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Serie · 9 capitoli

Il Paese delle Tribù

Capitolo 01

IL PAESE DELLE TRIBÙ 8 — TORINO 1975: LA TRIBÙ CHE HA INVENTATO LA VECCHIAIA

IL PAESE DELLE TRIBÙ 8 — TORINO 1975: LA TRIBÙ CHE HA INVENTATO LA VECCHIAIA

Unitre, Auser, centri anziani, balere: perché le tribù più grandi, solide e longeve d’Italia hanno l’età media più alta

Nel 1975, a Torino, parte la prima Università della Terza Età italiana. Due corsi — psicologia e medicina, storia e arte del Piemonte — e venti iscritti. Nel gennaio 1982, sempre a Torino, si costituisce l’Associazione Nazionale Università della Terza Età. Oggi le sedi Unitre sono circa 370 in tutta Italia, con centomila iscritti, e l’età minima per iscriversi è diciotto anni: è per questo che ha aggiunto al nome la formula “Università delle Tre Età”. Da una segreteria torinese di via Carena è uscita la più grande scuola per adulti del paese, senza esami, senza titoli di studio richiesti e senza voti.
Vale la pena fermarsi un istante sul paradosso pedagogico, perché è enorme. In Italia i giovani studiano in un sistema che seleziona, misura e boccia, e in larga parte lo detestano. Gli anziani studiano in un sistema che non seleziona, non misura e non boccia, e ci vanno volontariamente pagando una quota. Sono gli stessi contenuti — storia dell’arte, letteratura, lingue, medicina divulgativa — serviti in due dispositivi opposti. Chiunque si occupi seriamente di scuola dovrebbe passare un pomeriggio in un’aula Unitre e chiedersi perché lì nessuno guarda l’orologio.

Accanto all’Unitre c’è il resto della galassia, ed è imponente. L’Auser, nata nel 1989 per iniziativa della Cgil e del sindacato pensionati Spi, conta circa 295.000 soci e quasi 47.000 volontari in oltre millecinquecento sedi, con il numero verde Filo d’Argento come rito quotidiano contro la solitudine. L’ANCeSCAO federa oltre un migliaio di centri sociali per anziani, eredi diretti delle case del popolo e dei circoli parrocchiali. I sindacati dei pensionati — SPI-Cgil e FNP-Cisl in testa — contano insieme milioni di iscritti: più di qualunque altra organizzazione volontaria italiana, di gran lunga.
Mettiamo in fila i numeri di questo dossier e guardiamoli con onestà. La più grande tribù giovanile italiana ha 182.000 iscritti. La più grande tribù di anziani ne ha milioni. La prima è organizzata da adulti; la seconda si organizza da sola. La prima riceve attenzione mediatica costante; la seconda compare nei giornali solo come categoria da compatire o da difendere.
Poi c’è la parte che non si conta e che vale forse più di tutte: le bocciofile, i tavoli di scopa e di burraco, i gruppi di ballo delle sagre, le balere della Romagna e della pianura padana in cui il liscio di Casadei — Romagna mia è del 1954 — regge da settant’anni. Sono luoghi in cui ottantenni si corteggiano, gerarchie di quartiere si stabiliscono su una partita a briscola, e la reputazione si costruisce con la stessa serietà con cui in una curva si conquista uno striscione. Nessun censimento li rileva perché non hanno tessera, ma sono l’ultimo tessuto tribale a chilometro zero rimasto in Italia.

E infine c’è la tribù più nuova del dossier, che ci pare la più commovente: i nonni digitali. Gruppi WhatsApp dei compagni di classe del 1958, gruppi Facebook di quartiere con decine di migliaia di iscritti, nonne che aprono un profilo TikTok. Gente che ha imparato dai nipoti la grammatica di un tribalismo che i nipoti stessi praticano peggio, perché nel gruppo dei compagni del 1958 nessuno se ne va dopo una stagione.

Una nota finale che riguarda chi legge, di qualunque età sia. Tutte queste organizzazioni condividono un tratto che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politiche sociali: non offrono servizi, offrono un motivo per uscire di casa a un’ora precisa. L’Auser lo dice esplicitamente nel suo slogan. Non è assistenza: è appartenenza. E l’appartenenza, a differenza dell’assistenza, non si può erogare per decreto — si può solo permettere che accada, cosa che costa infinitamente meno e che in Italia riesce sempre più difficile.

