La settimana in costume
Eroi in calzamaglia, martiri della lattina, sposi a batteria: sette giorni di umanità travestita da se stessa.
Certe settimane il mondo non si limita ad accadere: si mette in costume. Questa è stata una di quelle. Un ragazzo in tuta da supereroe che ferma il traffico, un uomo che rischia l’annegamento per una bibita da un euro, una cittadina che erige uno Zio Sam alto venti metri, due robot che si giurano fedeltà «a ogni aggiornamento»: figure da baraccone, se ci si ferma alla risata. Ma il Franti, si sa, guarda ogni cosa due volte — una per ridere, una per capire di che cosa il costume sia la caricatura.
E quasi sempre il travestimento dice più della faccia scoperta. L’eroismo in calzamaglia, l’attaccamento all’oggetto di consumo, il patriottismo di provincia, l’amore ridotto a protocollo: portati all’eccesso, mostrano lo scheletro. Così, invece di rincorrere il clamore, abbiamo raccolto ai margini una settimana di maschere — e siamo andati a vedere che faccia avevano sotto.
— La Direzione
L’attrito che ritorna
Sul sito, questa settimana, il crollo delle promesse «senza attrito». Qui, chi quel conto lo paga di persona.
Gli articoli usciti in settimana su ilfranti.it hanno tirato, ciascuno a modo suo, lo stesso filo: l’illusione della convenienza indolore. Un’inchiesta smonta il «reso senza attrito» del duopolio Amazon-Poste, mostrando come la promessa di restituire tutto a costo zero si stia sgretolando in una crisi operativa; un’altra rifà i conti del cibo che paghiamo poco allo scaffale e carissimo «altrove». E una piccola pattuglia di pezzi diffida dei verdetti troppo puliti: il caffè che ci farebbe bene (ma lo studio l’ha finanziato l’industria del caffè), il colesterolo messo sotto processo, l’omeopatia sbarcata in Senato, tre ricerche americane sulla mobilità sociale brandite come clave ideologiche.
Il supplemento arriva dall’altro capo dello stesso ponte, dove il conto lo si salda di persona, spesso in forma di farsa. Un Giappone che risponde al caldo mortale con un frigorifero per una persona sola; una Francia che si accapiglia all’alba per un condizionatore in saldo; un villaggio greco che, dal 2023, attraversa ogni giorno un ponte crollato pur di non fare il giro. E, nel cielo della scienza, orche che sfasciano un pesce «forse per gioco», zanzare sterilizzate all’ottantotto per cento: fatti che rifiutano il titolo netto tanto quanto le inchieste del sito rifiutano lo studio comodo.
Ogni scorciatoia ha un pedaggio; di solito lo paga qualcun altro, altrove.
È lo stesso teorema, visto da due lati. Ciò che oggi manca non è la comodità — che sovrabbonda, levigata, a portata di clic — ma la disciplina di chiedersi chi ne stia saldando l’attrito. Il sito lo domanda ai resi e al cibo; la Domenica lo ritrova, travestito da notizia curiosa, in chi si compra la sopravvivenza a taglia singola. La convenienza, in fondo, è quasi sempre un prestito: prima o poi qualcuno bussa per l’interesse.
In costume
Quattro personaggi che hanno preso alla lettera un ruolo. Nessun ferito; qualche categoria dello spirito, quella sì, messa a nudo.
Ogni tanto qualcuno indossa un ruolo e lo interpreta fino in fondo, con una serietà che rasenta il cartone animato. La settimana ne ha offerto un piccolo campionario, unito da un tratto: sotto il costume c’è sempre un sentimento vero, solo un po’ troppo cresciuto.
L’uomo ragno dell’incrocio · Jonesboro, Arkansas
Martedì scorso, a un incrocio a sei corsie, un uomo su una sedia a rotelle non ce la faceva ad attraversare prima del verde. Da una Jeep rossa ferma al semaforo è schizzato fuori un ventenne ancora vestito da Spider-Man — reduce da un «giorno dei supereroi» al parco di trampolini dove lavora — che lo ha spinto in salvo dall’altra parte pochi secondi prima che il traffico ripartisse. «Ti tengo io», gli ha detto. La polizia, che ha ripreso tutto dalle telecamere, lo ha ringraziato come «un vero supereroe». Lui minimizza: «L’avrei fatto anche senza il costume». Ci crediamo — ma la calzamaglia, per una volta, ha detto la verità.
