L’uscita il 10 dicembre di “Nulla di bello” di Promessa ft. 22simba & Flaco G è l’occasione per continuare la conversazione sulla musica del consenso del dissenso, e per scoprire che il bello, in realtà, c’è. Basta saper ascoltare.
Torno a parlare del testimone invisibile. Quello che scorre di mano in mano da Gaber a Mezzosangue, da Lolli ad Artie 5ive, quello che corre su piste parallele attraverso le voci femminili di Madame e M¥SS KETA. Quel testimone che, come scrivevo qualche settimana fa, non si è mai interrotto perché Gaber e i primi rapper italiani correvano già insieme, contemporanei, non successori.
Ebbene, quel testimone ha appena cambiato mano di nuovo.
“NULLA DI BELLO” è uscito il 10 dicembre 2025. Lo firma Promessa con il featuring di 22simba e Flaco G, tre voci della nuova generazione urban italiana che si ritrovano su un beat lento, profondo, avvolgente, per dire qualcosa che suona già familiare: “Qua nulla di bello.”
Chi impugna il testimone
Promessa, Pietro Messa, classe 2003, cresciuto nella zona Bicocca di Milano, è già stato inserito nella Players Club ’25 di Night Skinny, la posse track presentata in anteprima al Forum di Assago lo scorso aprile davanti a un sold out. Una consacrazione che arriva dopo anni di freestyle pubblicati durante la quarantena, singoli indipendenti, e un EP (Vite Sgrammate) che Amazon Music ha scelto per il programma Breakthrough 2025.
Nella sua prima intervista, Promessa ha detto qualcosa che mi ha colpito: “Vorrei che chi si approccia alla nostra musica lo faccia pensando che chi la fa spesso racconta qualcosa di molto personale. ll rap è una cena con te stesso, non un banchetto con dodici persone al tavolo. Io scrivo soltanto da solo, e mi incazzo quasi se qualcuno si mette in mezzo perché non troverei la mia verità: quello con la scrittura è il mio momento più intimo.”
Questa affermazione mi riporta al tema del diario personale, e a Gaber. A quella solitudine del teatro-canzone, a quel dialogo intimo con lo spettatore che escludeva il rumore del mondo per cercare l’autenticità del momento.
22simba, Andrea Meazza classe 2002, viene dalla provincia di Varese. Ha trasformato l’isolamento del titolo del suo primo progetto (Isolamento Di Gruppo) in un modo per creare comunità, convertendo il vuoto sociale in spinta creativa. Nel 2025 ha collaborato persino con Marracash, dimostrando che il testimone del dissenso può passare anche verticalmente, tra generazioni che si riconoscono.
Flaco G, Luca Pizzi classe 2001, è cresciuto nel quartiere Famagosta di Milano. Ha iniziato con le battle freestyle, ha forgiato uno stile che richiama la vecchia scuola inserendola in una cornice trap contemporanea. Nel suo EP Gold Fella convivono sonorità americane e aperture melodiche, street attitude e vulnerabilità.
Il paradosso che ritorna
“Qua nulla di bello.”
Questa frase, ripetuta ossessivamente nel ritornello come un mantra, è una dichiarazione di sopravvivenza emotiva. Il brano racconta relazioni difficili, errori che tornano a bussare alla porta, delusioni che segnano e sogni che sembrano irraggiungibili.
Ma ecco il punto: non è rassegnazione. È consapevolezza.
E dalla consapevolezza si può costruire qualcosa. Senza consapevolezza si è trascinati nel conformismo, nel flusso torbido che tutto omologa.
È la stessa consapevolezza che cantava Lolli quando parlava di morte negli occhi, la stessa tensione di Battiato tra sesso e castità, lo stesso rifiuto della narrazione dominante di Gaber.
Le domande sono rimaste identiche a quelle che ponevo negli articoli precedenti: “Come si vive autenticamente in un mondo falso? Come si resta umani in un sistema che ci vuole ingranaggi? Come si trova senso nel vuoto?”
Diari personali che diventano manifesti
C’è qualcosa che mi colpisce profondamente in brani come questo: sono sempre diari personali resi pubblici.
Pagine intime che una volta condivise diventano inni in cui migliaia di giovani si riconoscono. Manifesti generazionali nati da esperienze individuali, da quel scrivere “da solo” per “trovare la propria verità” di cui parla Promessa nell’intervista a Billboard Italia.
Eppure, puntualmente, arriva chi bolla questi diari come volgari, violenti, confrontandoli con i cantori attuali del consenso e di sogni rassicuranti. Storie diverse, mondi diversi.