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Capitolo 02

IL PAESE DELLE TRIBÙ 7 — L'ADUNATA DEGLI UOMINI CHE NON HANNO FATTO LA GUERRA

IL PAESE DELLE TRIBÙ 7 — L'ADUNATA DEGLI UOMINI CHE NON HANNO FATTO LA GUERRA

Trecentoquindicimila Alpini, quattromiladuecento gruppi, e una domanda: cosa succede a una tribù quando finisce l’esperienza che la fondava?


L’Associazione Nazionale Alpini nasce a Milano l’8 luglio 1919 con ottocento iscritti reduci dalla Grande Guerra. Al 31 dicembre 2025 conta 314.999 iscritti: 224.092 soci e 90.907 tra aggregati e amici degli alpini, organizzati in 80 sezioni italiane, 30 all’estero e 4.243 gruppi. Nessun partito, nessun sindacato di categoria, nessun movimento italiano contemporaneo si avvicina a questa capillarità territoriale.
Ora il dettaglio che rende la faccenda affascinante. Secondo una rilevazione della stessa associazione, l’ottantasette per cento dei soci non ha mai preso parte a un conflitto: ha svolto il servizio militare in tempo di pace. E poiché la leva obbligatoria è sospesa da quasi vent’anni, l’associazione stessa segnala apertamente la contrazione dovuta alla mancanza di ricambio. È l’unica tribù di questo dossier che conosce con precisione matematica la propria data di scadenza.
Cosa tiene in piedi, allora, trecentomila persone attorno a un’esperienza che i più non hanno vissuto e che i nuovi non potranno più vivere? Tre cose, e nessuna è la nostalgia militare.
La prima è il lavoro. La protezione civile alpina è intervenuta in quasi tutte le emergenze italiane a partire dal terremoto del Friuli del 1976; l’associazione contabilizza oltre due milioni di ore annue di volontariato non retribuito. Detto in termini brutali: il paese ha a disposizione una riserva organizzata, disciplinata e gratuita di decine di migliaia di uomini abituati a montare un campo. Nessun governo ha mai fatto seriamente i conti con cosa significherà, tra vent’anni, non averla più.


La seconda è il rito. L’Adunata nazionale — Biella nel 2025, Genova nel 2026, Brescia nel 2027 — è il più grande carnevale sobrio d’Italia: una città invasa da centinaia di migliaia di persone con lo stesso cappello, che cantano gli stessi cori e piangono per gli stessi morti. È un rito funebre travestito da festa, e funziona da oltre un secolo.
La terza è il cappello. Va detto senza ironia, perché è il punto teorico: nessuna tribù sopravvive senza un oggetto che non si può comprare. La griffe del maranza si compra — anzi, si contraffà. Il cappello con la penna no: si ottiene solo avendo fatto una cosa precisa, in un luogo preciso, per un tempo preciso. La sua scarsità è garantita dallo Stato, ed è per questo che vale. La fine della leva ha prodotto un effetto collaterale che nessuno aveva calcolato: ha reso quel cappello un bene in via di esaurimento, e quindi ha aumentato il suo valore simbolico proprio mentre ne diminuiva il numero.
Attorno agli Alpini ruota l’intera galassia dei corpi in congedo — Carabinieri, Bersaglieri, Marinai, Paracadutisti — che replicano la stessa struttura su scala minore. Ed è una peculiarità italiana degna di studio: pochi paesi europei hanno trasformato la coscrizione obbligatoria in un’associazione volontaria a vita. La spiegazione più convincente è che per milioni di maschi italiani del Novecento la naja è stata l’unica esperienza collettiva, interclassista e nazionale della loro biografia. L’unico momento in cui il ragazzo di Ragusa e quello di Belluno hanno dormito nella stessa stanza. Un paese che non ha mai avuto un servizio civile universale di pari scala ha trasformato in tribù l’unica cosa che aveva.


Resta la domanda che dà il titolo al pezzo, e che non riguarda solo gli Alpini. Quando l’esperienza fondativa si esaurisce, la tribù può fare due cose: sciogliersi con dignità, oppure aprire le porte a chi quell’esperienza non l’ha fatta. Gli Alpini hanno scelto la seconda, e infatti oltre novantamila dei loro iscritti sono aggregati e amici. È una scelta di sopravvivenza intelligente e insieme una mutazione: il giorno in cui gli aggregati supereranno i soci, l’associazione degli Alpini sarà un’associazione di ammiratori degli Alpini. Succede a tutte le tribù della memoria, e succede anche a quelle di cui parliamo nella prossima puntata.
Tag WordPress: Alpini, ANA, Adunata, protezione civile, leva militare, associazioni d’arma, memoria, volontariato

