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Il giardino della salute: lezioni dal Medioevo

Nel libro “Il giardino della salute” Heinrich Schipperges rivela una medicina medievale sorprendentemente unitaria: corpo, anima e cosmo erano inseparabili. Dai “sei non naturali” di Galeno alla viriditas di Hildegarda di Bingen, queste rilessioni esplorano cosa può ancora insegnare quell’epoca, senza dimenticarne i limiti storici, a noi tutti, ed ad una medicina moderna potente nei mezzi, ma frammentata nel senso con i suoi “protocols-doctors” già ricordati in altre riflessioni.

Il giardino della salute: di Schipperges

Nel libro “Il giardino della salute” Heinrich Schipperges rivela una medicina medievale sorprendentemente unitaria: corpo, anima e cosmo erano inseparabili. Dai “sei non naturali” di Galeno alla viriditas di Hildegarda di Bingen, queste rilessioni esplorano cosa può ancora insegnare quell’epoca, senza dimenticarne i limiti storici, a noi tutti, ed ad una medicina moderna potente nei mezzi, ma frammentata nel senso con i suoi “protocols-doctors” già ricordati in altre riflessioni (1)

Introduzione

Se pronunciamo la parola “Medioevo” in una conversazione sulla salute, la reazione più probabile è un sorriso di sufficienza: salassi, umori, superstizioni. Eppure, sotto la crosta dei pregiudizi, la cultura medievale custodisce un’idea di salute che oggi fatichiamo a ricostruire: quella di un’armonia vivente tra corpo, anima, comunità e cosmo. Un’idea che non separava il biologico dal biografico, il fisico dal morale, il clinico dall’esistenziale.

Nel Medioevo la salute non era “un pezzo” dell’esistenza, ma il nome di un equilibrio complessivo. Oggi la chiamiamo olistica, medicina integrata, benessere biopsicosociale; i medievali la vivevano come quadro unitario della realtà, senza bisogno di etichette. In un tempo in cui la medicina contemporanea, frammentata in specialismi, governata da logiche aziendali e spesso distante dal vissuto del paziente, cerca faticosamente di ricomporre ciò che ha separato, riscoprire quel “giardino della salute” non è un esercizio di nostalgia, ma un pensiero critico per comprendere il presente su un tema mercificato come quello della salute.

La medicina del giardino: Schipperges e il Medioevo intero

Nel libro Il giardino della salute. La medicina nel Medioevo Heinrich Schipperges mostra che la cultura medievale non pensava la medicina come un sapere tecnico separato, ma come parte di una visione complessiva dell’uomo. La salute è la condizione dell’homo constitutus: l’essere umano inserito in un ordine che lo precede, l’ordine della creazione. Malattia e guarigione sono momenti di un’unica storia: destitutio (caduta, squilibrio), restitutio (restauro, ritorno all’armonia).

Fra piena salute e malattia conclamata c’è una vasta zona intermedia, la neutralitas, fatta di fragilità, piccoli disordini, tensioni. È precisamente qui che si gioca il lavoro medico: prevenire, custodire, educare. La medicina è prima di tutto tuitio, protezione della salute, e solo dopo restauratio, terapia.

In altre parole, quello che oggi cerchiamo chiamando in causa prevenzione, “stili di vita”, promozione del benessere, era già al centro del modello medievale.

Macrocosmo e microcosmo: l’uomo dentro il cosmo

La chiave di tutto è il rapporto macrocosmo–microcosmo. L’uomo è un “piccolo universo” che riflette il grande: ciò che accade negli astri, nelle stagioni, nei quattro elementi trova un’eco nel corpo e nell’anima. Il disordine ambientale, morale o spirituale non è neutro: squilibra i succhi, gli umori, il ritmo sonno–veglia, le passioni.

Da qui l’idea che la salute non sia riducibile a parametri biologici ma sia partecipazione riuscita all’ordine del cosmo.

Essere sani significa essere “accordati”, come uno strumento ben intonato: il corpo è in sintonia con il clima, con il lavoro e il riposo, con i legami sociali, con la relazione con Dio.

