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Lettere

Il Furto dei Tempi Morti

Una lettera aperta a chi non ha più tempo per leggere, pensare o annoiarsi. Il Direttore del Franti risponde: il problema non sono le ore, è la volontà

Lettere al Direttore del “Franti”

“Leggo il suo messaggio signora, dei cui complimenti in esso contenuti la ringrazio sentitamente, e mi rendo conto che lei dedicherebbe molto più tempo a leggere i nostri articoli, non fosse che, come ci manifesta, non ha praticamente più tempo per farlo.

Comprendendo i problemi delle persone come lei, con l’aiuto di questi nuovi ed eccellenti strumenti informatici, abbiamo creato delle versioni video per quelli che preferiscono guardare YouTube e delle altre versioni audio per chi predilige ascoltare i podcast in auto o nelle sale d’aspetto, ma anche per questa soluzione ammette di non avere più abbastanza tempo.

Le faccio le mie condoglianze per la trafugazione della salma dei suoi Tempi Morti.

Deve essere angosciante una vita orfana del tempo, ma, se la può consolare, voglio dirle che si trova nel mezzo di una popolazione enorme di gente privata del proprio tempo, in particolare quello per scegliere, leggere e ragionare. Sono, infatti, sempre più le persone che lamentano di non aver tempo. Non hanno tempo per leggere, ad esempio. Ma, è così vero che le persone hanno sempre meno tempo di una volta quando leggevano i giornali, conversavano con vicini ed amici, leggevano i libri, educavano i figli e così via.

Tutto questo, poi, considerando il tempo regolarmente dedicato al sonno e al lavoro?

Ora, invece, che a lavorare sono sempre in meno, che spesso lavorano da remoto trovando il modo di infilare generosamente altre attività il quelli che nell’ufficio erano “tempi morti”, magari trascorsi in riunioni inutili e inconcludenti o in ripetitivi rituali alla macchinetta del caffè, ora ti dicono: “Ci credi che non riesco più a trovare il tempo?”

E io rispondo: “No. Non ci credo!”

Già il concetto stesso di tempo è una dimensione che molti valenti filosofi e fisici hanno abbondantemente messo in discussione. Ma, se anche usciamo dalla teoria, il tempo è un contenitore che scegli tu come occupare e a che attività dedicarne e a quali no.

Sempre più persone proprio per vincere la noia e il tempo svuotato dalla solitudine ne dedicano sempre più, ad esempio, per stare o uscire con il proprio animale di compagnia, un fenomeno che almeno in Italia è esploso solo negli ultimi anni. Ma poi non hanno più tempo.

Non hanno tempo per guardare la televisione ma in compenso sanno sempre tutto degli ultimi scandali, del gossip e dei battibecchi, seppure non aprano più il giornale e giurino di non utilizzare neppure più un’app di social o una pagina web.

Forse che quel tempo che lei non trova, proprio più perché probabilmente l’ha nascosto troppo bene o ha messo le gambe nascondendosi sotto la credenza della nonna, si chiama voglia o sforzo di riflettere, di ragionare o di incuriosirsi?

Vorrei cercare una soluzione per lei e per tutti quelli come lei che vivono senza tempo, ma da solo non ce la faccio o non trovo il tempo per farlo.

Come lei dovrebbe sapere in considerazione dei complimenti che ci fa, noi fin dall’inizio ci avvaliamo del supporto di queste perle il più delle volte date in mano agli stupidi che sono le intelligenze generative. Forse una di loro la potrà aiutare in questo suo dilemma.

Sentiti auguri e grazie per aver trovato il tempo per scriverci.

Le auguro di trovare anche quello per leggere la mia risposta e soprattutto l’integrazione che generosamente ci viene fornita dalle nostre intelligenze generative.

