Cerca nel Franti
Cover Stories - Temi di riflessione

Anedonia e quei piaceri indifferenti

Da Evagrio Pontico a Ribot: come la perdita del piacere è passata dal deserto egiziano alla psichiatria, diventando prima peccato e poi diagnosi. Episodio I.

Estratto

Apriamo un dossier in sei puntate su una parola che dieci anni fa non usava quasi nessuno e che oggi sta per risorgere: l’anedonia. Coniata nel 1896 da Théodule Ribot come antagonista di analgesia: se c’è un nome per l’assenza di dolore, ne serve uno per l’assenza di piacere. Cinquant’anni dopo la prima anestesia. Ma la cosa esisteva già. Nel IV secolo un monaco del deserto, Evagrio Pontico, la descriveva con una precisione che nessun manuale diagnostico ha mai eguagliato: il sole che sembra non muoversi, la porta aperta e richiusa, il libro preso e abbandonato. La chiamava acedia e arrivava a mezzogiorno. Nell’episodio raccontiamo come quella sofferenza sia diventata un vizio, e poi semplicemente pigrizia. Perché lì c’è il punto: la frase «devi solo reagire» non l’ha inventata la società della prestazione. È teologia medievale riciclata da millecinquecento anni, e citata male. Prossimo episodio: chi poteva permettersi di annoiarsi.

Con estremo stupore solo ieri ho scoperto una parola dietro la quale si celerebbe una patologia che in tanti anni di frequentazione psicoterapica non ho mai incontrato e che ancora, se è per quello, fatico a ricordare. Sembra uscita da un libro di botanica o da un romanzo di cyberpunk, nonostante risalga alla fine dell’800, prima ancora di quasi tutte le più note categorie diagnostiche classiche. Stiamo parlando della parola “Anedonia”, nei confronti della quale tutti i principali vocabolari sono poveri di definizioni.

In realtà, dietro questa parola si cela un intero mondo antico come l’uomo e recente come le neuroscienze che, in quanto tale, non può stare rinchiuso in un solo articolo e, a dirla tutta, neppure nei sei episodi che vado a proporvi:

I. Il demone del mezzogiorno — acedia monastica, melancolia umorale, ennui, spleen, neurastenia, fino a Ribot 1896 

II. Chi poteva permettersi di annoiarsi — contesti sociali e distribuzione storica: la perdita del piacere diventa visibile solo dove c’è tempo per accorgersene 

III. Il sintomo che non sta nelle caselle — la crisi nosografica: perché l’anedonia scardina il DSM più a fondo del borderline 

IV. Il cortocircuito delle molecole — serotonina, noradrenalina, dopamina, wanting/liking, il blunting da SSRI 

V. Curare il piacere — farmacologia elettiva e psicoterapie mirate (compresa la Well-Being Therapy di Fava, nostrana)

VI. Nessuno è del tutto estraneo — risvolti familiari, assistenziali, e una domanda finale

Cominciamo da qui, dunque.


Il demone del mezzogiorno

Anedonia — Episodio I: quando la perdita del piacere non aveva ancora un nome


Théodule Armand Ribot psicologo e filosofo francese 18 dicembre 1839 9 dicembre 1916

Nel 1896, in un capitolo de La psychologie des sentiments, Théodule Ribot fece una cosa che ai suoi contemporanei non parve memorabile e che oggi si legge come un piccolo capolavoro di ingegneria lessicale. Prese il termine medico analgesia, che indicava l’assenza di dolore, e lo rovesciò come un guanto. Se la medicina aveva una parola per chi non sentiva più male, ne serviva una per chi non sentiva più bene. Nacque così anhédonie, per descrivere quei pazienti — sono parole sue — per i quali risultava impossibile trovare il minimo piacere.

