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L’italiano, e, secondo me, anche gli italiani, sono tanta roba, per dirla con gli x, o gli y, e anche i tizi, ma non i caii e i semproniii. Almeno provarci. Ma ora ci concentriamo sulla lingua, delizia assoluta per uno che scrive, o tenta di farlo. Butti lì una parola – vedi titolo accluso – ed ecco che ti esce: una città, un gioco da tavolo, bacco-tabacco e venere, tasse economia e altro a piacimento. Veramente volevo solo … eh … che avrò voluto? Saperlo. Diciamo che avere le idee chiare aiuterebbe, e questo, non è il mio caso. Ma iniziamo dal gioco, in fondo, forse, era quello la mia meta – o metà – originaria. Chi non ha mai sognato di mettere quattro case e un albergo in Via dei Giardini, o, al più, in Via Roma. Ecco, allora mi domando, a Monopoli, quella vera, in Puglia, ridente località di mare, ci saranno via Roma o, via Giulio Cesare?

Non so voi, ma io ho i brividi in tutto il corpo. Manca solo di sapere dov’è il via per riscuotere il premio partita ad ogni giro, e potrei anche decidere di andare in pensione. Ritirarmi qui, sul lungomare, anche con una tendina, tanto qui fa sempre caldo, o comunque non fa freddo, non molto. Meraviglia italiana numero “tanti”, – assai – l’ennesima, meraviglia. Eppure ci ostiniamo a cercare di costruire fabbriche, o, al limite, – ultima tendenza governativa di moda – affittare territori, questi bellissimi territori, non lande desolate in mezzo alla taiga o alla tundra o alla steppa – con buona pace di Pugacioff – affittare territori – lo riscrivo per sottolineare – ai boss della silicon vallei – senza ypsilon, non le meritano – per posizionarvi server farm. Avete presente quei cosi che ci ostiniamo a chiamare cloud, e, immaginare come praterie assolate di nuvole in cieli spaziosi e perennemente azzurri? Ecco non sono fatti così i cloud. Ma che ve lo dico affà! Allora Monopoli, quella finta del gioco, nasce senza Y, ma poi la consegue, per presunte confusioni con altri termini, di cui sopra, ma anche altri che forse, vedremo più sotto. La Y non cambia la sostanza e la scatola di gioco. Quello che cambia invece le carte in tavola è sapere che Monopoly non nasce per primo, ma arriva secondo o forse esimo, dopo altri giuochi similari mutuati tutti dal capo-e-stipite, attenti agli stinchi, delle giocherie di possidenti e proprietari, dei capitalisti, insomma. Esso gioco si chiama Landlord

Come appare chiaro già dal proto tabellone, siamo in guisa – messeri e gentildonne/i/a/um – e dalle parti del nostro con la Y, esso gioco altro – LandLord – è addirittura ispirato alle teorie di un vero economista, quelli con la A maiuscola, qui da noi non si usa, Henry George, il quale diceva e scriveva e poi in alcune situazioni spiegava e dichiarava che: – testuali parole, così come io stesso le ho sentite nel 1890 – “ognuno ha il diritto di appropriarsi di ciò che crea attraverso il proprio lavoro, ma ogni cosa che si trova in natura, appartenga in maniera egualitaria a tutta l’umanità. In prima battuta e soprattutto, la terra”.
Quindi il padrone della terra è il vincitore dell’omonimo gioco, che, nei primi anni del ‘900, millenovecento, la creatrice di giochi e imprenditrice Elizabeth Magie, realizzò, se medesima. L’intento, dell’autrice del gioco, come spesso accade con i giochi, non era solo lo svago, per sé e per gli astanti, o i giocanti – qualcuno li chiama ancora giocatori – ma più pedagogico, e consisteva in o nel “dimostrare gli effetti negativi economici del monopolio – siete saltati sulla seggiola, vero – e dell’uso dell’imposta sul valore fondiario come rimedio”. Che dire, “tanto va la gatta al largo che ci lascia la collottola, soprattutto senza salvagente”, come recita il noto adagio popolare. Prosperità condivisa contro capitalismo spietato. Forse è il caso di ripristinare questo di gioco e mandare in pensione quell’altro con la Y? Chissà come la pensa a tal proposito, il premio Nobel per l’economia Muhammad Yunus, e, soprattutto, come sta andando la sua avventura da primo ministro del suo paese, il Bangladesh? Credo proprio che l’ultima parte su prosperità e spietatezza, la approverebbe. Segnatevi che torneremo presto a parlare di Elizabeth Magie, personalità eclettica e multidisciplinare, qualunque cosa voglia dire, vera precorritora/trice dei tempi, delle mode, dei giuochi e non solo. Del resto il ruolo e le responsabilità dell’inventrice, inventora, inventata, americana, non fu subito chiaro e noto e solo con l’arrivo dell’anti-monopoly divenne centrale, anzi anticipatore, anzi determinante.