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Capitolo 03

IL PAESE DELLE TRIBÙ 6 — QUATTORDICI MILIONI DI APOLIDI

IL PAESE DELLE TRIBÙ 6 — QUATTORDICI MILIONI DI APOLIDI

Videogiocatori, cosplayer, fandom: la più grande nazione italiana non ha territorio, sede né tessera

Il 29 ottobre di ogni anno una città toscana di ottantamila abitanti viene occupata pacificamente da un popolo che non esiste sulle mappe. L’edizione 2025 di Lucca Comics & Games si è chiusa con oltre 280.000 biglietti venduti, più di 750.000 presenze in cinque giorni, 730 espositori e 900 ospiti da tutto il mondo; nel 2026 la manifestazione compie sessant’anni. È il più grande raduno tribale italiano, e non ha né un santo patrono né un caduto da ricordare.
Alle spalle c’è una nazione più vasta. Secondo il rapporto Ipsos per IIDEA, i videogiocatori italiani nel 2025 sono 14,2 milioni, con una media di 7 ore e 53 minuti a settimana; tra gli adolescenti dai dodici ai diciassette anni si arriva a quindici ore. Gioca il 58% dei ragazzi tra sei e diciassette anni contro il 24% degli adulti; il 60% dei giocatori è maschio e tre su cinque hanno meno di trentacinque anni. Il mercato vale circa 2,4 miliardi di euro. E c’è un dato che smentisce il luogo comune del “paese di teledipendenti”: con il 29% della popolazione coinvolta l’Italia sta molto sotto la media del 48% dei cinque principali mercati europei. Rispetto a Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, siamo dei dilettanti.

Ma il numero grosso, come sempre in questo dossier, è la parte meno interessante. Quattordici milioni di persone che aprono un’app non sono una tribù, sono un mercato. Le tribù stanno dentro, e sono minuscole e ferocissime: la comunità di un singolo gioco calcistico, il fandom di uno streamer, i giocatori di ruolo cartacei, i wargamer che dipingono miniature con pennelli da miniaturista fiammingo, i retrogamer che restaurano un Commodore 64, i cosplayer che passano sei mesi a costruire un’armatura per indossarla tre giorni.

Cosa tiene insieme questa nazione? Una cosa sola, ed è la più italiana di tutte: la competenza inutile. Sapere a memoria la genealogia di una casata immaginaria, riconoscere un’edizione dal dorso, saper cucire un mantello: sono conoscenze prive di valore economico e proprio per questo perfette come segnale di appartenenza. Esattamente come sapere in che anno la propria squadra ha vinto quel campionato, o come distinguere due annate dello stesso vino. Il tribalismo si fonda sempre su un sapere che non serve a nulla, perché un sapere che serve si può comprare, e ciò che si compra non identifica nessuno.
C’è poi una genealogia italiana specifica che vale la pena ricostruire, perché smentisce l’idea che si tratti di roba d’importazione. La sala giochi degli anni Ottanta era un luogo fisico con le sue gerarchie di quartiere: chi teneva il record al cabinato era un notabile locale. La “mangamania” televisiva dei primi anni Ottanta ha educato un’intera generazione italiana all’immaginario giapponese molto prima che accadesse in gran parte d’Europa — con il risultato paradossale che i quarantenni e cinquantenni italiani di oggi sono, statisticamente, la popolazione occidentale più esposta agli anime dell’infanzia. La tribù nerd italiana non è giovanile: è nata quarant’anni fa e ha portato i figli a Lucca.

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Capitolo 04

IL PAESE DELLE TRIBÙ 5 — CHI ORGANIZZA I GIOVANI (SPOILER: NON SONO I GIOVANI)

IL PAESE DELLE TRIBÙ 5 — CHI ORGANIZZA I GIOVANI (SPOILER: NON SONO I GIOVANI)

Centottantaduemila scout, trentatremila capi, cinquant’anni di storia: la più grande tribù giovanile italiana ha la divisa e il regolamento

Se domandate a un italiano qual è la più grande organizzazione giovanile del paese, tenterà con un partito, con un sindacato studentesco, forse con un movimento ambientalista. Sbaglierà di un ordine di grandezza. La risposta è l’AGESCI, che nel 2024 contava 182.000 soci, di cui 33.454 capi — tra cui 1.947 sacerdoti —, 1.885 gruppi locali e 6.126 unità. Nessun’altra realtà giovanile italiana si avvicina.

