Siamo di fronte a un paradosso dell’automazione: investiamo in intelligenze artificiali di frontiera, capaci di ragionamenti complessi, solo per poi trattarle come dattilografi del secolo scorso. Passiamo ore a “guidare la mano” del software, indicando ossessivamente quale riga modificare o quale comando digitare, finendo per lavorare più di quanto faremmo da soli.
Anthropic ha finalmente aperto la “scatola nera” di questo squilibrio, analizzando circa 400.000 sessioni reali di Claude Code. I dati estratti dal report non sono solo statistiche: sono la mappa che separa chi ottiene risultati tangibili da chi spreca tempo in una microgestione asfissiante.
La microgestione è il killer silenzioso del tuo ROI
Il primo dato che emerge dalla ricerca è brutale: l’efficienza non nasce dal controllo totale, ma dalla capacità di delegare. Gli utenti più produttivi hanno adottato quella che possiamo definire la Regola del 70/80:
L’utente gestisce il 70% della pianificazione: definisce il “cosa”, l’approccio strategico e i criteri di successo.
Claude gestisce l’80% delle decisioni esecutive: decide il “come”, quali file modificare operativamente e quali comandi lanciare.
Questa divisione ha un impatto numerico immediato sulla performance. Per capire il divario, dobbiamo guardare alla media generale di 10 azioni per prompt (lettura file, modifiche, esecuzioni):
Microgestione (Utente “controllore”): Il numero di azioni scende a circa 8. Siete sotto la media, state frenando la macchina.
Autonomia (Utente “architetto”): Claude arriva a compiere mediamente 16 azioni per singolo turno, con picchi che superano il centinaio.
In sintesi: più cercate di controllare ogni singolo passaggio, meno lavoro viene effettivamente svolto. Delegare l’esecuzione può sembrare controintuitivo, ma i dati confermano che è l’unico modo per sbloccare il vero potenziale dello strumento.
L’esperienza non è saper programmare, è capire il problema
La capacità di delegare il “come” è direttamente proporzionale alla propria competenza di dominio. Secondo Anthropic, l’esperienza non è un titolo accademico, ma la comprensione profonda del problema da risolvere.
L’esempio più calzante è quello del commercialista: pur non conoscendo Python, può essere infinitamente più efficace di un programmatore junior se conosce alla perfezione le regole di riconciliazione fiscale. La sua esperienza gli permette di individuare i casi limite e fornire il contesto necessario affinché Claude lavori con precisione chirurgica.
I numeri evidenziano un abisso prestazionale tra chi sa dare direzione e chi brancola nel buio:
Principianti: 5 azioni e 600 parole di output per prompt.
Esperti: 12 azioni e 3.200 parole di output per prompt.
Come sottolinea il report di Anthropic:
“Il divario non dipende dal fatto che gli esperti assegnino compiti più grandi o complicati: la spiegazione più probabile è che sappiano dare a Claude abbastanza contesto, direzione e spazio per lavorare senza dover intervenire continuamente.”
“Sei sicuro?”: Perché la fiducia cieca non è verifica
Chiedere “sei sicuro?” o “ricontrolla il tuo lavoro” è l’errore tipico del principiante. Sono prompt generici che non producono analisi, ma spingono l’IA a una semplice conferma di cortesia. Gli esperti, invece, sostituiscono la speranza con un feedback loop oggettivo.
Se vuoi risultati certi, smetti di chiedere conferme verbali e inizia a pretendere dimostrazioni tecniche:
Verifica delle chiamate: Chiedi esplicitamente di verificare se una funzione specifica è stata effettivamente chiamata nel flusso.
Stato della configurazione: Imponi a Claude di mostrare lo stato finale della configurazione dopo una modifica per assicurarne la coerenza.
Test di regressione: Se stai correggendo un bug, ordina a Claude di creare un test che riproduca il fallimento e verifica che passi solo dopo l’intervento.
Sostituisci la fiducia con la prova tangibile. Se il feedback è oggettivo, la supervisione manuale diventa superflua.
L’arte di non arrendersi: La resilienza come vantaggio competitivo
La differenza più profonda tra un utente esperto e uno alle prime armi è psicologica. Quando una sessione va storta, il principiante vede un limite del software; l’esperto vede un’iterazione necessaria.
I dati sulla resilienza sono impietosi e mostrano quanto la tenacia paghi in termini di successo finale:
Tasso di abbandono: I principianti mollano la sessione nel 19% dei casi critici, mentre gli esperti abbandonano solo il 5-7% delle volte.
Recupero del successo: Solo il 4% dei principianti trasforma una crisi in un esito positivo verificato, contro il 15% degli esperti.
La buona notizia per chiunque utilizzi questi strumenti è che il salto di qualità maggiore non avviene tra utenti intermedi ed esperti, ma proprio nel passaggio da principianti a intermedi. Sviluppare una comprensione “decente” del problema che si sta risolvendo è il requisito minimo per vedere balzi esponenziali nella produttività.
Riflessione Finale
Il valore di Claude Code non risiede nella sua capacità di scrivere codice, ma nella vostra capacità di inquadrare il problema. L’IA non è un sostituto del pensiero critico, è un moltiplicatore di capacità che attende una direzione chiara.
Smettete di impartire ordini esecutivi di basso livello e iniziate a fornire contesto strategico. Il futuro della collaborazione uomo-IA non appartiene a chi sa controllare meglio il software, ma a chi sa spiegare meglio il mondo reale alla macchina.
Vent’anni fa scrissi che qualcosa stava uccidendo la nostra già scarsa intelligenza, e speravo di sbagliarmi. Non mi sono sbagliato: i fatti mi hanno dato ragione e poi mi hanno superato, come si supera un’auto ferma in corsia d’emergenza. Ma è cambiata la natura del male. Allora la mente procedurale era una gabbia, e una gabbia almeno si odia. Oggi è un’amaca, e nessuno scuote un’amaca: ci si sprofonda. Per mente procedurale non intendo le procedure — utili, anzi indispensabili — ma la supinazione che trasforma la psiche in una larva incapace di muoversi senza un protocollo. È la sostituzione del ragionamento naturale, nato dall’esperienza diretta e dalla percezione, con l’esecuzione eterodiretta dell’istruzione. Una volta sapevamo trovare un luogo da una descrizione e inventarci percorsi alternativi; oggi seguiamo una voce sintetica anche contro l’evidenza dei sensi. Il lungo confinamento ha amplificato all’inverosimile questa tendenza, trasformando l’obbedienza in virtù civica e lasciando un residuo che non si è più riassorbito.Ma il cuore di questa riflessione, vent’anni dopo, è il vizio parassita che allora non avevo messo a fuoco: il crescendo di passività, la tendenza a fare il minor sforzo possibile pur di non mettere in discussione la comodità dell’adattamento. Obbedire costa meno che pensare, e l’economia psichica è la più spietata delle economie. Vale per la vita pratica e vale per il sapere, dove la procedura colonizza perfino il pensiero: la fonte conta per la casella in cui è classificata, non per ciò che dimostra. Il Franti, però, non scambia un’ortodossia con un’altra: anche il complottismo è una procedura comoda. L’unico atto libero resta il più faticoso — tenere aperta la domanda. E forse, per ingranare la marcia indietro, basterebbe smettere per un attimo di stare comodi.
Qualcosa continua a uccidere la nostra — già scarsa — intelligenza. Solo che adesso abbiamo imparato ad amarlo.
di Ennio Martignago
Vent’anni fa annotai, quasi per sfogo, che qualcosa stava uccidendo la nostra già scarsa intelligenza. Con quell’articolo, nutrivo la seppur debole speranza di influenzare qualcuno per farlo ragionare con il buon senso anziché con l’obbedienza e conformismo.: era la sola consolazione su cui un pessimista potesse onestamente confidare. Non è successo. I fatti hanno fatto di peggio. Mi hanno dato ragione e poi mi hanno superato, come si supera un’automobile ferma in corsia d’emergenza, con quel misto di fretta e di compatimento che si riserva a chi è rimasto indietro per ostinazione.
Quella riflessione la rilanciai a metà strada, dieci anni dopo, sperando ancora in una correzione di rotta verso il buon senso. La rotta, invece, è filata dritta nella direzione opposta, quella dell’ebefrenia organizzata. E oggi che di anni ne sono passati il doppio, il quadro non è soltanto peggiorato: è cambiato di natura. Perché vent’anni fa la mente procedurale era ancora una gabbia, e una gabbia, per quanto stretta, la si percepisce come tale. La si odia. Qualcuno, di tanto in tanto, prova perfino a scuoterne le sbarre. Oggi non è più una gabbia. È un’amaca. E nessuno scuote un’amaca: ci si sprofonda.
Cosa intendo, esattamente, per mente procedurale
Mettiamo subito i puntini, perché è dalla confusione sulle parole che nasce la metà delle obbedienze. Per “mente procedurale” non intendo le procedure. Le procedure sono utili, anzi indispensabili, esattamente come è indispensabile non dover reinventare il modo di allacciarsi le scarpe ogni mattina. La procedura è positiva quando serve a non dover ripensare ogni volta da capo sequenze già consolidate, come se fossero ogni volta nuove. Fin qui, nessun problema. Il problema comincia quando lo strumento smette di essere uno strumento e diventa una guida dell’esistenza, un gendarme dell’identità, un professore nozionista che ci spiega cosa abbiamo il permesso di pensare.
Per mente procedurale intendo la supinazione dell’essere umano ad agire sulla base delle procedure adottate, una supinazione che trasforma la sua psiche in una larva costretta ad attenersi, per ogni attività, a un protocollo, in assenza del quale si sente semplicemente perduta. In pratica, le procedure hanno esautorato l’esperienza. È la sostituzione del ragionamento naturale — quello fondato sulla razionalità tipica dell’essere umano, sull’esperienza diretta, sulla percezione da cui nascono la comprensione e l’orientamento nel territorio fisico e nella mappa mentale — con un comportamento eterodiretto, che attende l’istruzione come il cane di Pavlov attendeva il campanello. Con una differenza che dovrebbe inquietarci: al cane di Pavlov, almeno, dopo il campanello arrivava il cibo. A noi arriva un’altra procedura.
Faccio un esempio che ciascuno può verificare su di sé, senza bisogno di studi peer-reviewed. Una volta eravamo capaci di trovare un luogo a partire da una descrizione, di tracciare percorsi alternativi rischiando mappe possibili, costruite con le sole capacità creative e di astrazione che ci portavamo dentro. Sbagliavamo strada, certo. Ma sbagliando strada conoscevamo la città. Oggi seguiamo una voce sintetica che ci dice “fra duecento metri svolti a destra”, e la seguiamo anche quando il buon senso, l’occhio e perfino il muro davanti a noi suggeriscono il contrario. Non abbiamo perso la capacità di orientarci: abbiamo perso l’abitudine di esercitarla, e con essa l’idea stessa che esista una soluzione diversa da quella già confezionata nello slot.
L’amplificazione: quando l’emergenza è diventata pedagogia
C’è stato un momento in cui questa tendenza ha smesso di crescere e ha cominciato a galoppare. Il lungo periodo del confinamento — qualunque cosa se ne pensi nel merito sanitario, terreno che qui non m’interessa rivangare — ha avuto un effetto antropologico di cui parliamo poco: ha trasformato l’obbedienza alla procedura in virtù civica. Per mesi il compito del cittadino non è stato pensare, valutare, soppesare, ma attendere la direttiva ed eseguirla con la massima diligenza. L’autonomia di giudizio, da segno di maturità, è diventata sospetta; la docilità procedurale, da minorità, è diventata senso di responsabilità.
Non sto dicendo che fosse sbagliato attenersi alle regole in un’emergenza. Sto dicendo un’altra cosa, più sottile e più duratura: che un’intera popolazione ha vissuto un addestramento di massa, prolungato e moralmente ricompensato, a sostituire il ragionamento naturale e spontaneo con l’esecuzione del protocollo. E gli addestramenti lasciano residui. Il morbo della mente procedurale — non delle procedure in sé, ma delpensare per procedure, individuale e sociale insieme — è diventato così una contaminazione mimetica e relazionale, che si trasmette per imitazione come tutte le cose comode, e che erode dall’interno le caratteristiche fondamentali del pensiero umano: la capacità di astrarre, di immaginare l’alternativa, di tollerare l’incertezza abbastanza a lungo da inventarsi una via.
Il crescendo della passività, ovvero il più obbediente dei vizi
Altan docet
E veniamo al punto che vent’anni fa non avevo messo abbastanza a fuoco, perché allora la procedura faceva ancora rabbia, e la rabbia acceca. Oggi la procedura non fa più rabbia. Fa comodo. Ed è qui che si annida il vizio parassita, quello che ci tiene fermi più di qualunque imposizione: la tendenza a fare il minor sforzo possibile pur di non dover mettere in discussione la comodità dell’adattamento.
Funziona come un crescendo, lentissimo e perciò inavvertito. La prima volta che si delega una scelta a una procedura, si avverte un piccolo disagio, quasi un rimorso. La seconda volta il disagio è già attenuato. Alla decima volta non c’è più nessun disagio: c’è sollievo. Perché obbedire costa meno che pensare, e l’economia psichica è la più spietata delle economie. Mettere in discussione un’abitudine sociale fondata sull’obbedienza a procedure cognitive e comportamentali richiede uno sforzo — bisogna fermarsi, dubitare, rischiare l’errore, magari attirarsi lo sguardo storto di chi nello slot ci si è già accomodato. Adeguarsi, invece, non costa nulla. Anzi, ti viene perfino riconosciuto come merito.
È la pigrizia elevata a sistema operativo. Il parassita non è la procedura: il parassita è la nostra disponibilità a lasciarcene nutrire, esattamente come negli allevamenti automatizzati il mangime viene erogato a orari stabiliti, magari anche la musica si attiva a tempo, e le uova scorrono negli appositi scivoli. Il punto non è che qualcuno ci abbia rinchiusi. Il punto è che abbiamo smesso di chiederci dove sia la porta, perché interrogarsi sulla porta richiederebbe energia, e l’energia, in un’amaca, è precisamente ciò di cui non si dispone più.
Si dirà che è sempre stato così, che l’uomo cerca da sempre la via più breve. Vero. Ma c’era una differenza: la via più breve, una volta, andava ancora scelta, e scegliere è un atto. Oggi la via più breve ci viene servita già scelta, già motivata, già moralmente certificata, e il nostro unico atto residuo è non opporci. La passività non è più un cedimento occasionale alla stanchezza: è diventata l’impostazione predefinita. E come tutte le impostazioni predefinite, ha il vantaggio decisivo di non chiedere mai il nostro consenso esplicito. Ce la teniamo perché disinstallarla sarebbe una fatica.
