Medica, con una delle frasi più provocatorie mai scritte sulla medicina. Il titolo stesso era un monito: Nemesi è la dea greca che punisce i mortali per la loro hybris, la loro tracotanza. Per Illich, la medicina moderna era colpevole di una specifica “hybris igienica”: la presunzione di poter eliminare il dolore, la sofferenza e la morte.

La sua tesi era che le istituzioni moderne, superata una certa soglia, diventano sistematicamente contro-produttive, ostacolando gli scopi per cui sono state create. La medicina non faceva eccezione. Dopo aver superato un primo “spartiacque” di grandi benefici, aveva varcato una seconda soglia, diventando essa stessa una causa di malattia. La sua provocazione più celebre era questa:

L’istituzione medica è diventata una delle principali minacce per la salute.

Illich chiamò questo fenomeno iatrogenesi (danno prodotto dalla medicina) e lo suddivise in tre livelli distinti e progressivamente più gravi:

  • Iatrogenesi clinica: È il danno più evidente e diretto. Include gli effetti collaterali dei farmaci, gli errori diagnostici e terapeutici e le infezioni contratte in ospedale. Illich sosteneva che le lesioni inflitte dai medici rivaleggiavano già allora con i danni causati da incidenti stradali e persino da attività belliche.
  • Iatrogenesi sociale: Questo livello descrive come la medicina crea dipendenza e malattia attraverso il suo “monopolio radicale” sulla definizione di salute e il suo “imperialismo diagnostico”. Trasformando normali eventi esistenziali (nascita, invecchiamento, morte) in problemi medici, il sistema abbassa la nostra tolleranza al disagio e ci rende dipendenti da un’élite di professionisti.
  • Iatrogenesi culturale: È il livello più profondo e devastante. La medicina moderna, con la sua promessa di sconfiggere la sofferenza, distrugge la capacità delle culture di dare un senso a queste esperienze umane ineluttabili. Espropriando l’umanità di quella che Illich chiamava “l’arte della sofferenza”, ci rende incapaci di affrontare la nostra stessa realtà e il nostro limite.

Questa visione non era priva di critici. Il marxista Vicente Navarro accusò Illich di confondere l’industrialismo con il capitalismo, sostenendo che la vera causa della iatrogenesi non era la tecnologia in sé, ma i rapporti di classe che ne determinavano l’uso. Per Navarro, Illich era come un luddista che distruggeva le macchine invece di lottare per il loro controllo.

3.0 Prêt-à-Porter 2: Lo “sguardo medico” ha trasformato il tuo corpo in un oggetto

E se il modo oggettivo e scientifico con cui il tuo medico osserva il tuo corpo non fosse un dato di fatto, ma un’invenzione storica precisa, progettata per trasformarti da persona a oggetto? Questa è l’intuizione al centro di Nascita della clinica(1963) del filosofo Michel Foucault.

Foucault chiamò questa mutazione percettiva il “regard médical” (lo sguardo medico), un nuovo modo di vedere che ha separato il corpo del paziente dalla sua identità e dalla sua storia personale. Il corpo è diventato una superficie di segni patologici, un oggetto da leggere, analizzare e manipolare da parte dell’esperto. Questo nuovo “sguardo” non è emerso gradualmente, ma è stato reso possibile dall’approccio anatomo-clinico: la verità della malattia non si trovava più nel racconto del paziente, ma nelle profondità invisibili dei tessuti, rivelate dall’autopsia. La morte divenne lo strumento per comprendere la vita.

Anni dopo, Foucault sviluppò il concetto di biopolitica per descrivere una nuova forma di potere. Se il potere sovrano tradizionale aveva il diritto di “far morire o lasciar vivere”, il nuovo biopotere moderno mira a “far vivere o lasciar morire”. Non agisce più sottraendo la vita, ma gestendola e ottimizzandola a livello di popolazione attraverso l’igiene pubblica, le vaccinazioni e le statistiche sanitarie. Foucault anticipò lucidamente la nostra condizione attuale, definendola una somatocrazia: “Oggi il mondo sta evolvendo verso un modello ospedaliero, e il governo ha assunto una funzione terapeutica”.

Questa idea ci aiuta a capire il senso di alienazione che spesso proviamo in un contesto clinico. Quando il nostro corpo viene trattato come un meccanismo da riparare, separato da chi siamo, siamo eredi di quella mutazione dello sguardo avvenuta due secoli fa.

4.0 Prêt-à-Porter 3: La malattia mentale potrebbe essere un mito

Parallelamente alla critica della medicina del corpo, il movimento dell’antipsichiatria metteva in discussione le fondamenta stesse della salute mentale.

L’argomento più radicale fu quello di Thomas Szasz, che in Il mito della malattia mentale (1961) propose un sillogismo spiazzante: la malattia, per definizione, colpisce il corpo; la mente non è un organo del corpo; di conseguenza, la “malattia mentale” può essere solo una metafora. Per Szasz, quelle che chiamiamo malattie mentali sono in realtà “problemi nel vivere”, etichettati come patologie per giustificare il controllo sociale.

Un approccio diverso fu quello di R.D. Laing. Per lui, la follia non era un mito, ma un’esperienza comprensibile, un “viaggio” potenzialmente trasformativo che poteva essere una reazione sana a dinamiche familiari patologiche. Nella sua comunità terapeutica, Kingsley Hall, la distinzione tra medico e paziente fu abolita; il caso più celebre fu quello di Mary Barnes, che attraversò una profonda regressione psicotica per riemergere come artista.