La storia è istruttiva e vale più di molte analisi. L’AGESCI nasce il 4 maggio 1974 dalla fusione dell’ASCI maschile, fondata nel 1916, e dell’AGI femminile, del 1943. Ma già nel 1976 alcuni gruppi e dirigenti che rifiutavano la fusione — e soprattutto il principio della coeducazione — danno vita agli Scouts d’Europa, che oggi contano 20.132 membri in 183 gruppi. Sul versante laico, il CNGEI conta 12.927 soci. In due anni, dunque, la più grande tribù giovanile italiana ha fatto in tempo a unificarsi e a scindersi: il ramo che se ne va lo fa perché maschi e femmine non devono stare nella stessa squadriglia. Se questo non è tribalismo, la parola non significa nulla.

Il punto interessante, però, non è la scissione. È la struttura. Lo scautismo offre ai ragazzi esattamente ciò che le sottoculture spontanee promettono e non mantengono: un’uniforme, un nome nuovo, un rito di passaggio, una legge scritta, una gerarchia di merito, un territorio simbolico, un linguaggio interno impenetrabile agli estranei, e un nemico — la propria pigrizia — abbastanza astratto da non produrre risse in spiaggia. È una tribù progettata a tavolino da Robert Baden-Powell attorno al 1907 e mai più modificata nella sostanza, perché funziona.
Accanto agli scout c’è l’infrastruttura più grande e meno censita di tutte: l’oratorio. Nessuno sa quanti ragazzi italiani passino dagli oratori parrocchiali in un anno, perché nessuno li conta seriamente; le stime del mondo cattolico parlano di alcuni milioni tra estate e attività ordinarie. L’Azione Cattolica dichiara circa un quarto di milione di aderenti, ragazzi dell’ACR compresi. Se sommassimo scout, oratori, associazioni cattoliche e società sportive dilettantistiche, scopriremmo che la grande maggioranza dei bambini italiani è inquadrata in una qualche struttura tribale con adulti al comando.

Ed è qui che il dossier incontra il suo paradosso centrale, che vale la pena enunciare senza sfumature. Le tribù giovanili italiane più numerose sono state fondate, sono organizzate e sono dirette da adulti. Le tribù giovanili spontanee — quelle nate dai ragazzi, senza statuto, senza sede, senza tessera — sono minuscole, durano pochissimo e monopolizzano il novanta per cento dell’attenzione pubblica. Un movimento di adolescenti che si radunano in una piazza fa aprire i telegiornali; centottantaduemila adolescenti in uniforme che ogni sabato pomeriggio fanno esattamente quello che gli dicono trentatremila adulti non fanno notizia.
C’è una spiegazione benevola: l’ordine non è notiziabile. E ce n’è una meno benevola, che offriamo al lettore senza insistere. La società italiana tollera benissimo il tribalismo giovanile a condizione di controllarne il vertice. Quando i ragazzi si organizzano da soli, la stessa identica dinamica — uniforme, gergo, gerarchia, territorio, spirito di corpo — cambia nome e diventa “branco”.

Va detto anche l’altro lato, perché sarebbe disonesto tacerlo. Queste organizzazioni funzionano davvero: producono competenze, autonomia, capacità di stare in gruppo senza distruggerlo. E si reggono su un fatto economico straordinario in un paese che monetizza tutto: trentatremila adulti che dedicano ogni settimana ore di lavoro qualificato a ragazzi non propri, senza compenso. In un’epoca in cui l’attenzione è la merce più cara sul mercato, quella è l’ultima economia del dono rimasta in piedi. Vale più di molte politiche giovanili, e costa allo Stato esattamente zero.

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Capitolo 05

IL PAESE DELLE TRIBÙ 4 — LE BABY GANG E L'ARITMETICA DELLA PAURA

IL PAESE DELLE TRIBÙ 4 — LE BABY GANG E L'ARITMETICA DELLA PAURA

Cosa dicono davvero i numeri sulla criminalità minorile, e perché la percezione corre più veloce dei dati

Nel dibattito italiano c’è una figura retorica ricorrente: “non è solo percezione”. Viene usata per chiudere ogni discussione sui numeri. Vale la pena, per una volta, mettere i numeri in fila e vedere che cosa dicono davvero — perché dicono qualcosa di serio, ma non quello che si ripete.
Cominciamo dalla percezione, che è un dato anch’essa. Secondo l’indagine Eurispes del Rapporto Italia, il 52,5% dei cittadini ritiene che baby gang e teppismo siano aumentati nella propria zona: una maggioranza assoluta, con la quota più bassa di indecisi tra tutti i fenomeni di degrado esaminati. Ed è interessante la distribuzione: la percezione di aumento è più alta nei comuni di medie dimensioni (54,9%) che nelle grandi città (52,5%) e nei piccoli centri (45,4%). La paura, insomma, non abita dove il fenomeno è più denso: abita dove è più nuovo.

