Il mio lavoro mi costringe ad avere a che fare con la morte.
Eppure l’ho sempre frequentata poco volentieri, come la stragrande maggioranza delle persone normali.
La prima volta che ci ho avuto a che fareero in prima elementare. Mio padre voleva andassi a scuola un anno in anticipo e, per farlo, mi iscrisse a una scuola privata, di suore.
Una di queste sorelle morì e ci portarono a vederla in chiesa. A cinque anni questo spettacolo mi faceva una paura da matti. Non posso dire che fu meglio quando morì padrePanchetti.Questa volta fu mio padre, il quale aveva visto la guerra da bambino, a decidere che a6 anniero abbastanza uomo per confrontarmi con la vista di un amico di famiglia, morto.
Seguirono altre esposizioni di morti nella mia infanzia perché, all’epoca, era tradizione andare a salutare i defunti a casa loro.
Ricordo le unghie dei piedi con lo smalto rosso della nonna diEleonora: avrò avuto7 annima constatai che il disagio che provavo difronte al corpo inanime non era cambiato.
Mio nonno morto l’ho visto a14 annima non ricordo quasi niente, la rimozione fa miracoli.
Ricordo il funerale di mia nonna l’anno dopo, la chiesa vuota.
Quelli delle onoranze funebri fecero un mezzo pasticcio e non c’erano le persone per spostare la bara. Il prete chiese aiuto a dei passati e, fra questi, il mio professore di fisica.
Il giorno dopo mi sorprese non poco il fatto di essere stato interrogato, senza nessuna pietà, alla lavagna.
Quando morì la moglie dell’orribile vicino di casa che non ha mai risparmiato urla contro quella povera donna di mia madre; mia madre, che aveva senso civico, decise che uno di noi sarebbe dovuto andare a portare le condoglianze alla famiglia.
Mio padre era demente, mia sorella era troppo presa dalla vita per occuparsi di una simile cosa. Posto che mia madre aveva sollevato il problema, quindi era esclusa per definizione, l’ingrato compito toccò a me,ventenne.
Dio solo sa quanto mi pesò passare dalle cappelle del commiato a fare le condoglianze a un uomo che nemmeno i lutti hanno migliorato.
Questo sforzo enorme non migliorò nemmeno il nostro rapporto se una dozzina di anni dopo, a30 annisuonati, mi è toccato metterlo contro al muro perché non aveva pietà nemmeno di un anziano demente, qual’era diventato mio padre.
Da studente di medicina ho visto la morte esposta in tutte le salse. Giovani e vecchi, morti attese, morti oscene, morti violente. Ma ho sempre serbato lo stesso disagio alla vista del corpo come se la materia fosse orribile di per sé e stesse all’anima la magia di renderla accettabile.
Di mio padre ricordo l’ultimo sospiro, quell’espirazione dell’anima che, finalmente libera, poteva abbandonare un corpo malato. Ebbe la delicatezza di farlo in un bel giorno di primavera, col sole alto fuori e questo rese tutto più facile.
Fare il rianimatore rende cinici.O forse sono i cinici che desiderano diventare rianimatori.
Io pensavo che tutta quella morte a cui, mio malgrado, per lavoro, sono stato esposto fosse abbastanza per sviluppare un callo nel mio sistema limbico che mi permettesse di non impressionarmi più. Pensavo.
Quasi due anni che è mortaPamelae sembra ieri.
E mi sembra impossibile che una donna così indomita possa essersi arresa perché non era certo tipa da consegnare le armi al nemico.
Vorrei raccontare della prima volta che l’ho vista ma non so neppure io quando è stato. L’avrò incontrata a una delle feste alcoliche diHassanoppure a casa diRosanna, difronte a un piatto di lasagne, chissà.
Sapevo che era malata ma l’ipotesi della morte all’epoca, era solo una nel novero di infinite possibilità e comunque sembrava un’ipotesi recondita.
Mi fastidia constatare che non ricordo la prima volta ma ricordo molto bene l’ultima volta che l’ho vista.
I convenevoli e le mie lacrime a bagnare una giornata infame.
E passi se non ricordo la prima volta che l’ho vista e se ricordo invece il commiato.
Mi ricordo bene però quando l’ho messa a fuoco,fine del 2023direi, ad occhio.
Quella seraRiccardoaveva suonato e io ero fuori daljazz clubcon un gruppetto di persone. Fra queste lei.
“Fraaaaa, come stai?”Quella domanda me l’avrebbe rivolta altre mille volte perché lei aveva questa magica capacità di mettere sempre l’altro avanti a tutto.
Io con i nomi sono una frana: quando distribuivano la capacità di ricordarli ero sicuramente altrove.
Per i nomi, come per tutte le cose mnemoniche di minor rilievo è formidabile mia moglie.
Sarà stata lei a dirmi“Ma si, Pamela! Quella che alla festa di Hassan aveva quella camicia rosa salmone”. Io sono una frana anche per l’abbigliamento, per le date.La Naturaperò mi ha compensato dandomi la capacità straordinaria di ricordarmi i sorrisi. E quel sorriso non mi era nuovo. Quella carogna aveva qualcosa di magico qualcosa che si può sviluppare in individui straordinari messi in condizione di enorme sofferenza. E poi, poi aveva un sorriso da porto d’armi:32 dentisparati, dritti e bianchi, che ti accoglievano e ti facevano sentire tutto il calore del sud.
Pamelasapeva ascoltare in silenzio e sapeva poi darti dei consigli di vita forse perché, coinvolta com’era a lottare con la morte, di vita lei era esperta.
Sarà statofebbraio o marzo 2024la seconda volta che ci ho avuto a che fare di cui abbia memoria. Colpa diRosanna,la quale, comprendendo chePamelastava peggiorando si convinse che io potessi salvarla o, forse più pragmaticamente, pensava che potessi aiutarla a costruire una rete di amore attorno.
La richiesta era di quelle che preferiremmo non ricevere perché difronte allaMortesiamo tutti un po’ vigliacchi, perché laMorteci fa orrore e ci fa tornare bambini di5 annidifronte a una suora esposta in una scuola privata di periferia.
C’è poco da fare: laMortedegli altri non ci appartiene nemmeno un po’.
Non so perché ho accettato di mettermi a fianco di una persona che conoscevo così superficialmente, forse una questione di rispetto per il suo sorriso ma, sicuramente anche una questione privata: da un po’ di tempo, come dicevaLuca, avevo preso a ripetermi che ero in debito col destino.
Sarà statofebbraio o marzo 2024, dicevo, e l’ho incontrata nel chiostro diSanta Maria Nuova.
Ci siamo fatti delle confidenze che si possono fare solo agli estranei perché la conoscenza paradossalmente esclude una sincerità assoluta.
Lei aveva accettato di buon grado l’incontro perché era una donna intelligente e sapeva che le relazioni sono la base di tutto.
E così è cominciato un rapporto basato sul malinteso: ciascuno era convinto di proteggere l’altro.
Quelle confidenze sacre scambiate in un chiostro di un ospedale ci hanno avvicinato e siamo diventati amici.
Così sono passati i mesi, mesi di paura dissimulata e di una fiducia cieca alternata alla diffidenza che qualsiasi persona intelligente e sensibile ha il diritto di provare.
C’era, lo so, stima fra noi. La stima che si avverte per le persone che ci sono simili o di cui comprendiamo le ragioni profonde.
E così, dei43 annidiPamelaio ho vissuto solo gli ultimi mesi, quelli più disperati ma anche i più intensi.
Essere amici e medici a volte può essere dannatamente complicato. Abbiamo fatto insieme le montagne russe perché a tratti mi chiedeva rassicurazioni come una bambina ma subito dopo ripeteva“io voglio lottare Fra”.
E lottare abbiamo lottato in modo folle e disperatissimo, ognuno a modo suo.
Rosannasi è buttata sull’ozono e mi ha parlato di santi.
Io ho cercato di esserci mantenendo sempre la dovuta distanza perché, già lo sapevo, queste storie fanno male.
Eppure più conoscevoPamela, più mi entravano dentro dei suoi modi di dire, le sue espressioni, la sua generosità senza fine, la sua forza inarrestabile.
Il destino ha voluto che fossi con lei quando abbiamo visto le analisi che non andavano.
Abbiamo razionalizzato, minimizzato. Ho cercato come un equilibrista di essere sempre sincero senza mai negarle spazio per la speranza.
E, piano, piano, quell’appuntamento con la morte l’ha vista arrivare in ritardo. Ma non era più una partita a due: eravamo in molti conPamelaa trattenerla, a trattarla, a consolarla, a prendere e darle amore, tutti uniti come una falange di spartani alleTermopiliin un giorno maledetto ed eterno. Nessuno di noi avrebbe lasciato chePamelase ne andasse perchéPamelasilenziosamente, con la sua generosità e i suoi sorrisi, ci era entrata dentro. Oppure avremmo accettato che se ne andasse al costo di un sacrificio: perdere un pezzetto di noi.
Pamelaci ha messo le sue radici dentro come un’ostinata pianta infestante e ci ha letteralmente inondato di amore.
E sì che io tentavo di ripetermi che sarebbe andata male, e sì cheRosannacontinuava a ripetermi che con quel pensiero io le allungavo la vita. Bellissimo il pranzo insieme“Prendi un altro crostino ai funghi, Fra” “Le zucchine fritte le hai assaggiate?”.E poi noi a parlare di cacca e di ozono e di scoregge e di crimini irrisolti,il Paccianie i rutti, il sacro e il profano, la fine di ogni pudore. Le sigarette. E il pomeriggio con la sua mamma, una donna coraggiosa che ci è mamma due volte se è vero chePamelaci ha trattato tutti come figli.
