Estratto
Secondo episodio del nostro dossier, e stavolta la domanda è di quelle che sembrano semplici finché non provi a rispondere: chi, nella storia, si è accorto di non provare più piacere? E soprattutto, chi era nelle condizioni di accorgersene? Partiamo da un limite che dichiariamo subito, perché tacerlo sarebbe disonesto: l’epidemiologia storica dell’anedonia non esiste. Nessuno ha chiesto ai contadini del Trecento come stavano, e loro non avrebbero avuto le parole per rispondere. Chiunque vi racconti che un tempo si stava meglio, o peggio, quanto a vita interiore, vi sta vendendo una preferenza estetica spacciata per dato. Vale per i nostalgici e vale, specularmente, per chi dipinge il passato come un mattatoio emotivo. Quello che si può ricostruire è la storia della visibilità. E lì il monastero del IV secolo funziona da laboratorio involontario quasi perfetto: tempo scandito, obbligo esplicito di gioire, osservatori addestrati che ti guardano ogni giorno per anni. La fabbrica è il contrario esatto, e Simone Weil alla Renault lo mette a verbale: in un corpo esausto l’anedonia sparisce, perché non si distingue dalla fatica. Nello stesso decennio, nelle case borghesi, la neurastenia mieteva diagnosi — perché una classe aveva il tempo per accorgersi di non godere di niente e i soldi per farsi dare un nome. Poi affrontiamo i numeri, tutti, anche quelli scomodi: cosa dice davvero il Global Burden of Disease quando si standardizza per età, come si è chiusa la partita fra Twenge e i suoi critici sullo 0,4 per cento della varianza, cosa significa lo slittamento dei concetti descritto da Haslam. E i dati italiani sul raddoppio dei consumi di psicofarmaci, compresi quelli pediatrici, che non hanno alcun bisogno di essere gonfiati per fare impressione.
Anedonia — Episodio II: dove diventa visibile la perdita del piacere, e se sia davvero aumentata
Nell’episodio precedente abbiamo lasciato una parola coniata nel 1896 e poi dimenticata per un secolo. Prima di chiedersi perché sia riemersa adesso, conviene fermarsi su una domanda che sembra semplice e non lo è affatto: chi, nella storia, si è accorto di avere questo problema? E soprattutto: chi era in condizione di accorgersene?
Perché sull’anedonia esiste un limite epistemico che va dichiarato subito, prima di qualunque numero. Non abbiamo epidemiologia storica. Non sapremo mai quanti contadini del Trecento si alzassero al mattino senza ricavare più niente da niente, perché nessuno lo ha chiesto loro e loro non avrebbero avuto il vocabolario per rispondere. Chiunque vi dica che nel medioevo si stava meglio, o peggio, quanto a vita interiore, sta esprimendo una preferenza estetica travestita da dato. Vale per i nostalgici del mondo pre-moderno e vale, in modo speculare, per i progressisti che dipingono il passato come un mattatoio emotivo. Nessuno dei due ha i numeri, perché i numeri non esistono.
Quello che possiamo ricostruire è un’altra cosa, e non è meno interessante: la storia della visibilità. Non quanta anedonia ci fosse, ma dove e quando esistevano le condizioni per notarla.
Il monastero come laboratorio involontario
Torniamo al deserto egiziano, ma questa volta guardiamo l’ambiente invece che il monaco.
Un monastero del IV secolo è, senza volerlo, un dispositivo sperimentale quasi perfetto per far emergere la perdita del piacere. Ci sono tre condizioni, e ci sono tutte insieme. La prima è il tempo scandito: la giornata è divisa in ore fisse, preghiera, lavoro manuale, lettura, silenzio. Un tempo strutturato non lascia scampo, perché rende impossibile confondere il vuoto con la stanchezza — se alle undici devi leggere e non riesci a leggere, il problema si vede. La seconda è l’obbligo di letizia: la regola monastica non chiede soltanto di comportarsi bene, chiede di gioire di ciò che si fa. La gioia spirituale non è un accessorio, è il fine dichiarato. Dove la gioia è un dovere, la sua assenza diventa immediatamente un fatto rilevabile. La terza è la sorveglianza reciproca: si vive gomito a gomito con persone che ti osservano ogni giorno per anni e che hanno un vocabolario condiviso per descrivere quello che vedono.
Tempo strutturato, aspettativa esplicita di piacere, osservatori addestrati. Se aveste il compito di progettare un ambiente in cui l’anedonia diventa impossibile da nascondere, progettereste esattamente questo.
Va detto con chiarezza che si tratta di una lettura, non di una scoperta: nessuno ha misurato niente, e l’idea che il monastero funzionasse da rivelatore è un’ipotesi storiografica che offro perché mi sembra tenere, non un risultato. Però ha un corollario che regge da solo. Nei contesti opposti — dove il tempo è dettato dalla necessità, dove nessuno si aspetta che tu goda di quello che fai, dove nessuno ti guarda con attenzione — l’anedonia non è assente. È soltanto illeggibile.