Veniamo ai fatti. Lo studio Le gang giovanili in Italia, prodotto da Transcrime con la Direzione centrale della polizia criminale e il Dipartimento per la giustizia minorile, disegna un identikit sobrio: gruppi composti in genere da meno di dieci individui, in netta prevalenza maschi, con età prevalente tra i quindici e i diciassette anni. Le attività devianti sono per il 73% risse, percosse e lesioni; lo spaccio e i reati contro il patrimonio sono meno frequenti e appartengono ai gruppi più strutturati. Le vittime, dettaglio che i telegiornali dimenticano regolarmente, sono in maggioranza altri giovani tra i quattordici e i diciotto anni. L’attività si concentra nel pomeriggio e in serata, nei fine settimana e d’estate: cioè quando la scuola non c’è.

Sull’andamento, i dati indicano un aumento reale: le segnalazioni di minori denunciati o arrestati sono cresciute di quasi il 16% tra il 2022 e la fine del 2024. Ma la scala assoluta merita attenzione: i ragazzi presi in carico dagli uffici di servizio sociale per i minorenni per appartenenza a bande giovanili sono passati da 107 a 186 tra il 2019 e il 2021. Non centinaia di migliaia: centottantasei. Nel primo semestre 2025, tra le città metropolitane, i minorenni segnalati per i reati monitorati vedevano in testa Roma con 49, Milano con 41 e Torino con 28.

Il quadro che ne esce non è né rassicurante né apocalittico. È questo: un fenomeno reale, in crescita, di dimensioni assolute contenute, altamente concentrato in fasce d’età strettissime, con un tasso di violenza sproporzionato rispetto al movente — la magistratura minorile napoletana parlava già nel 2018 di violenza “del tutto sproporzionata rispetto al movente, futile e persino degradante a mero pretesto” — e con una capacità di amplificazione mediatica virtualmente illimitata, perché il gruppo stesso produce e distribuisce le prove delle proprie gesta.
Qui sta il nodo che riguarda tutti noi che scriviamo. Il tribalismo criminale contemporaneo è l’unico che si autodocumenta. Le baby gang pubblicano video del quartiere, esaltano il gruppo, citano film e cronaca. Producono cioè, gratuitamente e in alta definizione, il materiale con cui la nostra industria dell’informazione costruisce l’allarme sociale. È un rapporto perfettamente simbiotico: loro cercano visibilità, noi cerchiamo contenuto. Nessuna delle due parti ha interesse a ridimensionare l’altra.
C’è un ultimo dato che vale più di tutti gli altri, e non riguarda la sicurezza. Nel bilancio complessivo, la gran parte della violenza minorile italiana avviene tra minori, per motivi che agli adulti appaiono futili e che ai ragazzi appaiono, evidentemente, questioni di sopravvivenza sociale. Non è un problema di ordine pubblico che ha una coda educativa: è un problema educativo che ha una coda di ordine pubblico. La differenza tra le due frasi vale qualche miliardo di euro di politiche pubbliche, ed è per questo che nessuno la discute volentieri.

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Capitolo 06

IL PAESE DELLE TRIBÙ 3 — IL MARANZA È IL PANINARO DEI POVERI

IL PAESE DELLE TRIBÙ 3 — IL MARANZA È IL PANINARO DEI POVERI

Genealogia delle tribù estetiche italiane, dalle Timberland di San Babila alle tute d’acetato del centro commerciale

Il primo dato sui maranza non è sociologico, è lessicale: la parola non è nuova. Nasce a Milano negli anni Ottanta come gergo di periferia per indicare il ragazzo di strada dai modi rozzi, e Jovanotti la canta già nel 1988 in Il capo della banda. Chi oggi la usa come se fosse un neologismo importato da TikTok sta commettendo lo stesso errore di chi negli anni Ottanta credeva che i paninari fossero un’invenzione della televisione.

L’anagrafe, invece, è precisa quanto imbarazzante: si tratta in larghissima parte di adolescenti e preadolescenti, dai nove ai diciassette anni, cresciuti nelle periferie di un’Italia multiculturale. Una parte consistente di chi si autodefinisce maranza è di seconda generazione nordafricana, e questo spiega gli arabismi e le incursioni di francese nel gergo.