Quando questa accordatura salta, compaiono insieme sintomi fisici e sofferenza dell’anima.

I “sei non naturali”: una proto-medicina dello stile di vita

Su questa base il Medioevo sviluppa una sofisticata teoria di igiene e prevenzione che Schipperges analizza a fondo nel suo libro: i “sei non naturali” (sex res non naturales), dottrina elaborata dai seguaci di Galeno, sistematizzata dai medici arabi, in particolare da Avicenna nel Canone della Medicina, e divenuta pilastro della Scuola Medica Salernitana. Sono fattori che non appartengono alla natura essenziale dell’uomo, ma la plasmano ogni giorno:

  • aria
  • cibo e bevande
  • movimento e riposo
  • sonno e veglia
  • escrezioni (tutte le forme di “scarico” del corpo)
  • passioni dell’anima

La salute consiste nel mantenerli in equilibrio.

Non troppo né troppo poco: né sedentarietà né iperattività, né digiuno estremo né ingordigia, né insonnia cronica né sonno inerte, né repressione totale delle emozioni né abbandono alla passione.

È, di fatto, un manuale medievale di “lifestyle medicine”: l’idea che il medico lavori soprattutto sull’educare a una misura vitale, più che sul correggere chimicamente un corpo percepito come macchina.

Permettendoci per un attimo un salto nella medicina tradizionale cinese, il principio di zhi wei bing (治未病, “trattare la malattia prima che insorga”), documentato nel Huangdi Neijing (Canone Interno dell’Imperatore Giallo), stabilisce che il medico di alto livore (shàng gōng) non cura chi è già malato, ma previene la malattia in chi è ancora sano. Questo concetto si cristallizza in un antico proverbio cinese, riportato sul British Medical Journal, secondo cui «il medico superiore previene la malattia, il mediocre la cura quando è imminente, l’inferiore la tratta quando è già conclamata». La metafora suggerisce che la vera misura della competenza medica non è la capacità di guarire, ma quella di rendere superflua la guarigione stessa, quindi la prevenzione più che la cura.

Virtù, misura e ordine degli amori

Tornando a Schipperges questa medicina funziona perché è radicata in una antropologia morale. La forza che custodisce la salute è la virtus: energia interiore che permette di scegliere la misura, di ordinare desideri e paure. Sant’Agostino parlava di ordo amoris, l’ordine degli amori, concetto che nel De civitate Dei (XV, 22) diventa addirittura definizione stessa della virtù: “Ordo est amoris”. Stare bene significa amare le cose al loro posto, senza assolutizzare il cibo, il lavoro, il successo, senza ridurre il corpo a strumento o idolo.

Qui si vede la distanza dal modello che la modernità ha costruito e che oggi ci appare tanto naturale quanto problematico: un modello che separa salute mentale, fisica e spirituale in compartimenti che comunicano a fatica.

L’eccesso d’ira o di tristezza, per il medico medievale, è insieme problema emotivo, morale e fisiologico; una vita disordinata incrina il rapporto con Dio, ma anche con il sistema digestivo. Non esistono due sfere: esiste una persona intera.

LUomo Universale dal Liber Divinorum Operum folio 9 XIII secolo

Hildegarda di Bingen: la forza verde della vita

In questa cornice la figura di Hildegarda di Bingen è esemplare, e non a caso Schipperges le dedica ampio spazio nel suo libro, riconoscendola come una delle voci più originali della medicina medievale. Monaca benedettina, mistica, guaritrice, ma anche compositrice, scrittrice, teologa, cosmologa, linguista e consigliera politica, interpellata da papi, imperatori e vescovi, Hildegarda incarna in sé quell’unità dei saperi che il Medioevo non aveva bisogno di teorizzare perché la praticava.

Hildegarda unifica cosmo, corpo e anima attraverso il suo concetto di viriditas: la “forza verde” che attraversa il creato. È energia vitale, linfa che scorre nelle piante, ma anche vigore del corpo, creatività dell’anima, capacità di guarire. Come scriveva lei stessa: “L’anima è la forza verde del corpo; l’anima opera per mezzo del corpo e il corpo per mezzo dell’anima”.