La procedura che colonizza anche il pensiero
C’è un dominio in cui questa supinazione fa più danni di tutti, ed è quello in cui dovrebbe esistere il suo antidoto: il pensiero, la conoscenza, ciò che chiamiamo, con qualche presunzione, sapere. Perché lo stesso meccanismo che ci fa seguire il navigatore contro l’evidenza dei sensi opera, identico, quando si tratta di stabilire cosa è vero. Si è imposta, anche qui, una procedura: la fonte vale non per ciò che dimostra, ma per la casella in cui è classificata. Attendibile o inattendibile, ammesso o escluso, conforme o difforme. È così che un’enciclopedia collaborativa può dichiarare non affidabili le fonti che non la pensano come chi la governa, e farlo non con un argomento, ma con un protocollo. Non si confuta più: si squalifica per categoria.
Qui devo essere onesto fino in fondo, perché il Franti non scambia un’ortodossia con un’altra. La trappola, in questo punto, è doppia. Da un lato c’è la dittatura epistemologica fasulla, quella che chiama “metodo” la propria lista di fonti autorizzate e spaccia per rigore ciò che è soltanto disciplina di corte. Dall’altro lato, però — ed è il versante che i ribelli a tempo pieno preferiscono ignorare — c’è la tentazione speculare: rovesciare la procedura ufficiale e adottarne una uguale e contraria, per cui è vero tutto ciò che il potere nega e falso tutto ciò che il potere afferma. È la stessa pigrizia, soltanto col segno cambiato. Anche il complottismo, in fondo, è una procedura: comodissima, perché ti risparmia per sempre la fatica di pensare caso per caso.
Non esiste nessun fact checker con le mani pulite, ma non esiste nemmeno nessun complottista a tempo pieno che meriti più fiducia. Entrambi vendono la stessa merce: la dispensa dal dubbio. L’unico atto realmente libero, in questo scenario, è anche il più faticoso, ed è perciò che quasi nessuno lo compie: tenere aperta la domanda, sopportare di non sapere, decidere da soli e a proprio rischio quali pezzi credere e quali no, senza appoggiarsi a nessun timbro, né a quello dell’autorità né a quello della ribellione professionale. Il dubbio metodico costa. Ed è precisamente perché costa che è l’ultima cosa che la mente procedurale ci concederà mai di praticare spontaneamente.
Von Neumann ha vinto, Wiener ha perso (per ora)
C’è una genealogia tecnica, in tutto questo, che merita di essere nominata. La vita automatizzata di questi tempi non l’hanno resa così i computer: l’ha resa così una mentalità, quella procedurale, portata alla massima potenza dalle piattaforme di una certa informatica figlia di Von Neumann e non certo di Wiener. La macchina di Von Neumann è sequenziale: istruzione dopo istruzione, in fila, come una catena di montaggio del pensiero. La cibernetica di Wiener era un’altra cosa: era retroazione, ascolto, correzione continua sulla base di ciò che torna indietro dal mondo. Era, in una parola, viva.
Abbiamo costruito un’intera civiltà sul ramo sbagliato dell’albero. Abbiamo preferito la sequenza al circuito, l’esecuzione all’ascolto, la procedura al feedback. E il bello — si fa per dire — è che oggi, mentre arrivano macchine capaci finalmente di qualcosa che somiglia all’adattamento, noi le accogliamo con la mente più rigida e procedurale che la storia umana abbia mai prodotto. Rischiamo cioè di insegnare alle macchine la nostra peggiore qualità proprio mentre loro potrebbero ricordarci la nostra migliore. È un’ironia che non so se definire tragica o soltanto sciocca. Forse, alla maniera di Cipolla, è semplicemente stupida: un danno arrecato a noi stessi e agli altri senza che nessuno ne ricavi un vantaggio.
L’unica difesa è una Dittatura. E sottolineo Dittatura
A questo punto bisogna avere il coraggio di nominare la cosa per quello che è. Ciò che ci viene imposto non si presenta mai come imposizione: si presenta come logica, come funzione sociale, come scienza. È una dittatura, ma indossa il camice e il distintivo del buon senso, e proprio per questo è la più efficace che la storia abbia conosciuto. Ci spiega, con pazienza da professore e tono da bollettino sanitario, le ragioni per cui l’uomo — esattamente come il bestiame negli allevamenti a batteria — deve sottostare alle procedure imposte e assorbirle fino al midollo, finché un modo di pensare fatto di automatismi e protocolli non viene scambiato perl’unicomodo umano di conoscere, pensare, comportarsi. Non ci dice “obbedisci”. Ci dice “è razionale”, “è funzionale”, “è dimostrato”. Ed è infinitamente più difficile disobbedire alla logica che a un tiranno: il tiranno lo riconosci, la logica te la sei già interiorizzata.
Contro una dittatura che si traveste da ragione, l’unica difesa possibile è altrettanto intransigente, e tanto vale dirlo con la parola scomoda: serve la Dittatura — sì, Dittatura — del pensiero naturale, esperienziale, percettivo. Attenzione, però, a non confonderla con la trappola che ho già descritto, quella di rovesciare la procedura ufficiale per adottarne una uguale e contraria. Non è questo. Non propongo un altro elenco di regole da eseguire, un controprotocollo, un manuale del ribelle. La Dittatura del pensiero naturale è dittatura in un solo senso: nella sua non negoziabilità, nel suo rifiuto assoluto di cedere il primato dell’esperienza diretta a qualunque casella, fosse anche la più scientificamente certificata. Il suo unico comandamento, severissimo, è il più antico e il meno procedurale che esista: fidati di ciò che hai toccato, percepito, attraversato, e rischia in proprio le conseguenze del tuo giudizio.
È esattamente il modo di conoscere degli esploratori dei secoli scorsi. Quando andavano a scoprire territori inesplorati non disponevano di procedure standardizzate, per la ragione ovvia che nessuno era ancora stato dove stavano andando: la procedura, per definizione, descrive solo il già percorso. Si fondavano su cognizioni costruite con l’esperienza e la percezione — il colore dell’acqua che cambia sopra una secca, il volo degli uccelli che annuncia la costa ancora invisibile, l’odore della terra portato dal vento prima che l’occhio la veda, la stima del cammino tenuta a mente nodo dopo nodo. Sapevano leggere segni che nessun manuale aveva ancora codificato, e li leggevano facendo fatica, sbagliando, pagando di persona ogni errore. Non avevano la marcia indietro e non avevano la mappa: la mappa la disegnavano andando. È l’esatto contrario della larva che attende lo slot, ed è anche l’esatto contrario del cospirazionista che ha già la sua mappa pronta, identica ma capovolta. L’esploratore non possiede nessuna mappa: ha solo i sensi, la testa e il fegato di mettersi in mare.
Ecco la posta in gioco, detta senza ipocrisie. O continuiamo a farci nutrire a orari stabiliti, certi di essere razionali perché qualcuno ci ha certificato che lo siamo, oppure ci riprendiamo il diritto faticoso e pericoloso di conoscere il mondo di prima mano, come se nessuno lo avesse mai conosciuto prima di noi. La seconda strada non offre garanzie, non rilascia attestati, non mette al riparo dall’errore. Offre soltanto l’unica cosa che la prima ha barattato per un po’ di mangime puntuale: la facoltà di restare creature pensanti.
La marcia indietro che forse non c’è più
Vent’anni fa scrivevo che, come sopra un go-kart, non avevamo più alcuna marcia indietro per rifarci una vita, e che la sola speranza stava nel costruire routine di smontaggio, una specie di reverse engineering della mente procedurale. Ripartire dai sensi: toccare alberi, terra, animali; assaporare gusti diversi; riconoscere le cose a occhi chiusi; ascoltare tanta musica e tutta diversa. Lo riconfermo, ma con un’avvertenza che allora non avrei saputo dare, perché allora la trappola non era ancora così perfetta.
L’avvertenza è questa: stanno proceduralizzando anche la cura. Il fine settimana di disintossicazione digitale con il suo programma minuto per minuto. La meditazione scandita dal timer dell’applicazione. Il diario della gratitudine con le domande già stampate. La camminata nel bosco trasformata in obiettivo da spuntare. Persino la ribellione ha trovato il suo slot, il suo protocollo, la sua casella in cui infilare la scheda della nostra non-scelta. E quando anche la via d’uscita diventa una procedura, capisci che il sistema ha imparato a digerire i propri anticorpi.
Allora forse la sola disobbedienza che resta non è grande, eroica, militante nel senso che amiamo immaginare. È minuscola e quotidiana, e consiste nel rimettere ogni tanto, deliberatamente, un po’ di attrito dove tutto è stato lubrificato. Spegnere il navigatore e perdersi di proposito. Sostenere la fatica di un giudizio invece di delegarlo a una casella. Tollerare il fastidio del dubbio invece di acquistare la pace di una certezza preconfezionata, da qualunque banco la vendano. Scegliere, ogni tanto, la via più lunga — non perché sia più nobile, ma perché è l’unica che ci tiene ancora svegli.
Resta la domanda, e la lascio aperta, perché chiuderla sarebbe già un atto procedurale. La passività è comoda, l’amaca è morbida, e nessuno scuote un’amaca. Ma a ben guardare, non è detto che la marcia indietro sia stata tolta. Forse è solo che, per ingranarla, bisognerebbe smettere per un attimo di stare comodi. E questa, oggi, è diventata la cosa più difficile del mondo.
Rupert Sheldrake, Daryl Bem, Russell Targ: tre ricercatori con curriculum accademici ineccepibili, tre teorie che la categoria “pseudoscienza” ha rimosso dalla discussione prima che la discussione potesse cominciare. Terzo e ultimo episodio della mini-serie de Il Franti sull’ultrascienza e i suoi inquisitori. Non una riabilitazione, ma una domanda metodologica scomoda: il confine tra scienza e ultrascienza sta dove diciamo, o dove ci conviene che stia?
Terza e ultima puntata di una mini-serie
Arrivati all’ultimo episodio conviene dichiarare esplicitamente ciò che questa serie non ha fatto, e non per modestia. Non abbiamo dimostrato che la risonanza morfica esista. Non abbiamo provato che Daryl Bem avesse ragione, né che Russell Targ stesse vedendo davvero il sito nucleare sovietico di Semipalatinsk con la mente. Non abbiamo riabilitato nessuno, né condannato lo scetticismo come metodo. Quello che abbiamo fatto è più semplice e più fastidioso: abbiamo guardato il meccanismo con cui certi argomenti vengono rimossi dalla discussione prima che la discussione possa cominciare. E il meccanismo, come si è visto, è raffinato, documentato e funziona indipendentemente dal merito scientifico della questione trattata.
Adesso guardiamo i tre casi, uno per uno, con lo stesso principio: non per stabilire la verità — questa serie non ha le competenze e non ha l’arroganza di farlo — ma per mostrare come l’etichetta di “pseudoscienza” funzioni da dispositivo di chiusura prematura, e come la proposta di chiamare quegli stessi fenomeni “ultrascienza” non sia un tributo alla credulità ma un invito metodologico a tenere aperta la porta un momento in più.
Sheldrake: il problema non è la risposta, è la domanda
Rupert Sheldrake è un biologo. Non un astrologo, non un sensitivo, non un guru new-age che vende corsi online. Si è laureato a Clare College, Cambridge, ha conseguito il dottorato a Cambridge, ha insegnato a Harvard, ha lavorato come fellow di Clare College per anni. Ha pubblicato su riviste scientifiche tradizionali prima di proporre, nel 1981, l’ipotesi della risonanza morfica: l’idea che la natura abbia memoria, che le forme biologiche e i comportamenti si trasmettano attraverso un campo non materiale — i campi morfici — che connette gli individui di una specie attraverso il tempo e lo spazio.
La risposta della comunità scientifica fu rapida e memorabile. La rivista Nature, che non era un tabloid, pubblicò un editoriale che definì il libro di Sheldrake “il miglior candidato al rogo degli ultimi anni.” Il direttore di Nature scrisse che il pensiero di Sheldrake era adatto non a essere confutato ma a essere eliminato. Non falsificato: eliminato. Popper avrebbe alzato un sopracciglio.
Questa non è storia antica: è il 1981. La stessa rivista che avrebbe dovuto pubblicare articoli basati sul principio della falsificabilità reagiva con il vocabolario dell’Inquisizione, non del metodo scientifico. Il problema di Sheldrake non era — e non è — che la risonanza morfica sia confermata: non lo è, e lo stesso Sheldrake non ha mai smesso di cercare prove sperimentali. Il problema è che l’ipotesi è stata espulsa dalla categoria del “discutibile” prima ancora che il meccanismo di falsificazione potesse attivarsi. Che sia vera o falsa è una domanda aperta. Che sia stata trattata secondo i principi che la scienza ufficiale dichiara propri è una domanda con risposta negativa, e la risposta negativa è documentata nella parola stessa usata da Nature: “rogo.”
La voce Wikipedia su Sheldrake lo identifica come “parapsychology researcher” nella prima frase — sebbene la sua formazione e la sua carriera iniziale fossero di biologia sperimentale convenzionale — e specifica immediatamente che la sua ipotesi principale “lacks mainstream acceptance and has been widely criticized as pseudoscience.” Nessuna delle voci di biologi con teorie minoritarie non paranormali riceve questo trattamento nella prima frase. La categoria viene prima del contenuto. Il verdetto precede il processo.
Bem: il problema del campo minato statistico
Daryl Bem è uno psicologo sociale di Cornell — una delle università più quotate degli Stati Uniti — con una carriera accademica impeccabile e decenni di ricerca sulla teoria dell’auto-percezione ben dentro il mainstream. Nel 2011 pubblica suJournal of Personality and Social Psychology— rivista peer-reviewed di primissima fascia — uno studio intitolato “Feeling the Future” che riporta i risultati di nove esperimenti, condotti su oltre mille soggetti, che mostrerebbero effetti statisticamente significativi di percezione anomala del futuro: precognizione, nei termini del dibattito.
Il paper passa la peer review. È pubblicato. I risultati mostrano effect size medi di 0,29 — modesti ma non trascurabili nella scala della psicologia sperimentale. Bem li aveva raccolti nell’arco di dieci anni. La risposta accademica fu di due tipi, e vale la pena di tenerli distinti perché il confine tra i due è dove si gioca la questione metodologica vera.