In Italia, Franco Basaglia portò la critica sul piano istituzionale. La sua tesi era che il manicomio, come “istituzione totale”, non curava la follia, ma la produceva. A Trieste, guidò lo smantellamento progressivo dell’ospedale psichiatrico, un processo simboleggiato da Marco Cavallo, un enorme cavallo azzurro di cartapesta costruito dai pazienti e portato in corteo per la città come segno di liberazione. Questa lotta culminò nella Legge 180 del 1978, che abolì gli ospedali psichiatrici in Italia, un caso unico al mondo.

Queste correnti, tuttavia, non erano un fronte unito. Le loro divergenze ideologiche erano profonde. Szasz, un libertario radicale, finì per attaccare ferocemente gli altri, definendo Basaglia “un vero impostore” e accusando Laing e Cooper di essere “ciarlatani”. Questa frattura rivela come la critica alla psichiatria fosse un campo di battaglia intellettuale, non un movimento coeso.

5.0 Prêt-à-Porter 4: Le donne erano le guaritrici originali, finché non sono state eliminate

La critica femminista ha svelato un’altra dimensione del potere medico: la sua natura intrinsecamente patriarcale. Nel loro saggio Streghe, levatrici e infermiereBarbara Ehrenreich e Deirdre English avanzarono una tesi storica provocatoria: per secoli, le donne erano state le principali guaritrici della comunità—erboriste, levatrici, anatomiste, chiamate “donne sagge” dal popolo. La caccia alle streghe (XIV-XVII secolo) non fu solo una persecuzione religiosa, ma anche una campagna per eliminare queste guaritrici e affermare il monopolio maschile sulla cura.

La poetessa e saggista Adrienne Rich, in Nato di donna, approfondì questa espropriazione, distinguendo tra la maternità come “esperienza” vissuta e come “istituzione” controllata dal patriarcato. L’invenzione del forcipe divenne per lei il simbolo del passaggio del controllo del parto dalle mani esperte delle levatrici a quelle dei medici maschi, spesso con conseguenze disastrose.

La risposta pratica a questo esproprio fu il movimento di self-help. Il libro Our Bodies, Ourselves, nato da un collettivo femminista di Boston, fu un atto rivoluzionario. Mettendo la conoscenza del corpo femminile direttamente nelle mani delle donne, sfidava il rapporto paternalistico medico-paziente. La preveggenza di questa critica è racchiusa in una citazione di Gena Corea dal suo libro The Mother Machine:

Così come lo stato patriarcale ora trova accettabile commercializzare parti del corpo di una donna… per scopi sessuali, così presto troverà ragionevole commercializzare altre parti (utero, ovaie, ovulo) per scopi riproduttivi.

Questa prospettiva storica ci costringe a vedere il sistema medico moderno non come un’istituzione neutra, ma come una struttura costruita sull’esclusione del sapere femminile e sulla medicalizzazione del corpo della donna.

6.0 Prêt-à-Porter 5: La vera salute non viene dagli esperti, ma dall’autonomia

Se la diagnosi era spietata, qual era la cura? Tutti questi movimenti critici convergevano su un’alternativa potente: l’empowerment e l’autonomia.

In Italia, il medico e partigiano Giulio Maccacaro sviluppò un approccio militante radicato nelle lotte operaie. Direttore della collana “Medicina e Potere” per Feltrinelli e della rivista “Sapere”, diffuse lo slogan “la salute non si vende”. Il suo concetto di “epidemiologia democratica” si basava sul principio della “non delega”: i lavoratori non dovevano delegare agli esperti il controllo della salute sul posto di lavoro. La loro esperienza soggettiva di nocività era una fonte di conoscenza scientifica valida e politicamente prioritaria.

Un esempio pratico di questo principio fu il programma cinese dei “medici scalzi”. Circa un milione di contadini ricevette una formazione di base (da 3 a 6 mesi) per fornire assistenza sanitaria primaria nelle aree rurali. Questo modello, basato sul servizio alla comunità, ottenne risultati notevoli, come la riduzione del 90% di alcune malattie infettive, e dimostrò che era possibile garantire salute a milioni di persone decentralizzando il potere.

In America Latina, questo stesso spirito si legò alla pedagogia di Paulo Freire. Il suo metodo di “coscientizzazione”(risveglio della coscienza critica) fu applicato alla salute, promuovendo un modello in cui le comunità diventavano protagoniste attive della propria cura, collegando la salute individuale alla trasformazione sociale.

Il tema unificante è chiaro: una società sana non dipende da più istituzioni e più esperti, ma da “strumenti conviviali” (per usare un termine di Illich) che potenziano la capacità delle persone e delle comunità di prendersi cura di sé.

7.0 Un Possibile Futuro più Sano

Le critiche radicali formulate cinquant’anni fa non sono reperti storici. Sono lenti potentissime per leggere le nostre attuali crisi sanitarie. Foucault, Illich, Maccacaro, Basaglia e le pensatrici femministe, pur da prospettive diverse—genealogica, ecologica, militante—, convergevano su un punto: la medicina era diventata una forma di potere che espropriava gli individui della loro autonomia.

Le loro analisi ci pongono una domanda più urgente che mai. Oggi, nell’era della somatocrazia, della medicina personalizzata e del bio-hacking, la hybris igienica di cui parlava Illich ha forse raggiunto il suo apice. Abbiamo davvero più controllo sulla nostra salute, o lo “sguardo medico” si è semplicemente interiorizzato, trasformandoci in soggetti più sofisticati di un potere ancora più pervasivo? Cosa significa, in fondo, praticare la “non delega” e riprendere possesso del nostro corpo e del nostro benessere?

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Ennio Martignago