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Il Pescatore

Sinner

La vita è bella, si vincono pure gli oscar, film e telefilm, commedie e pure pieces teatrali, romanzi e parabole vecchie e nuove. C’era un film una volta che si chiamava: la vita è un lungo fiume tranquillo. Voi che ne dite?

In anglofono vuol dire peccatore e negli States per non dire Usa ma poi dire getta, ci hanno fatto anche una serie tv, diverse stagioni addirittura, c’era la Jessica Biel, protagonista e anche produttrice nonchè, se non ricordo male, coinvolta anche nella scrittura, poi controllo, e Bill Pulmann, lui era il protagonista. Un grande, per una serie particolare, persino fuori dagli schemi, una volta tanto in senso buono, nonostante fosse  yankee. Non ho nulla contro Hollywood e tutto er cucuzzaro, professionisti, ma in quanto a creatività, ho paura che al giorno d’oggi, l’Indonesia o il Sudafrica “girino” decisamente meglio, per non dire di quelli che vanno “a trecento all’ora” tipo la Spagna e l’Inghilterra. Va beh, sciocchezze da telefilo e telecinefilo,  senza cani e con un gatto al seguito. Però il sinner del nostro post fa il tennista ed è famosissimo. Ora mi direte, ma che fai, ti metti a scrivere di gente famosa? Fai gossip? Sport addirittura. Mai e poi mai, qui lo dico e non lo nego, non capiterà finchè avrò aria e anche acqua nelle vene e anche nel frigorifero. Voglio dirvi dello Jannik perchè sono molto preoccupato per lui. Io come essere umano, lo so non si direbbe,  ma qui abbiamo anche quelli – gli umani – oltre all’aigennarine, e come umano sono preoccupato per l’umano Sinner. Meglio per il giovane holden Jannik. Un ragazzo, un giovane uomo, 24 al più 25. annetti,  poi controllo, che guadagna come il pil della costa d’avorio, facendo un lavoro che molti per non dire tutti chiamano sport e in particolare tennis.  Ebbene io di tennis non ci capisco una beneamata e benemerita, anche degli altri sport poco o niente, che ci volete fare: non sono portato e quando mi ci hanno condotto, non è andata benissimo. Ma che ci importa, qui lo sport non compare e difficilmente apparirà. Però il tennis in tv ad esempio l’ho sempre guardato e pure in epoca antica per non dire avita o parecchio tempo fa. Una di quelle cose che mi sono sempre piaciute. Ecco guardare alcuni sport come eventi di spettacolo, quello lo faccio e l’ho fatto anche prima. Preferisco il teatro, un bel film, una serie tv, ma se poi c’è lui che gioca, dico il giovane uomo rossocrinito, allora mi soffermo. Anche perchè per una serie di coincidenze che solo la vita, quando la si vive, porta con sè, mi è capitato di essere a Torino nei giorni in cui questo giovanissimo, ancora non vincitore di qualsiasi cosa, ma in predicato di diventarlo, da lì a qualche oretta, incrociava anch’ello nel capoluogo piemontese. Capitai casualmente sotto all’albergo dove alloggiava, io non ne sapevo nulla, ma fui richiamato da un capannello di gente, eterogenea e festevole – come nemmeno nelle liturgie ecclesiastiche – che ivi stazionava.

Ebbene di casualità in casualità egli uscì in quel mentre e fu subito match. Nel senso che i modi e i toni, persino la mimica del corpo, di quel giovane uomo mi certificarono  immediatamente e con sicurezza assoluta, la sua sincerità, disponibilità e anche una non rilevabile dai più, ma certamente presente, fragilità complessiva dietro al suo vigore quasi supereroistico da campionissimo. Da allora lo seguo. Solo che dall’inizio del nostro sodalizio. Il mio con le sue gesta, lui non ha alcun sodalizio con il sottoscritto tanto meno sospetta la mia esistenza, e non gliene faccio un difetto, semmai un pregio. Da quando ho preso a seguirlo, saltuariamente nevvero, ma con cura e dovizia, ci sto parecchio male invece di godermela. E negli ultimi tempi, anche di più. Il malessere è peggiorato, è diventato quasi tangibile, quasi avvertibile, somatizzabile, direi. Qui siamo di fronte ad una impersonificazione via onde radio tv per dolorosa presa di coscienza e voglia di salvare il giovine campione dal suo destino. 

Mi spiego meglio, sarò breve, e proverò a essere conciso invece che solo criptico come spesso accade. 

Vedere come il campione altoatesino non viene amato dal suo team per non dire squadra. Mi fa stare male. Più come padre, forse zio, non oso dire altro – la prossima sarebbe nonno, ma non permettetevi –  che come sportivo o appassionato. Intendiamoci, io non ho alcuna notizia che confermi che i suoi teams non lo amino, chiariamo. Solo che quello che vedo quando guardo Sinner giocare non corrisponde con l’idea che mi sono fatto su quello che una squadra  dovrebbe fare per la propria stella. Non riesco a trovare empatia fra lui e loro. Non capisco come esperti di fama mondiale come quelli, permettano ad un campione cristallino come Jannik, di spremersi ogni volta come un limone in ogni singolo match. Come non si colga alcuna strategia nel gioco del diamante altoatesino. Ogni incontro è sempre e solo una prova di forza per Jannik. Possibile mi dico, che tutti gli avversari giochino nello stesso modo? E, soprattutto, che Jannik debba giocare sempre nello stesso modo e con lo stesso dispendio furioso di energie? Non so davvero. Mi sbaglio di sicuro. Vi ho già detto che non ci capisco nulla di tennis, vero? Quindi la mia lettura sarà certamente un abbaglio o peggio che mai un abbacchio e pure senza olive nere. Io però, da ignorante supremo, studierei ogni partita e ogni avversario e consiglierei al mio protegè come battere l’avversario  senza impazzire. Come insistere sui punti deboli degli avversari utilizzando i punti di forza del mio tennista, e non sempre e solo una mazza di ferro pesantissima contro chiunque gli si presenti davanti:  giganti, nani e pure ballerine che siano. Del resto la storia insegna.

Golia non vince quasi mai se Davide è scaltro.

Ora qui noi abbiamo un giovane David, in tutto e per tutto, che si comporta, – ma sarebbe meglio dire che viene gestito in modo che il suo comportamento sia quello – di un Golia. E non di un Golia qualunque, che già di per se non era proprio il massimo. In questo caso il Golia che viene fuori dalla visione dei comportamenti in campo del nostro grande e giovane campione, è un Golia triste, quasi rassegnato. Non solo non si comporta da stratega, capace di scelte acute e adeguate alla bisogna  e non solo potenti, ma è vittima esso stesso di questo continuo e – forse inutile – sfoggio perenne di muscolarità tossica. Se poi volessimo aggiungere una postilla, non vorremmo, ma oramai ho fatto trenta, arriviamo a fine mese va’. il trentunesimo postulato della postilla mi suggerisce di far notare che: gli sport, un poco tutti, – calcio compreso – stanno denunciando ovunque questo perverso meccanismo di sfruttamento sempre maggiore dei singoli atleti, divenuti oramai – grazie ai social – veri e propri personaggi mediatici a trecento e anche sessanta gradi e non protagonisti, magari anche bravi, nella loro disciplina sportiva. Intendiamoci ,non che gli sportivi siano esenti da responsabilità nel funzionamento del suddetto meccanismo, ci mancherebbe. Sono loro a fatturare come il pil di un piccolo stato, forse, loro per primi, dovrebbero ricordare la propria umanità e relativa fragilità. Bye. 

racchetta

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