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Serie · 6 capitoli

Oltre le stelle

Capitolo 01

Ciò che resta

Ciò che resta

«Con il sorgere del sole, l’ordine era ritornato nel piccolo accampamento. Amat, riavutasi, si dava un gran daffare a curare i feriti, fortunatamente di lieve entità a parte un servo; dopo quella battaglia, per volere di Agreo, erano stati tutti e tre affrancati per il valore e la lealtà dimostrata. I cadaveri erano stati rimossi e ricomposti all’estrema periferia del campo, ricoperti da pietre onde evitare di divenire cibo per gli animali e per gli uccelli ma in modo da poter essere recuperati, se quella fosse stata l’usanza, dai loro compagni; lo spuntone di roccia macchiato di sangue ormai brunastro, faceva da monito per i nemici a non riprovarci. Anche Belili si era ripresa: solo qualche segno bluastro sul corpo le ricordava la recente disavventura.

Io dormivo, vegliata da Agreo, al riparo di una tenda di lino leggero. Ripulita dalle lordure dei combattimenti, con indosso una bianca tunica, riposavo tranquilla anche quando il sole fu allo zenit nel cielo. I pugnali, ancora insanguinati, giacevano al mio fianco. Tutti si muovevano in silenzio, quasi in adorazione, avendo preso coscienza che il rispetto lo si conquista anche con i fatti. Moloch il guerriero, Moloch il distruttore si era impossessato di quella giovane donna guidandola in battaglia. Solo Agreo aveva assistito a ciò che era accaduto nella grotta. Quando le donne avevano gridato era rapidamente indietreggiato per difenderle ma non aveva potuto intervenire, visto che l’antico spirito si era nuovamente risvegliato. Intento in questi pensieri non si era accorto che mi ero destata e lo stavo osservando.

“Sorella mia, scusami ma ero distratto, ora di farò immediatamente portare cibo e bev…”

“Così ora anche tu sai cosa io ho provato in quei momenti”.

“Quel che so” — mi rispose Agreo — “è di aver ritrovato una parte di te che pensavo sepolta per sempre; so di avere vissuto con te il gusto del coraggio e del pericolo, so di essere stato salvato da te. Questo so”.

“Sai che amo Belili, una donna. Una strada senza uscite, per tutti noi.”

“Sorella cara, credo che nei nostri cuori ci possa essere tanto spazio per tutte le persone che desideriamo amare.”

“Attar?”

“’Per lui lo spazio è grande quanto quello riservato a Belili’”

“E a te, fratello mio.”

Vista l’asprezza del combattimento, decidemmo di fermarci una notte ed un giorno in più per i feriti e per riprenderci. Io avevo voluto mostrarmi a tutti loro per ringraziarli e venni accolta con un profondo inchino, muto, ma denso di parole. 

La sera era giunta con molta lentezza quel giorno. Dopo un frugale ma sostanzioso pasto ognuno di noi si era ritirato nella grotta, a parte i turni di guardia, lasciando per rispetto il fondo celato a quella che consideravano ormai come la loro regina. 

A metà notte solo un debole chiarore di braci illuminava l’anfratto.  Dormivo, ma il pugnale era disteso accanto al mio braccio, pronto all’uso. Con delicatezza Belili scostò la tenda d’entrata del dormitorio. Fu solo un fruscio leggero ma sufficiente a mettermi in allarme.

“Perdona, non volevo svegliarti; sono venuta a vedere come stai.”

Fece per andarsene ma la fermai.

“Aspetta, resta con me. Forse sono io stasera ad aver bisogno della tua protezione e compagnia.”

“So cosa hai fatto per me ieri notte” — disse Belili — “mi hai salvato la vita. Non sono più neanche sicura che sorella sia un termine sufficiente a definirti; per questo ora sei la mia regina.”

“Io qui vedo solo due donne, nessun re o regina.”

Fu Belili a prendere l’iniziativa baciandomi. E la passione si accese tra noi».

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Capitolo 02

L'agguato

L'agguato

“Cosa intendi dire?” — lo interrogai sistemandomi la tunica sulla spalla.

“Vieni a vedere”.

Laddove la spiaggia terminava verso la parete rocciosa in un anfratto mi mostrò i resti di un bivacco: cenere e carbone di legna ormai spenti e freddi e diverse ossa testimoniavano un pasto, sia pure non recente.

“Qualcuno, e non credo dei nostri, ogni tanto si ferma qui. Non sappiamo nulla delle loro intenzioni: magari si tratta di cacciatori di passaggio, magari qualche pastore fermatosi a passare la notte; comunque siamo troppo esposti, sei uomini in questa posizione non potrebbero che soccombere di fronte a una dozzina di armati. Dobbiamo risalire la montagna e trovare uno spazio chiuso almeno da un lato, meglio se da due, per poterci concentrare in caso di attacco solo su uno o due fronti”.

“Parli come tuo cognato! Sembri un comandante in capo”  — lo punzecchiai, un pò preoccupata.

Agreo stavolta non sorrise. Con un tono che non ammetteva repliche continuò:

“Come ti ho già detto non voglio essere venduto come schiavo né voglio vedere te violentata da tutta la tribù prima di fare la stessa fine. Fai uscire dall’acqua quelle due sconsiderate e seguitemi in silenzio.”

In unica fila ci inerpicammo in uno stretto sentiero che dal fondo della cala saliva verso la parte più alta del dirupo. Agreo camminava avanti al gruppo seguito da due servi, le donne in mezzo con il capro e l’asino con le vettovaglie mentre i due soldati ed il terzo servo chiudevano la fila armi in pugno. Il cielo rapidamente si scuriva lasciando prevedere una notte senza luna ma con una lattiginosità opaca che non prometteva molto chiarore. 

Ci mancava anche questa—pensò Agreo —una notte senza luna in un posto che non conosco.

Affrettò il passo obbligando gli altri ad accelerare; quell’aria immota, quella luce senza ombre gli creavano angoscia aumentandone il senso di responsabilità al punto da sentire un grave peso sul cuore, quasi una sensazione fisica. Gli alberi ed i loro giochi dei rami sviluppavano in quel mesto chiarore fantasmi che la ragione allontanava ma che l’inconscio trasformava in reali. 

Chissà perché le tenebre ed il mistero che si cela con esse fanno riemergere le paure ancestrali, quelle che tutti i nostri antenati, a partire dal primo uomo sceso sulla terra, ci hanno in qualche modo trasmesso.

Forse sono gli spiriti che vengono a metterci in guardia; accidenti a quella cocciuta di mia sorella; se avesse accettato l’offerta di Attar a quest’ora saremmo di sotto con una trentina di armati e con un fuoco alto così ad arrostire i pesci. E accidenti alle mie paure: stiamo compiendo un pellegrinaggio sacro a Tanit, siamo sotto la sua protezione, cosa dobbiamo dunque temere?