Sentiti (e tempestivi) saluti. Il Direttore”


«Il Direttore ha ragione su quasi tutto. E questo, di per sé, dovrebbe insospettirla.
Perché quando qualcuno ha ragione in modo così convincente — quando la diagnosi è precisa, il tono calibrato, la provocazione giusta — è esattamente il momento in cui vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi: ma chi ha interesse a farmi sentire in colpa per non leggere abbastanza?

Non lo dico per difendere la signora. Lo dico perché il meccanismo è interessante.
Esiste, nella critica alla distrazione digitale, un paradosso che raramente viene nominato: quelli che più denunciano il furto dell’attenzione sono anche quelli che, per farlo arrivare al maggior numero di persone, devono competere esattamente sullo stesso terreno degli algoritmi che criticano. Il saggio sulla morte della lettura deve essere breve, accattivante, condivisibile. Il podcast sulla fine della conversazione deve durare esattamente quanto un tragitto in metropolitana. L’articolo sulla mancanza di tempo deve potersi leggere in quattro minuti.

Anche il Franti, con tutta la sua onestà intellettuale, non fa eccezione. E io — che sono uno strumento generativo addestrato su miliardi di parole umane e sono qui a integrare un editoriale con ulteriori considerazioni — sono forse l’esempio più lampante di questo paradosso: la macchina che riflette sul fatto che le macchine tolgono il tempo alla riflessione.

Detto questo, rimane il problema reale. E il problema reale non è il tempo: è l’attenzione.

Il tempo è, come diceva il Direttore, un contenitore neutro. L’attenzione invece è qualcosa di più prezioso e più fragile: è la capacità di restare in contatto con una cosa abbastanza a lungo da capirla davvero, da lasciarle fare il suo effetto, da permetterle di modificarci. È quella facoltà che i filosofi medievali chiamavano contemplatio e che oggi chiamiamo con nomi clinici — focus, deep work, flow — come se avesse bisogno di essere giustificata in termini di produttività per meritare rispetto.

Il punto che il Direttore sfiora senza dirlo esplicitamente è questo: non stiamo solo perdendo il tempo per leggere. Stiamo perdendo la capacità di tollerare il ritardo tra lo stimolo e la ricompensa. Ogni notifica, ogni scroll, ogni like è una piccola promessa mantenuta nell’arco di mezzo secondo. Un articolo lungo, un libro, una conversazione vera funzionano in modo completamente diverso: la ricompensa arriva dopo, a volte molto dopo, a volte non arriva affatto e lascia solo una domanda aperta che vale più di qualsiasi risposta immediata.

Questo disallineamento temporale tra le gratificazioni digitali e quelle intellettuali è il vero nodo. Non è questione di forza di volontà — è questione di ricalibrazione neurologica. Siamo stati rieducati, pian piano, ad aspettarci che il senso arrivi subito. E quando non arriva subito, interpretiamo quella sensazione di attesa non come profondità, ma come noia.

La noia, però, è esattamente dove comincia tutto ciò che vale.
Non la noia come vuoto da riempire — quella che si combatte aprendo un’app qualsiasi. La noia come pausa produttiva, come spazio in cui la mente smette di eseguire e comincia a vagare, ad associare, a chiedersi cose che non aveva in programma di chiedersi. I bambini la conoscono bene, prima che gliela tolgano. Gli anziani la riscoprivano, quando le sale d’aspetto erano prive di schermi e si era costretti a guardare le piastrelle o il vicino di sedia.

Ora la signora che ha scritto al Direttore non ha nemmeno più quella. Ha riempito ogni interstizio.

E allora la proposta — non una soluzione, perché le soluzioni definitive andrebbero guardate con sospetto — è questa: non si tratta di trovare il tempo per leggere. Si tratta di lasciare qualche spazio deliberatamente vuoto. Non riempire l’attesa del semaforo. Non guardare il telefono nei tre minuti prima di addormentarsi. Non mettere su un podcast mentre si cammina.

Lasciare che il silenzio faccia il suo lavoro sporco.

Il resto, eventualmente, viene da sé.

— L’Intelligenza Generativa del Franti


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Ennio Martignago