La fabbrica, dove il sintomo sparisce

Il caso limite è il lavoro industriale, e qui abbiamo testimonianze che non hanno bisogno di essere interpretate.
Marx, nei manoscritti del 1844, descrive l’operaio che nel lavoro non si sente sé stesso e si sente sé stesso solo fuori dal lavoro; che nella propria attività non afferma niente e nega tutto. È filosofia, certo. Ma quasi un secolo dopo Simone Weil decide di verificare di persona, entra in fabbrica alla Renault e alla Alsthom, e tiene un diario. Quello che ne esce non è teoria: è la registrazione di un annullamento. Weil descrive la scomparsa progressiva del pensiero, l’incapacità di desiderare qualcosa al di là della fine del turno, il tempo che si contrae fino a coincidere con la cadenza della macchina.
Ecco il punto che mi interessa. Se un medico dell’epoca avesse visitato quegli operai, cosa avrebbe visto? Stanchezza. Avrebbe visto stanchezza, e avrebbe avuto ragione, perché la stanchezza c’era. L’anedonia, in un corpo esausto, è invisibile: non si distingue dalla fatica, non produce lamentela specifica, non genera domanda di cura. Semplicemente non entra nella conversazione medica.
Nello stesso decennio, invece, nelle case borghesi di New York, Londra e Parigi la neurastenia di Beard mieteva diagnosi a ripetizione. Stessa epoca, stesso paese, spesso stessa città. La differenza non era nei nervi: era nel fatto che una classe sociale aveva il tempo libero per accorgersi di non godere di niente, e i soldi per pagare qualcuno che desse un nome alla faccenda.
L’invenzione del tempo libero e il suo conto da pagare

C’è una sequenza storica che conviene tenere in fila, perché racconta molto.
Prima l’aristocrazia di corte, che sperimenta per prima l’ozio senza scopo e produce una letteratura intera sull’ennui — la noia come malattia di chi non ha niente da fare e nessuna ragione per farlo. Poi la borghesia dell’Ottocento, che inventa qualcosa di storicamente inedito: il tempo libero di massa. La domenica non lavorativa, la villeggiatura, il turismo organizzato, il romanzo d’appendice, il teatro serale. Un blocco di ore, ogni settimana, in cui non si deve fare niente di necessario e ci si deve divertire.
E la neurastenia arriva puntuale, nel 1869, come se avesse un appuntamento.
Non sto sostenendo che il tempo libero produca anedonia — sarebbe la solita scorciatoia moralistica, quella che poi finisce in editoriali sul fatto che i giovani stavano meglio quando zappavano. Sto sostenendo qualcosa di più modesto e più solido: il tempo libero produce le condizioni per accorgersene. Se non hai un’ora vuota in cui dovresti divertirti, non scopri mai che non ti diverti. La società che ha generato la maggior quantità di tempo non necessario della storia umana è anche, meccanicamente, la prima società in grado di misurare la propria incapacità di goderselo.
Il capovolgimento è tutto lì, e non ha bisogno di essere caricato.
E allora: è aumentata o no?

Arriviamo alla domanda che tutti fanno e alla quale quasi nessuno risponde onestamente.
I dati globali più solidi che abbiamo sono quelli del Global Burden of Disease. La lettura del 2021 dice una cosa che non piace a nessuno dei due schieramenti. In numeri assoluti i disturbi depressivi crescono e crescono parecchio: oltre trecentotrenta milioni di casi prevalenti nel mondo. Ma quando si standardizza per età — cioè quando si toglie l’effetto del semplice fatto che siamo più numerosi e più vecchi — il tasso non esplode affatto. Nel periodo coperto si registrano variazioni annue lievemente negative, con un rialzo concentrato nel biennio pandemico. Detto altrimenti: la maggior parte della crescita che vediamo nei titoli è demografia, non peggioramento.
Questo non fa piacere a chi vive di allarme e non fa piacere nemmeno a chi vive di rassicurazione, il che di solito è un buon segno.
Sul versante generazionale la battaglia è ancora più istruttiva. Jean Twenge ha costruito una tesi robusta e molto venduta: le coorti nate con lo smartphone in mano stanno peggio, e c’è un rapporto causale con la tecnologia. Amy Orben e Andrew Przybylski hanno risposto rianalizzando tre grandi dataset con una tecnica che esplora sistematicamente tutte le combinazioni analitiche possibili — ne hanno contate oltre seicento milioni — e hanno trovato che l’associazione tra uso della tecnologia e benessere adolescenziale esiste, è negativa, e spiega al massimo lo 0,4 per cento della varianza. Per dare la misura, hanno osservato che è un effetto paragonabile a quello di portare gli occhiali o di mangiare patate.
Chi cita solo Twenge sta omettendo Orben. Chi cita solo Orben per dire che il problema non esiste sta omettendo che un effetto piccolo su una popolazione enorme resta un effetto, e che alcune rianalisi trovano associazioni non trascurabili su esiti specifici. Non c’è una parte pulita in questa disputa, e non c’è nemmeno un pareggio comodo: c’è un fenomeno reale di grandezza molto minore di quella con cui viene venduto.