«Così pensava tuo zio per darsi coraggio anche se sapeva in cuor suo che in caso di disgrazia o di qualunque calamità, tutta l’umanità, dèi o non dèi, se l’era sempre dovuta cavare da sola». 

Lo sguardo di Astarte corse ai pugnali ancora scintillanti alla luce del fuoco.

«A tali conclusioni era giunto Agreo quando un mercante proveniente dalla Grecia una sera raccontò le avventure di un comandante greco, scritte da un poeta di nome Omero che dopo la vittoria contro i Troiani, desiderando tornare a casa, per dieci anni fu ramingo per il mare e per le terre. E solo grazie alla sua volontà ed il suo ingegno, oltre alla casualità della moria, riuscì nel suo intento…

In me invece, tutto questo sentire sospeso infondeva una pace ed un equilibrio interiore. Il pensare che circa  mille passi più in su ilBetmi attendeva per l’intimo colloquio con la dea, mi rasserenava e mi tranquillizzava. Forse quel luogo magico già faceva effetto sullo spirito e sull’anima, forse gli amuleti mi proteggevano, forse…chissà. La rassegnazione e l’accettazione del destino mi rendevano così. Trassi di tasca i due amuleti e li osservai. In quello che dall’esterno evolveva verso l’interno vedevo il mio intimo pensare, vivere, riflettere; quello opposto mi invitava ad aprirmi al mondo esterno, a portare le mie esperienze agli altri. Li strinsi entrambi nelle mani: il primo avrebbe riguardato l’incontro con la dea Madre, il secondo l’avrebbe raccontato.

Infine raggiungemmo un piccolo pianoro che sembrava fatto per poter trascorrere la notte: una grotta fatta ad ‘L’ ci proteggeva le spalle mentre lo spiazzo davanti era una radura priva di vegetazione.

Agreo continuava a comportarsi come un comandante prudente ed esperto.

“Al fondo della grotta dove non potranno essere viste dall’esterno, sistemate le tende per il ricovero delle donne, il capro, l’asino e le vettovaglie; un fuoco ben mascherato dalle pietre con accanto tre torce pronte da accendere: i riflessi delle fiamme comunque non si dovrebbe notare molto poiché l’apertura guarda il mare. Alla periferia del perimetro del campo, distribuite rami, foglie secche ed arbusti spinosi: se qualcuno dovesse giungere silenzioso non ci coglierà impreparati. A circa dieci passi dalla grotta tre mucchi di legna secca resinosa intrisa di olio: la luce improvvisa disorienta sempre. Turni di guardia davanti alla grotta di due persone che si daranno il cambio quando quella stella là” — indicò con la mano nel cielo — “sarà a metà con l’orizzonte e quando vi sparirà. In ogni turno un soldato ed un servo armati.”

Così ci disponemmo a trascorrere la notte.

Tutto sembrava tranquillo e già si apprestava il primo cambio, quando il rudimentale sistema di allarme ideato per l’occasione si fece udire, fortunatamente in tempo. Uno scricchiolare di rami mise in allarme le sentinelle che, aguzzando la vista, poterono notare un movimento alla periferia del campo che subito cessò.

“Chiama Atreo, spicciati! Digli che abbiamo visite di animali a due gambe!” — fece in tempo a dire il soldato al servo che condivideva con lui la guardia.

Vistisi scoperti, una decina di uomini armati di spade ed asce, uscirono gridando dal limitare del bosco per avventarsi su quelle che avrebbero dovuto essere facili prede. Ci avevano seguiti dal nostro arrivo alla baia sottostante, indecisi se attaccarci o no ed infine avevano deciso di attendere il favore della notte; il loro scopo era di uccidere gli uomini ed impadronirsi delle merci e delle donne per rivenderle o tenerle per sé. Vestiti con pelli di animali tinte, sembravano assai tribali rispetto agli evoluti Fenici; i capelli lunghi e le barbe incolte aumentavano se possibile il loro terrificante aspetto.

Agreo, che si era concesso solo un dormiveglia, non ebbe bisogno di essere avvertito: al primo calpestio dei rami aveva compreso ed era balzato in piedi con la spada in pugno chiamando a gran voce i compagni che, insonnoliti risposero con esasperante lentezza.

“Avanti, avanti! Lance pronte, spade in pugno. Difendiamoci per Bes. Voi” — disse alle tre donne —“state in fondo alla grotta”.

Così urlando, prese a calci un riluttante servo e si precipitò ad affrontare i nemici che nel frattempo avevano già impegnato combattimento con i due soldati. Essendo addestrati all’arte della guerra essi tenevano testa ad almeno quattro uomini menando grandi fendenti con il bronzo delle armi e riparandosi con piccoli scudi da campagna che, pur non riparando tutto il corpo, erano tuttavia sufficienti per parare i colpi delle asce. Dopo qualche istante incerto, nel quale le alte grida erano soffocate dal frangersi delle armi, un primo degli assalitori giacque a terra nel suo sangue. 

Malgrado il loro valore però i due combattenti dovettero cedere qualche passo rientrando verso l’apertura della grotta per attendere i compagni; fu in quel momento che Agreo, l’altro milite ed i servi piombarono sul gruppo degli assalitori trafiggendone due all’istante. I tre che restavano in piedi fecero dietro front e tentarono di scappare verso il bosco, inseguiti dagli ingenui servi che, abbandonando il campo, dimezzarono le forze dei difensori. Si trattava infatti di una tattica elusiva: mentre altri tre uomini dei cinque restanti impegnavano con rinnovata lena il loro attacco ad Agreo ed agli stanchi soldati, due si intrufolavano non visti all’interno dell’antro.

All’apparire dei bruti alzammo alte grida per invocare i soccorritori: Amat svenne di lì a poco mentre i due concentrarono le loro attenzioni su Belili e su di me afferrandoci e tentando di stringerci le braccia al collo per impedire ulteriori strepiti. Non eravamo la facile preda che gli assaltatori pensavano ed allora decisero di passare alle maniere forti: il braccio intorno al collo di Belili si strinse con violenza con lo scopo di farle perdere conoscenza per poterci rapire più agevolmente, trascinandoci via esanimi. Vidi, più che sentirne la voce, la bocca di Belili gridare il mio nome: in rapida successione passarono nella mia mente le immagini di una ragazza inerme nelle mani dei suoi rapitori, abusata, umiliata, percossa, venduta o magari uccisa».

Tautom ascoltava esaltato le parole di sua madre ed il modo infervorato del suo tono: rivide in lei la forza, l’orgoglio e la fredda volontà di uccidere.

