Dice che le colture principali del mondo, le piante che si coltivano di più sulla terra – quella Terra – sono circa 20. La dicitura esatta è che il sessanta per cento del mondo, tanta gente e tanta terra, coltiva non più di 20 specie vegetali. Si dice, inoltre, che il 90 per cento delle persone sulla faccia e sul mento della Terra, quella lì di prima, il pianeta con la t maiuscola, si sfami con sole 3, tre, tipi di piante coltivate: il riso, il grano e il mais, credo proprio in questo preciso ordine. Ma anche se non fosse l’ordine giusto mi perdonerete, spero. Allora, dicono ancora che, visto il “combinato/disposto” – era tutta la vita che volevo scrivere questa roba – di quello più questo, dovremmo fare qualche sforzo in più, e invece stiamo progredendo alla rovescia – retrogredendo – evitando gli sforzi e, anzi, semplificando all’eccesso. Semplifica oggi, semplifica domani, arriveremo presto al cibo sintetico. Ci siamo già mi informano. Si si lo sapevo, ma quella che viene definita carne coltivata, costa all’etto ancora come un etto di diamanti e per il momento non ci perplime, ne spaventa. Invece la storia delle colture orfane, quella, secondo me, dovrebbe affascinarci, come nuvole che si aprono dopo un temporale spiosso, per non dire spiovuto. Arcobaleniamoci vieppiù.
Secondo gli esperti le specie vegetali commestibili presenti sul pianeta, la Terra, – l’unica che abbiamo per ora – , sono la bellezza di 400 mila, giorno più minuto meno. 30 mila sono quelle note, – senza il margine – , di cui 200 sono quelle coltivate. E a questo punto, e per ora, il passo con le 20 dell’inizio post, appare breve e semplice e pure chiaro. Se da quasi mezzo milione passiamo di corsa a meno di un decimo, e poi ne coltiviamo un centesimo anche meno, arrivare a un millesimo è roba da poco. Infatti le edibili, che non sono quelle dentro le case o sui cantieri, anche se faceva più ridere se lo fossero state, sono circa 100 mila ma le soddisfa pancia sono proprio quelle 20 di cui abbiamo già parlato.

La dipendenza da poche colture, dicono i meglio informati, mette a rischio la sicurezza alimentare del mondo. Tutto il mondo. Anche quello dove vivono i ricchi. La limitata diversità, anche genetica, metterebbe a rischio i sistemi agricoli, rendendoli facilmente vulnerabili ai parassiti, alle malattie, ai cambiamenti climatici. Siccità, epidemie, impoverimento del suolo, alterazione dei microclimi, mancanza di alternative, perdita o scomparsa di antagonisti naturali ai parassiti, scomparsa o addirittura estinzione di categorie intere di animali. Tutto per colpa della progressiva scomparsa della biodiversità.
C’è da morir dal ridere, e poi tornare seri, ma intanto una grassa sganasciata ce la siamo fatta.
Nell’epoca del biologico, del birignao alimentare crudista, vegano, kilometro zero, senza olio di palma, ma ripieni di cocco di mamma;
In questo periodo del nostro tempo, dove sembriamo tutti molto più sensibili a queste tematiche- e magari lo siamo per davvero – succede però che la maggior parte dei terreni agricoli di vaste aree del mondo, siano stati adibiti a monocolture, talvolta importate a forza in paesi lontani anni luce e kilometri cubici da quelli in cui tali colture sono nate. Ne sanno qualcosa i noccioleti della spalmabile più famosa al mondo, per non dire le piantagioni di soia impiantate ovunque e in ogni dove. Oltretutto proprio la soia non viene nemmeno coltivata per essere pappata, – per dirlo con precisione scientifica – ma soprattutto per farne carburante. Bio-carburante. Che non si dice ma fa ben capire, credo. E anche un poco ridere, sebbene amaro, parecchio amaro. Che il riso amaro non si sa bene dove venga coltivato, probabilmente nei terreni accanto a quelli della soia biocarburantica.
Tali scelte provocano poi inevitabili ricadute anche sulla bilancia, quella dei pagamenti, non della pancia o della dieta, e danno avvio a squilibri, spesso clamorosi, sulla stabilità globale dei prezzi e sulla quantità delle forniture, che a loro volta sconvolgono i prezzi che a loro volta gettano via via nel panico, oggi qui e domani là – in una splendida disastrosa giostra – le borse di tutto il mondo. Come dire: nessuno sa nulla di preciso, ma gli speculatori ingrossano e ingrassano. Avete presente quel filmino che ci propinano tutti i 24 dicembri in tv? Una poltrona per due. Quello spiega bene come funzionano le speculazioni. Fuor di metafora aggiungerei per completezza dell’informazione che qualcuno, per dirla semplice, sta provando, a fare qualcosa, in direzione ostinata e contraria.

Ad esempio, ed è un bel piccolo e fragile esempio, a Pennabilli, provincia di Pesaro Urbino, credo, poi controllo, c’era un signore che ha creato un posto, che si chiama l’orto dei frutti dimenticati. Egli era uno scrittore illustre, compagno di bevute e di sceneggiature del signor Federico che di cognome faceva Fellini, che, come il signore di Pennabilli di cui sopra, era anch’egli originario di quelle zone. Tonino Guerra – così si chiamette il signore di Pennabili – ha raccolto a partire dal 1990 in quel luogo dell’anima, circa una cinquantina di alberi da frutto rari e in via di estinzione tipici di quelle zone. E che dire di Vandana Shiva, eco-attivista indiana, che ha fondato nel 1987, una delle più grandi banche dei semi comunitarie in India. L’iniziativa conserva, coltiva e distribuisce sementi autoctone, contrastando i brevetti sui viventi, la dipendenza dagli OGM e promuovendo l’agricoltura biologica e la biodiversità. Bye, direi, per ora, ma credo che ci torneremo sopra, secondo me, riBye.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.