SCARICA LA VERSIONE PER LA STAMPA O EPUB
Gold Hill, Colorado — L’orso che si è chiuso da solo in automobile e ha suonato il clacson fino all’alba
Supplemento domenicale · Il Franti
La Domenica del Franti
Anno I · Numero 7 · 9 agosto 2026
Incipit
Il mese in cui nessuno controlla niente
Esiste una superstizione consolidata secondo cui agosto produce notizie strane perché non ne succedono altre. È una spiegazione comoda e quasi certamente sbagliata. Le notizie strane esistono tutto l’anno: quello che manca ad agosto è la fila di persone incaricate di dire che non sono vere. Le redazioni si assottigliano, i portavoce vanno al mare, gli uffici stampa rispondono con l’autorisponditore, e i verificatori di professione — quelli che d’inverno pesano ogni virgola di un comunicato ministeriale — si concedono la vacanza morale di non pesare la notizia dell’iguana. Il risultato non è che ad agosto si dicono più bugie. È che ad agosto le bugie viaggiano su una strada senza pedaggi.
Quest’anno la strada ha perso anche l’ultimo casellante. Preparando questo numero abbiamo lavorato su un materiale grezzo abbondantissimo, arrivato in blocco da rassegne, aggregatori e raccolte automatiche di curiosità, e abbiamo scoperto che una parte di quel materiale non regge alla prima verifica. La perla dell’intera settimana, secondo chi l’aveva selezionata — una capra che scappa per il centro di Cartagena, sfonda la vetrina di una gioielleria e viene catturata dalla polizia chiudendola nel bagno del negozio — è accaduta davvero, e la raccontarono le televisioni spagnole il 4 agosto. Del 2022. Nessuno l’ha inventata: qualcuno l’ha semplicemente rimessa in circolo con una data nuova, e da lì è passata di lista in lista senza che nessuno guardasse il calendario.
Questo vale simmetricamente, e conviene dirlo subito. Non passano indisturbate solo le notizie buffe dei giornali generalisti: passano anche, e con la stessa disinvoltura, le rivelazioni sensazionali di chi il giornale generalista lo disprezza per mestiere, e passano soprattutto le compilazioni tirate su da macchine addestrate a riconoscere ciò che somiglia a una notizia curiosa, non ciò che lo è. Ad agosto il complottista è stanco quanto il portavoce, e l’aggregatore non è mai stato sveglio. Chiunque vi racconti che la stranezza della settimana è il segno di un disegno più grande sta usando la stessa scorciatoia di chi la liquida come folclore da ombrellone: entrambi hanno risparmiato la fatica di leggere il documento.
Abbiamo quindi tenuto tutto, comprese le voci scomode, e ci abbiamo fatto sopra le domande che si fanno di novembre. Alcune reggono benissimo. Altre si sfilacciano appena si tira il filo, e lo diremo dove succede. Una, la più spettacolare di tutte, non l’ha vista nessuno. E in copertina abbiamo messo l’unica storia della settimana che avrebbe potuto illustrare la prima pagina di un settimanale degli anni Cinquanta senza aggiungere né togliere nulla: un orso che entra da solo in un’automobile, non riesce più a uscirne e suona il clacson fino al mattino. Il resto del numero è, in un modo o nell’altro, quella stessa scena.
◆ ◆ ◆
Il Fondale
Cose che accadono in cielo mentre guardiamo altrove
Mercoledì 5 agosto, verso le otto e mezza del mattino ora italiana, lo stadio superiore di un Falcon 9 di SpaceX si è schiantato sulla Luna. Le cifre circolate sono queste: quattro tonnellate e mezzo, dodici metri di lunghezza, circa 8.700 chilometri orari all’impatto, un cratere stimato attorno ai ventisette metri, un rilascio di energia paragonato a tre tonnellate di tritolo, nella zona compresa fra i crateri Bell ed Einstein. L’oggetto era stato lanciato il 15 gennaio 2025 per portare verso la Luna due lander privati, il Blue Ghost di Firefly Aerospace e il Resilience di ispace. Il primo è atterrato con successo nel marzo 2025. Il secondo no. Il razzo che li aveva accompagnati ha continuato a girare per diciotto mesi in un’orbita altissima, perturbata dalla gravità lunare e dalla pressione della radiazione solare, finché gli astronomi non hanno stabilito che sarebbe finito addosso al satellite.
Le rassegne che ci hanno passato la notizia la riassumono così: impatto osservato dagli astronomi. È esattamente il contrario. L’appuntamento era stato annunciato con precisione da orologiaio, giorno e ora, e al momento buono nessuno è riuscito a vederlo — non a occhio nudo, e con enorme fatica anche con i telescopi. Paul Wiegert, della Western University in Ontario, aveva spiegato per tempo il motivo: quella porzione di superficie era illuminata, e il lampo dell’impatto sarebbe annegato nella luminosità della Luna stessa. La BBC ha riferito che gli scienziati considerano avvenuto l’impatto, in attesa della conferma definitiva dai dati dei telescopi dell’agenzia spaziale americana. Sappiamo con ottima approssimazione che è successo, sappiamo dove e quando, e la prova visiva arriverà dopo, dall’orbita, quando qualcuno andrà a fotografare il buco. Non è un dettaglio da pedanti: è la differenza fra un evento calcolato e un evento visto, e nel giro di quarantotto ore la prima cosa era già diventata la seconda in mezza rassegna stampa del pianeta.