«Come la folgore che nel suo balenare, il cielo illumina per brevi istanti, così in un attimo in me riprese vigore il mostro guerriero della sopravvivenza, della lotta per la vita. Una forza sconosciuta e spaventosa proruppe in un grido selvaggio e disumano che sovrastò il clamore della battaglia. Ricordo come fosse oggi che estesi il corpo all’indietro per ridurre la presa dell’avversario, poi spostai il suo gomito per evitare che mi soffocasse. Con le mani, impugnai le possenti lame regalatemi da mio zio, e, con un rapido movimento del polso e della mano, spostando leggermente il corpo verso sinistra, vibrai un fendente nel fegato dell’assalitore, dal basso verso l’alto. Sentendosi colpito, con un meccanismo naturale di protezione, egli tentò di portare le mani alla ferita, lasciando la presa al collo. Fu proprio quello che attendevo: con la mano sinistra  spinsi l’altro pugnale fino al manico imprimendogli un movimento di torsione per provocare un danno maggiore. Il disgraziato, con tutto il peso del suo corpo appoggiato ai pugnali, si provocò un ampio squarcio mentre i visceri si spargevano a terra insieme al sangue nero.

L’altro compare rimase paralizzato da quella rapida sequenza e istintivamente allentò anch’egli la presa lasciando scivolare Belili a terra. 

Come un arco che lancia la freccia, mi rialzai di scatto spingendo il malcapitato con una tale violenza che la testa si fracassò contro un aguzzo spuntone di roccia lasciandolo lì appeso come novello unicorno a fare da monito ai viandanti.

La rabbia feroce non mi impedì tuttavia di vedere a terra l’amica e di precipitarmi in suo soccorso; con forza straordinaria la sollevai e tra la rabbia e le lacrime, temendola morta, mi sorpresi a gridare:

“’Cosa ti hanno fatto amore mio, cosa ti hanno fatto!’”

In questo turbinio di emozioni non mi rendevo conto che respirava. La deposi dolcemente a terra mentre una nuova sferzata di energia mi caricava le membra e la volontà di uccidere.

Con i pugnali in mano, il volto e le braccia intrise di sangue come il resto della tunica, stracciata dalla lotta, mi catapultai gridando fuori dalla grotta mentre Agreo era rimasto solo a fronteggiare i tre che, seppur feriti rappresentavano ancora una sicura minaccia. Con un balzo da fiera superai mio fratello ponendomi avanti a lui di fronte ai tre.

“Avanti cani! Venite a prendervi la morte, se ne avete il coraggio!”

Il meno malconcio dei tre, credendo di avere una facile vittoria, si avventò con la guardia fatalmente aperta, malgrado l’ascia in mano: con un salto in avanti, un calcio al volo lo raggiunse con violenza nei testicoli facendolo accovacciare, mentre contemporaneamente il pugnale lo colpiva laddove il cranio si giunge al collo.

Con un ulteriore grido che nulla poteva avere di umano urlai:

“Avanti cani, io sono Moloch e non vi temo!”

Nella foga del delirio avevo rovesciato un orcio di olio che, versatosi sulle fascine poste presso le braci, si incendiò di colpo facendo alle sue spalle una gran fiammata.

La vista dei compagni morti, gli occhi spalancati in una espressione assurda di puro terrore che le luci e le ombre amplificavano, quella voce innaturale preludio ad ulteriore terrore e distruzione, creò nei superstiti la suggestione di trovarsi veramente di fronte al dio del male e dei vulcani. Lanciando alte grida, questa volta di terrore, fuggirono ovunque immediatamente seguiti dai loro compagni che erano tornati indietro per dare man forte. Mentre i servi feriti in modo lieve rientravano alla spelonca,  improvvisamente persi le forze, cadendo prima in ginocchio e poi a terra. 

Ad Agreo, intervenuto per soccorrermi ebbi ancora la forza di chiedere:

“E Belili?”

“È salva, non temere!” 

Così svenni fra le sue braccia».

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Capitolo 03

Inizia il viaggio, cap. 5

Inizia il viaggio, cap. 5

«L’alba sorse caricando il cielo e il mare di colori purpurei e nero bluastri che cambiavano di tonalità di minuto in minuto man mano che il sole si alzava. La piccola carovana a cui lo zio aveva a tutti i costi voluto aggregare una capra necessaria per il rito del sacrificio, si era incamminata per le spiagge bianche che ornavano le ampie insenature proseguenti verso est. Una leggera brezza rendeva piacevole il loro incedere. Il contatto della sabbia fredda sulle piante dei piedi offriva una benefica energia, talvolta rafforzata da onde del mare che giungevano a lambire le vesti, per l’occasione sostituite da tuniche di lana più corte al ginocchio che sarebbero state meno d’intralcio quando avessero affrontato i sentieri rocciosi o boscosi. Tutti parlavano sottovoce: l’unica che taceva, immersa nelle mie riflessioni ero io».

Che potrà mai rivelarmi la dea che io già non sappia? Che sono sterile forse, o che forse lo è mio marito? Ma il suo umore esce vigoroso quando mi ama dunque non posso che essere io il problema; ma agli dei cosa importa veramente di noi e della nostra progenie? Se esistono e sono eterni, noi passiamo e non c’è futuro per noi se non sotto questa terra buia. Ma se così fosse anche essi regnerebbero su una terra di morti: nessuno offrirebbe più sacrifici e preghiere. E la loro vanità —sorrisi amara— riceverebbe un duro colpo.

«Osservavo Belili e Agreo che conversavano scherzosamente e percepivo una sensazione come di gelosia».

Bella, spensierata età dei progetti e del futuro, che invecchiando diventano questi labili e quello nebuloso ed incerto.

«Così pensavo» — continuò il racconto — «mentre la baia sabbiosa lasciava il posto ad un sentiero appena tracciato sulla roccia. Incrociammo una barca a remi carica di persone che percorreva un breve tratto di mare verso una lingua di terra, poco più di uno scoglio di circa cinquecento passi di lunghezza sul quale sorgeva un santuario dedicato al dio Bes, sotto la cui protezione era stata affidata la città. Tutti gli imbarcati portavano offerte semplici: chi figurine di terracotta, chi cestini di frutta chi semplicemente mazzi di spighe o fiori legati da nastri colorati.

Il sentiero si stava facendo più accidentato, in quanto le scogliere diventavano sempre più erte ed il rischio di scivolare a perpendicolo nel mare un problema sempre più serio. Agreo ad un certo punto si ribellò al continuo salire e scendere: dopo quattro ore di cammino disagevole ritenne opportuno fermare la carovana per ragionare un nuovo percorso.