Quando la viriditas si essicca, per abuso, per peccato, per disordine interiore, nascono malattie, infertilità, opacità spirituale, quella melancolia che Schipperges identifica come il simbolo stesso della malattia nell’antropologia medievale.

Le cure di Hildegarda, a base di erbe, dieta, ritmi di vita, ma anche di riconciliazione, confessione, preghiera, mirano proprio a riaccendere questa verdezza. È un’idea sorprendentemente vicina a ciò che oggi, in termini secolarizzati, chiamiamo “energia vitale”, resilienza, capacità di autoregolazione psicofisica.

Hildegarda riprende anche la teoria dei quattro elementi e dei quattro umori, ma la trasforma in un linguaggio di relazioni: caldo/freddo, secco/umido non sono solo dati fisici, bensì qualità che attraversano il clima, il cibo, il carattere, le passioni. Un eccesso di “calore” può essere febbre, ma anche collera; un eccesso di “freddo” è torpore del corpo e dell’anima. Curare significa riportare temperatura e umori a una misura vivente, non “normalizzare valori di laboratorio” astratti dalla storia personale.

I limiti storici: il Medioevo non era un paradiso

Sarebbe intellettualmente disonesto celebrare la visione medievale senza fare i conti con la realtà materiale in cui essa si dispiegava. L’aspettativa di vita alla nascita nel Medioevo oscillava tra i 25 e i 35 anni, un dato che va letto con attenzione, perché fortemente condizionato dall’altissima mortalità infantile: circa un bambino su tre non sopravviveva al primo anno di vita.

Chi raggiungeva l’età adulta poteva ragionevolmente aspettarsi di vivere fino ai 50–60 anni, e non mancavano sessantenni e settantenni. Ma resta il fatto che epidemie devastanti come la Peste Nera (1347–1351), carestie ricorrenti, assenza di igiene pubblica nel senso moderno e un patrimonio farmacologico ancora largamente inefficace rendevano la vita incomparabilmente più precaria della nostra.

L’accesso alle cure, poi, era radicalmente diseguale: i medici universitari servivano nobili e clero; i poveri si affidavano a guaritori popolari, levatrici, monaci, figure preziose, ma prive degli strumenti che la medicina moderna avrebbe sviluppato. La visione unitaria della salute conviveva con un’impotenza terapeutica che oggi considereremmo inaccettabile.

Tutto questo non invalida la lezione teorica del “giardino della salute”, ma la colloca nella storia: un modello di pensiero straordinariamente avanzato sul piano concettuale, inserito però in condizioni materiali drammaticamente arretrate. È proprio questa tensione a renderlo interessante: la visione era più avanti della tecnica.

Dal modello unitario alla frammentazione moderna

La modernità ha progressivamente smontato il quadro medievale. Per guadagnare precisione, la medicina ha separato: anatomia dal vissuto, psiche da soma, patologia organica da malattia vissuta. Il risultato è stato potentissimo sul piano tecnico, chirurgia, farmacologia, diagnostica, vaccini, antibiotici hanno salvato milioni di vite, ma ha prodotto una visione dell’uomo come somma di apparati: cardiovascolare, nervoso, endocrino, psichico, sociale, spirituale.

Il prezzo è una frammentazione profonda dell’esperienza: specialisti diversi guardano porzioni diverse della stessa persona, mentre il soggetto fatica a sentirsi al centro di una storia di salute e malattia che abbia un filo. È il contrario del giardino di Schipperges: invece di un organismo inserito in un cosmo, un insieme di reparti, discipline, protocolli. E dove il medico medievale era custode di un equilibrio, il medico contemporaneo è spesso operatore di un sistema governato da logiche che poco hanno a che fare con la cura.

La riscoperta contemporanea di un’unità perduta

Non stupisce che negli ultimi decenni siano esplose parole come olistico, integrato, psicosomatico, medicina narrativa. Molte di queste tendenze non fanno altro che recuperare, spesso senza saperlo, intuizioni che il Medioevo aveva già al centro della propria visione.