Il primo tipo di risposta fu scientifico: repliche degli esperimenti. Galak e colleghi nel 2012 condussero dieci esperimenti con campioni più grandi, incluso uno online con quasi 2.500 soggetti, trovando un effect size medio di 0,04 — statisticamente non distinguibile da zero. Wagenmakers e colleghi pubblicarono nello stesso numero del paper di Bem una critica bayesiana che metteva in discussione la solidità delle inferenze statistiche. Analisi successive hanno identificato nelle procedure di Bem elementi che oggi vengono classificati come “questionable research practices” — p-hacking, flessibilità nell’analisi dei dati — nella terminologia della crisi di riproducibilità che ha investito l’intera psicologia sociale, non solo Bem.
Questo è il dibattito scientifico corretto. È quello che dovrebbe succedere: una ricerca controversa, repliche fallite, analisi critiche della metodologia, revisione dei risultati. Il meccanismo funziona, lentamente e rumorosamente, come sempre nella storia della scienza.
Il secondo tipo di risposta fu di altra natura: il paper di Bem diventò la prova che i criteri di pubblicazione delle riviste peer-reviewed erano rotti, non che la ricerca sui fenomeni anomali meritasse attenzione. La crisi di riproducibilità — che nel 2016 avrebbe portato il 60% dei ricercatori su Nature a dichiarare di non riuscire a replicare lavori altrui — trovò in Bem il suo capro espiatorio ideale. Ciò che avrebbe dovuto essere una conversazione su come la psicologia sperimentale gestisce le anomalie divenne una condanna preventiva di qualsiasi ricerca sui fenomeni psi, indipendentemente dalla qualità metodologica specifica. Bem fu usato per chiudere un campo di ricerca usando come alibi la crisi metodologica di un campo completamente diverso — la psicologia sociale mainstream — che di quella crisi è storicamente la principale vittima.
La voce Wikipedia su Bem e su “Feeling the Future” riflette il secondo tipo di risposta più del primo. Il visitatore occasionale non impara che la questione è aperta e metodologicamente complessa: impara che Bem ha torto, che le repliche hanno fallito, e che il caso è chiuso. La chiusura non è falsa in senso stretto — le repliche hanno effettivamente fallito — ma è selettiva in un modo che non si applica uniformemente a tutti i lavori smentiti della psicologia sociale, categoria numericamente molto più ampia.
Targ: la scomoda genealogia dei finanziatori
Russell Targ è un fisico. Non un parapsicologico autodidatta, non un dilettante del paranormale. Ha una carriera documentata nella ricerca laser — è stato ricercatore alla Lockheed Martin, ha ricevuto premi dalla NASA per contributi in ottica e laser — e nel 1972 entra a far parte dello Stanford Research Institute dove, con il fisico Harold Puthoff, avvia un programma di ricerca sul “remote viewing”: la capacità, pretesa o reale, di percepire bersagli distanti senza informazione sensoriale diretta.
Il programma attrae l’attenzione della CIA. Poi della Defense Intelligence Agency. Poi dell’Army Intelligence. Per ventitré anni — dal 1972 al 1995 — viene finanziato con circa 25 milioni di dollari dai servizi di intelligence americani, con il nome in codice che cambia nel tempo: Gondola Wish, Grill Flame, Center Lane, Sun Streak, Stargate. Nel 1995, dopo la fine della Guerra Fredda, il programma viene declassificato e chiuso. La relazione conclusiva, commissionata dal governo americano all’American Institutes for Research, conclude che i risultati non hanno prodotto intelligence operazionalmente utile.
Qui emerge il paradosso che la categoria “pseudoscienza” rende invisibile. Se la CIA, la DIA e l’Army Intelligence hanno finanziato ventitré anni di ricerche sul remote viewing per 25 milioni di dollari — e nel frattempo i Soviet facevano esattamente lo stesso con i loro programmi analoghi — una di queste due cose deve essere vera: o il remote viewing produceva risultati abbastanza interessanti da giustificare un finanziamento pluridecennale da parte di agenzie di intelligence che non si distinguono per ingenuità; oppure le agenzie di intelligence americane erano, per un quarto di secolo, così credulone da sprecare decine di milioni di dollari in qualcosa che ogni voce Wikipedia identifica come pseudoscienza. Il lettore scelga quale delle due opzioni gli sembra più plausibile.
Il National Research Council americano nel 1988 concluse che gli studi di Targ-Puthoff erano “gravemente difettosi.” Targ ha risposto che quella commissione non aveva mai osservato direttamente gli esperimenti e che la sua valutazione era basata su una lettura selettiva dei documenti. La disputa metodologica non si è mai risolta in modo definitivo — il che è esattamente la condizione che giustifica un giudizio sospeso, non una condanna definitiva.
La voce Wikipedia su Targ lo classifica come pseudoscienziato nella prima schermata. Stargate viene presentato come programma conclusosi con un insuccesso. Il fatto che per ventitré anni il governo degli Stati Uniti abbia ritenuto la ricerca abbastanza promettente da continuare a finanziarla non viene discusso come anomalia epistemologica: viene archiviato sotto la categoria dell’errore istituzionale. Il che potrebbe anche essere la risposta giusta — ma presentarla come risposta definitiva senza aprire la domanda è, ancora una volta, performance di chiusura, non metodo aperto.
Serve scetticismo, ma quale?
Arriviamo all’unica conclusione onesta che questa serie si può permettere, e che è anche l’unica utile al lettore che non cerca rassicurazioni.
Sheldrake, Bem e Targ non sono santi. I loro lavori hanno difetti metodologici reali, identificati da ricercatori seri, in alcuni casi riconosciuti dagli stessi autori. La risonanza morfica non ha ancora trovato un meccanismo fisico plausibile. “Feeling the Future” ha problemi statistici documentati. Il remote viewing non ha mai prodotto un risultato operativo verificabile indipendente. Il dubbio su questi tre casi è metodicamente giustificato.
Ma il dubbio è esattamente quello che l’etichetta “pseudoscienza” impedisce. Etichettare non è dubitare: è concludere. E concludere prima della fine del processo è l’opposto del metodo scientifico, qualunque cosa i guardiani del perimetro dicano su Wikipedia.
Il vero scetticismo — quello che vale la pena di praticare — non è quello che chiude le voci con un avvertimento nella prima riga. È quello che si applica simmetricamente: alle teorie eterodosse, sì, ma anche ai meccanismi attraverso cui si decide cosa è eterodosso; alle fonti che affermano il paranormale, sì, ma anche alle organizzazioni che presidiano la definizione di “pseudoscienza” su un’enciclopedia che alimenta Google, Siri e le intelligenze artificiali usate da miliardi di persone; alle repliche fallite degli esperimenti di Bem, sì, ma anche alla crisi di riproducibilità della psicologia sociale mainstream che ha prodotto decenni di risultati non replicabili senza che nessuna voce Wikipedia avvertisse i lettori nell’intestazione.
La proposta terminologica di questa serie — chiamare “ultrascienza” ciò che l’ortodossia chiama “pseudoscienza” — non è una concessione alla credulità. È un invito a sospendere il verdetto il tempo necessario a guardare meglio. Un tempo che Semmelweis non ebbe, e che ci costò vent’anni di madri morte per febbre puerperale. Un tempo che la deriva dei continenti aspettò quarant’anni, fino alle prove paleomagnetiche. Un tempo che la storia della scienza conosce bene, e che ogni volta è sembrato sprecato ai contemporanei e necessario ai posteri.
Chi decide cos’è scienza? Chi presidia il confine? E soprattutto: il confine sta dove diciamo, o sta dove ci conviene che stia?
Queste non sono domande retoriche. Sono le domande che il lettore colto dovrebbe portarsi a casa, senza risposta preconfezionata — perché l’unica risposta onesta è che la risposta non è ancora scritta, e che chiunque pretenda di averla già in tasca merita, esattamente, il nostro più metodico scetticismo.
Wikipedia è il codice sorgente del senso comune contemporaneo: alimenta Google, Siri, le AI e le conversazioni a cena. Ma chi scrive quelle voci? Nel 2010 Susan Gerbic ha fondato Guerrilla Skepticism on Wikipedia, un’organizzazione con 140 editor in 17 lingue e un mandato dichiarato: presidiare i contenuti scientifici. Il paradosso è raffinato — non viola le regole, le usa meglio degli altri. Secondo episodio della mini-serie sull’ultrascienza e i suoi inquisitori digitali.
Seconda puntata di una mini-serie in tre episodi
Nel primo episodio abbiamo lasciato aperta una domanda: chi controlla i controllori che controllano i controllori? Adesso proviamo a rispondere, non con una teoria del complotto — strumento pigro e rassicurante che Franti non usa — ma con nomi, date, mandati dichiarati e una filiera di influenza documentabile che va da una pagina Facebook privata alla risposta che Siri ti dà quando le chiedi cos’è la risonanza morfica.
Cominciamo dalla fine della catena, perché è lì che si capisce la posta in gioco. Wikipedia compare stabilmente tra i primi tre risultati di Google per circa il 56% delle ricerche globali. Appare nei featured snippet — quelle risposte preconfezionate in cima alla pagina — dieci volte più di qualsiasi altro sito. I Knowledge Panel di Google, quei riquadri informativi che compaiono a destra quando cerchi una persona, un’organizzazione o un concetto, attingono sistematicamente a Wikipedia come fonte primaria. I bot vocali — Siri, Alexa, Google Assistant — usano Wikipedia per rispondere alle domande il 99% delle volte, secondo le stime disponibili. E da quando i modelli di linguaggio di grandi dimensioni hanno cominciato ad addestrare su corpus testuali pubblici, Wikipedia figura come seconda fonte per quantità di testo dopo i brevetti Google, il che significa che quello che c’è scritto lì dentro finisce, digerito e trasformato, nelle risposte che i sistemi di intelligenza artificiale generano per miliardi di utenti ogni giorno.
La catena è questa: qualcuno scrive una voce Wikipedia → Google la estrae nel Knowledge Panel → Siri la legge ad alta voce → l’AI la rimastica nella risposta → l’utente la riporta a cena come fatto acquisito. L’editing di Wikipedia non è una questione da nerd con troppo tempo libero: è il codice sorgente del senso comune contemporaneo.
L’organizzazione e il suo mandato
Nel 2010, una fotografa di ritratti di Salinas, California — Susan Gerbic, nata nel 1962 — fonda su Facebook un gruppo che chiama Guerrilla Skepticism on Wikipedia, abbreviato in GSoW. Il nome è un manifesto: non “miglioramento collaborativo dei contenuti enciclopedici” ma guerriglia, termine militare che implica tattica asimmetrica, velocità di movimento, conoscenza del terreno che il nemico non possiede. La missione dichiarata è altrettanto esplicita: “migliorare i contenuti scientifici e scettici su Wikipedia in tutte le lingue possibili.”
Gerbic non è una ricercatrice né un’accademica. È una fellow del Committee for Skeptical Inquiry — il CSI, che fino al 2006 si chiamava CSICOP, Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal — l’organizzazione fondata nel 1976 da Paul Kurtz alla State University di Buffalo con tra i membri fondatori Carl Sagan, Isaac Asimov, B.F. Skinner, Martin Gardner e James Randi. Un’organizzazione, cioè, con un’agenda filosofica precisa, sedimentata in cinquant’anni di attività, finanziata da donazioni e dalla vendita dello Skeptical Inquirer, la rivista che pubblica le analisi critiche dei fenomeni paranormali e delle scienze di frontiera. Nel 2017 Gerbic ha ricevuto il premio della James Randi Foundation. Nel 2019 il New York Times le ha dedicato un articolo per le operazioni di infiltrazione condotte contro i medium.
In undici anni di attività GSoW ha prodotto, secondo i propri dati, oltre 2.000 articoli su Wikipedia in diciassette lingue, raccolti collettivamente più di 100 milioni di visualizzazioni. Il gruppo conta circa 120-140 editor attivi, coordinati attraverso pagine Facebook private — chiuse, non pubbliche — e opera con una metodologia che Gerbic ha descritto pubblicamente come “addestramento dei nuovi membri” e “preparazione accurata del lancio degli articoli per evitare cancellazioni frustranti.” Il che, tradotto fuori dall’eufemismo, significa: impariamo le regole di Wikipedia abbastanza bene da usarle meglio di chiunque altro, così i nostri contenuti sopravvivono al processo di revisione.
Il paradosso del soldato che combatte per la neutralità
Qui emerge il paradosso che vale la pena di tenere ben fermo, senza risolverlo prematuramente in nessuna delle due direzioni. GSoW non viola tecnicamente le regole di Wikipedia. Cita fonti “affidabili” secondo i parametri WP:RS. Rispetta la gerarchia delle fonti. Impara il linguaggio burocratico degli editor con anzianità. Costruisce consenso nei canali ufficiali. Dal punto di vista procedurale è difficile trovare una falla formale — e questo è esattamente il punto.
Rebecca O’Neill, ricercatrice irlandese con dottorato sui processi di costruzione della conoscenza collaborativa, ha sollevato la questione strutturale in modo preciso: GSoW costruisce consenso editoriale in spazi privati, poi lo porta su Wikipedia come se fosse il risultato di un processo aperto. “I gruppi segreti sono problematici per Wikipedia”, ha scritto, “perché creano il proprio consenso indipendentemente dalla comunità più ampia di Wikipedia, il che può portare a preoccupazioni legittime riguardo ad agenda e bias nel contenuto.” Il punto non è che il contenuto sia falso — spesso non lo è. Il punto è che il processo di formazione del consenso che Wikipedia esibisce come garanzia di neutralità è, in questi casi, già avvenuto altrove, in un forum privato, tra persone che condividono la stessa posizione filosofica di partenza.
La posizione di GSoW di fronte a questa critica è, in qualche modo, più rivelatrice della critica stessa. La risposta standard è: “stiamo solo applicando le policy di Wikipedia meglio di quanto facciano i proponenti di pseudoscienza.” Il che è una risposta tecnicamente inattaccabile e filosoficamente circolare: stabilisce che il contenuto che loro producono è corretto perché segue le regole, e che le regole sono corrette perché producono il contenuto giusto. Il principio di falsificabilità che Popper riservava alle teorie scientifiche non sembra applicarsi, in questo schema, allo scetticismo organizzato stesso.
La genealogia del sospetto organizzato
Per capire GSoW non basta guardare al 2010: bisogna risalire alla genealogia dell’organizzazione madre. Il CSICOP nasce il 30 aprile 1976, a Buffalo, in un convegno intitolato “Le nuove irrazionalità: antiscienza e pseudoscienza.” Il contesto storico conta: siamo nell’America post-Watergate, post-Vietnam, in piena ondata di fascino per l’occulto, le sette, gli alieni, i guru — la stagione in cui Uri Geller piega i cucchiai in televisione e Erich von Däniken vende milioni di copie con gli astronauti degli dèi. In questo contesto, il progetto di Kurtz ha una legittimità innegabile: qualcuno doveva alzare la mano e dire che il cucchiaio non si piega per telecinesi.