“Ora propongo una sosta per riposarci e riprenderci. Il sole è circa a metà del suo cammino dunque mangiare, bere e riposare non potrà che farci del bene. Inoltre scenderemo verso valle e percorreremo la strada principale magari aggregandoci a qualche carovana. Al calar delle tenebre ci sposteremo sulla costa dove potremo avere la scogliera alle spalle ed essere almeno certi di non subire nessun pericolo da quel lato. Troveremo senz’altro una radura con la visione sui tre lati non celata dai boschi. Accenderemo un fuoco protetto che non sia tanto visibile dall’esterno e noi uomini vigileremo a turno.”

“Potremmo accamparci con le numerose carovane di mercanti che viaggiano sulla strada” — osservò Belili.

“Non mi fido” — replicò Agreo —, “a meno di non conoscere qualcuno. Mi spiacerebbe diventare uno schiavo a Tiro all’insaputa di nostro padre. Sai quanto argento può rendere uno schiavo?”

“Io non sarò mai schiava” — dissi con convinzione.

“Ed io desidero essere solo la schiava di mia sorella Astarte” — ribadì Belili con convinzione.

“Sorella e schiava sono in contraddizione mia dolce amica”.

“Beh, io voglio stare solo con te o al massimo con Agreo”.

“Mi pare che tu ci stia già abbastanza con lui!” — risposi con un sorriso.

Dopo un pasto frugale di frutta, focacce e pesce secco che lo zio ci aveva  abbondantemente fornito, piegammo verso l’interno essendo ormai le pareti della scogliera impraticabili. Senza perdere di vista il mare un sentiero appena tracciato si faceva luce nei boschi di pini e di mirto. Il frinire delle cicale faceva da contraltare al rumore della carovana. Finalmente raggiungemmo una strada più comoda e larga dove le persone transitavano a piedi o con i carri carichi del raccolto dei campi: tutti i prodotti che dall’interno venivano trasportati verso la città per il commercio locale o per essere imbarcati verso altre destinazioni più lontane. Giare di vino ed olio, manufatti di osso e pietre dure, oro lavorato in preziose rappresentazioni, sale, terracotta e opere in vetro soffiato transitavano nelle due direzioni. 

Nella zona più interna dell’isola grandi forni estraevano argento e piombo dalle galene: ridotti in blocchi venivano condotti verso i porti per poter essere commerciati in tutto il mediterraneo. Ogni tanto una locanda offriva ristoro ai viandanti e qualcuno, più facoltoso, vi trascorreva la notte in stanze comunitarie.

“’Non fermatevi a dormire nelle taverne: correreste il rischio di essere derubati nel sonno anche per pochi denari; per non parlare poi del mulo e di tutto il resto che si involerebbero se non vigilati’” — aveva ammonito Taaut prima della loro partenza — “’Non voglio inoltre che vi riconoscano: potreste essere prede preziose ed io volgarmente ricattato’”.

Eppure incrociando quei mercanti non si aveva una sensazione così pericolosa. La maggior parte dei visi erano sorridenti e cordiali come di coloro che sono abituati a trattare con la gente. Donne, bambini, uomini ognuno andava verso il suo destino nella speranza di concludere un buon affare o una buona giornata». 

Astarte si fermò qualche istante per mettere a fuoco nella sua mente altri ricordi, poi riprese.

«Percorremmo agevolmente un buon tratto di strada senza incidenti e verso sera decidemmo di accamparci su un promontorio che divideva una piccola baia verso ovest ed una più ampia verso est: malgrado fossimo tutti stanchi ed affaticati per il lungo viaggio a piedi, ci concedemmo, prima di installare il campo, un bagno ristoratore nelle fresche acque sottostanti. Mentre i due soldati, i servi e le serve si occupavano del campo notturno, Agreo era sceso sugli scogli per pescare. Ebbe fortuna: un paio di grossi pesci rallegrarono con il loro sapore il bivacco. 

Dopo la frugale cena, quando già le stelle e la luna iniziavano ad attenuare il buio della notte, mi sedetti verso il mare per vivere quei momenti di solitudine e di riflessione che tanto amavo.

“Posso farti compagnia?”

Senza aspettare risposta Agreo si sedette vicino a me.

“Sorella mia presto avremo le risposte ai tuoi dubbi, spero. Anche perché così finirai per intristirmi le giornate. Io ho in mente quella persona che mi ha fatto da mamma ed ha colmato con il suo affetto i miei ricordi di una madre solo raccontata e mai conosciuta. 

Ho in mente quella ragazza che a dieci anni mi insegnò a usare l’arco, la frombola, spaccando i cocci a quattrocento braccia, ed a tirare di spada; quella delle corse nei boschi e della caccia al caprone. 

Di questa tutta agghindata ed educata ma triste e sola a non so che farmene”.

“Adorato fratello, i tempi della giovinezza sono cambiati purtroppo e noi con loro. Ognuno deve sostenere un ruolo nella vita, a ciascuno la sua parte. Ora sei grande ed una madre non ti serve più. Io sto ancora cercando il mio posto. E se Tanit vorrà, forse la strada mi verrà indicata. Non temere: la guerriera che è in me può essersi assopita ma non è morta e presto o tardi uscirà di nuovo di prepotenza a reclamare i suoi diritti. Ma anche ad un guerriero si impone il tempo delle riflessioni e dell’ascolto. Altrimenti gli errori  possono costare la vittoria nelle battaglie. Abbi fiducia in me.”

Così dicendo lo strinsi in un tenero abbraccio dall’antico sapore.

La notte trascorse tranquilla nella tenda in compagnia di Belili, che non voleva assolutamente dormire da sola o con le altre ancelle, sistemate in un secondo riparo. Gli uomini avevano vegliato a turno. Il fuoco venne lasciato  spegnere in quanto la luna rischiarava a sufficienza il luogo. Alcune fascine però erano pronte a ravvivarlo nel caso fosse stato necessario.

Smontato il campo ed effettuate le consuete abluzioni quotidiane il gruppo, il mattino dopo, si rimise in marcia.

“Se Bes vorrà raggiungeremo il boschetto sacro stasera e domani cara sorella potrai parlare con la dea.”

Così dicendo Agreo diede l’ordine di partenza.

Il percorso si presentava più agevole rispetto al tratto precedente anche perché i venti e il mare avevano scavato nelle rocce rosse un camminamento che, con la dovuta prudenza, si poteva seguire senza troppe difficoltà. Un susseguirsi di mirto, palme nane, pini marittimi, ginepri e sicomori ombreggiava il cammino rendendo la calda giornata di fine estate accettabile per i viaggiatori. Ogni tanto la carovana si fermava voltandosi indietro a vedere lo spettacolo delle spiagge dorate, rosee e nere che si alternavano ai loro occhi; il mare, più agitato in quel tratto, si frangeva sulle rocce sollevando ampi spruzzi che ricadevano sugli intrepidi molluschi aggrappati come un morente alla vita. 