Ma questi attributi, volgari e violenti, appartengono in realtà ai conformisti che vivono ancorati al passato. A chi si infastidisce di fronte a ciò che viene raccontato, a quelle verità scomode che andrebbero invece riconosciute, accolte, superate insieme.
Perché ciò che emerge in “Nulla di Bello” non è un capriccio generazionale. È il sintomo di contraddizioni sociali che non abbiamo risolto, che ci trasciniamo da decenni, che Gaber denunciava già cinquant’anni fa.
Demonizzare il linguaggio significa rifiutarsi di ascoltare il messaggio.
Una nenia per svegliarsi
C’è poi la questione del suono.
Quel beat lento, quei bassi morbidi, quei synth profondi creano una nenia ipnotica che avvolge l’ascoltatore. Una cantilena quasi cullante, una ninna nanna moderna.
Ma è una ninna nanna al contrario.
Non serve ad addormentare, ma a svegliare.
Il ritmo ripetitivo di quel “qua nulla di bello” non anestetizza: scuote. È un mantra che entra sottopelle, che costringe a fermarsi e guardare in faccia la realtà. La melodia avvolgente diventa veicolo per parole che tagliano, per verità che disturbano chi preferisce dormire nel conformismo.
È la stessa tecnica, in fondo, del teatro-canzone di Gaber: usare la forma accogliente della canzone per veicolare contenuti scomodi. Solo che qui la forma è trap, il palco è Spotify, e il pubblico scorre con il pollice.
E tuttavia, ecco il paradosso del consenso del dissenso che si ripresenta puntuale. “Nulla di Bello” esce per Universal Music Italia attraverso EMI Records. Promessa è stato selezionato da Amazon Music. Il Forum di Assago era sold out.
Il sistema assorbe, metabolizza, vende.
Come scrivevo, il dissenso viene depotenziato proprio perché viene riconosciuto, istituzionalizzato, trasformato in prodotto culturale.
Ma qualcosa resta
Eppure, c’è qualcosa in questo brano che sfugge alla mercificazione completa.
È il modo in cui tre percezioni diverse dello stesso mondo entrano in dialogo. È quella produzione essenziale che lascia spazio alle parole. Sono quei bassi morbidi e synth profondi che accompagnano i versi senza sovrastarli.
È, soprattutto, quella scintilla di resistenza che emerge tra le righe: nonostante tutto, i protagonisti continuano a camminare.
Non è una soluzione. Non è una rivoluzione.
È quella tensione da mantenere viva di cui parlavo, quell’equilibrio instabile tra dentro e fuori, tra palco e casa, tra ascolto e incontro.
Promessa che scrive “da solo” per trovare la sua verità. 22simba che trasforma l’isolamento in fratellanza. Flaco G che porta il peso della periferia milanese mescolandolo a squarci melodici.
Sono rivoli d’acqua limpida che scorrono dentro un sistema torbido.
La staffetta continua
La domanda de Il Franti risuona ancora: “Se la canzone del dissenso dagli anni ’70 metteva a nudo le contraddizioni sociali, perché oggi sono rimaste identiche e abbiamo pure meno spazi di azione?”
Non ho una risposta definitiva.
Ma forse “Nulla di Bello” offre un indizio: riconoscere ciò che non va è il primo passo per provare a cambiare la propria storia.
Partire dalla consapevolezza del torbido per cercare l’acqua limpida. Trasformare il diario personale in manifesto collettivo non per compiacersi del disagio, ma per superarlo insieme.
Anche se il titolo sembra suggerire solo negatività, in quel “qua nulla di bello” ripetuto come un mantra si nasconde una presa di coscienza che è già, di per sé, un atto di resistenza.
Il testimone corre ancora.
Corre nelle stanze dove un ventenne scrive da solo cercando la sua verità. Corre nella provincia di Varese dove l’isolamento diventa comunità creativa. Corre a Famagosta dove le battle freestyle forgiano nuove voci.Corre dovunque.
E forse, proprio in questi rivoli che scorrono silenziosi mentre il fiume torbido fa rumore, corre davvero qualcosa di diverso.
“Qualcosa di bello che viene dal nulla di bello”
Come per i precedenti articoli, questa non è una lista completa. Mancano voci, mancano nomi, mancano percorsi. Ma il punto resta: ammettere che la squadra della staffetta è più numerosa di quanto pensassimo.
Il testimone sta correndo anche là dove non stiamo guardando.
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