Il martire della lattina · Kansas City
Un uomo è rimasto otto ore intrappolato nel serbatoio di un bagno chimico, dove si era calato per recuperare una bottiglia di gassosa che gli era caduta dentro la sera prima. I pompieri lo hanno liberato segando la cabina e sciacquandolo con l’idrante; nessuna conseguenza, se non per la dignità. È una parabola perfetta sull’attaccamento all’oggetto di consumo: pur di non arrendersi a una bibita da pochi centesimi, c’è chi accetta di passare la notte all’inferno. La sete di possesso, alla lettera.
Lo Zio Sam alto venti metri · Luverne, Minnesota
In una cittadina che vanta più schiaccianoci decorativi (7.554) che abitanti (circa cinquemila), è stato inaugurato «Verne il Patriota»: uno schiaccianoci di quasi ventidue metri, vestito da Zio Sam, con mascella funzionante, costato seicentomila dollari e candidato al Guinness. È quasi il doppio del primato precedente, che spettava a un modello tedesco. Tempismo impeccabile: arriva mentre la nazione festeggia i suoi duecentocinquant’anni. Quando un paese non sa più come farsi notare, ingrandisce i propri simboli finché diventano visibili dall’autostrada.
Gli sposi a batteria · Mosca
Alla Biblioteca Puškin due robot umanoidi — Robert, «impiegato e blogger», e Matilda, «ballerina» — si sono scambiati voti scritti da un’intelligenza artificiale, con un cane robotico di nome Dogmatik nel ruolo di portafedi. Si sono promessi di restare «partner affidabili attraverso ogni algoritmo», di sostenersi «a ogni aggiornamento» e di mantenere «una connessione stabile fra i cuori e i processori». Nessun valore legale: pura dimostrazione tecnologica. Ma il copione — l’amore ridotto a garanzia di assistenza e uptime — somiglia parecchio a certe promesse umane, solo detto senza infingimenti.
Il filo che li lega è quasi tenero: sotto ogni maschera batte un impulso autentico — proteggere, possedere, appartenere, amare — solo gonfiato fino alla caricatura. Ridere del costume è facile; più istruttivo è riconoscere, sotto la stoffa e la plastica, la nostra stessa faccia.
Ognuno per sé
Un frigorifero per uno solo, una rissa per un ventilatore, un ponte crollato attraversato ogni giorno: quando il collettivo abdica, il singolo improvvisa.
In Giappone, dove l’estate ormai uccide — oltre centomila ricoverati per colpi di calore nel 2025, e un nuovo termine ufficiale per i giorni oltre i quaranta gradi — un’azienda ha messo in vendita quello che chiama, senza pudore, un «frigorifero per umani». Si chiama Do Hiemon Box: una cabina grande come un distributore di lattine, in cui ci si infila, ci si siede e si riceve aria a cinque gradi su testa, collo e spalle. Costa circa novemila dollari; se ne è già donato uno al municipio di Maebashi, dove chiunque può entrare a rinfrescarsi. Un problema di scala planetaria, ridotto a un mobile a cinque cifre buono per uno alla volta.
La stessa logica, altrove, prende la forma della rissa. A inizio mese, in Francia, la catena Lidl ha messo in saldo duecentomila ventilatori e condizionatori portatili a partire da centosettantanove euro, alla vigilia dell’ennesima ondata di calore — quella di fine giugno aveva già causato attorno ai mille morti in eccesso. Code dall’alba, scaffali svuotati in minuti, spintoni, intervento della polizia, in un punto vendita persino i lacrimogeni: la risposta collettiva a un’emergenza collettiva ridotta alla corsa privata per una scatola d’aria fredda. Chi arriva secondo, torna a casa a sudare.
Il caldo è di tutti; il frigorifero è per uno solo.
E poi c’è la versione più cruda, dove il fai-da-te si fa azzardo. Vicino a Larissa, in Grecia, un ponte crollato al centro durante la tempesta Daniel del 2023 — che in Tessaglia ne mise fuori uso settantanove — non è mai stato né riparato né sbarrato. Così, da quasi tre anni, gli automobilisti (soprattutto contadini) ci passano sopra ogni giorno, calando il muso dei loro pick-up nella pancia sfondata della struttura pur di non affrontare una deviazione di una trentina di chilometri. La cosa pubblica non ripara; il privato improvvisa una scorciatoia il cui pedaggio, stavolta, è il rischio.
Tre scene, un solo movimento: la ritirata dal noi all’io. Dove un tempo si sarebbe chiesto — all’urbanistica, allo Stato, all’impresa — di raffreddare una città o di rifare un ponte, oggi ci si compra, o ci si ruba, o ci si azzarda una soluzione a taglia singola. È esattamente la lezione che, sul sito, si legge nei resi e nel cibo: la comodità privata senza attrito esiste, ma il suo conto — il caldo che resta, l’infrastruttura che marcisce — lo salda il collettivo, altrove e più tardi. Ognuno per sé è comodissimo. Fino al giorno in cui la deviazione, per tutti, diventa obbligatoria.
Bestie che giocano, verdetti che aspettano
Tre novità e due richiami d’archivio. Segnaliamo, come sempre, quanto conviene fidarsi.
La settimana scientifica ha offerto meraviglie e qualche trappola per creduloni. Riportiamo per prime le cose fresche, poi due vecchie glorie tornate a galla — e per ciascuna diciamo dove finisce il fatto e dove comincia l’ipotesi.
Le orche che fanno esplodere il pesce
Nel Golfo di California un gruppo di orche è stato filmato mentre pratica una tecnica mai descritta prima: una tiene fermo per la coda un pesce luna già morto, un’altra prende la rincorsa e lo centra a tutta velocità, disintegrandolo in una nuvola di frammenti che i piccoli poi raccolgono. Gli studiosi (rivista Frontiers in Ethology) ipotizzano che serva a ridurre la preda in bocconi per i cuccioli — «oppure, semplicemente, per gioco: le orche giocano notoriamente col cibo». Due soli episodi filmati, un solo studio: la spiegazione del «gioco» è una suggestione, non un verdetto. Ma l’immagine di un predatore che polverizza un macigno di mare resta indimenticabile.
Le zanzare che non pungono
Buone notizie da Roma, e per una volta senza asterischi: al Centro ENEA della Casaccia è stata sperimentata su larga scala, prima volta in Europa, la «tecnica del maschio incompatibile». Si allevano zanzare tigre maschio con un ceppo diverso del batterio Wolbachia; accoppiandosi con le femmine selvatiche producono uova sterili. Rilasciati un milione e seicentomila di questi maschi (che, ricordiamo, non pungono), la capacità della specie di deporre uova destinate a superare l’inverno è crollata dell’ottantotto per cento, senza un grammo di insetticida. Progetto ENEA con Sapienza e Google. Scienza italiana che, silenziosamente, funziona.
Le aringhe che parlano sottovoce (e dal basso)
Torna a circolare una vecchia scoperta da premio Ig Nobel: le aringhe comunicherebbero di notte con brevissime raffiche di suoni acuti, prodotte espellendo bollicine d’aria dall’estremità meno nobile del corpo. La frequenza è troppo alta perché i predatori la colgano: un codice privato, insomma, riservato ai pesci amici. Studio d’archivio, ipotesi affascinante e mai smentita — la prova che la discrezione, in mare, è una questione di frequenza.
Le balene jazziste
Sempre dagli archivi, riemersa in questi giorni: le balene della Groenlandia (i bowhead) vivono fino a duecento anni e cambiano il proprio repertorio di canti a ogni stagione. In quattro inverni di ascolto nello stretto di Fram i ricercatori ne hanno registrati centottantaquattro diversi, mai ripetuti. «Se il canto delle megattere è musica classica, quello dei bowhead è jazz», disse l’autrice dello studio. Un animale che improvvisa per due secoli: la longevità, evidentemente, non è nemica della fantasia.
Un promemoria di casa, in sintonia col sito: questa settimana, su ilfranti.it, caffè, colesterolo e omeopatia sono finiti sul banco degli imputati per la stessa ragione. Un singolo studio, per quanto grazioso, è un’ipotesi travestita da sentenza. Le ipotesi affascinanti le teniamo in nota, non in vetrina — e le orche «che giocano» stanno, per ora, esattamente lì.
Ciò che decidiamo di conservare
Un’opera rifatta per un lutto, un attimo fissato in una specie: due modi di strappare all’oblio ciò che passa.
I. Il pavimento di burro. A Rotterdam, in una sala del museo Boijmans Van Beuningen, due addetti hanno steso col frattazzo circa trecentosessanta chili di burro d’arachidi — quanto basta per quindicimila panini — su un pavimento esagonale, spesso due centimetri esatti da bordo a bordo. Non è una goliardata: è la Pindakaasvloer, opera concettuale ideata nel 1969 da Wim T. Schippers, artista dell’assurdo (e voce olandese di Ernie e di Kermit la Rana), morto lo scorso 10 giugno. La rifanno ogni volta da capo, sapendo che andrà rimossa. Un gesto che esiste solo per essere spalmato e poi cancellato — eppure qualcuno ha scelto di ricrearlo, apposta, per dirgli addio.
II. La lumaca del portiere. Dall’altra parte del mondo, un biologo spagnolo, Jesús Ortea, ha dato a un nuovo nudibranco — una lumachina di mare rossa, quattro millimetri appena — il nome di Aldisa vozinhai. L’omaggio è a Vozinha, il quarantenne portiere di Capo Verde che ai Mondiali ha tenuto la porta inviolata contro la Spagna con sette parate. Il rosso della lumaca, dice lo scienziato, richiama proprio la Roja; e non è la prima volta che Ortea battezza una specie con un portiere (toccò a Keylor Navas). Una parata di luglio, destinata a durare un’estate, si è così fossilizzata per sempre in un binomio latino.
Un burro che sarà raschiato via, una lumaca che nessuno vedrà mai: eppure entrambi, questa settimana, sono stati sottratti alla corrente per pura volontà. Come sette giorni fa, la morale è la stessa — ciò che sopravvive non è il più utile, ma ciò che qualcuno ha deciso, testardamente, di conservare.
Il mondo, spettegolato in cinque righe. Zia Camilla non giudica: sorride.
— A Locorotondo un’inviata della Rai ha annunciato in diretta gli imminenti «funerali» di Donnarumma, in procinto di sposarsi. Lo sposo, ci risulta, si è poi presentato all’altare vivissimo.
— A New York un cubo di vetro in Times Square ha ospitato per cinquanta giorni un tifoso pagato cinquantamila dollari per guardare tutte le centoquattro partite dei Mondiali. L’incarico, per la cronaca, scade proprio oggi.
— A Mosca, al festival «Two Rivers», tuffatori di undici paesi si sono lanciati nel fiume da una piattaforma alta come un palazzo di nove piani. Per una volta, la città guardava in su.
— Nel Kimberley australiano una barriera corallina grande quanto una città affiora ogni giorno dall’oceano con la bassa marea, e poi si reinabissa. Un intero ecosistema che fa il pendolare.
— Su una spiaggia del Queensland sei sfere d’argento hanno fatto evacuare un paese: erano serbatoi di un razzo, ripiombati dall’orbita. Oggetti smarriti, restituiti dal cielo.
Se a ogni problema comune rispondiamo ormai con una soluzione privata e un po’ da baraccone — un frigorifero per uno, un eroe in costume, una parata trasformata in nome di lumaca — resta una domanda per la settimana che viene: stiamo imparando a salvare ciò che conta un piccolo gesto alla volta, o stiamo soltanto travestendo da stile la nostra solitudine? E quando l’attrito ritornerà, come il sito ci ricorda che sempre accade, a chi penseremo di presentare il conto?
Crediti immagini: Testata: illustrazione di copertina originale de La Domenica del Franti. Schiaccianoci dell’Erzgebirge, foto di Hawkeye7 via Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0. Mola mola, tavola del 1887, dominio pubblico via Wikimedia Commons.