Vale la pena guardare la data prima ancora del concetto. Il 1896 cade cinquant’anni dopo la prima anestesia pubblica con etere e tre anni prima che l’aspirina entri in commercio. È il momento esatto in cui l’Occidente si convince, per la prima volta nella storia della specie, che il dolore fisico sia un problema tecnico risolvibile, ma non ancora che sia qualcosa di diverso dalla sofferenza. E proprio lì, mentre il dolore arretra, qualcuno si accorge che manca una parola per l’altro lato della faccenda. Non è una coincidenza poetica: è il modo in cui funziona il linguaggio medico, che nomina per differenza. Però resta un dettaglio che vale la pena tenere in tasca per i prossimi cinque episodi, perché ci tornerà addosso.

La parola era nuova. La cosa, no.

Il deserto, il caldo, e il primo caso clinico della storia

Verso la fine del IV secolo, in un monastero del deserto egiziano, un monaco di nome Evagrio Pontico stila un catalogo degli otto pensieri che assalgono chi si è ritirato dal mondo. Fra gola, lussuria, avarizia, ira, vanagloria e superbia, ne colloca uno che definisce il più molesto di tutti. Lo chiama akedia.

La descrizione che Evagrio ne dà è di una precisione che oggi definiremmo clinica, e che nessun manuale diagnostico è mai riuscito a eguagliare in efficacia narrativa. Il monaco colpito da acedia guarda fuori dalla finestra e ha l’impressione che il sole non si muova. Esce dalla cella, guarda in fondo alla strada per vedere se arriva qualcuno, rientra. Prende il libro, lo apre, lo chiude. Pensa che forse in un altro monastero starebbe meglio, che forse gli altri fratelli sono ingrati, che forse questa vita non fa per lui. Non è tristezza, non esattamente: è irrequietezza più vuoto, agitazione senza direzione, il tempo che si dilata fino a diventare insopportabile. Evagrio associa l’assalto a un versetto del Salmo novanta, quello che parla di una rovina che devasta a mezzogiorno, e da lì nasce l’espressione che ha attraversato sedici secoli: il demone meridiano. Il male che arriva quando il sole è alto e la giornata è ancora tutta da consumare.

Un secolo dopo Giovanni Cassiano porta la faccenda in Occidente e le dedica, nelle Istituzioni cenobitiche, un libro intero: il decimo, De spiritu acediae. È il trattamento più lungo che riserva a una singola passione. E fa una scelta rivelatrice: traduce in latino l’intero catalogo greco dei vizi, ma davanti ad acedia si ferma e lascia la parola com’è. Non aveva un equivalente. Non ce l’ha ancora nessuno, a rigore.

Qui bisogna essere onesti su cosa si sta dicendo e cosa no. Sostenere che i monaci del deserto avessero già diagnosticato l’anedonia sarebbe una scorciatoia di quelle che vanno molto sui social e che questo giornale non pratica per statuto: descrivevano un’esperienza dentro una cornice teologica, in un contesto di vita irripetibile, con finalità spirituali e non terapeutiche. Non stavano facendo psichiatria. Però stavano guardando una cosa che noi oggi guardiamo, e la guardavano con più attenzione — perché per loro era una questione di salvezza, mentre per noi, spesso, è una voce in un questionario a quattordici item.

Come la tristezza è diventata pigrizia

A questo punto succede il fatto che vale l’intero episodio.

Nel catalogo di Evagrio, accanto all’acedia, c’era un vizio distinto: la tristitia. Alla fine del VI secolo Gregorio Magno riorganizza l’elenco, lo comprime, e fonde le due voci in una sola. È l’operazione da cui esce la lista dei sette vizi capitali che tutti abbiamo studiato. Tommaso d’Aquino, nella Summa, tiene ancora insieme i due lati: definisce l’accidia come tristitia de bono divino, tristezza davanti al bene spirituale, e la componente di sofferenza è ancora perfettamente leggibile. Dante la mette in scena una generazione dopo, e la mette nel fango: gli accidiosi stanno sotto la superficie melmosa dello Stige, e da lì gorgogliano un verso che chiunque abbia attraversato una fase anedonica riconosce senza bisogno di note a piè di pagina — tristi fummo ne l’aere dolce che dal sol s’allegra. Eravamo tristi nell’aria dolce, mentre tutto intorno il sole faceva festa.

