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Cover Stories - Temi di riflessione

Stupido di Mezzosangue: analisi di un brano da Viscerale

Riflessioni su “Stupido”, brano dall’album Viscerale di Mezzosangue. La ricerca di autenticità in un mondo mercificato, la riduzione della fede a religione, il paradosso del dissenso assorbito dal sistema. Una riflessione su come l’arte possa tenere vive domande senza offrire risposte.

Mezzosangue e il testimone del dissenso nell’era digitale

Qui su Il Franti abbiamo già parlato di Mezzosangue e del suo modo di fare musica a volto coperto in questo articolo(1).

Ora ci concentriamo sul brano Stupido, contenuto nell’album Viscerale (2025), per esplorare come si inserisce nel filo rosso della musica del dissenso e quali riflessioni può stimolare.


Premessa: una delle tante riflessioni possibili

Non sappiamo se ciò che segue corrisponda a quello che Mezzosangue intende esprimere. Forse sì, forse no, forse in parte. Ciò che è certo è che la sua musica, il suo modo di essere artista a volto coperto, apre spazi di riflessione. E queste riflessioni possono prendere direzioni diverse a seconda di chi ascolta, di cosa porta con sé, di quali domande già si pone. Altri ascolteranno le stesse parole e vedranno, sentiranno, penseranno altro oppure no, ad ognuno il suo.

E va bene così. Forse è proprio questo il segno di un’arte che funziona: non imporre un significato, ma aprire spazi dove i significati possono emergere, moltiplicarsi, contaminarsi e le persone incontrarsi.

“Stupido”: l’anatomia della consapevolezza?

Stupido è un brano che ragiona sul ragionare. L’artista che si interroga sull’atto stesso di interrogarsi, sulla stupidità intrinseca del cercare senso in un mondo strutturalmente insensato.

Il testo procede per accumulo di stupidi: stupide le canzoni, stupidi i pareri, stupide le emozioni, stupida la noia, stupido il mondo e chi gli appartiene. Ma anche stupido chi lo distrugge e chi lo mantiene. Non c’è via d’uscita nel giudizio: tutto è assurdo, compreso il tentativo di non esserlo.

La vera potenza del brano sta nella sua lucidità nichilista temperata dalla ricerca. Mezzosangue non offre soluzioni, come non ne offriva chi prima di lui ha posto le stesse domande. Ciò che passa di mano in mano in questa staffetta invisibile non è una risposta, è una domanda: “Come si vive autenticamente in un mondo falso?”

La ricerca del “più”

Il ritornello del brano è un’ascesa continua verso ciò che trascende la materialità e le scelte binarie del quotidiano:

“Perché cerco di più, più di una scelta, più dell’eternità, poco più su
Dove il potere non cambia il valore di quello che sei
Più della fine, sì più della verità, più di quaggiù
Più di essere me”

Questa tensione verticale è una ricerca che trascende il quotidiano, potrebbe essere esistenziale, spirituale, filosofica. O semplicemente umana.

Mezzosangue aspira a uno spazio mentale, spirituale, sociale dove l’autenticità possa esistere fuori dalla logica del mercato. È il desiderio di quei rivoli d’acqua limpida che scorrono paralleli al fiume torbido del sistema: luoghi dove si rispetta ciò che ognuno porta nella propria anima, dove il potere non cambia il valore di ciò che si è, dove l’acqua resta pura perché il torbido non può entrare.

Ma l’artista sa che questa ricerca è paradossale.

“Perché stupido è dirlo, forse pensarlo, forse più stupido è contrastarlo.”

C’è la consapevolezza che anche il tentativo di sfuggire all’assurdo può essere assurdo. Eppure si continua a cercare, perché smettere sarebbe peggio.

La critica alla riduzione del sacro

In Stupido emerge uno dei temi più potenti e meno scontati: la critica alla riduzione del sacro a sistema.

Mezzosangue punta il dito contro due forme di impoverimento: quella della scienza che riduce la creazione al creato, e quella della mente che riduce la fede alla religione.

La distinzione è cruciale. La creazione è atto, mistero, processo vitale, il creato è solo la materialità risultante. La fede è esperienza autentica, ricerca personale, apertura al trascendente, la religione è istituzione, dogma, sistema codificato.

È la stessa logica di riduzione che il brano denuncia in ogni ambito: il sistema che assorbe tutto, anche ciò che dovrebbe sfuggirgli.

Come il dissenso viene mercificato, così la dimensione spirituale viene istituzionalizzata, imbrigliata, resa controllabile.

La fede diventa religione, l’esperienza del divino diventa dottrina, il mistero diventa certezza confezionata.