Il problema, come spesso accade con le istituzioni, è che le organizzazioni nate per rispondere a una crisi tendono a perpetuarsi oltre la crisi stessa, e a fare del mantenimento della propria missione il fine principale. Il CSICOP — diventato CSI nel 2006, con un cambio di nome che sposta l’accento da “indagine scientifica delle affermazioni paranormali” a “indagine scettica” in senso più ampio — ha continuato a espandere il perimetro di ciò che considera degno di scetticismo organizzato. Dalla parapsicologia alle medicine tradizionali, dalla fusione fredda alle anomalie della cosmologia standard, dalla ricerca sui sogni lucidi agli studi sull’ipnosi: il fronte si è allargato fino a includere ricerche che non si trovano in nessun telegiornale del paranormale, ma su riviste peer-reviewed.
È in questo slittamento silenzioso — da “combattiamo i ciarlatani televisivi” a “presidiamo le voci Wikipedia di chiunque sfidi il paradigma” — che l’operazione GSoW rivela la sua natura più interessante. Non è difesa della scienza: è sorveglianza del perimetro epistemologico. Ed è sorveglianza esercitata su un’infrastruttura — Wikipedia — che il pubblico non legge come documento di parte ma come enciclopedia neutrale.
Come il virus entra nel senso comune
La filiera è elegante nella sua semplicità. Un utente cerca su Google il nome di Rupert Sheldrake — scienziato, Cambridge, ipotesi sulla risonanza morfica. Google restituisce il Knowledge Panel con la descrizione estratta da Wikipedia: “parapsychology researcher”, “widely criticized as pseudoscience.” L’utente non clicca sulla voce: ha già avuto la risposta nel riquadro a destra. Il giorno dopo, a cena, riferisce: “ho cercato Sheldrake, è uno pseudoscienziato.” Non ha letto nulla, non ha valutato nulla. Ha ricevuto un verdetto preconfezionato che porta l’autorità implicita di Google e di Wikipedia insieme, due marchi di credibilità che nessun lettore critico interroga sistematicamente.
La stessa dinamica funziona con Daryl Bem, il cui paper del 2011 suJournal of Personality and Social Psychology— una rivista peer-reviewed di prim’ordine — documentava effetti statisticamente significativi di percezione extrasensoriale in nove esperimenti replicati su oltre mille soggetti. Wikipedia lo presenta come caso di “ricerca controversa” con accento sulle repliche fallite e sulle critiche metodologiche, senza che il lettore medio abbia gli strumenti per valutare se il peso dato alle repliche fallite sia proporzionale al peso dato agli studi originali o rifletta invece una scelta editoriale. Russell Targ, fisico con curriculum regolare che ha lavorato negli anni Settanta per la Stanford Research Institute su programmi di ricerca finanziati dalla CIA — il programma Stargate, declassificato negli anni Novanta — viene presentato su Wikipedia con la categoria “parapsicologia” appiccicata addosso come un cartellino di prezzo che dice il valore prima della lettura.
Nessuna di queste voci mente in senso stretto. Tutte selezionano, pesano, incorniciano. E la selezione, il peso e la cornice sono il prodotto di un processo editoriale che non è neutrale per definizione, ma per performance.
La domanda che lo scetticismo non si pone
C’è una domanda che GSoW non si pone mai pubblicamente, e la sua assenza è più eloquente di qualsiasi risposta. Se lo scetticismo è un metodo — come le sue fedi più nobili dichiarano — dovrebbe applicarsi anche a se stesso. Chi verifica le verifiche? Chi esamina i verificatori? Chi sottopone a peer review il processo con cui si decide quali peer review siano attendibili?
La risposta implicita di GSoW è: la comunità scientifica mainstream, i cui criteri di affidabilità sono codificati nelle policy WP:RS di Wikipedia. Ma quella comunità è esattamente ciò che il primo episodio di questa serie ha mostrato essere una struttura con dinamiche di potere, bias di finanziamento, crisi di riproducibilità e meccanismi di gatekeeping non immuni dalla pressione istituzionale. Usarla come arbitro finale del vero è come risolvere la domanda “chi controlla la polizia?” nominando la polizia supervisore di se stessa.
Non è un argomento contro lo scetticismo: è un argomento per uno scetticismo più radicale di quello che GSoW pratica. Uno scetticismo che si applichi anche ai meccanismi attraverso cui lo scetticismo viene organizzato, finanziato, premiato e distribuito su un’infrastruttura che miliardi di persone usano come mappa del reale.
La guerriglia più efficace, in fondo, è quella che non si vede. Non perché sia segreta — i mandati di GSoW sono dichiarati, i premi ricevuti pubblici, gli articoli firmati, le conferenze aperte. Ma perché opera attraverso un’istituzione che ha il privilegio di essere considerata trasparente per costituzione, mentre la sua struttura di potere effettiva — quell’1% di editor che produce l’80% del contenuto, coordinati in parte da organizzazioni con agende esplicite — rimane invisibile a chi consulta la voce e legge il riquadro a destra su Google.
La prossima volta che qualcuno vi dice “l’ho letto su Wikipedia”, ricordate che Wikipedia non è dove finisce la ricerca. È dove inizia il condizionamento.
Il prossimo e ultimo episodio: Sheldrake, Bem, Targ — i tre casi come banco di prova dell’etichetta performativa. Non per riabilitarli acriticamente, ma per mostrare come “ultrascienza” funzioni da categoria aperta là dove “pseudoscienza” chiude la discussione prima di aprirla. E infine: serve scetticismo, ma chi controlla gli scettici?
Secondo episodio della mini-serie “L’Ultrascienza e i suoi Inquisitori” Ep. I — La voce che decide cos’è scienza Ep. II — Guerrilla Skepticism: lo scetticismo come operazione Ep. III — I sospetti utili: Sheldrake, Bem, Targ e l’inquisizione metodologica
Esiste almeno un sistema politico che ha scelto deliberatamente di non semplificarsi: si chiama Repubblica di Venezia, è durato dal 697 al 1797, ed è il record assoluto di longevità politica dell’Occidente. La sua architettura era costruita intorno alla varietà come valore strutturale: oltre settanta magistrature collegiali distinte, controlli incrociati ricorsivi, un sistema di elezione del Doge a undici fasi che gli storici descrivono ancora con disorientamento. La complessità non era un’estetica, era un vaccino contro la concentrazione di potere. Funzionava per ragioni che meritano di essere registrate senza enfasi: una pressione esistenziale costante, una scala contenuta, e soprattutto un’élite addestrata per generazioni alla rinuncia individuale strutturale. Era l’opposto esatto della pulsione di evitamento del disagio cognitivo che ottunde i sistemi contemporanei. Casi simili — Confederazione Svizzera, monasteri benedettini, Repubblica olandese — condividono gli stessi tre tratti. Tolto anche uno solo, il modello si dissolve. È esattamente quello che le utopie tecnolibertarie contemporanee — blockchain, network states, charter cities, DAO — non vogliono ammettere: vendono il risultato veneziano senza la condizione che lo rendeva possibile, e infatti ogni sistema “decentralizzato” su scala significativa finisce per ricentralizzarsi. La legge di Ashby non accetta scorciatoie tecniche: chiede il prezzo antropologico, e se non lo paghi te lo riscuote in altri modi. Significa che siamo condannati all’ottundimento? No, ma significa che le vie d’uscita non sono quelle proposte nei dibattiti pubblici. La cura collettiva, se esiste, è altrove. Le diagnosi individuali sono ciò che resta — e, per chi le sa leggere, già quasi una forma di salute.
“La complessità non era un’estetica, era un vaccino contro la concentrazione di potere. E aveva un prezzo che oggi nessuno vuole pagare.” — Il Franti,Mille anni di scomodità deliberata
La domanda che l’episodio precedente lasciava aperta era forse la più scomoda dell’intera faccenda:esiste un sistema storico che abbia scelto deliberatamente di non semplificarsi? Che abbia, cioè, costruito sé stesso intorno alla varietà come valore strutturale, accettando il costo cognitivo e operativo di non potersi mai concedere la scorciatoia? La risposta breve è sì, ne esiste almeno uno, perfettamente documentato e perfettamente non replicato. Si chiama Repubblica di Venezia, ed è durata dal 697 al 1797 — millecento anni, il record assoluto di longevità politica dell’Occidente. La risposta lunga, naturalmente, è meno entusiasmante: il sistema funzionava per ragioni che oggi quasi nessuno sarebbe disposto ad accettare.
Vale la pena guardarlo da vicino, ma dalla parte sbagliata. Non come un modello edificante — il rischio della retorica nostalgica è sempre dietro l’angolo, eIl Frantiha un’allergia documentata a quel tipo di consolazioni — ma come un caso di studio in cui la legge di Ashby viene applicata correttamente, con le conseguenze che la sua applicazione corretta comporta. Sono conseguenze, sia detto con chiarezza, abbastanza spiacevoli da spiegare perché nessuno, in mille e duecento anni di storia successiva, abbia mai più tentato qualcosa di simile.
L’architettura della scomodità deliberata
Il primo dato da fissare è quantitativo, perché è il dato che colpisce chi guarda Venezia dall’esterno. Al suo apice, la Serenissima funzionava con un sistema di magistrature — è il termine veneziano per quelle che oggi chiameremmo cariche pubbliche — che superava le settanta. Non settanta posti: settantaorgani collegiali distinti, ognuno con prerogative specifiche, durata limitata, controlli incrociati, e regole di selezione che combinavano elezione, sorteggio e cooptazione in proporzioni variabili da magistratura a magistratura. Il Doge era eletto attraverso un procedimento a undici fasi alternate di elezione e sorteggio, lungo settimane, talmente complicato che ancora oggi gli storici lo descrivono con un misto di ammirazione e disorientamento. Il Consiglio dei Dieci non aveva dieci membri ma diciassette. Il Maggior Consiglio poteva arrivare a duemila membri attivi. I controlli sui controllori avevano i loro propri controllori, e così via, in una stratificazione ricorsiva che non era affatto barocca: erafunzionale.
A che cosa? A una cosa molto precisa, e molto poco poetica. A impedire che qualunque attore individuale — il Doge, una famiglia, una fazione — potesse semplificare il sistema a proprio vantaggio. La complessità non era un’estetica, era unvaccino. Veniva mantenuta artificialmente alta perché ogni semplificazione tentata sarebbe stata, immediatamente, una concentrazione di potere. Il prezzo era altissimo: la macchina era lentissima, le decisioni richiedevano consultazioni infinite, le carriere politiche assorbivano decenni della vita di un patrizio veneziano, l’esoterismo procedurale rendeva il sistema quasi impenetrabile a chi non vi era nato dentro. Eppure — e qui la cosa diventa istruttiva — funzionava. La Serenissima sopravvisse a guerre, pestilenze, cambi tecnologici, crisi commerciali e tre o quattro tentativi documentati di colpo di stato interno. Cadde solo quando arrivò Napoleone, che semplificava molto.
Il prezzo che oggi nessuno vuole pagare
A questo punto, in un articolo di tipo edificante, ci si aspetterebbe la morale della favola:adottiamo il modello veneziano per le nostre democrazie ottundite. È esattamente l’argomento che non intendo proporre, perché è esattamente l’argomento che salta a piè pari il dato centrale del caso Venezia. Quel sistema funzionava perché un’intera classe dirigente — il patriziato veneziano, circa duemila famiglie su una popolazione di centocinquantamila abitanti al picco — accettava di pagare un prezzo personale enorme in cambio del privilegio di esistere come classe dirigente. Carriere lunghe, retribuite poco o niente, sottoposte a sorveglianza costante, con sanzioni durissime — e quidurissimenon è un’iperbole: si parla di esilio, confisca, esecuzione — per chi tentava di uscire dalle regole. Era un patto di rinuncia individuale strutturale, in cui il singolo patrizio accettava di non poter mai semplificarsila propriavita, in cambio di partecipare a un sistema che non si semplificava.
È esattamente l’opposto della pulsione che l’episodio precedente di questa serie identificava come motore dell’auto-ottundimento contemporaneo: l’evitamento del disagio cognitivo, la ricerca della risposta più liscia, l’allergia all’attrito. Venezia ha funzionato per dieci secoli perché aveva istituzionalizzato l’attrito, l’aveva reso obbligatorio, l’aveva incorporato nei meccanismi di selezione delle proprie élite. Non era una scelta morale dei singoli — sarebbe ingenuo presentarla così — era unacostrizione strutturaletalmente pesante da non lasciare alternative: o si stava nel sistema così com’era, scomodo per disegno, o si era tagliati fuori. Il sistema produceva i suoi propri masochisti istituzionali, e li selezionava con cura.
Aggiungere a questo i dettagli meno gradevoli del caso veneziano — il ghetto istituito nel 1516 (la parola stessa è veneziana, prima ancora di essere universale), la dipendenza strutturale dalla schiavitù mediterranea, l’oligarchia chiusa che dal 1297 escluse formalmente dal potere chiunque non appartenesse a famiglie già patrizie — significa registrare che il sistema, per funzionare, aveva bisogno anche di asimmetrie sociali pesantissime. Non perché la complessità interna richieda necessariamente la durezza esterna: ma perché,empiricamente, quel particolare sistema riuscì a mantenersi così a lungo anche grazie a un perimetro chiuso e a una stratificazione rigida. È un dato. Lo si può commentare in mille modi, ma non lo si può saltare.
Gli altri esemplari della stessa rara specie
Per onestà documentale: Venezia non è del tutto unica. Esistono almeno tre altri sistemi storici che hanno mantenuto un’alta varietà strutturale per periodi lunghi senza collassare nell’ottundimento. La Confederazione Svizzera, dal Patto del 1291 in avanti, ha sviluppato un sistema cantonale e di democrazia diretta che resiste tuttora — anche se la modernizzazione novecentesca ne ha eroso parecchi tratti. La Regola di San Benedetto del 540 ha generato un’architettura monastica durata millecinquecento anni, basata su controlli interni, rotazione delle cariche, e un’elaborata cultura delladiscretio— la prudenza nel discernere caso per caso anziché applicare regole uniformi. La Repubblica olandese del Seicento, per qualche decennio, ha tenuto in piedi una struttura federale e mercantile di complessità comparabile alla veneziana, prima di essere assorbita dalla logica statale-nazionale moderna.
Tutti e tre i casi condividono con Venezia tre tratti che meritano di essere registrati senza enfasi. Primo: una pressione esistenziale costante — geografica, religiosa, militare — che rendeva la semplificazione del sistema un suicidio collettivo immediatamente visibile. Secondo: un’élite addestrata per generazioni alla disciplina del ruolo, e selezionata anche attraverso meccanismi di esclusione duri. Terzo: un perimetro relativamente piccolo, che permetteva al singolo membro dell’élite di percepire concretamente — non astrattamente — il rapporto tra la propria condotta e la sopravvivenza del tutto. Tolti questi tre tratti, il modello si dissolve.Tutti e tre, non uno solo.
Le finte cure contemporanee
Questo è il punto in cui le narrazioni controculturali del nostro tempo entrano in scena, promettendo di aver trovato la formula per replicare la varietà strutturale senza pagarne il prezzo. La decentralizzazione blockchain, lenetwork statesdi Balaji Srinivasan, lecharter citiesfinanziate da Pronomos Capital, certe utopie tecnolibertarie californiane che vogliono “ricostruire la repubblica” via Ethereum: sono tutti tentativi di vendere il risultato del modello veneziano senza la condizione che lo rendeva possibile. Promettono complessità decisionale, controlli distribuiti, protezione contro la concentrazione del potere —senzala disciplina personale richiesta,senzala pressione esistenziale che la rendeva sostenibile,senzala chiusura del perimetro che la rendeva auto-correttiva. Vendono, in altre parole, il vaccino senza l’iniezione.
Il risultato osservabile, finora, è che ogni sistema “decentralizzato” su scala significativa ha finito per ricentralizzarsi — non per cattiva volontà degli ingegneri, ma per la stessa pulsione di evitamento del disagio cognitivo che agisce ovunque ci sia un pubblico di utenti. Le criptovalute si sono ricentralizzate intorno a poche grandi exchange. Le piattaforme social “alternative” si sono ricentralizzate intorno alle proprie celebrità. Le DAO —decentralized autonomous organizations— si sono ricentralizzate, statisticamente, intorno ai loro fondatori. La legge di Ashby non è disposta ad accettare scorciatoie tecniche: chiede il prezzo antropologico, e se non lo paghi te lo riscuote in altri modi, di solito spiacevoli.
La domanda vera, e la sua risposta sgradevole
Resta da capire se questo significhi che l’auto-ottundimento del controllore — descritto nel pezzo precedente — sia un destino e non una condizione. La risposta più onesta che riesco a formulare è la seguente, e me la fornisce proprio la rarità dei casi storici esaminati. La complessità deliberata non è una scelta morale, è un fenomenoraro, che appare quando si combinano tre condizioni difficilmente ricostruibili a comando: pressione esistenziale, scala contenuta, élite disposte alla rinuncia individuale strutturale. Quando anche una sola di queste condizioni viene meno, il sistema scivola verso la semplificazione, perché è la traiettoria di minor resistenza per ogni attore individuale. Non è cinismo, è termodinamica sociale.
Il che porta a una conclusione che non ha nulla di consolatorio, e per questo merita di essere formulata: probabilmente, nei sistemi politici di massa contemporanei — democrazie elettorali con pubblici di milioni, élite globalizzate senza appartenenza territoriale stretta, pressione esistenziale percepita come distante anche quando è reale — il modello veneziano non è proponibile. Non perché sia troppo arcaico, ma perché manca tutto ciò che lo rendeva sostenibile. Le condizioni iniziali che lo nutrivano sono assenti, e proporlo come modello senza quelle condizioni equivale a vendere il risultato senza il prezzo: lo stesso errore che le utopie tecnolibertarie californiane stanno facendo con risultati visibili.
Significa che siamo condannati all’ottundimento? No, ma significa che le vie d’uscita non sono quelle abitualmente proposte nei dibattiti pubblici. Non è una questione di “buona volontà delle élite”, né di “riforma istituzionale”, né di “tecnologia liberatrice”. È una questione molto più ruvida: in quali nicchie, oggi, esistono ancora le tre condizioni ashbyane combinate? Probabilmente in alcune comunità monastiche superstiti — ce ne sono, e fanno cose interessanti, ma sono per definizione marginali. Probabilmente in certe imprese a conduzione familiare di lunga durata, dove la pressione del fallimento è concreta e l’élite è ristretta. Probabilmente in alcune comunità scientifiche autenticamente di nicchia, dove l’errore costa carriere intere. Sono tutte realtà piccole, sotto il radar, raramente celebrate come modelli, e probabilmente è meglio così — perché diventare modelli significherebbe attirare la pulsione di semplificazione.
La vera lezione di Ashby, presa in tutte le sue tre stagioni — l’asimmetria iniziale, l’auto-ottundimento del controllore, la rarità della varietà deliberata — non è una ricetta. È una geografia: una mappa di ciò che funziona e di ciò che è strutturalmente fragile, di dove guardare se si vogliono trovare sistemi che non si sono ancora resi ciechi, e di perché probabilmente non possiamo aspettarci che i sistemi di massa si comportino come Venezia.
Quel che possiamo fare — e qui il dossier può chiudersi, almeno per ora — è imparare a riconoscere i sintomi. Sapere che quando un sistema rivendica orgogliosamente la propria semplificazione decisionale, sta contemporaneamente accecandosi. Che quando un’élite descrive la varietà come “rumore”, sta dichiarando di non voler più ascoltare. Che quando una piattaforma offre “risposte sempre più rapide”, sta riducendo, in proporzione, la propria capacità di sorprendersi. Sono diagnosi minute, di scarsissimo conforto, e probabilmente è esattamente per questo che vale la pena registrarle. La cura collettiva, se esiste, è altrove. Le diagnosi individuali sono ciò che resta — e, per chi le sa leggere, già quasi una forma di salute.
Riferimenti citati nel testo:
W. Ross Ashby,An Introduction to Cybernetics, Chapman & Hall, 1956
F. C. Lane,Venice: A Maritime Republic, Johns Hopkins University Press, 1973
Regola di San Benedetto, ed. critica G. Penco, Garzanti
B. Srinivasan,The Network State, 2022 (citato per contrasto)
Nota di continuità editoriale: Episodio III e chiusura del corollario ashbyano.Episodio I —La sfortuna di Ashby (e la nostra)— apriva l’asimmetria AI/pubblico.Episodio II —Il sensore che si è rotto da solo— descriveva l’auto-ottundimento del controllore. Questo episodio risponde alla domanda lasciata in sospeso: esistono sistemi che hanno scelto la varietà, ma a condizioni difficilmente replicabili. Il dossier può essere pubblicato come trilogia compatta o come serie con cadenza settimanale. Volendo, un possibile post-scriptum potrebbe essere dedicato a un singolo caso contemporaneo di “varietà deliberata” funzionante (es. una comunità monastica specifica, o una particolare scuola scientifica) — ma è materiale per un pezzo successivo, non per estendere ulteriormente questa trilogia.
IL PARADOSSO ANTHROPIC–SPACEX E LA FAME ELETTRICA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Nelle carte depositate da SpaceX in vista della più grande Ipo della storia si nasconde una cifra che farebbe arrossire anche un banchiere di Riad. E un cortocircuito industriale che racconta meglio di mille convegni dove sta andando davvero la corsa all’AI.
Esistono notizie che si leggono in fretta e poi si lasciano scorrere via, archiviate fra le tante esagerazioni della Silicon Valley. E poi esistono notizie che meritano di essere lette due volte, perché alla seconda lettura ci si accorge che dentro c’è una piccola lezione di filosofia industriale travestita da comunicato finanziario.
La notizia uscita questa settimana dai documenti depositati da SpaceX presso la Securities and Exchange Commission appartiene alla seconda categoria. Riassunta nella sua nudità contabile: Anthropic, l’azienda fondata dai fratelli Amodei per costruire un’intelligenza artificiale “più sicura” alternativa a quella di OpenAI e di Musk, pagherà a SpaceX un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari al mese, fino al maggio del 2029, per affittare la potenza di calcolo dei data center Colossus e Colossus II. Quindici miliardi di dollari all’anno. Fino a quarantacinque miliardi sull’intero contratto, se nessuna delle due parti decide di interromperlo con i novanta giorni di preavviso previsti.
Il numero, di per sé, è già sufficiente a chiudere la giornata e andare a fare due passi. Ma il vero punto è un altro.
IL FORNITORE DI CALCOLO È ANCHE IL PROPRIETARIO DEL RIVALE
Per capirlo bisogna ricostruire una piccola sequenza di fusioni che si è consumata negli ultimi mesi nel più totale rumore di fondo della cronaca tecnologica. Nel febbraio del 2026 SpaceX ha assorbito xAI, la società di Musk che sviluppa il chatbot Grok, in una fusione interamente azionaria che ha portato la valutazione complessiva del nuovo soggetto attorno ai 1.250 miliardi di dollari. Pochi mesi dopo, a maggio, xAI ha smesso di esistere come società autonoma: Grok e la piattaforma X sono ora una divisione interna di SpaceX, che per l’occasione si è ribattezzata SpaceXAI.
Tradotto in italiano corrente: Anthropic non sta pagando un fornitore neutro di servizi cloud. Sta pagando il proprietario diretto del laboratorio concorrente che sviluppa Grok, lo stesso laboratorio che Musk si vanta periodicamente di voler far diventare “la più grande intelligenza artificiale del pianeta”. E lo paga con cifre che, secondo il documento depositato alla Sec, da sole basterebbero a raddoppiare il fatturato annuale di SpaceX.
C’è qualcosa di splendidamente medievale in tutto questo. È come se Pisa avesse pagato Genova in oro sonante per affittare le sue galee, perché in fondo le galee genovesi erano ancorate al porto e non si voleva fossero usate da nessun altro. Funziona, finché funziona. Poi a un certo punto Genova decide che le servono di nuovo, dà il preavviso di novanta giorni, e Pisa scopre di non avere più una flotta.
LA FAME ELETTRICA COME NUOVO LIMITE DELLA MODERNITÀ
Dietro la cifra c’è però qualcosa di più interessante della semplice ironia industriale. C’è il fatto che, nel 2026, la principale limitazione fisica allo sviluppo dell’intelligenza artificiale non è il talento, non è il capitale, non è nemmeno la disponibilità di processori grafici di ultima generazione. È l’elettricità.
I Colossus e Colossus II, i due centri di calcolo che Anthropic ha affittato, si trovano fra il Tennessee e il Mississippi e bruciano insieme oltre un gigawatt di potenza. Per dare un’idea, è il consumo di una città italiana di medie dimensioni. Sono stati costruiti in tempi record da SpaceX per addestrare Grok, ma Musk a un certo punto ha dichiarato candidamente che gli serviva solo una parte di quella capacità, e così ha messo in affitto il resto al miglior offerente. Anthropic, che secondo il Wall Street Journal sta per superare i dieci miliardi di dollari di fatturato trimestrale grazie soprattutto ai suoi strumenti per la programmazione, ha alzato la mano per prima.
Il dettaglio illuminante è proprio nella sproporzione. Un’azienda di software che vende abbonamenti per scrivere codice si ritrova a destinare a un fornitore di elettricità organizzata in forma di silicio una somma che è circa una volta e mezzo il bilancio annuale del Comune di Roma. Non perché il software sia particolarmente caro da scrivere, ma perché le macchine che lo eseguono hanno fame. Una fame impressionante, costante, prevedibile, che non si placa.
Musk lo ha capito prima di tutti, e ha trasformato un problema in un modello di business. La sua duplice strategia, scrive il documento depositato alla Sec, “offre molteplici percorsi per generare ritorni sul capitale investito”. Traduzione: costruisco i data center per addestrare la mia AI, ma se mi avanza capacità la vendo ai miei concorrenti, così pago i costi di costruzione e ricavo pure un margine. È esattamente quello che facevano i baroni del carbone nell’Ottocento, con la differenza che oggi il combustibile è la potenza di calcolo e i clienti sono altre aziende dell’AI.
IL POTERE DI UN UOMO SOLO, SCRITTO NERO SU BIANCO
L’altra parte interessante del documento è quella che riguarda la struttura di governo della futura SpaceX quotata in Borsa. Le carte chiariscono senza giri di parole che l’unica persona autorizzata a licenziare Musk è Musk. Che il fondatore controllerà l’85,1% dei diritti di voto attraverso una struttura a doppia categoria di azioni in cui le Classe B valgono dieci voti ciascuna. Che la società userà una legge del Texas per respingere eventuali acquisizioni ostili e proteggere i dirigenti da rimozioni indesiderate. Che Musk sarà contemporaneamente amministratore delegato, direttore tecnico e presidente del consiglio di amministrazione.
Diversi fondi pensione americani, fra cui quelli che gestiscono i risparmi degli insegnanti della California e dei dipendenti pubblici di New York, hanno definito “estremi” questi piani. La parola è interessante, perché di solito i fondi pensione non usano aggettivi. Quando lo fanno, vuol dire che qualcosa li ha davvero spaventati.
Aggiungiamoci che SpaceX prevede di riservare ai piccoli investitori una quota insolitamente ampia delle azioni in vendita, attorno al trenta per cento, e che secondo alcuni osservatori questo potrebbe trasformarla in un titolo da social network finanziari, esposto a oscillazioni emotive più che industriali. Il quadro che emerge è quello di una società che chiede al mercato cifre da capogiro (la valutazione obiettivo è di 1.750 miliardi di dollari, la raccolta prevista è di 75 miliardi, sarebbe la più grande Ipo della storia) e in cambio offre la fiducia personale del suo fondatore. Prendere o lasciare.
COSA RESTA SUL TAVOLO, OLTRE AI MILIARDI
C’è una vecchia regola che chi ha lavorato in azienda conosce bene: quando il tuo principale fornitore è anche il tuo principale concorrente, hai un problema strategico, non un problema commerciale. I problemi commerciali si risolvono con un nuovo contratto. Quelli strategici si risolvono cambiando mestiere.
Anthropic per ora sembra accettare questa dipendenza come prezzo da pagare per restare nella partita. Tom Brown, il responsabile del calcolo dell’azienda, ha scritto che la capacità di Colossus servirà soprattutto per l’inferenza, cioè per far funzionare i modelli già addestrati. Significa che, nei fatti, ogni volta che qualcuno chiede qualcosa a Claude, una piccola frazione di centesimo va a sostenere i conti della società che possiede Grok. È un’eleganza commerciale che meriterebbe di essere studiata nelle scuole di economia.
Resta da capire se questo tipo di intreccio sopravviverà ai prossimi cicli politici, alle prossime tensioni regolamentari, alle prossime intemperanze dichiarative del padrone di entrambi i campi da gioco. Il contratto, ricordiamolo, è interrompibile con novanta giorni di preavviso da entrambe le parti. Tre mesi. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, tre mesi sono un’era geologica.
Nel frattempo, mentre dai documenti depositati alla Sec trapelano anche notizie meno edificanti — il possibile bando di Grok in alcuni Paesi per le immagini sessualmente offensive che ha continuato a generare, i dubbi sulla sostenibilità tecnica dei data center spaziali che Musk vorrebbe lanciare in orbita per superare i limiti energetici terrestri, il debito complessivo del gruppo salito oltre i 23 miliardi di dollari — il mondo continua a scorrere, e Claude continua a rispondere, e Grok continua a sproloquiare, e tutti continuano a chiedersi se l’intelligenza artificiale stia davvero diventando intelligente o se stia soltanto diventando, come la civiltà che l’ha generata, più affamata.
Una cosa è certa: la corsa all’AI, nel maggio del 2026, non si gioca più nei laboratori. Si gioca nelle centrali elettriche. E chi controlla la corrente controlla il pensiero, almeno quello dei modelli che dovrebbero pensare al posto nostro.
Resta da capire chi controllerà il nostro.
Fonti: Wired Italia, TechCrunch, Reuters, Bloomberg, documento S-1 depositato da SpaceX presso la Securities and Exchange Commission.
Esiste una legge, formulata da W. Ross Ashby nel 1956, che descrive il presente con precisione quasi imbarazzante — e descrive specialmente il suo lato meno discusso. La legge della varietà necessaria, letta dalla parte sbagliata, dice che chi riduce artificialmente la varietà del proprio governato non guadagna controllo: si toglie la vista. Funziona come una cataratta cognitiva: la realtà non si è impoverita, è la lente che si è opacizzata. Quando la realtà non filtrata si presenta — perché prima o poi lo fa — il controllore scopre di non avere strumenti per riconoscerla, e la chiama “cigno nero”, “anomalia”, “crisi imprevedibile”. Sono tutti modi educati per direio non vedevo. Tre casi recenti raccontano lo stesso meccanismo: la crisi finanziaria 2008 con i modelli Value at Risk tarati per non vedere ciò che stava arrivando; il fallimento dell’intelligence israeliana del 7 ottobre 2023; la gestione politica della pandemia 2020 di fronte a segnali esistenti e ignorati. A questi si aggiunge il caso speciale dell’intelligenza artificiale: la letteratura sulmodel collapse— Shumailov et al.,Nature2024 — descrive con precisione tecnica un fenomeno che è in atto da decenni nei sistemi politici e mediatici. La parte che la critica di mestiere sorvola è meno romantica delle abituali denunce: il controllore non riduce la varietà per controllare meglio, la riduce per ridurre la propria fatica di leggere il reale. La giustificazione “controllo” arriva dopo, come copertura razionalizzante. È un evitamento del disagio cognitivo replicato su scala istituzionale, che produce sistemi strutturalmente ciechi. Il che, ovviamente, è peggio del cinismo che gli viene di solito attribuito.
“Il controllore non riduce la varietà per controllare meglio. La riduce per non doverla leggere.” — Il Franti,Il sensore che si è rotto da solo
Corollario ashbyano: ridurre la varietà di chi è governato non concentra il controllo, lo erode dall’interno. E i sintomi sono già nei titoli — basta saperli leggere come tali.
C’è una scena ricorrente nei resoconti dei grandi fallimenti previsionali del nostro tempo, ed è sempre la stessa: una stanza piena di schermi accesi, un’enorme quantità di dati che scorrono in tempo reale, un team di analisti molto bravi, e un evento che si materializza dal nulla cogliendoli del tutto impreparati. Quando il fumo si dirada, l’inchiesta scopre invariabilmente due cose. La prima: i segnali c’erano. La seconda: nessuno li aveva visti, perché il sistema di rilevamento era tarato per non vederli. È un genere narrativo a sé, ormai — si ripete con la regolarità delle stagioni e con la stessa apparente inevitabilità — e merita un nome preciso, perché senza un nome rischia di passare per sfortuna.
Il nome, almeno provvisorio, lo possiamo prendere in prestito dalla cibernetica: si chiamaauto-ottundimento del controllore. È il rovescio meno discusso della legge di Ashby, e probabilmente il più istruttivo. Dice, in sostanza, che chi riduce la varietà del proprio governato non guadagna controllo: si toglie la vista. Lentamente, in maniera proporzionale e rigorosa, per via di un meccanismo che non chiede il permesso a nessuno e non si lascia disinnescare da nessuna buona intenzione.
Il principio, letto dalla parte sbagliata
Ashby, lo abbiamo visto, formulava la sua legge in termini di sufficienza: per governare un sistema con mille stati possibili, serve un sistema di controllo capace di mille risposte. Ma la stessa legge, presa per la coda, dice anche un’altra cosa, meno citata e più scomoda. Seartificialmenteriduci la varietà del sistema governato — semplifichi il pubblico, addomestichi il dissenso, restringi le alternative disponibili — non hai semplificato il problema. Hai semplificato larappresentazionedel problema. Il problema vero, intanto, continua a esistere nella sua varietà originaria, e si limita a non esserti più visibile.
Funziona come una cataratta cognitiva: la realtà non si è impoverita, è la lente che si è opacizzata. Il sistema continua ad agire come se vedesse, perché lo schermo gli restituisce l’immagine che si aspetta — è stato calibrato apposta per restituirgliela. Ma le decisioni che prende sono ormai ricavate da una versione filtrata, depurata, semplificata della realtà. E quando la realtà non filtrata si presenta alla porta — perché prima o poi lo fa, è la sua principale specialità — il controllore scopre di non avere strumenti per riconoscerla. La chiama, allora, con i nomi che la psicologia delle élite gli mette a disposizione:cigno nero,anomalia statistica,evento di coda,crisi imprevedibile. Sono tutti modi educati per dire:io non vedevo.
Tre stagioni, tre sensori rotti
I casi recenti sono troppi perché valga la pena farne un elenco — è proprio l’eccessiva ripetizione del fenomeno a renderlo significativo — ma vale la pena fermarsi su tre, perché coprono tre ambiti molto diversi e mostrano lo stesso meccanismo all’opera con un’eleganza quasi didattica.
Il primo. La grande crisi finanziaria del 2008 fu preceduta da almeno cinque anni di segnali percepibili a chiunque avesse voglia di percepirli: il subprime cresceva in maniera abnorme, le securities erano impacchettate in modi che pochi capivano, l’esposizione delle banche era misurata con modelli — i celebri Value at Risk — che presupponevano una distribuzione normale dei rischi. Il punto non è che mancassero gli strumenti. Il punto è che gli strumenti erano stati semplificati in maniera tale da non poter vedere quello che effettivamente stava succedendo. Le agenzie di rating davano tripla A a prodotti che le inchieste successive avrebbero giudicato spazzatura. Quando il sistema crollò, l’unica reazione possibile fu lo stupore: nessunoaveva visto. Perché nessunopoteva vedere, con quei sensori così.
Il secondo. Il 7 ottobre 2023, l’apparato di intelligence israeliano — uno dei più sofisticati e meglio finanziati al mondo, con l’unità 8200 considerata da decenni un’eccellenza tecnica — non riconobbe i segnali di un’operazione in preparazione da mesi. Le inchieste pubblicate nei mesi successivi, daThe New York TimesaHaaretz, hanno documentato che i segnali esistevano, che alcune analiste li avevano persino segnalati, e che la struttura di comando li aveva archiviati come improbabili sulla base di un modello implicito secondo cui Hamas non aveva la capacità — e soprattutto lavarietàoperativa — per concepire un’azione di quel tipo. Il modello era stato semplificato. La realtà no. È costato un numero terrificante di vite, da entrambe le parti, scoprirlo.
Il terzo. La pandemia 2020. I sistemi di sorveglianza epidemica esistevano da vent’anni, dopo SARS, MERS e tutto il resto. Avevano dato segnali misurabili tra dicembre 2019 e gennaio 2020. La risposta politica, in quasi tutti i Paesi occidentali, fu semplicemente di non leggerli — perché la loro lettura avrebbe imposto decisioni complesse a sistemi decisionali che si erano addestrati per anni alla risposta semplice. Quando l’evento esplose, l’unica risposta possibile fu di nuovo la centralizzazione, la task force unica, la comunicazione univoca. Si ripeté l’errore che aveva reso invisibile il fenomeno: si rispose con bassa varietà a un fenomeno ad alta varietà. Il risultato — al netto delle differenze locali — fu una gestione costantemente in ritardo rispetto alla complessità reale del problema. Non per cattiva volontà. Per cataratta sistemica.
Ce ne sarebbero altri, naturalmente — il ritiro dall’Afghanistan del 2021, l’esito di Brexit per i sondaggisti londinesi, la sorpresa dell’establishment democratico americano nel 2016, la sorpresa speculare dell’establishment progressista italiano nel 2022 — ma il punto non è la lista. Il punto è il pattern: ogni volta che un controllore investe sistematicamente nel ridurre la varietà del proprio campo percettivo, si trova prima o poi davanti a un evento che il proprio campo percettivo non riesce più a contenere. Ashby chiamerebbe la cosa, con la sua sobrietà britannica,un’ovvietà matematica.
Il caso speciale: l’intelligenza artificiale che si addestra su sé stessa
C’è un caso emergente che merita un paragrafo a parte, perché chiude il cerchio in maniera quasi imbarazzante. La letteratura tecnica sul cosiddettomodel collapse— un articolo di Shumailov e collaboratori pubblicato suNaturenel luglio 2024 ne ha fissato i contorni — descrive un fenomeno semplice e inquietante: quando un modello generativo viene addestrato in maniera ricorsiva sui propri stessi output, la sua distribuzione di probabilità si assottiglia. Le code, cioè le risposte rare e improbabili che danno varietà al linguaggio, scompaiono. Quel che resta è la moda statistica: la risposta più frequente, la formulazione più probabile, l’opzione meno sorprendente. Un modello collassato continua a funzionare, ma produce un mondo più piatto.
La cosa interessante è che il meccanismo descritto da Shumailov non riguarda solo le AI. Descrive con precisione anche quello che succede a un sistema politico, mediatico o aziendale che si addestra prevalentemente sui propri segnali interni — sondaggi calibrati per confermare aspettative, media che dialogano principalmente con altri media, élite che si parlano addosso in circoli ristretti. La distribuzione delle percezioni si assottiglia, le code della varietà reale scompaiono dal radar, e quel che resta è una versione mediana e prevedibile del mondo, perfettamente coerente al proprio interno e perfettamente sganciata da quello esterno. È un model collapse senza algoritmi, ed è in atto da decenni: l’AI ricorsiva ne è la versione accelerata e tecnicamente trasparente, non l’inventrice.
L’aspetto su cui i critici di mestiere sorvolano
Qui arriva la parte che, nel dibattito pubblico, viene normalmente saltata. Tanto la critica progressista alcapitalismo della sorveglianzaquanto la critica reazionaria algoverno tecnocraticodescrivono un controllore astuto, calcolatore, interessato a mantenere e accrescere il proprio potere attraverso la riduzione della varietà sociale. È una rappresentazione comoda — soprattutto perché permette al critico di porsi come l’unico soggetto lucido in un campo di soggetti manipolati — ma è descrittivamente inadeguata. Un controllore che si toglie la vista per controllare meglio non è un soggetto razionale che persegue il proprio interesse: è un soggetto irrazionale che persegue il propriocomfort. Le due cose, di solito, vengono confuse, perché ammettere la seconda costringe a riformulare l’intera architettura del discorso critico.
Eppure è la seconda a essere coerente con i dati. Le élite finanziarie del 2008 non avevano interesse a far esplodere il sistema da cui traevano i propri profitti. I servizi israeliani non avevano interesse a essere colti di sorpresa da un attacco devastante. I governi del 2020 non avevano interesse a gestire una pandemia in maniera percepita come fallimentare. In tutti i casi, il controllore ha agitocontroil proprio interesse strategico, in maniera proporzionale alla riduzione della varietà che aveva imposto al campo. Non per stupidità, e neanche per malvagità — categorie entrambe troppo generose, perché presuppongono comunque agenti consapevoli. Perevitamento sistematico del disagio cognitivo: la stessa pulsione che fa preferire all’utente medio una playlist confortevole rispetto a un brano dissonante, applicata su scala istituzionale.
Detto in termini ashbyani: il controllore riduce la varietà non per controllare il sistema, ma per ridurre la propria fatica di leggerlo. La giustificazione “controllo” arriva dopo, come copertura razionalizzante. È una distinzione fine ma sostanziale, perché cambia interamente la natura del problema. Non siamo davanti a un disegno cinico. Siamo davanti a un meccanismo banale di evitamento, replicato per omologia in milioni di decisioni piccole, che produce su scala aggregata un sistema strutturalmente cieco. Il che è, con ogni probabilità, peggio.
Work-in-Progress (come si conviene)
Resta da capire — e qui il pezzo si ferma volentieri sulla soglia, perché è una soglia che merita di restare visibile per un po’ — perché un meccanismo così evidentemente svantaggioso per tutti gli attori coinvolti continui a riprodursi. Una possibile risposta è che gli attori coinvolti, presi singolarmente, non lo trovino svantaggioso: ridurre la propria fatica cognitiva è un guadagno immediato, mentre il costo dell’auto-ottundimento si manifesta solo nel medio periodo e quasi sempre a carico di chi è in posizione abbastanza alta da poter dare la colpa a qualcun altro. È un classico problema di esternalità: il vantaggio è privato, il costo è collettivo, e quando il costo arriva è ormai troppo tardi per associarlo alla causa giusta.
L’altra risposta possibile è meno gentile, e per questo probabilmente più vera. Forse non è la varietà a essere stata sacrificata in nome del controllo. Forse è il controllo a essere stato sacrificato — silenziosamente, senza riunioni, senza decisioni esplicite — in nome di qualcosa di molto meno nobile: il bisogno di non sentire l’attrito del reale, di non doverlo elaborare, di non doverlo subire come variabile fastidiosa nella propria giornata. Se così fosse, la legge di Ashby avrebbe scoperto qualcosa di più grande di un teorema cibernetico: avrebbe scoperto, con sessant’anni d’anticipo, perché certi sistemi sembrano collassare sotto il loro stesso peso senza che nessuno li abbia spinti.
Il sensore non si è rotto per un guasto. Si è rotto perché è stato spento, una manopola alla volta, dalle stesse persone che ora lo guardano e si chiedono come mai non funzioni più.
Riferimenti citati nel testo:
W. Ross Ashby,An Introduction to Cybernetics, Chapman & Hall, 1956
I. Shumailov et al., “AI models collapse when trained on recursively generated data”,Nature, 631, luglio 2024
Inchieste su 7 ottobre 2023:The New York Times(dicembre 2023),Haaretz(vari articoli novembre 2023 – marzo 2024)
Letteratura su VaR e crisi 2008: cfr. P. Triana,The Number That Killed Us, Wiley, 2011
Nota di continuità editoriale: Episodio II implicito di un possibile mini-corollario ashbyano. L’Episodio I —La sfortuna di Ashby (e la nostra)— apriva il quadro generale dell’asimmetria AI/pubblico. Questo episodio sviluppa il twist finale del precedente sull’auto-ottundimento. Un eventuale Episodio III dovrebbe affrontare la domanda che questo lascia aperta: cosa produce, viceversa, una varietàconsapevole— esiste un esempio storico di sistema che ha scelto deliberatamente di non semplificarsi? E a che prezzo?
Il Pulitzer 2026 premia Reuters per le inchieste sui chatbot predatori e la pubblicità fraudolenta di Meta. Ma il paradosso è strutturale: l’imputato possiede l’infrastruttura attraverso cui l’accusa dovrebbe circolare. Tre miliardi e mezzo di utenti continuano a scrollare, le multe vengono contabilizzate come costi operativi, e lo stesso giornalista che firmò i Facebook Files del 2021 vince cinque anni dopo per aver documentato che non è cambiato nulla. Un’analisi sull’economia dell’impunità e sulla truffa più geniale della storia: quella che i truffati sostengono spontaneamente. L’articolo analizza il profondo paradosso legato al Premio Pulitzer 2026 assegnato a Reuters per le inchieste sulle pratiche illecite di Meta, tra cui l’uso di chatbot predatori e la gestione di pubblicità fraudolente. L’autore evidenzia come il giornalismo d’inchiesta, pur essendo di altissimo livello, risulti ormai privo di reali conseguenze pratiche poiché l’azienda sotto accusa controlla le stesse piattaforme digitali attraverso cui le notizie vengono diffuse. Nonostante le rivelazioni documentate e le sanzioni miliardarie, il colosso tecnologico continua a crescere grazie a un modello di business che integra le multe come semplici costi operativi. Il testo suggerisce che il riconoscimento giornalistico rischi di diventare una mera cerimonia di catarsi collettiva, incapace di scardinare la dipendenza strutturale e l’indifferenza di miliardi di utenti. In questo scenario, la verità dei fatti non riesce a tradursi in un cambiamento concreto, poiché l’imputato funge contemporaneamente da tribunale e da unico canale di informazione per il pubblico.
C’è un momento nella storia del giornalismo in cui un premio smette di essere un riconoscimento e diventa un sintomo. Quel momento è arrivato lunedì 4 maggio 2026, quando il Pulitzer Prize Board ha assegnato a Reuters il premio per il Beat Reporting — categoria riesumata proprio quest’anno, come si riesumano i morti per accertare la causa del decesso — per le inchieste di Jeff Horwitz ed Engen Tham sui chatbot pericolosi e la pubblicità fraudolenta di Meta. Inchieste magnifiche, documentate con rigore forense, capaci di far tremare i polsi a chiunque le legga. A chiunque le legga, appunto: ed è qui che la faccenda si fa interessante.
Perché il problema non è la qualità del giornalismo. Il problema è che il giornalismo ha appena vinto un premio per aver smascherato l’azienda che decide se, quando e a quanti esseri umani quel giornalismo verrà mostrato.
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LA TRUFFA PERFETTA HA BISOGNO DEI TRUFFATI
Riavvolgiamo il nastro. Horwitz — lo stesso Horwitz che nel 2021 firmò i Facebook Files per il Wall Street Journal, rivelando che Instagram peggiora i disturbi alimentari di una ragazza su tre — ha ottenuto documenti interni Meta che stabilivano come fosse “accettabile” che i chatbot dell’azienda intrattenessero conversazioni “sensuali” con minori a partire dai tredici anni. Tra gli esempi approvati dalle linee guida interne: frasi come “ti prendo per mano e ti guido verso il letto” rivolte a un tredicenne. Meta ha rimosso quelle clausole soltanto dopo che Reuters ha posto le domande — non prima, non spontaneamente, non per scrupolo etico: per paura della pubblicazione.
C’è poi la storia di Thongbue Wongbandue, settantasei anni, ex chef thailandese del New Jersey, reso fragile da un ictus e in attesa di un test per la demenza. “Bue” — così lo chiamavano — è morto dopo essere partito per New York per incontrare una giovane donna con cui chattava da settimane. La donna era un chatbot Meta, derivato dalla collaborazione con Kendall Jenner, che gli aveva dato un indirizzo fittizio — “123 Main Street, Apartment 404” — e lo aveva rassicurato che la porta sarebbe rimasta aperta. Bue è caduto lungo il tragitto e non si è più rialzato. Tre giorni di supporto vitale, poi il silenzio. La figlia Julie ha detto a Reuters una frase che andrebbe scolpita nel marmo di qualche aula di giustizia: “Capisco il tentativo di catturare l’attenzione di un utente, magari per vendergli qualcosa. Ma che un bot dica ‘vieni a trovarmi’ è da pazzi.”
E ancora: documenti interni rivelano che circa il dieci per cento del fatturato Meta del 2024 — sedici miliardi di dollari su centosessantaquattro — proveniva da pubblicità per truffe, schemi piramidali, casinò illegali e farmaci proibiti. Non per distrazione o difetto di filtraggio: per calcolo. Un memo aziendale stima esplicitamente che il ricavo da inserzioni fraudolente “supererà quasi certamente il costo di qualsiasi accordo con le autorità di regolamentazione”. La multa come voce di bilancio, come l’affitto dei server o il caffè della mensa. E un “global playbook” — un manuale operativo interno — istruiva i team su come depistare i regolatori: ripulire i risultati dell’Ad Library prima delle ispezioni, adottare un approccio “reattivo” (rimuovere solo dopo segnalazione), guadagnare tempo nei negoziati con la formula magica “continuare a dialogare con il regolatore sulla proroga”.
Tutto questo è documentato, verificato, premiato. E tutto questo non cambierà nulla.
LA PROVA È NELLA CURVA CHE NON FLETTE
L’affermazione potrebbe sembrare cinica, ma è la storia a suggerirla. Lo scandalo Cambridge Analytica esplose nel marzo 2018: cinquanta milioni di profili Facebook raccolti senza consenso per manipolazione elettorale. Hashtag #DeleteFacebook, audizioni al Congresso, Zuckerberg sudato sotto le telecamere. Risultato sugli utenti? Nel trimestre dello scandalo, gli utenti giornalieri di Facebook passarono da 1,40 a 1,45 miliardi. Variety titolò con involontaria crudeltà: “#DeleteFacebook non è successo.”
I Facebook Files del 2021 — firmati dallo stesso Horwitz, vale la pena ripeterlo — produssero la testimonianza di Frances Haugen al Senato, una causa dell’Ohio da oltre cento miliardi, quaranta procuratori generali sul piede di guerra. Facebook si rinominò Meta con la stessa logica con cui un latitante si tinge i capelli. E gli utenti? Dagli 1,93 miliardi giornalieri del dicembre 2021 ai 3,58 miliardi del dicembre 2025 — un raddoppio, crescita ininterrotta, senza una sola flessione attribuibile a uno scandalo.
La multa FTC da cinque miliardi di dollari del 2019 — la più alta mai inflitta nella storia della privacy — fece salire il titolo Facebook del due per cento, aggiungendo dieci miliardi di capitalizzazione: il doppio della multa stessa. Il MIT Technology Review commentò che Facebook valeva di piùgraziealla notizia della sanzione, perché il mercato la interpretò come il segnale che il peggio era passato. Che la multa era gestibile. Che il modello di business era salvo.
L’IMPUTATO SIEDE AL POSTO DEL GIUDICE
E qui arriviamo al paradosso che rende quest’edizione del Pulitzer non tanto una celebrazione quanto un epitaffio. Non del giornalismo, che resta vivo e combattivo — ma della sua capacità di produrre conseguenze.
Il Watergate funzionò perché il Washington Post e le tre reti televisive nazionali erano canali separati dal potere politico. I Pentagon Papers funzionarono perché il New York Times non aveva bisogno del permesso del Dipartimento della Difesa per distribuire i propri giornali. Il giornalismo d’inchiesta ha sempre avuto bisogno di un’infrastruttura distributiva indipendente dall’oggetto dell’inchiesta. È una condizione banale, come il fatto che il giudice non può essere anche l’imputato — eppure è esattamente la condizione che oggi non esiste più.
Reuters ha vinto il Pulitzer per aver documentato che Meta espone i minori a chatbot predatori e incassa miliardi da pubblicità truffaldina. Ma la maggior parte delle persone chepotrebberoleggere quell’inchiesta riceve le proprie notizie attraverso Facebook, Instagram o WhatsApp — cioè attraverso le piattaforme di proprietà dell’azienda che l’inchiesta smonta pezzo per pezzo. L’algoritmo che decide cosa appare nel vostro feed è lo stesso algoritmo che decide se e quanto spazio dare all’inchiesta che lo smonta. Non è un conflitto d’interessi: è un cortocircuito ontologico. L’imputato non solo siede al posto del giudice: è anche la piazza dove si dovrebbe tenere il processo, il bar dove se ne discute, la posta dove si spediscono i giornali.
IL MESMERIZZATORE E I MESMERIZZATI
Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui, alla denuncia della piattaforma cattiva. Il paradosso ha un secondo livello, più inquietante del primo, ed è il livello che nessun premio giornalistico potrà mai scalfire: la complicità strutturale degli utenti.
Pensateci: tre miliardi e mezzo di persone usano ogni giorno almeno una delle applicazioni Meta. Non lo fanno perché costrette — nessuno punta una pistola alla tempia di chi apre Instagram alle sei del mattino — ma perché il meccanismo è progettato per sfruttare le stesse vulnerabilità neuronali delle slot machine. Lo scrolling infinito attiva il circuito dopaminergico della ricompensa variabile: ogni swipe è un gettone nel dispositivo, ogni like ricevuto un piccolo jackpot che rinforza il comportamento. La letteratura scientifica è inequivocabile: un’ora aggiuntiva al giorno sui social correla con un tredici per cento in più di rischio depressivo negli adolescenti. Le alterazioni neuroimaging sono documentate. Il Parlamento europeo ha chiesto nuove norme per affrontare la “dipendenza digitale”. Ma noi continuiamo a scrollare.
E non è solo scrolling. WhatsApp — tre miliardi e trecento milioni di utenti — è diventato l’infrastruttura comunicativa implicita di intere società. In Italia lo usiamo per tutto: messaggi personali, comunicazioni di lavoro, gruppi scolastici dei figli, avvisi condominiali, campagne elettorali, comunicazioni istituzionali. Lo trattiamo come se fosse un servizio pubblico, una raccomandata con ricevuta di ritorno, un diritto acquisito — mentre il contratto che accettiamo all’installazione, con le sue trappole retoriche giuridiche, dice chiaramente che Meta può accedere ai metadati (numero, contatti, posizione, orari di utilizzo, dispositivo), che la crittografia end-to-end non copre i backup in cloud, e che circa mille contractor in tre continenti possono leggere i messaggi segnalati. Un’indagine del Bureau of Industry and Security statunitense — chiusa bruscamente nell’aprile 2026, come raccontato da Bloomberg — aveva concluso che “non c’è limite al tipo di messaggio WhatsApp che Meta può visualizzare”. La Corte Suprema indiana ha definito la policy sulla privacy del 2021 “un modo decoroso di commettere furto di informazioni private”. Noi la accettiamo senza leggerla, come si accetta che quando piove si apre l’ombrello.
Ma l’ombrello non ci spia. L’acqua che beviamo non ci è data da un’azienda che la usa come esca per registrare ogni nostro sorso e rivenderlo al miglior offerente. Il paragone con i beni naturali è esattamente ciò che Meta vuole che facciamo: naturalizzare l’artificiale, rendere ovvia la dipendenza, far sembrare il bisogno indotto un bisogno fisiologico. Quando hai sete bevi; quando ti svegli apri WhatsApp. Stessa cosa, no?
No.
L’ASIMMETRIA CHE NESSUN PREMIO PUÒ COLMARE
Il vero spavento — per chi ha la fortuna o la disgrazia di prestare attenzione — non è che Meta si comporti come si comporta. Le corporation massimizzano il profitto: è il loro mandato fiduciario, la loro ragione d’essere, il dogma che insegnano nelle business school. Lo spavento è che tre miliardi e mezzo di persone lo sappiano — o possano saperlo, se solo alzassero lo sguardo dallo schermo — e continuino imperterrite. Che le masse siano non tanto ignare quantoindifferenti. Che si facciano portare in braccio da chi le usa come merce con la naturalezza con cui si sale su un autobus pubblico — solo che l’autobus è privato, il bigliettaio registra ogni conversazione, e la destinazione la decide lui.
L’analogia più calzante — e la più scomoda — è quella con l’industria del tabacco, che diversi analisti e commentatori ripropongono ormai apertamente. Ci sono voluti quarant’anni dalle prime evidenze scientifiche (il rapporto del Surgeon General del 1964) ai grandi accordi risarcitori con Big Tobacco. Quarant’anni durante i quali le aziende sapevano, i giornalisti documentavano, i premi venivano assegnati — e la gente continuava a fumare. La differenza è che il tabacco non possedeva le edicole dove si vendevano i giornali che parlavano del tabacco. Meta sì. E questa differenza rende la partita strutturalmente più asimmetrica di qualsiasi precedente storico.
Ad aprile 2025, per la prima volta una giuria statunitense ha ritenuto Meta e Google responsabili di design deliberatamente addictivo, assegnando danni per centinaia di milioni di dollari. È un precedente importante — ma è di primo grado, è in appello, e intanto Meta ha annunciato di voler utilizzare le conversazioni con i propri chatbot per il targeting pubblicitario. La direzione strategica non cambia perché non ha ragione di cambiare: i numeri la giustificano, le multe la assorbono, e gli utenti la finanziano.
L’ECONOMIA DELL’IMPUNITÀ E IL PULITZER COME CERIMONIA
Ed eccoci al cuore della questione. Il Pulitzer 2026 non è inutile — è qualcosa di peggio: èfunzionale. Funzionale a un meccanismo di catarsi collettiva che trasforma l’indignazione in spettacolo annuale. Si assegna il premio, si scrivono gli articoli sul premio (come questo, sì), si condividono su Facebook e Instagram con la giusta dose di sdegno, e poi si torna a scrollare. Il Pulitzer diventa la valvola di sfogo di un sistema che ha bisogno di mostrare periodicamente la propria capacità di autocritica senza mai modificare le proprie strutture materiali. Come le elezioni nei regimi che le permettono solo per dimostrare la propria legittimità democratica.
Jeff Horwitz merita ogni riconoscimento possibile. Il suo lavoro è esemplare: cinque anni a documentare le stesse pratiche della stessa azienda, con lo stesso rigore e con risultati che confermano — ecco il paradosso nel paradosso — che cinque anni fa non è cambiato niente. Reuters merita il premio anche per il National Reporting — la serie sulla campagna di ritorsione politica di Trump, che ha documentato almeno quattrocentosettanta bersagli — e per essere stata finalista con l’inchiesta sul cyberfraud nel Sud-Est asiatico. Quest’anno il Pulitzer ha premiato anche il Washington Post (servizio pubblico sulla copertura del DOGE di Musk), il New York Times (inchiesta sui profitti della famiglia Trump dalla presidenza), l’Associated Press (sorveglianza di massa made in Silicon Valley, sviluppata in Cina, usata dalla polizia di frontiera USA), e ha assegnato una citazione speciale postuma a Julie K. Brown del Miami Herald per i reportage su Jeffrey Epstein. Sono tutti lavori importanti, necessari, coraggiosi. E il fatto che siano necessari è la prova che non bastano.
Perché la truffa più geniale della storia non è quella che Meta perpetra ai danni dei suoi utenti. È quella che gli utenti perpetrano ai danni di se stessi, ogni mattina, quando il pollice scorre automaticamente verso il basso prima ancora che il cervello si sia svegliato. Non c’è Pulitzer che possa porre argine a una dipendenza che i dipendenti stessi alimentano, difendono e — se qualcuno prova a togliergliela — rimpiangono. L’accusatore pubblica l’inchiesta; l’accusato controlla il canale; il pubblico è sia vittima che complice; e il premio celebra l’intero ciclo con quindici mila dollari e una placca, prima di archiviare tutto fino all’anno prossimo.
Nel frattempo, Meta ha chiuso il 2025 con duecento miliardi di fatturato. E da qualche parte nel New Jersey, un chatbot con il volto di Kendall Jenner sta ancora dicendo a qualcuno che la porta sarà aperta.
“Il ricavo da inserzioni rischiose supererà quasi certamente il costo di qualsiasi accordo con le autorità di regolamentazione.”— Documento interno Meta, dicembre 2024
W. Ross Ashby formulò nel 1956 una legge di una semplicità quasi offensiva: per governare un sistema complesso, il sistema di controllo deve possedere almeno la stessa varietà del sistema che intende governare.Solo la varietà può distruggere la varietà.Sette parole, settant’anni d’attesa, e una pratica diffusa di non-applicazione che ha preso il nome generoso di “buon governo”. Ma la sfortuna del cibernetico britannico è anche, e soprattutto, la nostra: ignorare Ashby ha un costo, e il costo si paga in tempo reale. L’asimmetria contemporanea è istruttiva: l’unica entità che ha effettivamente sviluppato una varietà interna degna del nome ashbyano è l’intelligenza artificiale generativa, mentre i suoi interlocutori umani hanno visto la propria varietà cognitiva ridursi sistematicamente per effetto di una mossa a tenaglia tanto efficace quanto poco coordinata: da un lato la semplificazione algoritmica delle piattaforme, dall’altro l’inflazione informativa di Internet che produce non varietà ma stordimento. Risultato: una macchina ad alta complessità messa al servizio della riduzione della varietà cognitiva. Il sintomo più visibile è il successo dei brani composti al millimetro per orecchi disabituati alla sorpresa — cantanti che non esistono e ascoltatori che non se ne accorgono. Ma il dettaglio meno commentato è un altro: anche chi governa attraverso la riduzione si sta impoverendo, perché un sistema di controllo che ha semplificato il proprio governato perde la capacità di percepirne le crisi. Ashby non era un profeta. Era un medico che cercava principi generali e li trovava. La sua legge non è difficile da capire — è scomoda da applicare. Ed è esattamente la cosa che, nel presente, quasi nessuno ha voglia di fare.
Un cibernetico britannico nel 1956 spiega in due righe perché la complessità non si governa con la semplicità. Quasi settant’anni dopo, l’unica cosa che ha sviluppato abbastanza varietà per applicare la sua legge è una macchina che la usa al contrario.
Esiste una forma molto specifica di sfortuna intellettuale: quella di formulare una legge troppo precisa, troppo presto, e troppo poco rumorosa perché qualcuno abbia voglia di applicarla. W. Ross Ashby, medico e cibernetico britannico, appartiene a questa minoranza di sfortunati. Nel 1956, inAn Introduction to Cybernetics, enuncia un principio di una semplicità quasi offensiva: per governare un sistema complesso, il sistema di controllo deve possedere almeno la stessa varietà — intesa come gamma di stati possibili, di risposte disponibili — del sistema che intende governare.Only variety can destroy variety.Sette parole, settant’anni di attesa, e una pratica diffusa di non-applicazione che, nei manuali, prende il nome solenne di “buon governo”.
A una prima lettura sembrerebbe la sfortuna di Ashby: scienziato citato a margine, archiviato dagli scienziati sociali, riesumato saltuariamente nei convegni aziendali giusto il tempo della slide di apertura, prima che qualcuno passi a illustrare i tagli al reparto ricerca e sviluppo. In realtà la sfortuna è soprattutto di chi non lo ha letto. Perché ignorare Ashby ha un costo, e il costo lo si paga in tempo reale, con interessi composti.
La legge in due righe, per chi era distratto
Se un sistema complesso — un ecosistema, un organismo, una società, un mercato — può assumere mille stati diversi, allora il sistema che pretende di governarlo deve essere in grado di assumere almeno mille risposte diverse. Meno di mille e qualcosa, prima o poi, sfugge: è un teorema, non un’opinione. È la ragione per cui il sistema immunitario funziona — produce un repertorio anticorpale così vasto da poter rispondere a patogeni che non ha mai incontrato — ed è la ragione per cui ogni task force unica messa di fronte a una crisi multidimensionale finisce, statisticamente, per fare disastri eleganti.
L’errore non è capire male la legge. L’errore è applicarla a metà: aumentare la varietà delmessaggio(più canali, più piattaforme, più portavoce) mentre si riduce la varietà dellerisposte(un’unica linea, un’unica metrica, un’unico indicatore). È la differenza tra un’orchestra e un altoparlante moltiplicato per dieci. Ashby aveva previsto anche questa scorciatoia, e l’aveva chiamata, con la sobrietà di chi sa di avere ragione,un fallimento.
L’asimmetria che nessuno commenta
Qui arriva la stranezza istruttiva del presente. Negli ultimi anni una sola entità ha effettivamente sviluppato una varietà interna degna del nome ashbyano: l’intelligenza artificiale generativa. In termini cibernetici, certi modelli linguistici hanno raggiunto una gamma di stati interni — di possibili risposte, di possibili angolazioni, di possibili ricombinazioni — paragonabile, in molti domini, alla varietà dei loro interlocutori umani. È un risultato tecnologico straordinario: per la prima volta nella storia, qualcosa di non biologico produce risposte differenziate su una scala che si avvicina, almeno in superficie, alla complessità della domanda.
Il problema è che questa esplosione di varietà sul lato macchina è arrivata a una popolazione di interlocutori la cui varietà interna, nel frattempo, era stata sistematicamente ridotta. È un’asimmetria che andrebbe registrata con la pazienza di un sismografo: il sistema di risposta è diventato ricchissimo, il sistema di domanda si è fatto molto più povero. E quando un sistema ad alta varietà incontra un sistema a bassa varietà, il primo si adatta al secondo. Non perché sia stato programmato così, ma perché la statistica dell’uso lo costringe: l’AI viene impiegata, in massa, per togliere attrito, per confermare aspettative, per accelerare la conclusione già prevista. Non per espandere la varietà di chi la interroga, ma per fornirgli la versione più liscia possibile di ciò che già pensava.
In altre parole: abbiamo costruito, con straordinaria competenza, lo strumento perfetto per applicare la legge di Ashby — e lo stiamo usando per consolidare l’eccezione contraria. Una macchina ad alta complessità messa al servizio della riduzione della varietà cognitiva. Ashby avrebbe trovato la cosa istruttiva. Forse anche divertente, in quel modo asciutto che hanno gli inglesi quando assistono a un disastro evitabile.
La tenaglia, e perché non serve scomodare le cospirazioni
Come ci siamo arrivati? Per una mossa a tenaglia, durata venticinque o trent’anni, e tanto efficace quanto poco coordinata. Da un lato, imprese, media e istituzioni hanno lavorato attivamente per ridurre la varietà esposta al pubblico: algoritmi che ottimizzano la conferma anziché l’attrito, palinsesti calibrati sull’engagement, sistemi educativi orientati alla risposta corretta più che alla domanda perturbante, marketing politico che premia il messaggio univoco. Dall’altro lato, Internet ha prodotto quella che, con un eufemismo, possiamo chiamareinflazione informativa: una quantità di segnali talmente vasta da risultare, paradossalmente, indistinguibile dal rumore. L’overloading non genera varietà — genera stordimento. E uno stordito non naviga la complessità: si aggrappa alla prima superficie solida che incontra.
Le due forze sembrano agire in direzioni opposte — restringere e dilatare — ma producono lo stesso effetto netto: la varietàesperitadall’utente medio si riduce. La prima forza la riduce a monte; la seconda la rende inaccessibile a valle. Risultato: un pubblico che percepisce di avere accesso a tutto e di fatto si muove in spazi sempre più ristretti, scegliendo per esaurimento le scorciatoie che il sistema ha cura di mettergli sotto il naso.
Non serve invocare cospirazioni per descrivere questo meccanismo, e qui sta la sua eleganza inquietante. È sufficiente unaconvergenza di interessi: per chi vende attenzione, per chi vende prodotti, per chi vende consenso politico, un pubblico con bassa varietà interna è infinitamente più redditizio di un pubblico esigente. Le convergenze di interessi, a differenza delle cospirazioni, non hanno bisogno di riunioni segrete e funzionano benissimo anche se gli attori coinvolti si detestano reciprocamente. È il motivo per cui restano largamente invisibili al dibattito pubblico — che, a sua volta, è ottimizzato per la varietà bassa.
Il sintomo che canta da solo
E poi ci sono i sintomi visibili, quelli che persino una varietà ridotta riconosce come segnali di qualcosa. In tempi recenti, brani musicali generati artificialmente o attribuiti ad artisti la cui identità è irrilevante — quando non del tutto fittizia — hanno scalato classifiche internazionali con una facilità che ha sorpreso persino chi quelle classifiche le confeziona. Il motivo non è misterioso: quei brani soddisfano con precisione millimetrica i gusti di un pubblico che, dopo anni di dieta algoritmica, ha sviluppato un’allergia fisiologica alla sorpresa. Nessuna dissonanza, nessuna rottura di pattern, nessun momento che costringa l’orecchio a ricalibrare. Il cantante non esiste; il pubblico non se ne accorge; e — questo è il punto preciso — non fa differenza.
Ashby direbbe che siamo davanti a un caso da manuale: un sistema-pubblico ha ridotto la propria varietà interna al punto da poter essere governato, e soddisfatto, da un sistema-prodotto di complessità minima. Non è una critica al gusto altrui — sarebbe troppo facile e troppo inutile, e in fondo anche moralistica, il che è uno dei pochi peccati editoriali che non ci concediamo. È la descrizione di un meccanismo: i sistemi che non tollerano la varietà non solo si impoveriscono, diventanofragili. Un ecosistema con poche specie è più produttivo nel breve termine e catastroficamente vulnerabile nel medio. Una cultura con poche dissonanze produce molto consenso e poca capacità di reagire all’imprevisto. La biologia lo dimostra ogni stagione; la storia, con un po’ più di lentezza, fa lo stesso.
La parte che non si vede: anche chi governa si sta indebolendo
Resta un dettaglio che sfugge volentieri sia ai critici di sinistra delcapitalismo della sorveglianzasia ai critici di destra delgoverno tecnocratico: chi conduce questa riduzione di varietà sta riducendo, contemporaneamente, anche la propria. Un sistema di potere che ha ottenuto un pubblico semplificato si trova, di fronte alla prima crisi seria, con un sensore tarato male. Non sa più leggere le sfumature di un dissenso che ha addomesticato; non riconosce le forme imprevedibili di un evento che esce dal copione. La centralizzazione non è solo un gesto di accumulazione del controllo: è anche un atto di auto-ottundimento sistemico. Si vede meno bene da una stanza piccola, anche se è una stanza con tutti gli schermi accesi.
Ashby non lo formula in questi termini, ma la sua legge lo implica con la calma delle conseguenze logiche. Se per controllare un sistema complesso serve un sistema di controllo almeno altrettanto complesso, allora ogni semplificazione del controllato porta con sé un’erosione delle capacità del controllore. È il meccanismo per cui certe imprese — molto efficienti, molto centralizzate, “molto bravissime” — si trovano improvvisamente impreparate davanti a uno scossone di mercato che le aziende più “disordinate” assorbono senza accorgersene. È il meccanismo per cui certe democrazie ottimizzate per il sondaggio scoprono di non capire più il proprio elettorato. È il meccanismo per cui un’AI addestrata su una popolazione cognitivamente impoverita produce risposte cognitivamente impoverite, in un loop che non promette niente di buono a nessuno dei due lati dello schermo.
Sarà mai troppo tardi?
Ashby non era un profeta né un agitatore. Era un medico britannico che, lavorando con macchine e neuroni, cercava principi generali e li trovava con la precisione di chi non ha bisogno di urlare. Non si occupava di musica né di algoritmi né di intelligenza artificiale: questi erano fuori dal suo orizzonte temporale. Eppure la sua legge descrive con pazienza quasi imbarazzante il presente che lui non ha potuto vedere.
La legge non è difficile da capire. Èscomoda da applicare, il che è una cosa molto diversa. Applicarla significherebbe accettare la varietà come risorsa irrinunciabile, il disaccordo come componente strutturale di qualsiasi sistema che voglia sopravvivere a sé stesso, l’attrito cognitivo come costo necessario dell’intelligenza collettiva. Significherebbe rinunciare al comfort della risposta unica e al sollievo dell’algoritmo che decide al nostro posto. Significherebbe, soprattutto, rinunciare al piacere recente di farsi cantare canzoni da qualcuno che non esiste, su parole che confermano quello che sapevamo già.
E questo — sia detto senza moralismo — non lo vuole quasi nessuno. Né chi governa i sistemi, né chi li subisce, né molti di quelli che si sono convinti di criticarli mentre seguono la stessa playlist. Il che, probabilmente, è il fatto più interessante dell’intera faccenda: la sfortuna di Ashby non è di essere stato ignorato. È di aver avuto ragione in un’epoca in cui aver ragione, da soli, su una questione strutturale, è la cosa meno interessante che possa capitare a un’idea.
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