Poi, lungo il tardo medioevo e la modernità, l’accidia perde pezzi. Perde la tristezza, perde il disgusto per l’esistenza, perde il vuoto. Le resta la superficie comportamentale: l’inerzia. E l’inerzia, nel vocabolario morale che ci è arrivato in eredità, si chiama pigrizia. In inglese sloth, in italiano l’accidia sopravvive come sinonimo colto di svogliatezza, buona per i cruciverba.

Questo è il rovescio che conviene fissare, perché non è archeologia: è il presente. Il momento in cui la perdita della capacità di provare gioia smette di essere una sofferenza e diventa un difetto di carattere è il momento in cui nasce la frase che ogni persona anedonica si è sentita dire almeno una volta. Devi solo reagire. Datti una mossa. Esci un po’. Quella frase non è cattiveria contemporanea, non è colpa dei social né della società della prestazione. È teologia medievale semplificata, riciclata e distribuita gratuitamente da millecinquecento anni. Chi la pronuncia oggi sta citando Gregorio Magno senza saperlo, e citandolo male.

La melancolia non è la stessa cosa, e conviene ammetterlo

Corre parallelo, per tutto questo tempo, un altro filone: quello della melancolia. La bile nera della medicina umorale, il celebre problema pseudo-aristotelico che si chiede perché tutti gli uomini eccezionali siano melancolici, Ficino che nel De vita fa della malinconia una condizione saturnina dell’ingegno, l’incisione di Dürer del 1514 con l’angelo seduto tra gli strumenti inutilizzati, l’enciclopedia infinita di Robert Burton nel 1621.

C’è una tentazione forte, qui, e la respingo: quella di allineare melancolia e anedonia come se fossero la stessa cosa con due nomi. Non lo sono. La melancolia storica è un contenitore molto più largo, che comprende paura, delirio, genio, insonnia, ossessione. Soprattutto, il melancolico soffre in modo appassionato, spettacolare, produttivo — è la sofferenza che ha generato metà della letteratura europea. L’anedonico, invece, non riesce nemmeno a soffrire bene. È la differenza tra una nota tenuta a lungo e il silenzio. Nella storia culturale occidentale la melancolia ha avuto un’ottima stampa e l’anedonia nessuna, e non è difficile capire perché: la prima si può indossare, la seconda no.

Quando la letteratura ha visto prima della medicina

Nel frattempo, con largo anticipo sui clinici, ci arrivano gli scrittori.

Pascal costruisce sul divertissement un’intera antropologia: l’uomo non sopporta di restare solo in una stanza e passa la vita a distrarsi da sé. Leopardi arriva a definire la noia il più sublime dei sentimenti umani, e non lo dice per posa: la descrive come il vuoto che segue puntualmente ogni piacere ottenuto, il che è una formulazione più raffinata di certe teorie contemporanee sul sistema della ricompensa. Schopenhauer sistema il tutto in un pendolo che oscilla tra dolore e noia senza mai fermarsi al centro. Baudelaire chiama Spleen quella cosa lì e le dedica quattro poesie. Gončarov nel 1859 inventa Oblomov, che impiega centocinquanta pagine ad alzarsi dal divano e regala alla lingua russa un sostantivo. Melville, sei anni prima, aveva già scritto Bartleby e la sua formula definitiva, avrei preferenza di no. Huysmans chiude Des Esseintes in una casa piena di oggetti rari che non gli danno più niente. Moravia, nel 1960, intitola semplicemente La noia e non ha bisogno di aggiungere altro.

Nessuno di questi autori stava descrivendo una malattia, e sarebbe grottesco retrodiagnosticarli. Ma tutti stavano descrivendo, con strumenti migliori di quelli della psichiatria del loro tempo, la stessa struttura: il desiderio che si stacca dal piacere, l’oggetto che resta al suo posto e smette di chiamare.