La spiegazione tecnica, peraltro, è meno esotica del titolo. Alessandra Celletti, dell’Università di Roma Tor Vergata, ha ricondotto la vicenda all’abbandono dello stadio dopo una missione che aveva consumato tutto il propellente: senza carburante non c’è la riaccensione finale che rimetterebbe il pezzo su una traiettoria di rientro verso la Terra, dove l’atmosfera se ne occuperebbe bruciandolo. SpaceX ha sottolineato che l’impatto è stato involontario, e non c’è ragione di dubitarne: non serve dolo per lasciare un oggetto di quattro tonnellate dove la fisica lo spinge, prima o poi, contro qualcosa. Resta la questione che gli addetti ai lavori ripetono da anni senza che diventi norma: crescendo le missioni lunari cresceranno gli stadi esausti e i satelliti ingovernabili nello spazio cislunare, e la Luna non ha un’atmosfera che faccia da pattumiera automatica. È un problema di catasto, non di poesia. Chi ha lasciato lì il pezzo, in linea di principio, non deve niente a nessuno.
Nota a margine
La missione aveva due lander a bordo. Uno è atterrato bene, uno è atterrato male. Il terzo oggetto arrivato sulla Luna è il vettore che li aveva portati: non invitato, non frenato, e l’unico dei tre ad avere raggiunto la superficie con assoluta certezza.
Sempre in cielo, e con una qualità di prova molto diversa, si è finalmente capito che forma abbia l’asteroide (44) Nysa. Scoperto nel 1857, fra i più grandi e luminosi della fascia principale, aveva resistito per quasi due secoli a ogni tentativo di descrizione: le osservazioni successive, comprese quelle di Hubble, suggerivano un corpo allungato, forse due blocchi incollati. Un gruppo internazionale guidato da Kate Minker del Lowell Observatory ha puntato su di lui due strumenti pesanti — SHARK-VIS sul Large Binocular Telescope in Arizona e SPHERE/ZIMPOL sul Very Large Telescope in Cile — e ne è uscito un modello tridimensionale con tre lobi distinti, uniti da colli stretti, e due valli che girano attorno alla circonferenza. Sarebbe il primo oggetto trilobato mai osservato. Nella stessa campagna, prendendo in prestito le tecniche di ripresa ad alto contrasto sviluppate per cercare pianeti attorno ad altre stelle, il gruppo ha estratto dal bagliore dell’asteroide una piccola luna di circa un chilometro, che orbita ad almeno centosettanta chilometri dal corpo principale largo settantacinque, e che è stata designata S/2026 (44) 1.
Le fonti scientifiche usano il condizionale con generosità: potrebbe essere, sembra consistente con, verosimilmente. Le rassegne lo hanno tolto tutto e hanno titolato «asteroide a tre teste». La ragione per cui vale la pena guardarci dentro è però letteraria oltre che astronomica. Nysa, nella mitologia greca, è il luogo dove le ninfe allevarono Dioniso, dio delle maschere e del teatro; e uno degli autori dello studio ha fatto notare, con misurata soddisfazione, che dopo quasi due secoli si stava finalmente togliendo la maschera all’asteroide. Il titolo del lavoro dice esattamente questo. È il genere di battuta che gli astronomi si concedono una volta ogni cento anni e che nessun aggregatore ha ripreso, perché non entra in una scheda.
Il 5 agosto è circolata anche la fotografia, ripresa da Curiosity, di una vasta distesa di strutture esagonali nel terreno marziano, simili a un alveare; l’ipotesi principale riguarda antichi cicli di bagnatura e disseccamento, cioè fango che si crepa e si ricrepa nello stesso modo in cui si crepa da noi il fondo di una pozza in luglio. Qui la cautela è d’obbligo per un motivo diverso dal solito: le crepe poligonali su Marte sono un tema ricorrente da diversi anni, e la loro riapparizione periodica nelle rassegne assomiglia molto al meccanismo che ha resuscitato la capra di Cartagena. Che la geometria marziana sia reale non è in discussione; che sia la notizia di questa settimana lo è parecchio.
Della stessa famiglia, ma con documentazione solida, è quanto annunciato l’8 agosto grazie al telescopio solare Inouye, alle Hawaii: vortici di plasma larghi appena venti chilometri, che si formano ai bordi dei granuli solari per instabilità di Kelvin-Helmholtz — lo stesso principio che arriccia le onde negli oceani terrestri e nelle atmosfere di Giove e Saturno. Sono strutture minuscole per gli standard di una stella, e sarebbero il meccanismo che attorciglia le linee del campo magnetico come molle, alimentando quelle micro-eruzioni chiamate nanoflare a cui si attribuisce da tempo il mistero di un’atmosfera solare più calda della superficie che la produce. Detto altrimenti: l’infinitamente piccolo che governa l’infinitamente grande, che è una frase da poster ma in questo caso ha dietro un telescopio da oltre un miliardo di dollari.
E poi c’è il cielo che non esiste. Nelle scorse settimane un creator ha rimesso in circolo su TikTok la storia di un presunto documento riservato secondo cui il 12 agosto 2026 la Terra perderà la gravità per sette secondi, lasciandoci fluttuare a quindici o venti metri d’altezza. È una sciocchezza che non merita confutazione: la gravità non è un interruttore, è una proprietà della massa. Merita invece attenzione la scelta della data, perché il 12 agosto un’eclissi totale di Sole ci sarà davvero, visibile nella sua interezza in Islanda e in Spagna e osservabile dall’Italia solo come parziale, al tramonto. Il meccanismo è sempre lo stesso e non ha bisogno di cospirazioni per funzionare: si prende un evento reale in calendario, ci si appoggia sopra una catastrofe inventata, e si raccoglie l’attenzione di chi quell’evento reale non lo conosceva. Chi ci casca non è stupido: è semplicemente qualcuno a cui nessuno aveva detto dell’eclissi.
◆ ◆ ◆
Il Cannocchiale
Chi guarda, chi conta, e chi paga per farlo
Dal 1962, in una vecchia città mineraria abbandonata del Colorado che si chiama Gothic, un gruppo di ricercatori osserva le marmotte dal ventre giallo. Le riconosce una per una, le pesa, le misura, disegna loro un segno sulla schiena per ritrovarle nel prato, dà loro nomi affettuosi, ne registra i richiami d’allarme e le liti. È, a seconda di come si contano le cose, il secondo studio continuativo più lungo al mondo su mammiferi individualmente marcati. Il tipo di lavoro che non produce un titolo per decenni e poi, all’improvviso, produce l’unica serie storica capace di dire cosa fa il clima a una popolazione animale nell’arco di due generazioni umane.
Questo lavoro, quest’estate, si finanzia su OnlyFans. Daniel Blumstein, che guida il progetto per la UCLA presso il Rocky Mountain Biological Laboratory, ha raccontato di aver avuto l’idea guardando una serie televisiva sulle ristrettezze economiche di una protagonista che finisce a fare la creatrice di contenuti per adulti. La sua studentessa Emily Renkey ha aperto la pagina, qualcuno ha pronunciato il nome — OnlyMarms — e la cosa è finita lì. Contenuti rigorosamente per tutti, video di roditori che giocano e strillano, mance dei sostenitori. La piattaforma, come da regolamento, trattiene il venti per cento.
È quel venti per cento la notizia. Tutto il resto è simpatico, e la simpatia è precisamente ciò che rende la storia raccontabile e quindi meno leggibile. Per aprire l’account Blumstein ha dovuto negoziare la verifica dell’età, perché il sistema pretende che la foto profilo corrisponda a un documento e la foto profilo era una marmotta; ha risolto assumendosi personalmente la responsabilità di adulto. Le cifre raccolte oscillano fra i quattromila e i seimila dollari a seconda della settimana e della fonte: non abbastanza per pagare un dottorando, abbastanza per un articolo su ogni giornale americano e adesso anche qui. Due letture vanno tenute aperte insieme, perché sono entrambe vere. È un gesto di disperazione ragionata di un laboratorio che ha visto assottigliarsi i fondi federali per la ricerca ambientale e ha deciso di dirlo nel modo più difficile da ignorare; ed è un’operazione di comunicazione perfettamente riuscita, costruita da persone che sanno benissimo che «scienziati su OnlyFans» è un titolo e «tagli alla National Science Foundation» non lo è. Chi vi presenta solo la prima vi sta commuovendo. Chi vi presenta solo la seconda vi sta risparmiando il problema.
Nella stessa categoria dello sguardo lungo, ma senza cassa da riempire, va segnalata la Costasiella kuroshimae, minuscola lumaca di mare del Pacifico tropicale che i divulgatori chiamano pecora-foglia. Mangia alghe e, invece di digerirne del tutto i cloroplasti, li conserva nei propri tessuti e li usa per fare fotosintesi. Una lumaca che si procura i pannelli solari mangiandoseli. La notizia, in senso stretto, non è di questa settimana — il fenomeno si chiama cleptoplastia e chi studia molluschi lo discute da decenni — ma è un caso in cui la ricircolazione periodica non danneggia nessuno, perché non c’è nulla di urgente da confondere. È solo una cosa vera che continua a sembrare inventata, e questa è la definizione più onesta di curiosità scientifica.
Poi ci sono le misurazioni che dicono più sul misuratore che sul misurato. In India una donna che non si taglia i capelli dal 2015 ha ottenuto il primato mondiale per la maggiore lunghezza di capelli in una persona vivente, otto piedi e dieci pollici, circa due metri e sessantanove. La domanda interessante non è come abbia fatto: è perché esista una categoria, e quindi un metro, e quindi un giudice, e quindi qualcuno che ha dovuto stendere quei capelli su un pavimento e certificarli. Dello stesso ordine è il caso di un dipendente di Tokyo sanzionato per ventisei pause sigaretta da tre minuti nell’arco di sette mesi. Ventisei per tre fa settantotto minuti in circa duecento giorni lavorativi; a colpire non è la durata, che è irrisoria, ma il fatto che qualcuno abbia contato. Il dibattito nazionale che ne è seguito riguarda giustamente la sorveglianza granulare del tempo di lavoro, e cioè un sistema in cui l’unità di misura non è più la giornata né l’ora ma il minuto, e in cui il minuto viene registrato perché registrarlo non costa più nulla.
A Dunellen, nel New Jersey, il 29 luglio un agente della polizia locale ha indossato una tuta mimetica vegetale, si è confuso con un cespuglio lungo North Washington Avenue con il binocolo in mano e in sei ore ha permesso di elevare settantaquattro multe per uso del telefono alla guida. Il dipartimento ha poi pubblicato le fotografie chiedendo ironicamente ai cittadini se avessero notato il loro arbusto. È una scena comica e funziona; ma il presupposto è che per far rispettare una norma elementare occorra oggi che lo Stato si mimetizzi da vegetazione, perché il cittadino ha imparato a riconoscere l’uniforme e a rimettere il telefono in tasca esattamente due secondi prima. Il camuffamento non è folclore: è la confessione che il controllo visibile ha smesso di funzionare.
Sull’altro versante dello stesso vetro, la settimana ha regalato due promemoria sulla fallibilità delle macchine a cui deleghiamo lo sguardo. A VivaTech due robot umanoidi hanno rotto gli schermi durante una dimostrazione di danza, e il video girato dai visitatori ha fatto il giro dei social prima di arrivare alla stampa specializzata: equilibrio perfetto fra promessa iper-tecnologica e risultato grottesco. In parallelo sono circolate rassegne di errori macroscopici dell’intelligenza artificiale in contesti reali, dalle offerte commerciali ai bandi pubblici, utili a smontare un po’ di entusiasmo. Vale però la stessa avvertenza applicata al resto del numero: una rassegna di dieci fallimenti non dimostra che la tecnologia non funziona, così come una rassegna di dieci successi non dimostra il contrario. Dimostra soltanto che qualcuno ha selezionato dieci casi, e che noi li stiamo leggendo perché sono dieci e non undici.
◆ ◆ ◆
La Bussola che Mente
Onesto in ogni punto, disonesto nel complesso
C‘è una congettura matematica del 1939 che dice, in sostanza, una cosa molto rassicurante: se una trasformazione polinomiale è invertibile in ogni singolo punto — se il suo determinante jacobiano è costante e diverso da zero ovunque — allora è invertibile anche globalmente, con un’inversa altrettanto polinomiale. Si chiama congettura jacobiana, Stephen Smale la inserì nel 1998 nella sua lista di problemi per il secolo, e per ottantasette anni nessuno l’ha né dimostrata né demolita.
Il 20 luglio, ora universale, il matematico Levent Alpöge, che lavora ad Anthropic, ha pubblicato su X un messaggio di poche parole per annunciare che la congettura è falsa, allegando un controesempio in tre dimensioni con determinante costante uguale a meno due e tre punti d’ingresso diversi che finiscono nello stesso punto d’uscita. Ha raccontato di averlo cercato in una mattinata insieme a un amico, interrogando un modello linguistico. Il controesempio è talmente compatto che i colleghi hanno potuto verificarlo a mano nel giro di un giorno. Risultato: la congettura cade per ogni dimensione superiore a due; il caso bidimensionale, quello originale, resta aperto. L’algebra è pubblica e riproducibile. Il resto della storia — quali istruzioni siano state date al modello, quanto abbia pesato l’indirizzo umano — non è documentato, e chi titola che l’intelligenza artificiale ha risolto un problema secolare comprime in una frase una catena di passaggi di cui conosce solo l’ultimo anello. Chi ribatte che è tutta pubblicità ignora però l’unico anello verificabile, che è proprio quello decisivo: il conto torna.
Il cortocircuito
Nei giorni successivi qualcuno ha avuto la buona idea di chiedere al modello stesso se un controesempio alla congettura jacobiana fosse mai stato trovato. Ha risposto di no, che il problema resta aperto, e si è offerto di approfondire qualora ci fosse una fonte. La macchina che ha collaborato alla scoperta non sa di averlo fatto, perché la scoperta è successiva a ciò che le è stato insegnato.
Il determinante jacobiano è una bussola locale: dice che in ogni punto, guardando abbastanza da vicino, la trasformazione conserva l’orientamento e si può tornare indietro. Per ottantasette anni si è sperato che questa onestà punto per punto garantisse l’onestà dell’insieme. Non la garantisce. Esistono oggetti impeccabili ovunque li si guardi da vicino che, presi nel complesso, mandano tre cose diverse nello stesso posto e non permettono più di risalire a quale delle tre fosse l’originale. Chiunque abbia letto un dossier ben scritto, un bilancio in regola, una ricostruzione dei fatti in cui ogni singola frase è vera, sa già di cosa stiamo parlando.
La versione italiana e domestica dello stesso principio è accaduta a Bitonto, in provincia di Bari, e vale molto più della battuta che ne è stata ricavata. Nell’estrazione del MillionDay delle venti e trenta di venerdì 31 luglio sono usciti i numeri 2, 4, 8, 10 e 51: una giocata plurima li aveva centrati tutti, per un premio massimo da un milione di euro. Il giocatore va in ricevitoria, il terminale stampa sul tagliando la dicitura che segnala l’impossibilità di pagare quella somma allo sportello, e lui la legge come vuol dire non hai vinto. Butta il biglietto nel secco residuo. Se ne accorge a casa, grazie ai familiari, quando ormai il cestino della tabaccheria è stato svuotato e il sacchetto è salito su un camion.
Da lì in poi la storia smette di essere una disavventura e diventa un piccolo capolavoro di logistica pubblica. La Sanb, società che gestisce la raccolta nel Nord Barese, contattata dalla famiglia, ricostruisce l’intera filiera del sacchetto dal ritiro alla consegna, individua il mezzo, blocca il conferimento prima del compattatore — era domenica, ha raccontato l’amministratore Roberto Nicola Toscano, altrimenti il carico sarebbe già finito in discarica — ottiene le autorizzazioni, trasferisce tutto in un impianto abilitato e mette gli operatori a setacciare una montagna di rifiuti. Alle cinque e mezza del mattino uno di loro tira fuori il tagliando, integro, da un sacchetto bucato pieno di biglietti ormai illeggibili. Poi, per scaramanzia, i colleghi hanno comprato un gratta e vinci e hanno vinto cinquanta euro.
Si può leggerla come la fortuna che passa dal cassonetto, ed è una lettura legittima. La nostra è un’altra: il tagliando diceva la verità. Quella dicitura era tecnicamente corretta, giuridicamente ineccepibile e praticamente disastrosa, perché scritta nel linguaggio di chi progetta il sistema e non di chi lo usa. Un milione di euro è stato a un’ora di distanza dall’essere distrutto non da un errore, ma da un’interfaccia onesta e incomprensibile. È esattamente la bussola che mente: ogni singolo punto in regola, l’insieme che manda la persona nella direzione sbagliata. E il recupero è stato possibile solo perché esisteva ancora una filiera tracciabile e un’azienda pubblica disposta a percorrerla all’indietro — cioè per la ragione opposta a quella per cui, a Kiama, di cui diremo fra poco, un debito di centocinquant’anni resterà per sempre inesigibile.
Nella stessa famiglia mettiamo tre storie minori, arrivate con documentazione più leggera e che riportiamo per quello che sono. Una banca norvegese avrebbe cominciato a concedere mutui immobiliari senza verifica dei redditi a profili selezionati, il che sconvolge la prassi bancaria classica o, più probabilmente, la ridefinisce sostituendo il documento con il punteggio: non si smette di controllare, si smette di chiedere. Una studentessa d’arte cinese avrebbe vissuto tre settimane a Pechino nei circuiti riservati ai benestanti senza spendere nulla, usando soltanto messinscena e portamento; è un esperimento vecchio quanto il teatro, e la sua morale — che il credito sociale si concede all’apparenza prima che al conto corrente — è tanto più suggestiva quanto meno è verificabile. E in Cina un uomo avrebbe simulato il proprio funerale con la complicità dei familiari per sfuggire a una condanna per guida in stato di ebbrezza, senza che la messinscena reggesse. Tre variazioni sul tema del segnale preso per la cosa che dovrebbe rappresentare.
Chiude il capitolo, con eleganza, un imprenditore multimiliardario indiano che ha dichiarato di indossare abitualmente un orologio di lusso contraffatto, comprato per pochi spiccioli, con la motivazione che se lo perde o lo rompe non deve piangere per un mese. È il caso più pulito di tutti: il segnale funziona, chi lo emette sa che è falso, e chi lo riceve non ha modo di saperlo. Nessuno viene truffato e nessuno viene informato. Se cercate una definizione operativa di come funziona il prestigio nel 2026, è questa.
Sul versante opposto, dove il segnale è puro rumore e nessuno pretende altro, la settimana ha prodotto una cavalla giapponese di nome Sumomomomomomomo, ribattezzata dai commentatori il cavallo che fa piangere i telecronisti, una cagna diventata popolare per i pronostici sulle decisioni arbitrali e un’anatra soprannominata Merlin, con maglia messicana, promossa mascotte ufficiosa del Mondiale. Sono le stesse creature che nei secoli scorsi si sarebbero interrogate per prevedere il raccolto. La differenza è che allora ci si credeva, e adesso ci si crede in modo dichiaratamente scherzoso, il che è un progresso solo finché qualcuno tiene il conto di quante volte l’oracolo abbia sbagliato. Nessuno lo tiene.
◆ ◆ ◆
Oggetti Smarriti
Ritorni fuori tempo massimo
A Kiama, cittadina di mare a sud di Sydney, un uomo di settantasette anni stava ristrutturando una casa di Manning Street quando ha trovato, dentro una vecchia cassa da tè murata in un camino in disuso, un libro. Era un’edizione 1858 delle antichità di Atene, il rilievo che James Stuart e Nicholas Revett avevano compiuto in Grecia negli anni Cinquanta del Settecento misurando i monumenti con una precisione allora inedita. Portava il numero 506 della collezione originaria della biblioteca pubblica locale, aperta nel 1872 con un migliaio di volumi. La responsabile stima che sia sparito entro pochi anni dall’apertura. Il ritardo è quindi di circa centocinquant’anni, e la mora, calcolata sui tre penny alla settimana stampati nel risguardo e rivalutata, arriverebbe a ventottomila dollari australiani.
Nessuno la pagherà, e non per generosità: il registro dei prestiti degli anni Settanta dell’Ottocento è andato perduto. Il libro è tornato, il debito no, perché il debito non è una proprietà dell’oggetto ma dell’archivio, e l’archivio è l’unica cosa che in questa storia è sparita davvero. Chi lo ha riportato immagina che a prenderlo in prestito fosse il suo trisavolo, proprietario della casa, ma è una supposizione dichiarata come tale. Restano invece leggibili, nel risguardo, le regole del tempo: si potevano prendere fino a tre libri per nucleo familiare, purché almeno sei membri della famiglia risultassero capaci di leggere, e non si prestava a chi si presentasse in stato di ebbrezza. La prima condizione oggi non è più richiesta; la seconda è stata sostituita da una formula più elastica sul comportamento, il che è progresso, ma un po’ meno pittoresco. Il volume, con i suoi danni da umidità, finirà nella collezione di storia locale: un libro sulle rovine che è stato a sua volta una rovina murata.
La coincidenza vuole che nella stessa settimana sia circolata la storia di un frequentatore di biblioteche che, dopo quarant’anni di rimorso, ha restituito un volume raro sottratto negli anni Ottanta, accompagnandolo con una lettera di scuse e una banconota da cento dollari a titolo di indennizzo. Le due vicende sembrano gemelle e sono opposte. A Kiama il debito è inesigibile perché manca il creditore documentale; qui il debitore si autodenuncia, quantifica da solo il risarcimento e lo paga a un’istituzione che non gli aveva chiesto nulla e che non avrebbe mai potuto identificarlo. Nel primo caso la contabilità sopravvive all’oggetto; nel secondo la coscienza sopravvive alla contabilità. Non sappiamo quale delle due cose sia più rara.
Sempre sul filo del ritorno tardivo, in New Jersey un volontario che ripuliva le zone umide di Upper Township ha raccolto una bottiglia con dentro un messaggio di cinquantatré anni prima. L’aveva dettato una bambina di nove anni alla sorella maggiore, che aveva la calligrafia più bella, e conteneva una spacconata magnifica su pescatori di spugne spietati e acque infestate dagli squali. Il volontario si è messo a cercare l’autrice sui social. L’ha trovata la sorella: la bambina è morta di tumore nel 2019. La lettera è stata consegnata alla famiglia, che la farà incorniciare. Chi ha scritto quel messaggio era assolutamente certa che sarebbe stato ritrovato. Aveva ragione, e non ha fatto in tempo a saperlo.
Il mare ha restituito anche una persona. Kai Sato, trentanove anni, era partito dalle isole Catalina in California il 7 giugno per la sua prima traversata del Pacifico in solitaria. A poche settimane dalla partenza si è rotto l’albero, si è scaricato il telefono e si è esaurito il carburante che serviva a governare con il motore. Ha rimediato con tubi di PVC e pale da kayak, ha raccolto acqua dalla condensa in un sacchetto di plastica, ha mangiato i pesci e i calamari che gli saltavano in barca, e ha continuato a derivare finché non è finito nella rotta commerciale fra la California e le Hawaii, dove il 21 luglio l’equipaggio di una portacontainer lo ha recuperato. L’avventura solitaria è stata salvata esattamente dall’infrastruttura industriale da cui l’avventura solitaria pretende di allontanarsi.
Nella stessa settimana, in un aeroporto dell’Alabama, un controllo di routine ha individuato dentro il bagaglio di un passeggero una serie di palle di cannone della Guerra civile, risultate rubate: la sicurezza aeroportuale funziona, i ladri di reperti storici hanno una fiducia commovente nel bagaglio a mano, e nel 2026 la cosa più anomala che si possa portare in valigia è ancora un pezzo di ferro dell’Ottocento.
Chiudiamo con due anziani che non volevano essere ritrovati, ed è la storia più seria del capitolo. Il 29 luglio, nel distretto di Huairou a Pechino, un uomo di settantatré anni e una donna di cinquantotto si sono persi mentre raccoglievano erbe medicinali in montagna. I soccorritori li hanno cercati per oltre venti ore. Loro li sentivano chiamare e non rispondevano; anzi, si allontanavano. La ragione è una credenza locale secondo cui gli spiriti della montagna chiamano per nome proprio per far perdere le persone, e rispondere significa seguirli. È facile archiviarla come superstizione, e in un certo senso lo è. Ma il contenuto operativo di quella credenza — non fidarti di una voce che ti chiama per nome nel bosco, perché sa di te qualcosa che non dovrebbe sapere — è la stessa regola che oggi insegniamo agli anziani a proposito delle telefonate dei finti carabinieri e dei messaggi del finto nipote. La superstizione era un protocollo di sicurezza scritto in una lingua che abbiamo smesso di leggere. Il guaio è che stavolta chi chiamava per nome era la squadra di soccorso.
◆ ◆ ◆
Il Secolo dei Recinti
Chi teniamo dentro, chi scappa fuori, e chi paga il conto
La scena in copertina è successa a Gold Hill, in Colorado. Un orso è entrato di notte in un’automobile non chiusa a chiave, non è più riuscito a uscirne e si è appoggiato al clacson fino al mattino. Il proprietario ha trovato l’airbag esploso e l’abitacolo devastato, ha legato una corda alla maniglia, si è allontanato a distanza di sicurezza e ha tirato. La portiera si è spalancata, l’orso è uscito e se n’è andato nel bosco senza dare troppo peso all’accaduto. È la sola storia della settimana che avrebbe potuto illustrare la prima pagina di un settimanale illustrato di settant’anni fa senza aggiungere né togliere nulla: un istante, un animale fuori posto dentro un oggetto quotidiano, una soluzione casalinga, e il doppio registro di spavento e comicità che quelle tavole tenevano insieme con una disinvoltura che oggi ci è diventata difficile.
Ma è anche il rovescio esatto della notizia italiana della settimana, quella che merita di essere presa sul serio proprio perché si presta alla battuta. La peste suina africana avanza in Toscana e il Consorzio di tutela della Cinta Senese teme l’estinzione della razza entro pochi anni. Fra le soluzioni proposte c’è il trasferimento di un nucleo ristretto di riproduttori — nove scrofe e due verri — sull’isola di Pianosa, dentro un’area completamente confinata all’interno della struttura carceraria: doppie recinzioni, protocolli rigidi di ingresso e uscita per persone e mezzi, biosicurezza rafforzata certificata da audit dell’azienda sanitaria secondo i protocolli europei ClassyFarm, nessun contatto con la vegetazione e la fauna circostanti. Non un pascolo brado, insiste il consorzio, ma un ambiente controllato. In parallelo si chiede l’apertura rapida dei centri genetici e, subito, il contenimento dei cinghiali.
Il rovescio si compone da solo. Per salvare una razza domestica simbolo di biodiversità la si mette in carcere; l’isola è diventata un candidato ideale proprio perché il carcere ha chiuso e da allora è stata oggetto di un restauro ecologico che ha comportato l’allontanamento dei gatti inselvatichiti e l’eradicazione del ratto nero, cioè la rimozione paziente degli animali che gli esseri umani ci avevano portato; e la malattia che minaccia il maiale allevato viaggia attraverso il maiale libero, il cinghiale, parente stretto della specie che si vuole proteggere. Le obiezioni scientifiche sono arrivate rapide e non sono di principio. Letizia Marsili, ecologa dell’Università di Siena, ha messo in guardia sul rischio di alterare uno degli ecosistemi insulari meglio conservati del Mediterraneo. Francesco Ferretti, dello stesso ateneo e componente del comitato scientifico del WWF Italia, ha ricordato che gli ecosistemi insulari sono ambienti delicati, spesso evolutisi in assenza di grandi mammiferi, e che introdurre un suide su un’isola piccola e tutelata da un parco nazionale comporta rischi seri. Legambiente ha preso posizione contro. Nessuno dice che la Cinta non vada salvata: dicono che il posto è sbagliato, che una biosicurezza perfetta sulla carta ha una storia lunga di falle nella pratica, e che le isole si rovinano una volta sola.
La frase meno pittoresca della settimana
Il presidente del consorzio, Niccolò Savigni, ha detto che mettere in salvo la razza non basta se non si mette in salvo anche chi la alleva, e che norme sempre più restrittive unite a risarcimenti scollegati dal valore reale dell’animale rischiano di far chiudere gli allevamenti prima ancora che arrivi il contagio. È l’unico passaggio dell’intera vicenda in cui non si parla di isole né di virus, ed è quello da cui dipende tutto il resto.
Il resto della settimana è stato un bestiario di recinti falliti in ogni direzione. Nella contea di Douglas, sempre in Colorado, due cuccioli d’orso sono entrati da una finestra aperta, hanno ispezionato la casa e hanno cenato con il cibo del gatto, finché i tecnici della fauna selvatica non li hanno riaccompagnati verso il bosco. Ad Anchorage un orso nero ha attivato le porte automatiche di un centro commerciale, ha rubato una pesca ed è entrato in una barberia, dove ha lasciato un commento non verbale sul pavimento prima di uscire. In Tibet un orso bruno ha preferito l’albergo, entrando in una camera e sostenendo una gara di sguardi con gli ospiti. A Bozeman un’alce ha scelto per un pisolino gli studi di una stazione radio che si chiama, per l’appunto, The Moose. A Memphis, in un centro FedEx, un’iguana lunga quasi due metri è saltata fuori da uno scatolone appena aperto ed è partita al galoppo fra gli scaffali: il proprietario, che se l’era fatta spedire con consegna in giornata, si aspettava un rettile intorpidito dal viaggio e ha trovato un animale in perfetta forma polemica.
A Dallas un procione è stato avvistato per giorni mentre girava per un quartiere con la testa infilata in un barattolo di maionese, finché gli operatori dei servizi animali non lo hanno liberato battezzandolo Mayonesia. A Chesterfield, in Virginia, un mini-cavallo ha passeggiato indisturbato per tre ore brucando un prato prima di essere catturato, senza che si riuscisse a rintracciarne il proprietario; il servizio animali lo ha presentato come una specie di divo equino con la frangia, i residenti lo hanno paragonato a un personaggio televisivo, e a nessuno è venuto in mente che un cavallo senza padrone identificabile è, tecnicamente, un problema e non una mascotte. In Georgia un cavallo da settecentoventicinque chili è finito su un fianco dentro un torrente ed è servita una squadra di vigili del fuoco per tirarlo fuori. In Ontario una gatta ha partorito sei cuccioli sotto un’auto della polizia provinciale, e gli agenti hanno collaborato con le associazioni animaliste anziché procedere. A Tacoma, nello stato di Washington, l’intervento su un’imbarcazione abbandonata ha rivelato a bordo oltre trenta gatti: una barca fantasma con equipaggio completo, che sembra l’inizio di una fiaba ed è invece, quasi certamente, la fine di una storia umana andata male.
In Saona e Loira la gendarmeria ha diffuso un avviso perché i cervi della zona, inebriati dalla frutta fermentata, attraversano la carreggiata con traiettorie incerte e improvvise immobilizzazioni. In Kansas il caldo fa svenire i pipistrelli, che cadono al suolo apparentemente morti e si risvegliano combattivi al primo tentativo di soccorso non richiesto. Nel sud della Tasmania un elefante marino da oltre una tonnellata, chiamato Neil, abbatte pali e strofina le automobili per liberarsi della vecchia pelliccia durante la muta, trattando la proprietà privata come un enorme tiragraffi. Sommate insieme, queste storie raccontano una cosa sola, e non è che gli animali si stiano riprendendo i loro spazi: è che i nostri spazi sono pieni di oggetti irresistibili — cibo per gatti, pesche, frutta fermentata, lamiera ruvida — e privi di qualsiasi barriera che un animale sia in grado di riconoscere come tale. La recinzione funziona solo se entrambe le parti sanno di cosa si tratta.
Il recinto immateriale, che è quello che costa di più, ha avuto anch’esso la sua settimana. A Singapore uno studente francese di diciannove anni, iscritto a una business school, ha ricevuto una multa di seicento dollari locali dopo essersi dichiarato colpevole di disturbo alla pubblica quiete: a marzo si era filmato mentre leccava una cannuccia di un distributore automatico di succo d’arancia per poi rimetterla al suo posto, pubblicando il video con una didascalia sulla città che non sarebbe un posto sicuro. L’accusa poteva costargli fino a tre mesi di reclusione e la procura aveva chiesto il massimo della sanzione pecuniaria; il giudice ha tenuto conto della giovane età, del fatto che la cannuccia contaminata è stata poi ripresa dallo stesso ragazzo e che nessun altro l’ha usata. L’azienda, per prudenza, ha sostituito tutte le cinquecento cannucce del distributore, e le autorità per l’immigrazione decideranno del suo permesso di studio. La sproporzione non è fra il gesto e la pena, che è modesta: è fra una lingua e cinquecento cannucce. E c’è un dettaglio poco commentato: la prova a carico è stata prodotta, montata e distribuita dall’imputato, che ha costruito da solo il fascicolo e lo ha caricato in rete perché venisse istruito.
Della stessa specie sono le altre storie di confini attraversati per essere guardati. In un villaggio dell’Uttarakhand, a Swala, il consiglio locale ha vietato a fine luglio l’ingresso a estranei, youtuber e creatori di contenuti senza permesso formale, con tanto di cartelli sulla strada nazionale: troppi canali dedicati al paranormale lo avevano dichiarato villaggio infestato, danneggiando l’immagine di un posto che ha elettricità, acqua corrente e strade. È il primo caso che incontriamo di una comunità che si recinta contro la propria reputazione digitale, e non sarà l’ultimo. In Galles un ventiseienne è salito il 6 giugno sul tetto di un ospedale vestito di nero dalla testa ai piedi, brandendo un oggetto lungo e affilato e fissando pazienti e personale per quasi un’ora, emettendo versi; lui sostiene di essere un corvo, tutti gli altri hanno visto la Morte, sono servite quattro auto della polizia e i vigili del fuoco per farlo scendere, e a inizio agosto il tribunale ha chiuso con duecento sterline di multa più le spese. A Cartagena, quella colombiana, il 2 agosto una sala cinematografica è stata evacuata a metà proiezione per un odore la cui origine nessuno ha mai confessato, mentre i video mostravano il pubblico riversarsi nel corridoio e la pellicola continuare a girare in una sala quasi vuota. E in un villaggio del Gujarat, a Virparda, dal 2 agosto l’acqua di un pozzo agricolo profondo cinque metri e mezzo ha preso a incresparsi e ondeggiare per giorni senza che si registrasse alcun sisma, attirando curiosi dai paesi vicini; i geologi locali ipotizzano aria intrappolata nell’acquifero dopo le piogge recenti, che risale e produce turbini in superficie, e le autorità hanno chiesto un gruppo di esperti. Quattro scene con la stessa struttura: un gesto o un fenomeno minimo, un pubblico obbligato, e la certezza che qualcuno stia riprendendo.
Poi ci sono i recinti che coincidono con il corpo. In Giappone il fenomeno degli johatsu, gli evaporati, ha da tempo un’industria dedicata: le agenzie yonigeya, letteralmente negozi per la fuga notturna, organizzano traslochi sotto copertura, procurano alloggi in quartieri anonimi e assistono nella costruzione di una nuova identità. La molla, in origine, era la vergogna per il fallimento lavorativo o per i debiti. Chi lo racconta oggi in Occidente tende a trasformarlo in fantasia di azzeramento, il tasto che resetta una vita diventata insostenibile, e la fantasia è comprensibile; vale però la pena ricordare che chi evapora davvero non lascia dietro di sé un’esistenza semplificata, ma persone che per anni non sapranno se è vivo. Sull’altro versante il corpo viene modificato per restare esattamente dov’è: sono circolate in settimana le iniezioni di tessuto adiposo di provenienza cadaverica per riempire i vuoti lasciati dai dimagrimenti rapidi dell’era dei nuovi farmaci, il caso cinese di una correzione mascellare minima diventata una sporgenza permanente di tredici millimetri, i tatuaggi indolori promessi da una startup britannica, una maglietta che assicura trenta giorni di uso continuato senza odore, un trend estetico importato dalla California in Cina di cui basta il nome per capire perché non lo approfondiamo, e l’accusa rivolta ad alcune cicliste di aver usato imbottiture non per vanità ma per profilo aerodinamico. Queste ultime voci ci sono arrivate senza fonte primaria verificabile e le riportiamo per quello che sono, cioè per il fatto che qualcuno le ha messe in circolo e che sono state credute: il che, ai fini di capire cosa ci aspettiamo dal nostro corpo nel 2026, è già un dato.
Il recinto può anche essere una vasca da bagno. Joan Rivet, ottantadue anni, è sopravvissuta nove giorni bloccata nella propria dopo una caduta, manovrando il rubinetto con le dita dei piedi per bere e recuperando una vestaglia con l’asta della doccia. È la storia che chiude il cerchio aperto dall’orso: la stessa scena, una creatura chiusa in un contenitore domestico, con la differenza che l’orso aveva qualcuno fuori disposto a tirare la corda. Sul versante di quello che si può fare quando ci si mette insieme, invece, a Surrey nella Columbia Britannica la giornata dedicata agli ortaggi esteticamente scartati ha superato il record precedente donandone in ventiquattro ore duecentoquarantaseimilacinquecentoventotto chili e sei etti: un numero assurdo nella sua precisione, che vale soprattutto come argomento contro l’idea che la selezione all’ingresso dei supermercati abbia qualcosa a che fare con la qualità. E a Topeka, in Kansas, uno studente si è presentato al ballo scolastico a bordo del furgone promozionale a forma di würstel di una nota marca di insaccati, avendo convinto l’autista a dargli un passaggio: la dimostrazione che l’unico modo di sfuggire alla competizione delle limousine è cambiare gara.
Restano, per completezza e perché sono il pezzo di realtà più vicino a chi legge, le micro-notizie dalla capitale, arrivate anch’esse dentro la stessa rassegna e con la stessa qualità di prova incerta: settemilacinquecento stalli di sosta dotati di sensori entro il 2027, centoquarantamila romani ancora privi di carta d’identità elettronica, centosessanta patenti ritirate in due mesi sul Grande Raccordo Anulare, e il confronto fra un viaggio in treno verso la Calabria e un volo per Budapest che costerebbe meno. Non abbiamo potuto verificare nessuna di queste cifre e non ci fonderemmo sopra un ragionamento. Le lasciamo agli atti per una ragione sola: descrivono con precisione il tipo di città che i romani sono disposti a credere di abitare, ed è un dato che nessuna verifica potrebbe smentire.
Chiude il capitolo la storia più piccola e più esemplare di tutte, arrivata senza luogo né data e quindi impossibile da controllare, ma che riportiamo perché è stata raccontata ovunque: un volo di linea cancellato perché un bambino si è rifiutato di allacciare la cintura di sicurezza, e nessuna persuasione di genitori, personale di bordo e comandante ha avuto la meglio. Se è vera, è la scena perfetta di un sistema che pesa decine di tonnellate e si ferma davanti all’unico soggetto a cui non si può applicare nessuna sanzione. Se non è vera, qualcuno l’ha inventata sapendo che l’avremmo creduta, il che dice esattamente la stessa cosa. Nello stesso reparto sta la causa milionaria intentata negli Stati Uniti da un cliente che sostiene di aver trovato un oggetto gommoso di natura equivoca dentro un cestino di pollo fritto: la cifra richiesta è la parte meno interessante, perché il vero contenuto della notizia è che oggi la reputazione di una catena alimentare si difende in tribunale e non in cucina.
Il Dubbio della Domenica
Rileggendo l’elenco ci siamo accorti che nessuna di queste notizie ha avuto bisogno di essere smentita. Non perché fossero solide — una era di quattro anni fa e ha attraversato mezzo mondo con una data nuova — ma perché erano già abbastanza inverosimili da non sembrare pericolose: l’iguana, il libro nel camino, le marmotte con il cappello in mano. Sono passate lisce esattamente come passa liscia una notizia seria quando è raccontata bene. La domanda che vi lasciamo, e che non ci risponderemo, è la stessa che ci siamo fatti chiudendo il numero: se una cosa strana viaggia senza controlli perché fa ridere, quante cose serie hanno viaggiato questa settimana senza controlli perché non facevano ridere nessuno?
La Domenica del Franti · Anno I, Numero 7 · 9 agosto 2026
Il Franti — Magazine di cultura divergente inter-generazionale
Tracce della metamorfosi · ilfranti.it
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.