Trecentoquindicimila Alpini, quattromiladuecento gruppi, e una domanda: cosa succede a una tribù quando finisce l’esperienza che la fondava?
L’Associazione Nazionale Alpini nasce a Milano l’8 luglio 1919 con ottocento iscritti reduci dalla Grande Guerra. Al 31 dicembre 2025 conta 314.999 iscritti: 224.092 soci e 90.907 tra aggregati e amici degli alpini, organizzati in 80 sezioni italiane, 30 all’estero e 4.243 gruppi. Nessun partito, nessun sindacato di categoria, nessun movimento italiano contemporaneo si avvicina a questa capillarità territoriale.
Ora il dettaglio che rende la faccenda affascinante. Secondo una rilevazione della stessa associazione, l’ottantasette per cento dei soci non ha mai preso parte a un conflitto: ha svolto il servizio militare in tempo di pace. E poiché la leva obbligatoria è sospesa da quasi vent’anni, l’associazione stessa segnala apertamente la contrazione dovuta alla mancanza di ricambio. È l’unica tribù di questo dossier che conosce con precisione matematica la propria data di scadenza.
Cosa tiene in piedi, allora, trecentomila persone attorno a un’esperienza che i più non hanno vissuto e che i nuovi non potranno più vivere? Tre cose, e nessuna è la nostalgia militare.
La prima è il lavoro. La protezione civile alpina è intervenuta in quasi tutte le emergenze italiane a partire dal terremoto del Friuli del 1976; l’associazione contabilizza oltre due milioni di ore annue di volontariato non retribuito. Detto in termini brutali: il paese ha a disposizione una riserva organizzata, disciplinata e gratuita di decine di migliaia di uomini abituati a montare un campo. Nessun governo ha mai fatto seriamente i conti con cosa significherà, tra vent’anni, non averla più.
La seconda è il rito. L’Adunata nazionale — Biella nel 2025, Genova nel 2026, Brescia nel 2027 — è il più grande carnevale sobrio d’Italia: una città invasa da centinaia di migliaia di persone con lo stesso cappello, che cantano gli stessi cori e piangono per gli stessi morti. È un rito funebre travestito da festa, e funziona da oltre un secolo.
La terza è il cappello. Va detto senza ironia, perché è il punto teorico: nessuna tribù sopravvive senza un oggetto che non si può comprare. La griffe del maranza si compra — anzi, si contraffà. Il cappello con la penna no: si ottiene solo avendo fatto una cosa precisa, in un luogo preciso, per un tempo preciso. La sua scarsità è garantita dallo Stato, ed è per questo che vale. La fine della leva ha prodotto un effetto collaterale che nessuno aveva calcolato: ha reso quel cappello un bene in via di esaurimento, e quindi ha aumentato il suo valore simbolico proprio mentre ne diminuiva il numero.
Attorno agli Alpini ruota l’intera galassia dei corpi in congedo — Carabinieri, Bersaglieri, Marinai, Paracadutisti — che replicano la stessa struttura su scala minore. Ed è una peculiarità italiana degna di studio: pochi paesi europei hanno trasformato la coscrizione obbligatoria in un’associazione volontaria a vita. La spiegazione più convincente è che per milioni di maschi italiani del Novecento la naja è stata l’unica esperienza collettiva, interclassista e nazionale della loro biografia. L’unico momento in cui il ragazzo di Ragusa e quello di Belluno hanno dormito nella stessa stanza. Un paese che non ha mai avuto un servizio civile universale di pari scala ha trasformato in tribù l’unica cosa che aveva.

Resta la domanda che dà il titolo al pezzo, e che non riguarda solo gli Alpini. Quando l’esperienza fondativa si esaurisce, la tribù può fare due cose: sciogliersi con dignità, oppure aprire le porte a chi quell’esperienza non l’ha fatta. Gli Alpini hanno scelto la seconda, e infatti oltre novantamila dei loro iscritti sono aggregati e amici. È una scelta di sopravvivenza intelligente e insieme una mutazione: il giorno in cui gli aggregati supereranno i soci, l’associazione degli Alpini sarà un’associazione di ammiratori degli Alpini. Succede a tutte le tribù della memoria, e succede anche a quelle di cui parliamo nella prossima puntata.
Tag WordPress: Alpini, ANA, Adunata, protezione civile, leva militare, associazioni d’arma, memoria, volontariato
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