E quando Mezzosangue dice di scrivere “a Dio” con due parole, e ammette che forse lo stupido è lui, c’è tutta la consapevolezza di questo paradosso: anche il tentativo di rivolgersi al divino, di cercare il sacro, può essere ridicolizzato, svuotato, considerato ingenuo.

Ma la ricerca continua lo stesso, perché l’alternativa, accettare solo il creato senza la creazione, la religione senza la fede, sarebbe una resa ancora più stupida.

È forse questa la dimensione “poco più su” che cerca il ritornello: uno spazio dove il sacro può esistere al di fuori delle sue codificazioni istituzionali, dove la fede non debba trasformarsi in religione per essere legittima, dove la creazione possa essere riconosciuta oltre il creato.

Il testimone

Mezzosangue, cantando a volto coperto, sembra invitare chi ascolta a concentrarsi sul messaggio, non sul messaggero. Crea uno spazio dove il culto della personalità, forma primaria di mercificazione nell’era digitale, viene messo in discussione. Certo, anche questo può diventare strategia di marketing.

Ma nell’intento, nel gesto simbolico, c’è il tentativo di creare un rivolo limpido: uno spazio dove conta ciò che si dice, non chi lo dice o come appare.

La generazione a cui appartiene Mezzosangue ha compreso il paradosso costitutivo della loro posizione: criticano il capitalismo mentre vendono dischi, denunciano il sistema mentre ne fanno parte, parlano di marginalità da palchi sempre più grandi.

Ma forse proprio questa consapevolezza del paradosso è ciò che rende il loro lavoro importante.

Non fingono di essere fuori dal sistema. Non propongono rivoluzioni impossibili. Testimoniano. Dicono “io sono qui e non ci sto”, anche sapendo che questo “non ci sto” è detto dall’interno.

La consapevolezza come unico capitale

Ciò che rende Stupido un brano significativo non è la radicalità delle sue posizioni, non ce ne sono, volutamente, ma la lucidità della sua autocoscienza.

Mezzosangue sa che anche lui fa parte del gioco. Sa che etichettare tutto come assurdo è a sua volta un atto che può sembrare privo di senso. Lo ammette esplicitamente:

“E’ con due parole che scrivo ‘a Dio’, e forse lo stupido sono io.”

Questa consapevolezza è l’unico capitale reale che resta a chi fa arte del dissenso nell’epoca del consenso del dissenso.

Non si può uscire dal sistema.

Ma si può testimoniare di esserne consapevoli.

E questa testimonianza, per quanto piccola e fragile, per quanto destinata ad essere assorbita e commercializzata, è ciò che passa di mano in mano nella staffetta.

Ma è anche possibile che tutte queste sovrastrutture interpretative siano solo nostre. Forse per Mezzosangue è semplicemente questione di fare musica che sente, dire cose che pensa, esistere artisticamente. E questo non toglie nulla al valore del suo lavoro anzi, forse lo rafforza.

Conclusione: il testimone continua a correre

Il testimone del dissenso continua a passare attraverso le generazioni. Cambiano i linguaggi, dalla chitarra acustica al beat trap, ma le stesse domande esistenziali ritornano, si trasformano, si ripropongono.

L’anonimato di Mezzosangue non è una soluzione a questo paradosso. È un modo di abitarlo, di renderlo visibile, di farne materia artistica. Posso nascondere il volto, ma non posso nascondere la contraddizione. E allora la metto al centro, la canto, la analizzo fino allo sfinimento.

Stupido è un brano che non offre risposte perché sa che non ce ne sono.

Ma nell’atto stesso di porre le domande, di mantenere viva la tensione, di restare in equilibrio tra emozioni contrastanti, risiede il suo valore.

Forse tutto questo apparato interpretativo è solo il nostro bisogno di dare senso, di costruire narrazioni. Ma se la musica di Mezzosangue permette queste riflessioni, se apre questi spazi di pensiero, se stimola queste connessioni, questo è già prezioso.

Perché forse è proprio questo il compito dell’arte: non dare risposte, ma rendere possibili domande. Non imporre significati, ma creare spazi dove i significati possono nascere, anche quelli che l’artista non aveva previsto.

Stupido fa esattamente ciò che il titolo promette: ci rende consapevoli della stupidità di cercare risposte definitive. Ci invita a restare nella domanda, nel dubbio, nella tensione.


(1) 5 Verità su Mezzosangue che Vanno Oltre la Maschera

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Link a Viscerale

La foto in evidenza è Di Bruno https://www.flickr.com/photos/pek/49443574848/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=177580272


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Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
Massimo V.A. Manzari
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Massimo V.A. Manzari

Knowledge broker e membro del team ideativo di Il Franti. — <a href="https://www.massimomanzari.it">Sito personale</a>