L’uniforme è nota: tuta d’acetato griffata — spesso contraffatta —, borsello a tracolla, catena, taglio di capelli standardizzato, trap in sottofondo.
Ora facciamo l’esercizio che nessuno fa. Prendiamo il paninaro milanese del 1984: uniforme rigidissima (Moncler, Timberland, El Charro), gergo proprio, luogo di ritrovo fisso, ostentazione di marchi al di sopra delle proprie possibilità, atteggiamento di superiorità verso chi non è del gruppo, panico morale dei quotidiani, servizi televisivi di scherno. Cambiate i marchi, il quartiere e il colore della pelle, e avete il maranza. La differenza è che il paninaro ostentava il benessere della Milano da bere e il maranza ostenta un benessere che non ha mai visto: la sua griffe è contraffatta, e l’imitazione è la forma più sincera di esclusione.

La sequenza italiana è lunga e sempre uguale: i sanbabilini e i freak degli anni Settanta, i punk e i dark del 1977 bolognese, i paninari, i metallari, i truzzi delle discoteche anni Novanta, gli emo di metà Duemila, gli hipster del decennio scorso, e oggi le estetiche a rotazione trimestrale di TikTok. Ogni volta l’adulto ha creduto di assistere a una degenerazione inedita. Ogni volta, dieci anni dopo, quella degenerazione era diventata un capitolo nostalgico di un programma televisivo del sabato sera.

Cosa cambia davvero, allora? Tre cose, e sono serie.
La prima è la velocità. Il paninaro impiegava mesi a diffondersi per contagio geografico. Il raduno di Peschiera del Garda del giugno 2022 — quello che ha portato la parola sui telegiornali, con una maxi rissa tra migliaia di ragazzi convocati per un raduno trap — è stato organizzato via TikTok in pochi giorni. La tribù digitale non si diffonde: si materializza.
La seconda è la documentazione. Le tribù precedenti avevano testimoni; questa ha operatori. Il gesto esiste per essere ripreso, e questo cambia la natura del gesto: chi filma alza l’asticella, perché il video mediocre non circola. È un incentivo strutturale all’escalation, e non è colpa dei ragazzi: è il modello di business della piattaforma.
La terza, la più scomoda, è che questa volta la tribù ha una faccia etnicamente riconoscibile, e questo ha trasformato una discussione su adolescenti in una discussione sull’immigrazione. L’Accademia della Crusca, che di solito non fa cronaca, ha annotato che l’uso del termine riferito a persone di origine nordafricana potrebbe recuperare una semantica originaria non priva di connotazioni razziste. Tradotto: una parte del paese ha trovato nella parola “maranza” un modo socialmente accettabile per dire qualcos’altro.
L’opinione pubblica si è divisa tra chi vede un fenomeno criminale e chi ne sottolinea gli aspetti caricaturali. Il Franti, per statuto, sta con i secondi — ma con una riserva. Ridere di un quindicenne che indossa una cintura falsa da duecento euro è facile e persino igienico. Chiedersi perché quel quindicenne pensi che quella cintura sia l’unico documento di cittadinanza a sua disposizione è più faticoso, e molto meno divertente.

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Capitolo 07

IL PAESE DELLE TRIBÙ 2 — LA CURVA È L'ULTIMA ASSEMBLEA PERMANENTE

IL PAESE DELLE TRIBÙ 2 — LA CURVA È L'ULTIMA ASSEMBLEA PERMANENTE

Quarantamila persone, quattrocento gruppi, cinquantotto anni di storia: gli ultras come istituzione non riconosciuta


Il primo gruppo ultras italiano nasce a Milano tra il 1967 e il 1968. Si chiamano Commandos Tigre e Fossa dei Leoni, sono rossoneri, e nascono nello stesso anno e nella stessa città in cui gli studenti occupano le università. Non è una coincidenza estetica: è la stessa grammatica. Assemblea, striscione, servizio d’ordine, direttivo, comunicato.

La curva italiana è figlia del Sessantotto quanto il collettivo, con la differenza che il collettivo si è sciolto e la curva no.
I numeri li fornisce il Viminale, che censisce il fenomeno da oltre un decennio. Il quadro complessivo parla di circa quarantamila persone divise in quasi quattrocento gruppi organizzati, dei quali centoquarantuno con un orientamento politico esplicito. Il rapporto 2022 dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive alza il conteggio a quattrocentocinquantacinque gruppi attivi legati a squadre professionistiche.