Seguendo la costa, avevano lasciato il sole che nasce a destra puntando verso nord ovest; qualche braccio di mare li separava dall’I-Magon, abitata solo da un pescatore solitario che si era impadronito dell’isolotto che non interessava nessuno fuorché a lui. Di fronte a loro si stagliava, come un dio disteso dormiente a proteggere quel mondo misterioso, la collina verde dove aveva sede il santuario di Tanit. Qualche brivido percorse la schiena delle donne ma anche degli uomini, consapevoli di raggiungere un luogo sacro. Continuando il cammino, alla fine della giornata raggiungemmo una baia ampia e protetta che una bella spiaggia profonda di un giallo intenso divideva dal mare. La spiaggia era incredibilmente vissuta verso l’interno dalCaliketoe dall’Agropireto; più dentro la vegetazione costiera lasciava lo spazio alle dune bianche e grigie con i loro cespugli diAmmofilaedEuforbia, mentre più in là l’Olivello spinosoe qualche cespuglio diEryngiorallegravano la vista con i loro fiori rossicci e gialli.

Un vento leggero increspava le onde che andavano a scorrere sulla battigia.

“Che posto meraviglioso — esclamarono Belili ed Amat, una serva normalmente silenziosa — ci possiamo fermare qui? Acqua bassa e sicura per il bagno!”

Mi sembravano ancora due adolescenti spensierate quando, correndo nell’acqua sollevavano grandi spruzzi e si bagnavano gridando di gioia. Come bambine talmente concentrate sul gioco da dimenticarsi dei bisogni e delle virtù, così Belili ed Amat, impacciate dalle tuniche bagnate tolsero velocemente gli abiti continuando i loro giochi vestite solo di acqua e vento.

Io le osservavo sorridendo: desideravo tuffarmi nuda con loro e giocare e ridere per affogare i miei pensieri e già la tunica stava scivolando ai miei piedi, quando la voce di Agreo mi bloccò.

“Ragazze fate piano, potremmo non essere soli!”

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Capitolo 04

Eshmunabi, cap. 4

Eshmunabi, cap. 4

La giornata era alida e tersa, anche se il periodo del raccolto era ormai passato da tempo. Presto le navi sarebbero state in parte smontate, gli accessori riposti e le carene tirate in secca per il ricovero invernale e le riparazioni.

Sul molo una piccola imbarcazione a remi attendeva il comandante militare, la sua sposa, il fratello di lei, i soldati, i servitori e le ancelle. Un rapido abbraccio al padre e un saluto a Tautom permisero ad Astarte di sottrarsi alle consuete raccomandazioni e preghiere.

L’atmosfera tesa venne rapidamente alleggerita da Belili che, fingendo di perdere l’equilibrio sull’imbarcadero di legno, trovò il modo di farsi sostenere da Agreo, fermo lì accanto.

“Attenta, che i pesci non scherzano!“.

“Mi avresti dunque lasciata cadere in acqua? Al ritorno mi lagnerò di te con tuo padre!“.

“Al ritorno… sempre che ritorniamo, mi darò da fare per cercarti un marito“.

“E se l’avessi già trovato?“.

“Allora un marito che funzioni e ti freni la lingua!“ — esclamò ridendo Agreo.

Salirono dunque sulla nave ammiraglia, dove l’equipaggio aveva già preso posto ai remi e alle manovre e il capo-voga era pronto a dettare il ritmo. Si accomodarono al centro del ponte, la zona maggiormente riparata dalle murate.

“Ed anche quella dove si balla di meno!“ — esclamò Agreo.

“Qui ti sbagli, caro cognato. Osserva la moderna evoluzione dei carpentieri di marina” — disse Attar introducendolo sotto il baglio maestro per mostragli la chiglia stabilizzatrice, un grosso e robusto trave squadrato in tutta la sua lunghezza, ricavato da un unico tronco di cedro a cui si agganciava il rostro..

“Vedi? In questo modo non dobbiamo più temere troppo il moto ondoso e guadagniamo anche in velocità. Se poi il mare si alza, basta trovare un approdo riparato per aggrapparci al fondale con quest’ultima invenzione” — spiegò fiero, mostrando una specie di croce in legno con ceppo in piombo, dotata di un anello su cui assicurare il canapo.

“Altro che le vecchie pietre forate! Se decidiamo di fermarci caliamo la vela e solleviamo i remi, gettando a mare l’ancora. Geniale, no?”.

 «Osservavo tuo padre orgoglioso nel suo elemento: sembrava un figlio di Yam» — disse Astarte a Tautom che ascoltava con attenzione.

«Non mi capivo» — continuò —. «Non riuscivo a comprendere la mia freddezza il giorno del suo ritorno, o quella lentezza di una passione che si accendeva solo attraverso carezze insistenti».

Non lo amo? Eppure lo amo, in fondo lo desidero. Ma oltre il fondo cosa c’è? Cosa sono io, chi sono? O Bes, perché è tutto così difficile e complesso? In fondo non desidero che cose normali. Ma è così anche per le altre donne, mogli e madri? La vita è dunque solo un perenne sacrificio senza gioie?

«Così pensavo ascoltando lo sciabordio delle onde sotto la prua, mentre la brezza marina mi scompigliava i capelli».

Issata la grande vela di lino dalle strisce bianche e rosse, gli addetti alle manovre lavorarono alacremente con le cime per permettere al pennone di raccogliere più vento possibile; la brezza, leggera e costante, spirava da terra verso il mare aperto e nessuna nuvola appariva all’orizzonte. La processione di navi si staccò dalla baia navigando verso est, con i vascelli da guerra in testa e in coda.

Costeggiarono così il lato opposto del golfo, dove si stendevano le saline: un luccichio indicava le distese d’acqua marina intrappolate sulla terra che, evaporando lentamente al sole, incrostavano il terreno di sale conferendogli sfumature che variavano dal bianco, al giallo, al rosso. Queste grandi vasche erano divise da bassi muretti e collegate fra loro da un funzionale sistema di chiuse per far fluire e defluire l’acqua. Insieme a quelle di Maiorica, rappresentavano, con la raccolta del murice e la sua trasformazione in porpora, una delle massime ricchezze del nostro mondo: in mancanza di moneta, il sale aveva il controvalore dell’argento.

Doppiato il capo dove terminavano le saline, si aprì l’ampio golfo alla cui estremità opposta sorgevaNuova Ibosim; in lontananza, verso destra, si intravedeva l’Isola Piatta, dedicata alla coltivazione dei cereali e del frumento.

“Gli dei ci sono favorevoli” — disse il pilota  —. “Per la sera dovremo già essere seduti all’asciutto a bere del buon vino“.

