Riassunto
Gli statistici la chiamano violenza unilaterale: chi ha le armi uccide chi non le ha, senza una battaglia da raccontare. Nel 2025 questa colonna del bilancio è quintuplicata, da circa 14.300 a 76.500 morti, il livello più alto dal 1994, con El Fasher come motore principale. I bambini colpiti sono oltre ventiquattromila, e per la prima volta i principali responsabili sono forze governative, non milizie. Ospedali e scuole subiscono attacchi in crescita, mentre la risoluzione 2286 votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza resta, con eleganza, sulla carta. Senza dimenticare che anche i contatori ufficiali sono un pavimento e non un soffitto, e che le liste nere dell’ONU si negoziano.
Il conflitto sudanese comincia il 15 aprile 2023 come resa dei conti fra due generali che avevano fatto insieme un colpo di Stato: Abdel Fattah al-Burhan, alla guida dell’esercito regolare, e Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemedti, comandante delle Forze di Supporto Rapido, la milizia nata dalle ceneri dei Janjaweed che vent’anni fa bruciavano i villaggi del Darfur. Nel 2025 è stato, insieme a Ucraina e Gaza, una delle tre guerre più letali del mondo, e il motore principale di quella quintuplicazione della violenza contro i civili di cui si parlava nell’episodio precedente. Per il lettore europeo medio, tuttavia, la sua esistenza si riduce a qualche fotografia di tende nel deserto.
Il nome che dovrebbe restare è El Fasher, capoluogo del Nord Darfur, rimasto sotto assedio per diciotto mesi e caduto a fine ottobre 2025 nelle mani delle RSF. Quello che è successo dopo è stato documentato in parte dagli stessi esecutori, che si riprendevano con lo smartphone, e in parte dai satelliti, che hanno fotografato dall’alto macchie di sangue sul terreno. Nel gennaio 2026 la procura della Corte penale internazionale ha valutato che in città fossero stati commessi crimini contro l’umanità e crimini di guerra; il 19 febbraio la missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le azioni delle RSF contro le comunità Fur e Zaghawa presentavano i tratti distintivi del genocidio. Gli Stati Uniti avevano già qualificato come genocidio la condotta delle RSF nel gennaio 2025. Fra i dispersi della città ci sono anche giornalisti locali, rapiti durante la presa: nessuna guerra resta invisibile per caso, e qualcuna viene resa invisibile con metodo.

Il principale sponsor delle RSF, secondo le conclusioni convergenti degli esperti delle Nazioni Unite, del governo statunitense, di Amnesty International e di Human Rights Watch, sono gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sempre negato. Le prove indiziarie, però, si sono accumulate con una certa ostinazione: armamenti cinesi che risultano esportati soltanto ad Abu Dhabi ritrovati sul campo di battaglia, voli cargo verso la pista di Amdjarass, nel Ciad orientale, ufficialmente dedicata agli aiuti umanitari, rotte logistiche attraverso la Cirenaica del generale Haftar, mercenari colombiani reclutati tramite società registrate negli Emirati e collocati da più inchieste nei dintorni di El Fasher proprio nei giorni della caduta. Il 3 febbraio 2026 gli stessi Emirati hanno annunciato cinquecento milioni di dollari di aiuti umanitari per il Sudan, un gesto che i critici hanno paragonato a quello del piromane che si presenta col secchio, e che i diplomatici hanno accolto con il garbo che si deve a un donatore generoso.

Sull’altro fronte, l’esercito regolare riceve sostegno da Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Iran, che fornisce droni; la Russia, nei primi tempi, ha venduto a entrambe le parti con encomiabile imparzialità. Amnesty ha trovato sul terreno armi prodotte in Serbia, Russia, Cina, Turchia, Yemen ed Emirati, un campionario che basterebbe a smentire chiunque voglia raccontare questa guerra come un capitolo dello scontro fra blocchi. Né l’esercito di al-Burhan è un buono di riserva: bombarda mercati e ospedali nelle zone controllate dai rivali, e Washington lo ha accusato nel 2025 di aver usato armi chimiche. Sotto il tavolo si muovono l’oro sudanese e la gomma arabica, l’emulsionante che finisce nelle bibite gassate e nelle caramelle di mezzo mondo e di cui il Sudan è di gran lunga il primo produttore.

La ciliegina è diplomatica. Il gruppo di mediatori chiamato a negoziare la tregua comprende Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, motivo per cui l’esercito sudanese ha rifiutato sostenendo che non si può essere giudice e parte, dimenticando con tempismo perfetto che il Cairo sta dalla sua. Intanto il paese è diventato la più grande crisi di sfollamento del pianeta, con oltre dodici milioni di persone sradicate, e nel campo di Zamzam, alle porte di El Fasher, la carestia è stata dichiarata ufficialmente nel 2024: una delle pochissime dichiarazioni di questo tipo negli ultimi vent’anni, passata nei nostri notiziari con la durata di un lancio d’agenzia.
Perché il Sudan non buca lo schermo? Non per la distanza, che non ha mai impedito ai media di appassionarsi a una crisi quando conveniva. Il Sudan non buca lo schermo perché non offre un cattivo utile a nessuno. Per la narrazione istituzionale occidentale gli Emirati sono un cliente, un investitore e un partner strategico; l’Italia stessa, che nel 2021 aveva revocato le licenze per l’esportazione di bombe e missili verso Abu Dhabi e Riad, ha smontato quel blocco nel giro di un paio d’anni, e nel 2025 ha accolto con tutti gli onori annunci di investimenti emiratini nell’ordine delle decine di miliardi. Per la controinformazione che legge ogni guerra come un episodio della lotta fra la NATO e il resto del mondo, il Sudan è altrettanto scomodo, perché sul palco ci sono Russia e Iran, Turchia e monarchie del Golfo, e l’Occidente vi compare soltanto di sbieco. È una guerra orfana di entrambe le tifoserie, e una guerra senza tifosi non fa ascolti.

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