La geografia è quella che ci si aspetta e insieme non lo è: prima la Lombardia con cinquantasei gruppi, poi la Campania con cinquanta, quindi Toscana e Liguria a quota quarantadue. Il tribalismo, come la piccola industria, è un fenomeno del capitalismo urbano.
Sul colore politico, i censimenti degli anni scorsi restituiscono una fotografia che smentisce entrambe le tifoserie mediatiche: la maggioranza dei gruppi è apolitica, mossa dalla fede calcistica o dal campanile; tra quelli schierati prevale nettamente la destra, con una minoranza consistente di sinistra concentrata nelle categorie minori e nel Centro Italia. È un dato che dovrebbe interessare i partiti più delle percentuali dei sondaggi: quarantamila persone abituate all’azione collettiva, alla trasferta organizzata e al confronto fisico con la polizia sono, dal punto di vista di chiunque faccia politica, l’ultima riserva di militanza fisica rimasta nel paese.

Ma la vera notizia sugli ultras è anagrafica, ed è quella di cui non si parla. La curva è comunemente descritta come un fenomeno giovanile. Non lo è più da vent’anni. Chi comanda in curva ha quaranta, cinquanta, sessant’anni; i ragazzi eseguono. È l’unica sottocultura nata giovanile che ha invecchiato senza sciogliersi, trasformandosi in una gerontocrazia con la sciarpa. Chi va allo stadio lo sa: il “capo” con il megafono è spesso più vecchio del padre di chi salta.
Il secondo paradosso è economico. Le curve nascono contro il calcio-spettacolo e finiscono per adottarne i metodi: merchandising, immagine social, cura del look e dell’estetica, esattamente come le società che dicono di combattere. Il “calcio moderno” è stato sconfitto sul piano retorico e ha vinto su quello organizzativo.

Attorno al nucleo duro c’è poi la nazione mite del tifo, che nessuno chiama tribù perché non fa danni: i club di quartiere, i pullman per la trasferta, il rito domenicale davanti alla televisione. Per dare l’ordine di grandezza: nell’aprile 2024 l’Inter dichiarava oltre duecentomila soci in più di mille club distribuiti in settantotto paesi. Un solo club calcistico italiano ha più tesserati di qualunque partito politico italiano. Chi cerca il popolo lo troverà lì, non nelle sezioni.
Il paradosso finale è quello che rende il tema interessante per chi non ama il calcio. La curva è oggi uno dei pochissimi luoghi italiani in cui persone di classi sociali diverse, età diverse e origini diverse stanno in piedi accanto per due ore facendo la stessa cosa. È un’istituzione democratica involontaria, con un difetto grave: per farne parte devi accettare che qualcuno decida per te cosa cantare. Come nei partiti di una volta, del resto.

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Capitolo 08

IL PAESE DELLE TRIBÙ 1 — PRIMA DI MAFFESOLI C'ERA LA SAGRA

IL PAESE DELLE TRIBÙ 1 — PRIMA DI MAFFESOLI C'ERA LA SAGRA

Perché l’Italia era già tribale quando la sociologia francese si è accorta delle tribù

Ogni volta che un quotidiano scopre una nuova tribù giovanile, l’articolo comincia allo stesso modo: “un fenomeno nuovo, arrivato dai social”. Ed è quasi sempre falso. Le tribù italiane non arrivano da nessuna parte: erano già qui, cambiano solo il vestito e la colonna sonora.
La struttura profonda è il campanile. Non in senso metaforico: in senso letterale. Il Palio di Siena, che nella forma attuale corre dal Seicento, è una società perfettamente tribale con diciassette contrade, un battesimo, un territorio, un nemico ereditario e un sistema di alleanze che nessun trattato internazionale eguaglia per complessità. Il senese non sceglie la contrada: ci nasce dentro, come si nasce in una nazione. Se il Palio fosse un fenomeno di adolescenti nordafricani in un centro commerciale, avremmo tavole rotonde ogni sera sul degrado.