E così fu. Prima che il sole calasse all’orizzonte, tutte legauloiavevano attraccato ed erano state svuotate del loro carico. Una volta vuote apparivano molto più alte sulla linea di galleggiamento: meno appesantite, ma ugualmente imponenti con i loro ponti di otto cubiti di larghezza e quarantotto di lunghezza, la poppa alta quanto la prua per facilitare l’ormeggio. Dondolavano lente nell’acqua protetta dell’insenatura, mentre una delle due navi da guerra vigilava all’ingresso del porto, pronta a riprendere il mare in caso di pericolo.

Il signore Eshmunabi attendeva i suoi ospiti davanti all’androne di casa. Situata sull’altura a qualche decina di metri dal mare, la dimora dominava il porto e la città: disposta su due piani, grande e comoda, era circondata da pini marittimi, palme nane e palme da dattero che offrivano un piacevole riparo d’ombra nelle giornate più calde.

Un ampio cortile d’ingresso accolse la nostra piccola carovana di viaggiatori, subito alleggerita dai bagagli da solerti servitori, mentre alcune ancelle accompagnavano Astarte e Attar alla presenza dello zio.

Eshmunabi era un uomo rotondo e gioviale, con occhi svegli e rapidi che sembravano smentire la sua corporatura pingue: in quel corpo pesante si celavano una forza e un ingegno non indifferenti: non per nulla  era il responsabile del tesoro e delle casse della città.

Con slancio affettuoso scese i tre scalini e abbracciò i due nipoti, invitandoli ad entrare nel cortile interno, quello privato. Al centro dell’architrave di legno dell’ingresso, che poggiava su due piccole colonne, era fissata una placca d’osso con una dedica incisa: 

𐤋𐤏𐤃𐤍 𐤋𐤌𐤋𐤒𐤓𐤕 𐤄𐤔𐤏𐤓 𐤆 𐤁𐤍 𐤀𐤔𐤌𐤍𐤀𐤁𐤉 𐤁𐤍 𐤓𐤔𐤐  me 𐤔𐤌𐤏 𐤒𐤋 𐤃𐤁𐤓𐤉𐤅

Al signore Melqart, questa porta ha eretto Eshmunabi, figlio di Reshep, poiché egli ha ascoltato la voce delle sue preghiere.

«Notai subito la dedica di ringraziamento e lo zio mi anticipò la domanda».

“Diciamo che una certa questione si è risolta felicemente per me e ho pensato di ringraziare gli dei. Che poi” — aggiunse scherzoso — “sia merito loro o della sorte, è tutto da vedersi. Comunque è sempre meglio non avere debiti con il cielo! Ma prima di riposare dovete rifocillarvi e darmi qualche spiegazione: mio fratello è stato assai vago con il messaggero, e le vostre facce mi dicono che non siete venuti fin qui solo per vedere me“.

Ciò detto batté le mani e subito comparve una serva con cesti di frutta e sidro fresco di pozzo.

“E quel serioso di Taaut come se la cava nella sua piccola città? Forse si annoia?”.

“Caro zio” — intervenni —, “quando ti senti la responsabilità delle persone addosso, che la città sia grande o piccola, vivi di preoccupazioni. Fortunatamente per lui presto arriverà la stagione del riposo per il mare e per i campi, e forse allenterà un poco la tensione».

“Quel testone! Gli dissi già a suo tempo di chiudere quel vecchio villaggio, caricare famiglie e masserizie sulle navi e venire a stabilirsi qui. C’è spazio per tutti, il golfo è grande, l’entroterra è piano, ampio e ricco di fonti: potrebbe farci coltivare tutto ciò che vuole e arricchirsi con il commercio del sale. E magari trovarsi anche una nuova moglie che gli rallegrerebbe le serate d’inverno, visto che la solitudine non fa mai bene a un uomo!”. 

Un sospiro interruppe il racconto di Astarte. Rivolgendosi a Tautom gli disse:

«Tua nonna — che la terra le sia sempre lieve — era morta alla nascita di Agreo. Tuo nonno, innamorato della moglie fino alla follia, aveva scelto la vedovanza offrendo la propria solitudine in sacrificio agli dei».

“Mio padre non lascerà mai il vecchio insediamento, non foss’altro perché mia madre riposa in cima alla scogliera; ed è lì che vuole essere sepolto a tempo debito…”.

“Mah! Io ho scelto di non avere famiglia. Sia detto con rispetto, ma avere una donna che parla sempre con le comari e si lamenta da vecchia non fa per me: meglio donne sorridenti e ben disposte, soprattutto quando la moneta è buona. Da questo a restare solo e malinconico, però…”.

“Beh, ci siamo noi“ — aggiunse Attar.

“Ben detto! Ma ora ditemi perché siete qui e cosa posso fare per voi”.

Scelsi con cura le parole.

“Devo recarmi in pellegrinaggio alla grotta sacra, a chiedere grazia a Tanit”.

“La dea madre, la dea della fertilità…” — aggiunse lo zio, pentendosi subito per l’invadenza.

“Vedo che non ti perdi in preamboli” — gli risposi un pò piccata. “Sì, da tre anni ormai speriamo che arrivi una luna bianca, ma al momento sorgono solo lune rosse ogni mese” — gli dissi con fermezza —. “Ed è tempo che mio marito possa sperare in una discendenza e che io faccia chiarezza con me stessa sul mio ruolo”.

Come per concedersi una pausa di riflessione, ma in realtà per far sfumare quel momento di irritazione e imbarazzo involontariamente creato, dopo qualche istante, Eshmunabi passò alla fase organizzativa, nella quale si sentiva decisamente più a suo agio.

“Dunque… una scorta, delle provviste, del denaro, dei muli, del…”

“Zio! E’ un pellegrinaggio, non dobbiamo attraversare il mare! Già mio padre ha insistito perché portassi con me le persone e le cose che hai visto e non ho potuto rifiutare. Con quali occhi mi guarderebbe Tanit se arrivassi in portantina, accompagnata dal suono di flauti e corni?”.

“Tanit non lo so, ma gli occhi dei suoi sacerdoti luccicherebbero di più e ti permetterebbero un dialogo assai comodo con la dea!”.

“Ma è proprio ciò che non desidero! Voglio guardare negli occhi la dea e che la dea faccia altrettanto con me. Il resto sarebbe solo fuorviante”.

“Tuo marito ti seguirà?“.

Attar scosse sconsolato la testa.

«Immaginavo. Accetta ti prego almeno questi: sono stati forgiati da uno dei miei mastri d’arme nella fucina al centro dell’isola”.

Così dicendo estrasse dalla cintola due affilatissimi pugnali di bronzo a lama triangolare a doppio taglio di circa un cubito di lunghezza, con l’impugnatura sagomata che terminava con una piccola mezzaluna d’arresto per evitare che la mano scivolasse durante la stoccata. Il manico era rivestito da una porzione di corno lavorato. Uno lo vedi là» — disse a Tautom indicando con la mano la panoplia appesa al muro.

