Come leggere Belzebù senza farsi leggere da lui
Siamo arrivati alla fine del viaggio sul Karnak. Abbiamo attraversato la cornice narrativa, il mito del Kundabuffer, le leggi cosmiche, la galleria dei messaggeri, la satira della civiltà e la parte pratica dell’insegnamento. Resta da fare la cosa che Gurdjieff stesso raccomandava e che i suoi seguaci hanno spesso dimenticato: verificare. Guardare il libro e il suo autore con lo stesso sguardo spietato e affettuoso con cui Belzebù guarda gli uomini.
Il maestro come problema

Cominciamo da lui, perché è impossibile separareBelzebùdalla figura di chi l’ha scritto. Gurdjieff è stato, per chi l’ha conosciuto, un uomo straordinario e a tratti insopportabile. Carismatico, imprevedibile, capace di gentilezze immense e di umiliazioni pubbliche calcolate. Chiedeva soldi agli allievi ricchi senza alcun imbarazzo, beveva armagnac in quantità rituali durante i famosi brindisi agli idioti, metteva alla prova la gente con richieste assurde, ebbe figli da diverse donne del suo ambiente. Tra i suoi allievi ci sono state persone che gli hanno dovuto, a loro dire, la propria vita interiore, e persone che ne sono uscite ferite.
I suoi difensori dicono che tutto questo faceva parte del metodo: il maestro che si comporta in modo scandaloso per costringere l’allievo a non idolatrarlo, a vedere oltre l’apparenza. È una tradizione che esiste davvero, quella del santo folle, dai malamatiyya sufi ai monaci zen che bruciavano le statue del Buddha. I suoi detrattori dicono che è la giustificazione perfetta per qualsiasi abuso: se tutto è metodo, nulla è criticabile.
Le due letture non si escludono, e qui il concetto di Hasnamuss che abbiamo incontrato nel quarto episodio diventa uno strumento formidabile, da rivolgere anche verso l’autore. Un uomo con una grande forza interiore e un grande ascendente sugli altri è esattamente il tipo di uomo che rischia di usare quella forza nella direzione sbagliata. Gurdjieff fu un Hasnamuss? Nessuno può dirlo con certezza, e chi dice di saperlo, in un senso o nell’altro, probabilmente sta vendendo qualcosa. Ma il libro stesso ci fornisce la domanda giusta da porre, e questo è già un segno di onestà, consapevole o no.
Le fonti che non si trovano
Il secondo problema riguarda le origini dell’insegnamento. Gurdjieff dichiarava di averlo raccolto in monasteri e confraternite dell’Asia centrale, di cui la più celebre è la Confraternita Sarmoung. Nessuno storico ha mai trovato traccia indipendente di questi luoghi. Gli studiosi hanno individuato invece parentele evidenti con il sufismo, con il cristianesimo ortodosso orientale e la sua tradizione esicasta, con il buddhismo tibetano, con lo gnosticismo, con l’esoterismo occidentale del primo Novecento e perfino con la letteratura di fantascienza dell’epoca.
Che cosa se ne deduce? Non necessariamente che Gurdjieff si sia inventato tutto. Può aver rielaborato in modo originale materiali raccolti davvero in giro per l’Asia, attribuendo il risultato a fonti più antiche e prestigiose secondo una prassi che le tradizioni esoteriche conoscono da sempre. Ma ne consegue che l’autorità del libro non può poggiare sulla sua presunta antichità. Deve poggiare sulla sua capacità di dire qualcosa di vero su chi lo legge. Il che, a ben vedere, è esattamente ciò che chiedeva Gurdjieff.
Le versioni del libro

C’è poi un problema più prosaico ma non meno importante: qualeBelzebùleggiamo? Il libro fu scritto in russo e armeno, tradotto in inglese da un gruppo di allievi sotto la supervisione dell’autore, e pubblicato nel 1950. Nel 1992 i responsabili della Fondazione Gurdjieff, l’organizzazione che ne custodisce l’eredità, pubblicarono una versione inglese rivista, più leggibile e più scorrevole. Ne nacque una polemica feroce: per alcuni la revisione tradiva proprio lo stile volutamente faticoso che l’autore aveva voluto, per altri era un servizio ai lettori. Le edizioni nelle altre lingue, compresa quella italiana, discendono dall’una o dall’altra tradizione.
È una disputa che dice molto. Anche un insegnamento che mette in guardia contro la degradazione dei legominismi diventa, nel giro di pochi decenni, oggetto di contese su chi ne custodisca la versione autentica. Belzebù ne avrebbe riso, probabilmente, o avrebbe sospirato.
Il gurdjieffismo e i suoi derivati
Dopo la morte di Gurdjieff il suo insegnamento si è diviso in molti rivoli. La Fondazione ufficiale con le sue sedi a Parigi, New York e Londra. I gruppi derivati da Uspenskij, che aveva sistematizzato il pensiero del maestro in un libro molto più leggibile diBelzebù,Frammenti di un insegnamento sconosciuto, e che poi se ne era allontanato. Le scuole indipendenti, alcune serie, altre meno. Il Quarto Cammino, come lo chiamano molti seguaci, è diventato anche un marchio, e intorno al marchio sono fiorite le stesse cose che fioriscono intorno a ogni marchio spirituale: corsi a pagamento, maestri autonominati, gerghi, gerarchie, esclusioni.
Il caso più discusso è quello di alcune organizzazioni nate negli anni Settanta negli Stati Uniti che si richiamavano a Gurdjieff e che sono state descritte da ex membri come ambienti di forte controllo psicologico. Non c’entrano nulla con l’autore, che era morto da decenni, ma mostrano quanto facilmente un linguaggio del risveglio possa diventare uno strumento di addormentamento. È la legge del Sette in azione, con la puntualità di un orologio svizzero.
Che cosa regge

