Unitre, Auser, centri anziani, balere: perché le tribù più grandi, solide e longeve d’Italia hanno l’età media più alta
Nel 1975, a Torino, parte la prima Università della Terza Età italiana. Due corsi — psicologia e medicina, storia e arte del Piemonte — e venti iscritti. Nel gennaio 1982, sempre a Torino, si costituisce l’Associazione Nazionale Università della Terza Età. Oggi le sedi Unitre sono circa 370 in tutta Italia, con centomila iscritti, e l’età minima per iscriversi è diciotto anni: è per questo che ha aggiunto al nome la formula “Università delle Tre Età”. Da una segreteria torinese di via Carena è uscita la più grande scuola per adulti del paese, senza esami, senza titoli di studio richiesti e senza voti.
Vale la pena fermarsi un istante sul paradosso pedagogico, perché è enorme. In Italia i giovani studiano in un sistema che seleziona, misura e boccia, e in larga parte lo detestano. Gli anziani studiano in un sistema che non seleziona, non misura e non boccia, e ci vanno volontariamente pagando una quota. Sono gli stessi contenuti — storia dell’arte, letteratura, lingue, medicina divulgativa — serviti in due dispositivi opposti. Chiunque si occupi seriamente di scuola dovrebbe passare un pomeriggio in un’aula Unitre e chiedersi perché lì nessuno guarda l’orologio.

Accanto all’Unitre c’è il resto della galassia, ed è imponente. L’Auser, nata nel 1989 per iniziativa della Cgil e del sindacato pensionati Spi, conta circa 295.000 soci e quasi 47.000 volontari in oltre millecinquecento sedi, con il numero verde Filo d’Argento come rito quotidiano contro la solitudine. L’ANCeSCAO federa oltre un migliaio di centri sociali per anziani, eredi diretti delle case del popolo e dei circoli parrocchiali. I sindacati dei pensionati — SPI-Cgil e FNP-Cisl in testa — contano insieme milioni di iscritti: più di qualunque altra organizzazione volontaria italiana, di gran lunga.
Mettiamo in fila i numeri di questo dossier e guardiamoli con onestà. La più grande tribù giovanile italiana ha 182.000 iscritti. La più grande tribù di anziani ne ha milioni. La prima è organizzata da adulti; la seconda si organizza da sola. La prima riceve attenzione mediatica costante; la seconda compare nei giornali solo come categoria da compatire o da difendere.
Poi c’è la parte che non si conta e che vale forse più di tutte: le bocciofile, i tavoli di scopa e di burraco, i gruppi di ballo delle sagre, le balere della Romagna e della pianura padana in cui il liscio di Casadei — Romagna mia è del 1954 — regge da settant’anni. Sono luoghi in cui ottantenni si corteggiano, gerarchie di quartiere si stabiliscono su una partita a briscola, e la reputazione si costruisce con la stessa serietà con cui in una curva si conquista uno striscione. Nessun censimento li rileva perché non hanno tessera, ma sono l’ultimo tessuto tribale a chilometro zero rimasto in Italia.

E infine c’è la tribù più nuova del dossier, che ci pare la più commovente: i nonni digitali. Gruppi WhatsApp dei compagni di classe del 1958, gruppi Facebook di quartiere con decine di migliaia di iscritti, nonne che aprono un profilo TikTok. Gente che ha imparato dai nipoti la grammatica di un tribalismo che i nipoti stessi praticano peggio, perché nel gruppo dei compagni del 1958 nessuno se ne va dopo una stagione.
Una nota finale che riguarda chi legge, di qualunque età sia. Tutte queste organizzazioni condividono un tratto che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politiche sociali: non offrono servizi, offrono un motivo per uscire di casa a un’ora precisa. L’Auser lo dice esplicitamente nel suo slogan. Non è assistenza: è appartenenza. E l’appartenenza, a differenza dell’assistenza, non si può erogare per decreto — si può solo permettere che accada, cosa che costa infinitamente meno e che in Italia riesce sempre più difficile.