“Potrebbe servirti per incontri inopportuni durante il viaggio” — riprese Eshmunabi —. “Stai attenta: informatori fidati mi dicono che la zona in cui sorge la sacra grotta è insidiata da gruppi di indigeni che hanno deciso di aggredire i viaggiatori, specialmente quelli che attraversano l’interno dell’isola, per derubarli delle offerte. Ma non mi stupirei se tendessero agguati anche lungo la costa”.

“Mio fratello e i soldati sapranno difenderci”.

“Bene” — concluse Eshmunabi —, “ora a tavola — quella vera, non fatta di sola frutta! — e poi al riposo. È meglio che vi incamminiate alle luci dell’alba, ben rifocillati e riposati, seguendo la costa il più possibile lungo il sentiero che vi indicherò“.

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Capitolo 05

La baia vecchia, cap. 1

La baia vecchia, cap. 1

1

La baia vecchia

𐤌𐤒𐤔 𐤏𐤁𐤃𐤀𐤌𐤍 𐤅𐤇𐤌𐤋𐤀𐤕𐤁𐤉𐤌 𐤏𐤱𐤓𐤌 𐤅𐤱𐤌𐤍 𐤁𐤉𐤓𐤔 𐤏𐤋𐤋 𐤀𐤇𐤁

Nel giorno ventotto del mese di Elul, sotto il suffettato di Abdemon e Hamilkat

«Amavo sedermi su uno spuntone di roccia, le spalle al villaggio, lasciando scorrere lo sguardo sul mare. Lo assaporavo, lo vivevo, respirando con voluttà l’aria salmastra della brezza mattutina, la stessa che procurava il dolce moto ondoso che si infrangeva sulla scogliera del vecchio approdo. Era la stessa brezza che mi alleggeriva il calore del sole sulla pelle, allora ambrata, scompigliandomi i capelli e portando suoni lontani.  

Ogni volta che potevo recarmi su quel rilievo, la mia persona si rendeva permeabile alla pace ed all’armonia che l’insieme le offriva: diventava parte di quel mondo naturale verso cui spesso gli esseri umani si sentono ospiti. Verso est, alla mia sinistra, il sole sorgeva lento colorando le rocce di un rosso argilloso inframmezzato da inquietanti zone d’ombra negli anfratti e nelle sporgenze. In quel luogo appena fuori dal villaggio, sentivo il bisogno di caricarmi al mattino per poter affrontare l’intera giornata.

Tuo nonno Taaut, il capo del villaggio, quando mi vedeva distratta o affaticata come ogni genitore preoccupato offriva soluzioni pratiche:

“Al mattino la tua colazione è troppo povera; anziché il solo latte di capra dovresti mangiare i fichi e il miele che tuo nonno Reshep ci porta una volta alla settimana dai suoi campi! Quel povero vecchio si danna l’anima per ricevere così poca soddisfazione dai nipoti!”

Povero padre —pensavo—, se tutte le mie preoccupazioni si potessero risolvere con miele e fichi sarei una donna già in pace da un pezzo!

La penisola che si sporgeva nel mare era un triangolo roccioso che divideva la costa in due baie: quella ad ovest, ampia e riparata, offriva un ottimo riparo alle imbarcazioni da pesca e da cabotaggio, soprattutto nella stagione invernale; quella ad est, ancora più ampia ma meno al riparo dei marosi, veniva utilizzata con i suoi attracchi in legno nei periodi estivi, con mare calmo e vento favorevole. Su questa piattaforma triangolare, sorgeva il villaggio di Ibosim, fondato da Reshep cinquant’anni prima. 

Era stato un pioniere, il tuo bisnonno. 

Partito da Sidone  con alcune navi, provviste e merci da scambiare, si era avventurato nel mare in cerca di nuove rotte commerciali senza una meta definita ma affidandosi alla volontà di Yam. Una burrasca, dopo averli sballottati sulle onde per diversi giorni, li fece approdare, provati ma vivi, in quest’isola particolare, verde di pini, con un mare le cui mille sfumature di colore passavano dal turchese all’indaco e al verde senza soluzione di continuità. Malgrado le condizioni avverse, il nonno, da buon comandante e pilota aveva segnato la rotta osservando le stelle.

Un anno era trascorso ed il villaggio era stato fondato.

Aveva poi affidato una nave a Meruth, il suo fido secondo, affinché tornasse a Sidone a portare notizie.

Due anni dopo, all’alba, venne avvistata una flottiglia di dieci imbarcazioni, alcune con due file di quindici rematori per parte: Meruth aveva fatto ritorno con ogni cosa potesse servire all’insediamento: sementi, animali in coppia per la riproduzione, legname del prezioso cedro, servitori, muratori, falegnami, sacerdoti, maestri artigiani e soprattutto…donne, senza le quali la nuova vita presto sarebbe terminata.

Nel periodo di massimo fulgore, questa primitiva città contava circa ottocento persone: poi ragioni di spazio e qualche incomprensione fecero sì che un nucleo di venti famiglie si staccasse da quello principale e, navigando verso est, raggiungesse un porto naturale di maggiori dimensioni, con una rocca più alta e protetta. Nuova Ibosim venne chiamata e nel giro di pochi lustri divenne assai più importante di quella primitiva.

Reshep se la prese a male: in accordo con le famiglie rimaste, passò il comando del villaggio a suo figlio Taaut e con la moglie e pochi servi si ritirò nell’interno a lavorare i campi per non pensare, pregando che il raccolto fosse sempre abbondante e di qualità». 

Astarte si fermò per bere un sorso di latte di capra, poi riprese:

«A quei tempi ero musona e forse anche antipatica e triste. Per fortuna tuo zio Agreo aveva un carattere diverso dal mio. Spesso mi rimproverava scherzando:

“Ehi, sempre con quell’aria contrita! Riservala per quando qualcuno di noi scenderà nella terra fredda e buia! Vieni a casa che c’è da fare.”

Era nel fulgore della sua forza, il giovane Agreo; uno dei pochi che riuscisse a strapparmi un sorriso: sempre ottimista e portato al buon umore, era bello di dentro ed anche di fuori, visti i successi che otteneva con le mie coetanee quando, con la tunica purpurea fermata sulla spalla da una spilla preziosa in oro che rappresentava un leone nell’atto di afferrare una preda, mostrava il corpo muscoloso adatto alla guerra ed all’amore. Prima della caccia faceva sempre onore al dio che, si diceva, la caccia l’avesse inventata e lo invocava per riempire i carnieri e le dispense. Povero Agreo, ucciso anzitempo da un cinghiale!» 

«Mamma» — volle sapere Tautom — «il vecchio villaggio era già così, allora?».