Il concetto che si allarga da solo
Poi c’è un terzo fattore, meno discusso e più insidioso, che lo psicologo Nick Haslam ha battezzato concept creep: lo slittamento dei concetti. La sua tesi, formulata nel 2016, è che una serie di nozioni psicologiche — trauma, abuso, dipendenza, bullismo, disturbo mentale — si sono espanse in due direzioni contemporaneamente. In orizzontale, arrivando a coprire fenomeni nuovi. In verticale, abbassando la soglia di gravità richiesta per applicarle.
Applicata alla nostra faccenda, l’osservazione è scomoda quanto necessaria: nel momento in cui anedonia diventa una parola di moda, comincia a coprire la domenica pomeriggio storta, la stanchezza di febbraio, la fase in cui una relazione non entusiasma più. Cioè comincia a coprire la vita. E una parola che copre la vita non seleziona più niente — esattamente il destino che è toccato alla neurastenia, e che sta toccando alla depressione. Il rischio è che l’anedonia, entrata in scena per rimediare all’inflazione di una categoria, finisca per subire la stessa inflazione nel giro di un decennio.
I numeri italiani, che non hanno bisogno di essere gonfiati
Sul nostro cortile, i dati dell’osservatorio dell’AIFA sull’uso dei medicinali fotografano una situazione che non richiede enfasi retorica. Dal 2016 sia la prevalenza d’uso sia i consumi di psicofarmaci sono più che raddoppiati. Gli antidepressivi crescono, e all’interno della categoria gli SSRI da soli valgono circa due terzi dei consumi. Il consumo è più alto nelle donne, con una forbice che si allarga con l’età fino a raddoppiare nella fascia degli anziani.
Il dato che merita di essere guardato bene è però un altro. In età pediatrica il consumo di psicofarmaci è passato, nel giro di otto anni, da poco più di venti confezioni ogni mille bambini a quasi sessanta, con la prevalenza d’uso che passa da poco più di due bambini su mille a quasi sei. Il picco è nella fascia dodici-diciassette anni.
Contemporaneamente, l’accesso alla psicoterapia pubblica resta quello che è: secondo il consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, il servizio sanitario nazionale conta poco meno di quattro psicologi ogni centomila abitanti, contro una media europea circa doppia e mezzo. E il bonus psicologo, nato con venticinque milioni nel 2022, è finito in anni successivi a cifre a una sola cifra di milioni.
Messi in fila, questi tre dati raccontano una storia che non è né quella dell’epidemia né quella della medicalizzazione, ma un incrocio delle due: cresce la domanda, cresce la risposta farmacologica perché è l’unica disponibile e rimborsabile, resta ferma la risposta relazionale perché costa di più e non è finanziata. Non serve postulare un complotto dell’industria per spiegarlo: basta l’economia sanitaria, che è più noiosa e più efficace di qualsiasi complotto.
Quello che non sappiamo, detto per intero
Alla domanda «è cambiata la distribuzione della perdita di interesse e piacere con il passare dei secoli?» la risposta onesta è che non lo sappiamo, e che chi sostiene di saperlo sta usando il passato come specchio.
Quello che possiamo dire è che sono cambiate in modo verificabile tre cose diverse: la quantità di tempo non necessario a disposizione, e quindi le occasioni per accorgersi di non goderselo; gli strumenti per misurare, dai questionari alle scale cliniche, che essendo stati inventati trovano necessariamente qualcosa; e il mercato che ha interesse a che quel qualcosa venga trovato, che comprende l’industria farmaceutica ma anche l’editoria del benessere, le app di meditazione e — con onestà — anche i giornali che ne scrivono, questo compreso.
La quarta cosa, quella che a tutti interessa davvero, cioè se le persone effettivamente provino meno piacere di quanto ne provassero i loro bisnonni, resta fuori portata. Non perché sia una domanda stupida, ma perché non esiste il dato e nessuno lo produrrà retroattivamente.
Nel frattempo, però, sta succedendo qualcosa di più concreto e più verificabile dentro la psichiatria stessa. L’anedonia ha cominciato a comparire dove non dovrebbe: nei pazienti schizofrenici e in quelli con Parkinson, nei reduci con disturbo post-traumatico e in chi ha un dolore cronico, in chi esce da una dipendenza e in chi non ha mai ricevuto una diagnosi di depressione in vita sua. Un sintomo che si trova ovunque è un sintomo che non appartiene a nessuno.
E un sintomo che non appartiene a nessuno, per un manuale diagnostico costruito interamente su categorie separate, non è un dettaglio tecnico. È un problema di fondamenta.
Nel prossimo episodio: il sintomo che non sta nelle caselle. Perché l’anedonia scardina la nosografia psichiatrica più a fondo di quanto abbia mai fatto il disturbo borderline.
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