Il lavoro, i corpi da costruire e il debito di esistere
Dopo cinque episodi di diagnosi arriva la domanda che il nipote Hassein, e con lui ogni lettore, prima o poi pone: va bene, siamo addormentati, deformati, suggestionabili, cibo per la Luna. Si può fare qualcosa? La risposta di Belzebù è sì. Ma il sì ha un prezzo, e il prezzo è descritto con una precisione che non lascia spazio alle scorciatoie.
L’anima non è un regalo
La prima affermazione, e la più scandalosa per un lettore cresciuto in una cultura cristiana o anche solo spiritualista, è questa: l’uomo non nasce con un’anima immortale. Nasce con la possibilità di formarla.
Secondo Belzebù l’essere umano è composto, in potenza, da tre corpi. Il primo è il corpo fisico, che tutti abbiamo e che si forma da sé, con il cibo, l’aria e le leggi della biologia. Il secondo è quello che il libro chiama corpo Kesdjan, un termine che si potrebbe rendere con “corpo dell’anima” o, nella traduzione degli allievi, corpo astrale, anche se Gurdjieff evitava volentieri il gergo teosofico. Il terzo è il corpo superiore, il corpo dell’anima vera e propria, quello che può sopravvivere davvero e proseguire la sua evoluzione oltre la vita terrena.
Il secondo e il terzo corpo non si formano automaticamente. Si costruiscono con un lavoro preciso, trasformando le sostanze più sottili che l’organismo produce, in particolare quelle che derivano dalle impressioni ricevute con attenzione. Chi non fa questo lavoro vive e muore con il solo corpo fisico, e di lui, dice in sostanza Belzebù, non resta nulla di permanente.
Si può discutere a lungo se questa sia una verità metafisica, una metafora o una provocazione. Ma la funzione pedagogica è chiara: toglie all’uomo la comoda certezza di essere già qualcosa di eterno, e gli restituisce la responsabilità di diventarlo. L’immortalità non è un diritto di nascita, è un risultato. E come ogni risultato reale richiede fatica, metodo e tempo. C’è qui una parentela con certe correnti del taoismo, con alcuni passi dell’esoterismo cristiano antico e perfino, rovesciato, con l’esistenzialismo: l’uomo non ha un’essenza data, la deve costruire. Solo che Gurdjieff la costruisce in senso quasi materiale.
Lavoro cosciente e sofferenza intenzionale
Come si costruiscono questi corpi? Belzebù ripete in decine di punti una formula di due elementi: lavoro cosciente e sofferenza intenzionale.
Il lavoro cosciente è qualsiasi attività svolta con piena presenza, con l’attenzione che non si lascia rapire dall’automatismo. Non importa che si tratti di zappare l’orto, cucinare, scrivere, ascoltare qualcuno. Importa che chi lo fa ci sia davvero, con i tre cervelli contemporaneamente: il corpo che agisce, il sentimento che partecipa, il pensiero che osserva. È ciò che si faceva al Prieuré di Fontainebleau, dove intellettuali parigini e signore americane spaccavano legna e scavavano fossi non per spirito agreste, ma perché la fatica fisica, se fatta con attenzione, diventava un laboratorio per osservarsi.
La sofferenza intenzionale è più sottile, e più facile da fraintendere, come Belzebù stesso avverte a proposito dei seguaci del Buddha. Non significa farsi del male. Non significa cercare il dolore. Significa sopportare consapevolmente ciò che di sgradevole ci arriva dagli altri e dalla vita, senza reagire meccanicamente, senza vendicarsi, senza autocommiserarsi, senza cercare di scaricarlo su qualcun altro. È soprattutto la sofferenza che deriva dal vedere se stessi come si è: vanitosi, pigri, bugiardi, dipendenti dall’approvazione. Vedersi senza giustificarsi è, secondo Gurdjieff, uno dei dolori più utili che un uomo possa provare.
C’è poi un aspetto molto concreto e quasi comico che gli allievi raccontano: Gurdjieff teneva al Prieuré persone particolarmente insopportabili perché gli altri imparassero a sopportarle. Una sorta di palestra del fastidio. Se è vero, è un’idea che qualsiasi condominio potrebbe adottare senza spese.
Il dovere-Partkdolg
L’insieme di lavoro cosciente e sofferenza intenzionale, nel lessico del libro, forma il dovere che Belzebù chiama Partkdolg. Non è un dovere morale nel senso comune, non riguarda le regole del buon comportamento. È un dovere ontologico, verso il proprio essere: il dovere di non sprecare la possibilità di diventare un essere completo.
È importante sottolinearlo perché il libro è pieno di comportamenti che la morale corrente considererebbe discutibili, e Gurdjieff stesso fu tutt’altro che un modello di condotta borghese. La sua etica non si misura sulla correttezza esteriore, ma sulla presenza interiore. Un uomo perfettamente educato e perfettamente addormentato, dal suo punto di vista, è più lontano dalla meta di un villano che si osserva con onestà.
Le cinque aspirazioni
C’è un passaggio del libro che molti allievi considerano la sintesi pratica dell’intero insegnamento. Belzebù racconta che gli esseri dei pianeti più sviluppati coltivano cinque aspirazioni fondamentali, che chiama obligolniane. Ecco il loro contenuto, reso in parole semplici.
La prima è avere tutto ciò che è soddisfacente e realmente necessario per il proprio corpo. Non il superfluo, ma neppure meno del necessario: nessun ascetismo, nessuna mortificazione, il corpo va trattato come uno strumento prezioso.
La seconda è avere un bisogno costante e instancabile di perfezionarsi nel proprio essere. Non nelle competenze, non nel successo, ma nell’essere.
La terza è sforzarsi coscientemente di conoscere sempre di più le leggi della creazione e del mantenimento del mondo. La conoscenza, qui, non è erudizione: è capire in che cosa si è immersi.
La quarta è pagare il più rapidamente possibile per la propria nascita e la propria individualità, per poi essere liberi di alleggerire il più possibile il dolore del Padre comune.
La quinta è aiutare sempre gli altri, sia i propri simili sia gli esseri di altre forme, a perfezionarsi fino al grado in cui possano raggiungere una propria individualità piena.
Leggete l’elenco una seconda volta e notate l’ordine. Si parte dal corpo e si arriva agli altri. Non c’è nessun salto mistico, nessuna fuga dal mondo. E soprattutto non c’è nessun obbligo di credere a qualcosa: sono aspirazioni pratiche che ciascuno può verificare nella propria vita. Si possono condividere senza essere gurdjieffiani, ed è forse il miglior complimento che si possa fare a un insegnamento.
Il debito di esistere
La quarta aspirazione merita un approfondimento, perché contiene un’idea che percorre tutto il libro e che il lettore moderno trova spiazzante. Secondo Belzebù ognuno di noi nasce in debito. Il nostro arrivo nel mondo è stato reso possibile da un’enorme quantità di energie, di processi cosmici, di sacrifici altrui, di sostanze trasformate. Nessuno ha pagato per tutto questo: lo abbiamo ricevuto. E finché non lo si restituisce, non si è davvero liberi.
È un’idea opposta a quella contemporanea, in cui l’individuo nasce titolare di diritti e il mondo è, semmai, in debito con lui. Gurdjieff rovescia la prospettiva: prima di pretendere, bisogna restituire. E la restituzione non avviene con soldi o con buone azioni esteriori, ma con il lavoro su di sé che trasforma le energie ricevute in qualcosa di più alto, utile al mantenimento dell’universo. Chi lavora su di sé, in questo senso, non fa qualcosa solo per sé: paga una quota del grande condominio cosmico.
Si può trovare l’idea irritante, e molti la trovano tale. Ma ha il pregio di spezzare l’incantesimo del vittimismo, che è una delle conseguenze del Kundabuffer più diffuse nel nostro tempo, e di sostituirlo con qualcosa di più adulto: la gratitudine operosa.
Ricordare se stessi
Nel libro non compare quasi mai con questo nome, perché la terminologia diBelzebùè diversa da quella delle lezioni orali, ma tutto il lavoro descritto ruota attorno a un esercizio che gli allievi chiamavano ricordo di sé. Si tratta di accorgersi, nel momento stesso in cui si agisce, che si sta agendo. Di dividere l’attenzione in due direzioni: verso l’oggetto e verso se stessi. Detto così sembra semplice. Provate a farlo per cinque minuti di fila mentre lavate i piatti e saprete quanto è difficile. Ed è proprio la difficoltà a rivelare il sonno: se fossimo davvero svegli, ricordarci di esistere non richiederebbe alcuno sforzo.
L’ultima parola di Belzebù
Alla fine del libro, dopo più di mille pagine, Hassein pone a suo nonno la domanda decisiva: c’è un modo per salvare questi esseri lontani? Belzebù risponde con una frase che è il punto d’arrivo di tutto l’insegnamento, e che conviene riportare nella sostanza. L’unico mezzo per salvare gli uomini sarebbe far crescere in loro un nuovo organo, con proprietà opposte a quelle del Kundabuffer: un organo grazie al quale ciascuno percepisca costantemente e sia consapevole dell’inevitabilità della propria morte e della morte di ogni persona su cui si posa il suo sguardo o la sua attenzione.
Solo questa consapevolezza, dice Belzebù, potrebbe distruggere l’egoismo che si è cristallizzato negli uomini e che è all’origine dei loro odi reciproci.
È un finale sorprendente per un libro così cosmico. Dopo comete, leggi sacre, corpi superiori e profeti dimenticati, la chiave è la cosa più semplice e più evitata del mondo: ricordarsi che si muore, e che muore anche l’altro. Non per angosciarsene, ma per vederlo davvero. Davanti alla morte dell’altro, l’invidia, la vanità e il rancore perdono la loro presa. Davanti alla propria, la pigrizia perde le sue scuse.
I filosofi stoici lo chiamavano memento mori, i monaci cristiani lo incidevano sulle pareti delle celle, i buddhisti lo meditano nei cimiteri. Gurdjieff non pretende di averlo scoperto. Pretende, piuttosto, di aver mostrato perché sia così difficile praticarlo: perché tutto in noi, le abitudini, l’educazione, la cultura, è stato costruito per farcelo dimenticare.
Nel prossimo e ultimo episodio faremo un passo indietro e guarderemo il libro da fuori, come Belzebù guarda la Terra: che cosa regge, che cosa scricchiola, chi era davvero l’uomo che lo ha scritto, e come leggerlo senza trasformarlo nell’ennesima fede.
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