Sopra il campanile, l’Italia repubblicana ha costruito due macchine tribali di massa e di segno opposto: la parrocchia con il suo oratorio, e la casa del popolo con il suo circolo. Entrambe fornivano lo stesso pacchetto — un luogo dove stare, un calendario di riti, un’appartenenza morale, il pallone e le carte — e per quarant’anni si sono contese la stessa cosa, cioè il tempo libero degli italiani. Chi oggi lamenta che i giovani “stanno in strada perché non hanno posti dove andare” sta descrivendo, senza saperlo, lo smantellamento di quelle due macchine.
C’è poi il terzo pilastro, il più singolare e il meno studiato: le associazioni d’arma. Un paese che ha mandato per decenni tutti i suoi maschi diciottenni in caserma ha prodotto, come residuo industriale, una gigantesca rete di uomini legati da un’esperienza comune e privi di occasioni per rievocarla. Le associazioni combattentistiche sono la soluzione italiana al problema: trasformare la leva obbligatoria in un club volontario a vita.

Il tribalismo, insomma, in Italia non è la reazione postmoderna alla fine delle ideologie. È l’ideologia stessa che, ritirandosi, ha lasciato in piedi le sue infrastrutture: le sedi, i cori, i pranzi sociali, le tessere. La tessera è il documento italiano per eccellenza, più della carta d’identità: dichiara non chi sei, ma con chi stai.
Cosa cambia allora con la modernità? Cambia la durata. La contrada dura una vita, l’oratorio dura un’infanzia, la curva dura una gioventù lunga, l’estetica di TikTok dura una stagione. Il tribalismo contemporaneo non è più intenso di quello antico: è solo più rapido. Ed è per questo che spaventa. Un padre che ha tifato la stessa squadra per cinquant’anni non capisce un figlio che ha cambiato quattro identità estetiche in due anni, e conclude che il figlio non ha valori. Ma il figlio ha esattamente lo stesso bisogno del padre — essere riconosciuto da un gruppo — servito da un mercato che gli propone un gruppo nuovo ogni trimestre.

La differenza vera è un’altra, ed è economica. Le vecchie tribù chiedevano tempo e presenza; le nuove chiedono acquisti. Nella contrada ti battezzano, nell’estetica ti fatturano. Il fenomeno non è la fine dell’appartenenza: è la sua trasformazione in un abbonamento.
Resta un ultimo dato, che nelle prossime puntate torneremo a incontrare fino alla noia. Le tribù italiane che oggi hanno più iscritti sono quelle in cui l’età media supera i sessant’anni. Un paese demograficamente vecchio produce tribù vecchie: è ovvio, ma nessuno lo dice, perché l’ovvio non fa notizia quanto una rissa in spiaggia.

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Capitolo 09

La Repubblica fondata sulle tribù

La Repubblica fondata sulle tribù

IL PAESE DELLE TRIBÙ — INTRODUZIONE AL DOSSIER

Dossier in nove puntate sul tribalismo italiano, dai quindicenni con la tuta d’acetato agli ottantenni con il cappello con la penna

C’è una parola che in Italia si usa solo per gli altri: tribù. La si adopera per i giovani delle periferie, per i ragazzi che ballano davanti a un telefono, per chiunque abbia meno di vent’anni e un’estetica riconoscibile. Non la si adopera mai per gli Alpini, che sono trecentomila, hanno una divisa, un raduno annuale, un giornale, una gerarchia e un rito d’iniziazione. Quelli non sono una tribù: quelli sono una tradizione.

Questo dossier nasce da un sospetto e finisce per confermarlo. Il sospetto è che il tribalismo italiano non sia un fenomeno giovanile con qualche coda adulta, ma esattamente il contrario: un fenomeno adulto e senile che ogni tanto concede ai giovani il permesso di imitarlo, per poi scandalizzarsi quando lo imitano male.

Quando nel 1988 il sociologo francese Michel Maffesoli pubblicò Le temps des tribus, annunciando che la società di massa si sarebbe frantumata in piccole aggregazioni affettive ed elettive, in Italia il fenomeno che descriveva era in piedi da qualche secolo. Si chiamava contrada, si chiamava parrocchia, si chiamava casa del popolo, si chiamava bocciofila. Maffesoli aveva scoperto l’acqua calda, ma con un vantaggio: aveva scoperto che l’acqua calda sarebbe tornata di moda.


Nelle nove puntate che seguono abbiamo contato. Dove esistono numeri ufficiali li riportiamo con la fonte; dove non esistono lo diciamo, perché il tribalismo è un campo in cui la stima di comodo prospera. Il risultato è un paese in cui le tribù più grandi sono quelle degli anziani, quelle più visibili sono le più piccole, e quelle giovanili più numerose sono state fondate e sono tuttora dirette da adulti in età pensionabile.
Il Franti ride nelle occasioni solenni: e poche occasioni sono più solenni di un popolo che si dichiara individualista mentre si veste tutto uguale.

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