La madrina sudamericana.
Le confidenze, i nostri racconti di amori e tradimenti, le discussioni al telefono su una serie televisiva. Le discussioni sull’omosessualità. La politica e le confidenze a mezza bocca sulla religione. Le nostre convinzioni metafisiche. La mia voglia di convincerla che qualcosa c’è, al di là del muro. Il suo poderoso senso degli affari. I suoi racconti diManuela, la sua amica più cara che per me è rimasta a lungo un nome senza volto. Le sue preoccupazioni perRosanna.E ancora quell’atmosfera magica dei suoi racconti, quel tocco che soltanto chi ha letto i romanzi sudamericani può cogliere. Il destino che tornava. Le figure mitiche del passato, il padre partito sull’Andrea Doriaper trovare fortuna inVenezuela. Il nonno carabiniere tutto d’un pezzo.
DiPamelaricordo anche gli ultimi giorni, dolorosissimi.
Quel dirci bugie reciprocamente per proteggerci e poi quelle mezze verità che riusciva a masticare quasi a dirci“Ragazzi ho capito”. E il pudore che tornava e ci rendeva di nuovo estranei perché estranea era la sensazione dellaMorteaddosso. L’ultima volta che l’ho vista viva non era più lei. Mi ha letteralmente spaccato il cuore vederla così.
L’abbiamo sedata come un ultimo atto dolorosissimo diAmore.
L’ho lasciata in quella stanza maledetta che dormiva.
La mattina mi sono svegliato ePamelase n’era andata. Lo ha fatto di notte, nessun sole a consolare il suo esercito.
Ho capito cosa deve aver provato l’amico fraterno diLeonidaquando lo ha visto cadere e, come quel soldato greco, sono caduto anche io.
Siamo caduti tutti con lei.
Impossibile trasmettere quello che è stato con un racconto: quei mesi insieme mi hanno sconvolto la vita. Lo ha dettoManuelamentre abbracciavaAlfonsoquasi a dimostrazione di quanto l’amore che ci aveva insegnato quella donna sia stato contagioso.Manuelalo accarezzava e lui singhiozzava come un bambino.“Quella non è Pamela, Pamela non è quel corpo”.Il corpo lo avevano truccato come un rito sacro. Un atto d’amore per una donna che dopo la chemio andava a ballare. Lo smalto sulle unghie come la nonna diEleonora. Stesso disagio alla vista però, perché nessuna età, nessuna esperienza, ti protegge da un esercito di persiani. I convenevoli e le mie lacrime a bagnare una giornata infame.
Mi sono ripromesso di tornarci una volta alleTermopili.
Poteva bastare? No. La notte mi hanno chiamato reperibile, peròPamelasempre al mio fianco. In sala, di corsa, con un accoltellato. E io a pensare che in quella sala eravamo in due accoltellati, lui da un deficiente, io dal dolore di un’amica che non doveva essere tale, scoperta per caso e poi piantata dentro. L’ho scritto anche aLivia, la ragazza con cui aveva condiviso un po’ di una sua degenza.Liviaha la leggerezza dei20 annie dirle chePamelase n’è andata mi è pesato. Poi Livia mi manda un vocale“Vediamoci, almeno possiamo abbracciarci”.Ancora una volta accarezzati dall’amore di una donna fuori dagli schemi. Non ero solo quando dal pulpito della chiesa rimproveravo un prete, reo di averci bagnato di amenità. Un sacco di chiacchiere inutili e già dette per dire una cosa tremendamente semplice: chePamelaci mancava lì a fare baccano con la sua risata sguaiata.
La morte l’ho frequentata tanto per lavoro.
La morte diPamelaperò è stata diversa e ha cambiato tutto. Niente a che vedere con la morte della moglie del vicino dei miei: lui è rimasto uno stronzo. In macchina, i finestrini abbassati e la musica a tutto volume, la sento nel sedile di fianco. Ci parlo come non sono stato capace di fare con altri miei morti. Mi sono licenziato dalla sanità e lei, con la sua storia, è una delle variabili che ha influito su una scelta dolorosa: davanti alla sua stanza non riuscivo più a passare senza sentire un nodo in gola. Usciti dallaChiesaho abbracciato forteManuela, quell’amica senza volto che tornava sempre nei racconti diPamela. Il volto diManuela, l’ho conosciuto così, prostrato dal dolore, mentre lei mi ha accolto con una frase illuminante: “Stasera andiamo a bere alla faccia di quella carogna”.
Una grande verità.
CiaoTigre.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



