Leccornia o leccornìa per gli ometti blu. Sì si proprio loro, i puffi. Ne vanno ghiotti e infatti quel fil di ferro di Gargamella proprio con quella – e tenetevi pure la baciata – gli tende il tranella, con lincenziamento poetico e nulla più. Ma la dimanda anche con la o, sorge spontanea, e vuole anzi necessita di una risposta, per non dire soluzione, e allora non diciamolo. Che caspita sarà la salsapariglia? Io ci ho pensato, alla salsapariglia, subito dopo aver scritto l’inciso sulla pariglia nel mentre che producevo il post dell’ingorgo. Che detto così è come sempre gergo del criptico renziario primario. Decifrandolo si potrebbe intravedere un interesse personale dello scrivente emerso mentre vergavo di mio pugno il post sulla canzone dalla-roversi tratta dall’lp Automobili che si intitola “l’ingorgo”. A un certo punto nel testo c’è quel bellissimo passaggio poetico – Roversi mica pinco pallo – “le macchine procedono in pariglia”, da lì all’alimento puffico il passo è breve.
(ma solo per uno squinternato come il sottoscritto, per voi no, voi, no).
Cosa è o cosa non è essa salsa che va in pariglia come le auto nell’ingorgo dalla-roversico? Trattasi di pianta per davvero, come da foto in testa al post, pianta verde – cipicchia rara – con bacche rosse. Nome scientifico – salsapariglia è volgare – Smilax Aspera detta anche – e questo sì che è volgare – stracciabraghe. Essa pianta – puntuta a quanto pare visto che straccia le braghe – scrivono gli esperti, è:
Rampicante rizomatoso sempreverde alto fino a 3-4 metri munito di cirri. Foglie cuoriformi coriacee a margine spinoso di color verde scuro che presentano talvolta macchie biancastre. A fine estate inizio autunno, compaiono piccoli fiori bianco-verdastri, poco appariscenti ma delicatamente profumati, riuniti in infiorescenze ad ombrella. I frutti, gradevoli alla vista, sono riuniti in grappoli di color rosso corallo a maturità.
Guardate che non lo faccio spesso, di consultare e dare la parola agli esperti, però quando lo faccio, il post scatta in avanti di cento forse cento-cinquanta – la gallina canta – posizioni. Un piacere antico. Un’emozione sublime, sentire definizioni davvero serie e affidabili, in post di siffatta guisa, per dirla aulica.

Come ci suggerisce l’immagine della piantina si estrae puro l’essenza e si prepara uno sciroppo o similar per uso coadiuvante, integrante, rifilante anzichenò – quest’ultima solo per carnevale – ma nella realtà dei fatti, non ne so una beneamata e quindi se dovesse interessarvi l’argomento non seguite il sottoscritto ma cercate con attenzione e non solo online. Azzarderei di sentire erboristi esperti, nonne e nonni campagnoli e anche qualche farmacista vecchia maneria, quelli che realizzavano pasticche pomate e pozioni nel retro bottega, ricordate le backrooms no? Fatti i Puffi, capita la pianta, scongiurati gli effetti – collaterali se mai ce ne fossero – e consigliati gli usi e i costumi, è venuto il momento di dedicarsi alle vere e dico vere, importantissime, salsapariglie di mio e non vostro, o forse sì, interesse.

Cominciamo col dire che di salsapariglia si trova anche un blog, sapete no, i diari del web, oramai in disuso, ma di cui è ancora “sparso le trecce morbide”, l’internet, dovrei avervi linkato qui da qualche parte l’accesso, così vi fate un’idea, ci sono anche un sacco di interessanti ricette. Spettacolare è cercare notizie sull’origine del nome di essa pianta rompicalzoni. Esistono alcune scuole di pensiero, le più comuni sono due: la prima è del tipo – usa e decidi – nel senso che sfregando la pianta vigorosamente essa schiuma – tipo cavallo accaldato e stanco dopo un lungo galoppo – e quindi cavallo in pariglia – ricordate Dalla – più cavallo schiuma, nella sudata, uguale schiuma -pariglia che poi per esigenze di non si sa chi, ma di sicuro qualcuno c’era e pure esigenze aveva: ecco a voi la salsapariglia. Serenamente dirovvi anche che esso nome di essa pianta, avrebbe origine straniera, forestiera per dirla leghista. Sarebbero gli ispanici che con la loro zarzaparrilla ci avrebbero fregato la primogenitura. Zarza vuol dire cespuglio spinoso, roveto e parrilla per via del suo portamento rampichevole per non dire rampicante, vuol dire vite non grande, anzi meglio piccola. A voi e agli altri il rebus o anche il quibus. Intanto ciapate questi. Chiuderei con la mitologia, oltretutto l’abbiamo anche già annunciata e vista qui di sopra. Smilace era una bellissima ninfa. Siamo nell’antica Grecia, mica a Scorzarolo, e nemmeno a San Candido. Massimo rispetto per queste due ridenti località, però lì non ci sono ninfe dei boschi. Essa belloccia mitologica creatura si intruppa nel peregrinaggio in un altrettanto belloccio di nome Croco e di professione guerriero. Com’è come non è ci scappa l’innamoramento perduto, e si sa, quando che è perduto l’amore si fa difficile, per non dire impossibile. Non voglio spoilerarvi oltre, se siete interessati c’è tutto un mondo intorno. Bye
ps. secondo me zafferano e salsapariglia hanno un futuro insieme
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