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Il Pescatore

Ullalla ullallà

Se il disco non nasconde un’ernia non vuol dire che potrebbe fare meno male. Lasciatevelo dire e andate ad ascoltare se ve lo foste perso il disco che si chiama come un francesismo ma non accenta dove dovrebbe

Verso, espressione franzosa, titolo di disco, da non confondere con Urca, urca, e men che meno con l’Orca che delle volte risulta pure assassina. In apertura ci concediamo – come copertina recita –  alla vendittica Ullalla senza accento che, secondo voci di popolo e presupposti ai gennarinici, dice e non dice ma, sottolinea, soprattutto un verso, una movenza, un atteggiamento tipico di un personaggio canzonico di vendittica prospettiva inserito nella canzone principe del disco: Jodi e la scimmietta di cui ci apprestiamo ad ottenere un ascolto e magari pure una visione

E la storia comincia proprio qui
La puoi leggere nel cielo
Quando il sole sorge, un uomo muore
Lei canta, lei canta
“Ullalla-llalla-llalla-llalla”
“Ullalla-llalla-llalla-llalla” (lei canta, lei canta)
“Ullalla-llalla-llalla-llalla” (lei canta, lei canta)
“Ullalla-llalla-llalla-llalla” (lei canta, lei canta)
“Ullalla-llalla-llalla-llalla” (lei canta, lei canta)

Come ascoltato e poi visto e confermato sono parecchi gli ullalla dentro Jodi e la scimmietta che se poi volessimo perdere altro tempo e andare a vedere di cosa si parlava e cantava in essa canzone e esso disco ullallato scopriremo un venditti ancora – per poco – impegnato e arrabbiato qb che ammazza i presidenti, scopre gli altarini velenosi di Sevesogiusto l’altro giorno sono stati 50 anni dalla nube tossica che ha fatto scoprire all’Italia tutta che le industrie talvolta inquinano anche parecchio – e poi gli arrangiamenti chitarrici per non dire chiatarristici di Ivan Graziani – sia lode e gloria all’abbruzzese occhialuto e volante – e le batterie di Walter Calloni, vero metronomo umano ambulante e sessionista di lusso nei migliori dischi italiaci di quella seconda metà degli anni ‘70 del novecento. Non aggiungo anche perchè a questo punto sono certo che a chi non conosceva esso disco è arrivata una voglia matta e quindi buon ascolto. 

Sconfinando nell’altro Ullallà quello con l’accento, l’approccio è differente e composito. Si va dall’esclamazione ancora ampiamente diffusa nei transalpini di ogni ordine e grado, ad altri usi e costumi che hanno a che fare anche con etichette e marche, e nomi propri o comuni, soprattutto di attività e posti e cose e persone, e anche cose con persone. Nel french e senza il toast la espressione che ovviamente non è scritta come l’ho messa io, bensì onomatopeicamente Oh La Là  – con un numero variabile di La Là a seconda del contesto e del significato dell’espressione usata in base al posto – si può trovare in frasi di disappunto, oltraggiate, di apprezzamento e persino di gioia o comunque, positive. Non farò esempi e vi invito a conversarne lungamente coi vostri amici francesi. Usciti dal loop linguistico sull’Ullallà con l’accento, lo sbizzarrimento è multiplo e variegato assai. La prima svolta tutta musicale, e vedrete che svolta, quasi una parabolica

Anno 1968, zecchino d’ora dall’antoniano di Bologna che per i meno ricordanti e i colleghi non passanti per la città capoluogo dell’emilia romagna, è un complesso ecclesiastico con basilica annessa, dove però la musica e lo spettacolo la facevano e, credo, la facciano ancora, da padrone o padrona fate voi. In epoca remota un giovine me, si ritrovette a passare ed esplorare in essi luoghi e ne riportò grande ispirazione e anche ammirazione. Assieme all’ambientazione religiosamente ineccepibile in tali posti stavano anche apparecchiature elettroniche all’avanguardia per studi di registrazione molto professionali ed evoluti assai, oltre a teatri di posa che nemmeno mamma rai stessa medesima aveva all’epoca così aggiornati e all’avanguardia. Non a caso io vi capitai senza sapere dove mi trovassi mentre cercavo uno studio di registrazione, in quel di Bologna. Solo dopo capitti o capei, o caperri. Altri tempi, altre emozioni. Ebbene come avete avuto modo di vedere voi stessi in quell’anno lontano all’Antoniano andava in scena un Ullallà cantato e suonato in forma di valzer e con una minuscola di nome e di fatto Cristina D’Avena solista, proprio lei, issa medesima, all’epoca meno che quattrenne. La stessa D’Avena delle sigle a cartoni e dei concerti con folle oceaniche a tutt’oggi.  

La chiusura all’uopo e al dolce – senza frutta e caffè per il momento – ce la fornisce uno spot, anzi, un carosello, fine anni ‘50, di una marca di dolci, caramelle e pure panettoni:  l’Alemagna,  che già detto così potrebbe stare simpatica anche a chi non la conosce.  Battute a parte,  trattasi di commercial celeberrimo, andato in onda nel celebre programma pubblicitario della Rai Tv fra il 1958 e il 1965. Per   sette anni ininterrotti le storie sempre nuove e diverse dedicate ai prodotti dolciari di suddetta ditta nordica, erano raccontati  da due attori di teatro, cinema e televisione,  già noti e celebrati dal grande pubblico, come Lia Zoppelli ed Enrico Viarisio. Essi loro medesimi  litigavano e si punzecchiavano in tv, salvo poi far la pace con una caramella gustosa – le charms – oppure una fetta di panettone. L’headline della campagna, direbbero i meglio informati, noi no, noi, no,  era costituito dalla  frase celeberrima: Ullallà, è una cuccagna. Et voilà il gioco è fatto. Segue carosello e buon proseguimento. Bye


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