Quando oggi un medico parla di salutogenesi, di resilienza, di fattori protettivi sociali, o quando insiste sull’importanza decisiva degli stili di vita, del peso delle emozioni sull’insorgenza delle malattie, della necessità di una “cura del senso” e non solo del sintomo, sta camminando, con linguaggio diverso, sui sentieri del giardino medievale. E quando psicologi e filosofi insistono sull’integrazione tra corpo e mente, ritrovano, a loro modo, l’idea di viriditas e virtus come forza unificante della persona.

La differenza cruciale è che oggi disponiamo degli strumenti tecnici che il Medioevo non aveva. La sfida contemporanea non è tornare indietro, ma andare avanti integrando: unire la potenza della biomedicina moderna con la profondità di visione che la frammentazione ha disperso.

Che cosa possiamo imparare dal Medioevo

Ridurre 270 pagine del libro in tre prospettive può sembrare un’azione decisamente in linea con i social attuali, dove tutto si svolge in una manciata di secondi. Però, così come i flash degli schermi stimolano la nostra corteccia cerebrale e in alcuni casi la danneggiano, mi permetto di stimolare il pensiero con questi tre suggerimenti da far evolvere a partire da quell’epoca.

  1. La salute è una relazione, non un dato isolato. È relazione con il corpo, con gli altri, con l’ambiente, con ciò che ciascuno percepisce come trascendente. Spezzare questi legami rende impossibile capire davvero perché ci ammaliamo e come guarire.

  2. La prevenzione è un’arte di vivere. L’attenzione ai “sei non naturali” medievali anticipa l’idea che dieta, movimento, sonno, gestione dello stress siano parte integrante della medicina, non corollari moralistici.

  3. L’unità della persona è il vero “luogo clinico”. Oggi abbiamo bisogno di tecnologie sofisticate, ma anche di un sguardo che ricostruisca il racconto biografico dentro cui i dati clinici acquistano senso. In questo, il Medioevo, con il suo giardino della salute e la sua forza verde, non è un passato oscuro, ma una memoria da cui attingere per tornare a pensare la salute come equilibrio vivente, fragile ma possibile, tra tutte le dimensioni dell’umano.


Oggi questa antica idea di salute come armonia tra persona e cosmo appare quasi sovversiva. L’uomo non si riconosce più come soggetto inserito in un ordine di relazioni, ma come individuo isolato, apparentemente libero nel proprio egoismo e in realtà sempre più oggetto nelle mani di apparati e istituzioni. Non è un caso: la progressiva industrializzazione del sapere medico ha trasformato le strutture sanitarie in aziende, corpi economici prima che luoghi di cura, con patrimoni da creare, bilanci da quadrare, prestazioni da rendicontare. È in questo scarto tra il giardino della salute medievale e la medicina istituzionale contemporanea che si colloca la riflessione proposta in questo approfondimento, dove la critica radicale alla medicina dominante, da Foucault a Illich a Basaglia e Maccacaro, mostra fino a che punto abbiamo dimenticato quella antica, scomoda unità dell’umano. Senza dimenticare Gianni Bonadonna


Fonti e riferimenti bibliografici

  • Schipperges, Heinrich, Der Garten der Gesundheit: Medizin im Mittelalter, Artemis, Monaco di Baviera – Zurigo, 1985. Ed. it.: Il giardino della salute. La medicina nel Medioevo, trad. A. Martini Lichtner, Garzanti, Milano, 1988.
  • Agostino d’Ippona, De civitate Dei, XV, 22.
  • Hildegarda di Bingen, Scivias (1142–1151 ca.); Liber Divinorum Operum (1164–1174); Physica; Causae et Curae.
  • Galeno di Pergamo, Ars medica (per la teoria delle sex res non naturales).
  • Avicenna (Ibn Sina), Il Canone della Medicina (al-Qānūn fī al-Ṭibb, 1025 ca.).
  • Regimen Sanitatis Salernitanum, Scuola Medica Salernitana, XI–XIII sec.
  • Paracelso , Paragranum

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Massimo V.A. Manzari
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