L’esaurimento nervoso, ovvero come muore una diagnosi

Poi arriva la medicina, e arriva di corsa. Nel 1869 un neurologo di New York, George Miller Beard, conia il termine neurastenia per indicare un esaurimento della forza nervosa. Nel 1881 pubblica American Nervousness e trasforma un’ipotesi in un fenomeno di costume. La sindrome accumula oltre cinquanta sintomi — stanchezza, insonnia, cefalea, incapacità di concentrarsi, indifferenza — e diventa la diagnosi dominante della borghesia colta di fine Ottocento su entrambe le sponde dell’Atlantico. Chiunque potesse permettersi un medico privato aveva la neurastenia.

Poi muore. Nel 1980 il DSM-III la cancella e ne ridistribuisce i frammenti in categorie nuove. Sopravvive nell’ICD e, soprattutto, sopravvive in Cina con il nome di shenjing shuairuo, dove ha continuato a funzionare benissimo per decenni: uno studio di riclassificazione condotto su pazienti cinesi ha trovato che quasi la metà di chi riceveva quella diagnosi non rientrava in nessuna categoria centrale del manuale americano. Il che si può leggere in due modi opposti, ed entrambi sono stati usati: come prova che la diagnosi cinese era imprecisa, o come prova che il manuale americano non copriva tutto. Il dato non decide da solo.

Quello che il caso neurastenia insegna, e che tornerà utile nel terzo episodio, è che le diagnosi hanno una vita, un’espansione, una popolarità e una morte. Muoiono quando diventano così ampie da non selezionare più niente. Chi ha seguito negli ultimi vent’anni la carriera della parola depressione sa già dove sto andando a parare.

Un secolo in naftalina

E quindi torniamo a Ribot, al 1896, alla parola appena coniata.

La cosa notevole è che non successe niente. Kraepelin e Bleuler la usarono per i pazienti schizofrenici, riducendola a un sintomo di corredo. Negli anni Cinquanta e Sessanta Sándor Radó e poi Paul Meehl la ripresero dentro le teorie della schizotipia, ipotizzando una capacità edonica costituzionalmente bassa. Bisogna arrivare al 1974 perché Donald Klein la rimetta al centro della depressione, descrivendola come una compromissione netta, non reattiva e pervasiva della capacità di provare piacere. Nel 1980 il DSM-III la trasforma nella formula burocratica che tutti conosciamo — perdita di interesse o piacere nelle attività abituali — e la piazza come criterio A2, secondo in elenco.

Secondo. Non primo. Prima viene l’umore depresso.

Ci ho pensato a lungo e credo che l’ordine non sia casuale. La tristezza si vede. Ha una faccia, una postura, un pianto, un tono di voce che cambia; si misura, si racconta, commuove i familiari e convince gli assicuratori. L’anedonia non ha niente di tutto questo. Chi ne è colpito si alza, lavora, risponde ai messaggi, ride perfino, e semplicemente non ricava niente da nulla. Non piange. E una psichiatria costruita sull’osservazione clinica ha naturalmente privilegiato ciò che si osserva.

Per un secolo, insomma, abbiamo avuto la parola giusta nel cassetto sbagliato. La ragione per cui è uscita adesso — e chi ci guadagna, e chi ci perde — è la materia degli episodi che seguono.

Resta intanto una domanda che tengo aperta e che non è retorica. Se il termine è nato nel 1896 per simmetria con l’assenza di dolore, e se abbiamo passato il secolo successivo a costruire la più formidabile macchina anestetica della storia umana — farmaci, comfort, intrattenimento continuo, ogni forma di attrito ridotta al minimo — non è che il piacere e il dolore fossero attaccati allo stesso interruttore, e noi lo abbiamo abbassato pensando di spegnere solo una delle due luci?

Nel prossimo episodio: chi poteva permettersi di annoiarsi. In quali contesti sociali la perdita del piacere diventa visibile, e se sia davvero aumentata o se siano solo aumentati gli occhi per vederla.



Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago