«Con il sorgere del sole, l’ordine era ritornato nel piccolo accampamento. Amat, riavutasi, si dava un gran daffare a curare i feriti, fortunatamente di lieve entità a parte un servo; dopo quella battaglia, per volere di Agreo, erano stati tutti e tre affrancati per il valore e la lealtà dimostrata. I cadaveri erano stati rimossi e ricomposti all’estrema periferia del campo, ricoperti da pietre onde evitare di divenire cibo per gli animali e per gli uccelli ma in modo da poter essere recuperati, se quella fosse stata l’usanza, dai loro compagni; lo spuntone di roccia macchiato di sangue ormai brunastro, faceva da monito per i nemici a non riprovarci. Anche Belili si era ripresa: solo qualche segno bluastro sul corpo le ricordava la recente disavventura.
Io dormivo, vegliata da Agreo, al riparo di una tenda di lino leggero. Ripulita dalle lordure dei combattimenti, con indosso una bianca tunica, riposavo tranquilla anche quando il sole fu allo zenit nel cielo. I pugnali, ancora insanguinati, giacevano al mio fianco. Tutti si muovevano in silenzio, quasi in adorazione, avendo preso coscienza che il rispetto lo si conquista anche con i fatti. Moloch il guerriero, Moloch il distruttore si era impossessato di quella giovane donna guidandola in battaglia. Solo Agreo aveva assistito a ciò che era accaduto nella grotta. Quando le donne avevano gridato era rapidamente indietreggiato per difenderle ma non aveva potuto intervenire, visto che l’antico spirito si era nuovamente risvegliato. Intento in questi pensieri non si era accorto che mi ero destata e lo stavo osservando.
“Sorella mia, scusami ma ero distratto, ora di farò immediatamente portare cibo e bev…”
“Così ora anche tu sai cosa io ho provato in quei momenti”.
“Quel che so” — mi rispose Agreo — “è di aver ritrovato una parte di te che pensavo sepolta per sempre; so di avere vissuto con te il gusto del coraggio e del pericolo, so di essere stato salvato da te. Questo so”.
“Sai che amo Belili, una donna. Una strada senza uscite, per tutti noi.”
“Sorella cara, credo che nei nostri cuori ci possa essere tanto spazio per tutte le persone che desideriamo amare.”
“Attar?”
“’Per lui lo spazio è grande quanto quello riservato a Belili’”
“E a te, fratello mio.”
Vista l’asprezza del combattimento, decidemmo di fermarci una notte ed un giorno in più per i feriti e per riprenderci. Io avevo voluto mostrarmi a tutti loro per ringraziarli e venni accolta con un profondo inchino, muto, ma denso di parole.
La sera era giunta con molta lentezza quel giorno. Dopo un frugale ma sostanzioso pasto ognuno di noi si era ritirato nella grotta, a parte i turni di guardia, lasciando per rispetto il fondo celato a quella che consideravano ormai come la loro regina.
A metà notte solo un debole chiarore di braci illuminava l’anfratto. Dormivo, ma il pugnale era disteso accanto al mio braccio, pronto all’uso. Con delicatezza Belili scostò la tenda d’entrata del dormitorio. Fu solo un fruscio leggero ma sufficiente a mettermi in allarme.
“Perdona, non volevo svegliarti; sono venuta a vedere come stai.”
Fece per andarsene ma la fermai.
“Aspetta, resta con me. Forse sono io stasera ad aver bisogno della tua protezione e compagnia.”
“So cosa hai fatto per me ieri notte” — disse Belili — “mi hai salvato la vita. Non sono più neanche sicura che sorella sia un termine sufficiente a definirti; per questo ora sei la mia regina.”
“Io qui vedo solo due donne, nessun re o regina.”
Fu Belili a prendere l’iniziativa baciandomi. E la passione si accese tra noi».
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