Ecco qui che arriva la notizia nella notizia, della notizia, per la notizia, e o i, e con le vocali abbiamo finito, per ora. L’anti-monopoli con o senza Y, esiste per davvero. Lo ha creato un altro economista – in questo caso lui direttamente – per contrastare la logica, a suo modo di vedere, profondamente sbagliata, che sostiene il celebre gioco da tavolo. Ralph Anspach, professore alla State University di San Francisco, negli anni ‘70 del novecento – periodo di contestazione, come ben sappiamo, e da oggi, anche fra i giochi – criticando i “monopoli” – inteso come altro modo di usare la nostra parola, ricordate l’attacco di questo post? – a favore della competizione libera, meglo conosciuto come “libero mercato”. E fu proprio isso, lui, il professore scampato al nazismo e rifugiatosi in USA, a scoprire il “ratto” del gioco della Magie da parte dei cosiddetti inventori del Monopoly. Perchè di questo, alfine, – io tocco – si era trattato. Checchè vi vogliano dire o non dire. Ed è qui, cari lettori e lettrici a/is/os/um con dieresi e anche senza, che vi voglio. Qui vi voglio, ribadisco, carissimi. Il senso vero di tutto ciò, non sta, nel fare pubblicità ad un gioco da tavolo, notissimo e vendutissimo. Bensì – e sottolineo – bensì, al suo antitetico gemello, a cui, i monopolisti, quelli veri, del vero y giuoco, hanno fatto una guerra spietata e senza esclusione di colpi.

Per il professore-ideatore di origine tedesca, il gioco con la Y, fa pensare ai giocanti che il monopolio sia il bengodi, una sistema a cui puntare, un modo per fare soldi bene e con estremo profitto. Una roba trumpiana direbbero i saggi delle 7. Intese come ore. Per dissuadere le persone giocariamente impegnate che invece aveva ragione la progenitrice del giuoco – nonchè la sua vera inventora – e il George, economista di allora e ispiratore del gioco. Il san francischico econimista teutonico d’origine ha messo mano a un gioco che facesse vedere – giuocando – quanto i monopoli e il sistema economico su essi fondato, fosse – ed è, non dimentichiamolo – tossico per il libero mercato. (non è certo l’unica strada o la migliore, però è una strada alternativa ndr). Pensiero unico 0 – libero pensiero 1.
I giocatori di Anti – oramai siamo grandi amici – iniziano a giocare trovandosi in una realtà monopolista – anzichenò – come se avessero appena finito di giocare al collega con la Y, vincendo la partita secondo le regole del fratello maggiore. Dopo un paio di saluti al sole e qualche minuto di stretching, anche e soprattutto mentale, los giocatores di Anti intraprendono azioni e azieni a lungo, medio e breve, termine per far ribaltare i monopoli e fare riemergere sul tavolo da gioco regole libere per un mercato altrettanto libero. Non tutti gli astanti però fanno i buoni, perchè Anti è cool, e quindi si assiste ad uno scontro fra monopolisti e concorrenti. Che detto così potrebbe non essere chiaro. Allora preciserei che – nel solito italiano uno e multiplo – la parola concorrenti dentro al giuoco di cui sopra non significa partecipanti alla partita ma in concorrenza, anzi meglio, dediti alla libera concorrenza, insomma adepti e fautori del libero mercato.
All’uopo I giocatori scelgono se essere concorrenti o monopolisti, e applicando regole differenti ai due gruppi: di fatto, si fanno concorrenza. Capito lo scherzetto, pure senza dolcetto?
nb. alla fine, siccome la vita è strana e il mondo è rotondo, dopo lotte, cause, avvocati e sputtanamenti vari, i due giochi antitetici ma nemmeno troppo, sono finiti sotto la medesima proprietà – capitalismo e non ne parliamo più – che fa soldi con entrambi, tutti e due. (risata sardonica)
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