Detto tutto questo, che cosa resta di solido? Più di quanto ci si aspetterebbe.
Regge la diagnosi psicologica. L’idea che gli esseri umani vivano in gran parte in modo automatico, guidati da abitudini, identificazioni, bisogni di approvazione e autoinganni, è oggi confermata da decenni di ricerca nelle scienze cognitive e comportamentali. Gurdjieff la formulava in un linguaggio mitico, ma la sostanza non è lontana da quella dei manuali di psicologia sociale.
Regge l’idea della frammentazione interiore. La distinzione tra pensiero, sentimento e corpo, e la constatazione che nell’uomo comune lavorano scollegati, ha trovato eco in molte psicoterapie contemporanee, dalle terapie corporee agli approcci che integrano emozione e cognizione.
Regge l’intuizione sull’attenzione. Che la qualità dell’esperienza dipenda dalla qualità dell’attenzione con cui la si vive, che le impressioni siano un nutrimento e che il loro consumo distratto impoverisca, è un’idea che la cultura della mindfulness ha reso popolare, spesso banalizzandola, e che Gurdjieff aveva espresso con molta più asprezza e molta meno voglia di vendere.
Regge l’analisi della degradazione degli insegnamenti. Chiunque studi la storia delle religioni, dei movimenti politici o delle istituzioni culturali ritrova continuamente lo schema descritto da Belzebù: l’intuizione originaria, la cristallizzazione, l’irrigidimento, la perdita di senso.
E regge, soprattutto, il finale. La consapevolezza della morte come unico antidoto all’egoismo è una delle idee più antiche e più trascurate dell’umanità, e Gurdjieff la restituisce con una forza che pochi testi moderni possiedono.
Che cosa scricchiola
Scricchiola la cosmologia presa alla lettera. La Luna che si nutre di morti, le sostanze cosmiche, la chimica delle vibrazioni non hanno alcun fondamento scientifico, e chi le difende come verità fisiche si condanna a un ruolo di comparsa nel teatro delle pseudoscienze. Prese come linguaggio simbolico funzionano, prese come fisica no.
Scricchiola l’elitarismo. Il libro, e ancora di più l’insegnamento orale, suggerisce che solo pochi siano in grado di risvegliarsi, e che gli altri siano destinati a restare macchine. È un’idea che può servire a stimolare lo sforzo, ma che si presta molto facilmente a diventare disprezzo: noi svegli, loro addormentati. Il passo dalla compassione di Hassein alla superbia del gruppo eletto è brevissimo.
Scricchiola, infine, il rapporto con l’autorità. Un insegnamento che chiede di non credere a nessuno e di verificare tutto da sé è stato trasmesso, nella pratica, attraverso strutture fortemente gerarchiche, in cui la parola del maestro o dei suoi successori aveva un peso enorme. Non è una contraddizione solo di Gurdjieff, è la contraddizione di quasi ogni scuola di saggezza. Ma conviene esserne coscienti.
Una lettura possibile
Come leggere, dunque,I racconti di Belzebù a suo nipote? Forse proprio come suggeriva il suo autore, ma prendendolo più sul serio di quanto abbiano fatto molti suoi seguaci. Tre volte. La prima come un romanzo di fantascienza filosofica, divertendosi per le stravaganze e annoiandosi per le lungaggini. La seconda come se lo si leggesse ad alta voce a qualcuno a cui si tiene, chiedendosi che cosa di quello che si legge lo riguarderebbe. La terza cercando in se stessi le cose che Belzebù descrive negli uomini: la vanità, la suggestionabilità, la frammentazione, il sonno. Se le si trova, il libro ha funzionato. Se non le si trova, o si è un essere straordinario o, più probabilmente, il Kundabuffer sta facendo il suo lavoro.
E soprattutto senza dimenticare che l’insegnamento, se è autentico, non ha bisogno di essere difeso. Non ha bisogno di fondazioni, di gerarchie, di versioni ufficiali, di maestri infallibili. Ha bisogno solo di essere verificato, da ciascuno, sulla propria pelle.
Belzebù, alla fine del libro, torna a casa, sul suo pianeta d’origine. Il nipote Hassein, invece, resta con le sue domande e con la pena per quegli strani esseri a tre cervelli che vivono su un pianeta lontano. È lui il vero protagonista, e siamo noi. L’ultima cosa che il diavolo ci lascia non è una dottrina, ma un’inquietudine. A noi decidere se trasformarla in un nuovo sonno o in un primo, piccolo, scomodo risveglio.
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