«Sì, non era molto diverso» — gli rispose la madre –– «Il villaggio era formato soprattutto da case in pietra per le fondamenta ed il piano terra; il piano superiore aveva le pareti di mattoni fatti con la paglia e con l’argilla secondo le tecniche diffuse nel Mediterraneo. I tetti piatti erano formati da travi leggere in legno e canne, resi impermeabili con argilla e pece; i muri, allora come oggi, erano candidi per riflettere il calore del sole. 

Come vedi, erano case molto semplici ma gelose dei propri segreti: assai poche le finestre che si aprivano all’esterno. Si parlava sottovoce, poiché i muri condivisi e i viottoli stretti riportavano spesso i fatti altrui. L’intero sobborgo era diviso da due strade più larghe che lo percorrevano da nord a sud e da est ad ovest; al centro uno spiazzo abbastanza grande da poter essere utilizzato come luogo di riunione, per giudicare ed eseguire le condanne, per celebrare le solennità o le feste ed anche per l’istruzione che avveniva in modo molto semplice: il maestro riuniva gli allievi in semicerchio facendoli sedere su pelli o su panche ed impartiva le lezioni a quei bambini e ragazzi che non erano impegnati nelle attività pratiche come la pesca, la caccia o la coltivazione». 

Tautom l’ascoltava attento e rapito: anche lui ora, camminava per quei viottoli ascoltando la vita delle famiglie. Gli pareva di sentire i profumi di pane che venivano dal grande forno comune posto ai lati del villaggio, anche se le case, soprattutto le più ricche, ne avevano uno piccolo ad uso famigliare.

«Ora ti racconto un aneddoto personale, di cui ancora provo vergogna» — continuò Astarte —. «Un giorno il saggio Shalam, sacerdote e insegnante, mi riprese perché non volevo imparare l’alfabeto ed i numeri ritenendoli inutili.

“Io viaggerò con mio padre e venderò al mondo il nostro grano” —  dicevo spavalda.

“Bene” — mi fece notare il vecchio — e quando ti diranno di contare i sacchi?”

“Li conterò!”.

“E quando ti diranno di tracciarne il numero sul papiro o sul coccio?”. 

Che figura rimediai di fronte ai miei compagni!

Shalam, come ti ho detto, era anche il sacerdote ed i riti propiziatori erano effettuati nel recinto sacro delimitato da pietre e cespugli di mirto posti in periferia, verso il bosco: un piccolo luogo di preghiera, unbetcon a fianco una cisterna che raccoglieva l’acqua di una scarsa fonte che si disperdeva nel mare, e di fronte un altare per le offerte.

Ricordo ancora il giorno in cui mio padre Taaut mi aspettò davanti alla porta d’ingresso poco più in là con un largo sorriso. Vestito con la tunica bianca trafilata in oro utilizzata solo in occasioni particolari mi guardava sornione lisciandosi la barba.

La grande stanza principale era affollata da servitori: chi si  occupava del fuoco, chi delle vivande e del vino; le cuoche spennavano, svuotavano i pesci dalle interiora e si predisponevano a cuocere un banchetto di cui ignoravo il motivo, ma che sicuramente doveva essere importante visto l’ordinato caos che vi regnava. 

“Ma che…”

“Non lo immagini? Una vedetta mi ha appena avvertito che la flotta ha doppiato il capo dell’isola alta: da quella direzione non può che essere …”

“Attar”.

“Già, Attar, tuo marito. Ho già dato ordine alle schiave di preparare l’acqua per il bagno e rassettare la vostra camera: tutto deve essere in ordine per onorarlo convenientemente, visto che è  per mare da molte lune. Preparati ad accoglierlo come si deve al suo ed al tuo rango.”

“Ringrazio Bes e te, padre, per avermi scelto l’uomo giusto” — dissi con una punta d’ironia nemmeno troppo celata — e, volgendo le spalle, mi avviai verso le stanze».

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Capitolo 06

Astarte — Prologo

Astarte — Prologo

𐤁𐤉𐤅𐤌 𐤗𐤖 𐤋𐤉𐤓𐤇 𐤁𐤅𐤋 𐤋𐤔𐤐𐤈𐤌 𐤀𐤁𐤃𐤀𐤌𐤅𐤌 𐤅𐤇𐤌𐤋𐤊𐤕 

Nel giorno di ventotto del mese di Bul, sotto il suffettato di Bodashtart e Ozbal 

Scendeva la sera nel villaggio di Mahanet, presso la Calanca del Sud. Il fuoco acceso crepitava sul suo basamento di pietra e argilla, lanciando scintille dalla vita breve, mentre il fumo saliva con lente volute verso l’apertura circolare del tetto; nell’aria, odore di resina e di erbe aromatiche. La luce rossastra illuminava  una stanza relativamente piccola e modestamente arredata: un tavolo basso con ceste di sparto, qualche supporto per anfore, unlarnaxed un letto con un materasso di paglia. Appesa ad una parete, una panoplia con due pugnali.

Davanti al fuoco, su una sedia con schienale alto, una donna dall’apparente età di quarant’anni guardava i giochi delle fiammelle sulle braci. Malgrado l’età, considerata avanzata per l’epoca, ella manteneva un corpo asciutto e tonico; sui capelli, solo qualche venatura di grigio insidiava la folta capigliatura nera. Il suo sguardo era fisso sul fuoco ma la sua mente viaggiava altrove. 

«Madre!» – risuonò una voce –  «Madre, ti senti bene?» 

Fu come svegliarsi da un sogno. 

«Sì, figlio, sto bene» — le rispose Astarte —, «o almeno bene come si può stare alla mia età», –— aggiunse con un sorriso. 

«Madre, dovremmo affrettarci: ormai il sole resta nel cielo sempre meno ed il vento di mare porta umidità e piogge. Il villaggio è quasi deserto ed anche i pescatori che hanno tirato in secca le barche, si apprestano ad entrare nell’agadir di Ibosim» — riprese il giovane. 

La donna si voltò nuovamente verso il fuoco. 

«Hai ragione, è tempo di affrettarsi». 

Rimasero qualche minuto senza parlare. Solo il vento ed il mugghio del mare s’insinuavano in quel silenzio. 

«Madre» — intervenne il figlio —, «perché trascorri molto del tuo tempo in questa vecchia casa, sola, senza neanche l’aiuto di una serva?»

«Tautom» — gli rispose — «potrei dirti che sono affezionata a questa, che è stata la mia casa, ed al villaggio, dove sono nata e vissuta. Ma il fuoco acceso ed il suo tepore mi portano sopratutto i ricordi delle persone che ho conosciuto da giovane…». 

«Mi farebbe piacere ascoltarli, madre» – rispose il ragazzo. 

«Aggiungi un po’ di legna sul fuoco, dunque,  e parleremo. Ti racconterò una storia».


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