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Ci conoscevamo da lungo tempo, la vidi svoltare l’angolo, il suo passo non era quello di sempre, pareva lento, non lo accelerò neppure vedendomi. Mi stupii subito e dopo un abbraccio la invitai a merenda. Qualcosa doveva esserle accaduto.
Le offrii la poltrona più comoda, misi sul fuoco dell’acqua e scelsi una tisana, la più delicata. Avevo miele di montagna, sapevo che lo apprezzava. Preparai senza parlare, aspettavo la sua voce.
Il viso triste si contrasse in pieghe di rabbia, le mani si contorcevano e lentamente la schiena si appoggiò allo schienale, fu in quel momento che alcune lacrime cominciarono a scorrerle sulle guance. Con estrema calma misi le tazze più belle che posseggo su un vassoio, adagiai sui piatti i cucchiaini e misi al centro il miele, cercai due tovaglioli ricamati. In quell’istante pensai che intorno a lei tutto era accogliente. Spostai un tavolo di piccole dimensioni, appoggiai il vassoio con la bevanda calda e con fette di torta.
Mi limitai a versare nelle tazze, il profumo si stava spandendo nella camera.
Non riusciva né a bere, né a mangiare, come impietrita. Sentivo che non dovevo dire nulla, dovevo offrirle il conforto di una casa calda e di un’amica vicina.
Quando le sue mani furono calde, fluenti uscirono frasi.
“ Nonostante mi impegni a fare del mio meglio mi trovo ingarbugliata in pasticci, imprecisioni, errori frequenti. Ma allora tutto l’impegno in cui mi prodigo a cosa serve? Sono nata per sbagliare?
Posso dirmi “capita a tutti” ma vedo gli altri migliori di me, di sicuro quelli che più stimo.
Tutte queste cadute mi sfiniscono, mi rialzo, è vero, ma con un grande dispendio energetico. Ho la testa piena di incertezze, perché non so quanto all’atto pratico valgo. E’ proprio la pratica che mi fa tentennare e poi scivolare. Per mesi mi sento al passo, sicura e poi arriva la stanchezza fisica accompagnata da quello che tutti chiamano stress.
Saprei come tornare ad inspirare profondamente, espirando problemi e dubbi. Pare che manchi il tempo, corro, corro tanto e non so se qualcuno se ne accorga.
Sentirsi dire: “bene” basterebbe”.
Ogni sua piega sul viso lenta scomparve, le braccia si appoggiarono sulle gambe e il suo respiro si fece più profondo. Le offrii la torta, ora un po’ di dolce ci voleva!
Era inutile dirle che tante vite sono faticose, pur in contesti diversi.
Lei da sola conosceva la via per riprendersi: primo concedersi il dono del lasciarsi andare e poi regalarsi momenti unici, quelli che ognuno sa molto bene.
Non crogiolarsi nella malinconia, ricercare le gioie, anche quelle quasi invisibili.
Le chiesi se voleva sentire un po’ di musica o passeggiare, preferì camminare, scelse un sentiero che anch’io percorro spesso, assolato quasi sino al calar del sole.
Guardammo piante e fiori, e visto il cielo terso facemmo qualche foto.
Le nostre gambe si muovevano sincrone, arrivarono le risate e i pensieri pesanti si dissolsero nell’atmosfera del tramonto. Un temporale era svanito.
Chissà la prossima volta, incontrandoci per caso, sarà lei a starmi vicina. Non sono i lunghi discorsi, le disamine che portano conforto o avvicinano a risoluzioni, è il sapere che esisti con te stessa ed anche con chi ti vuole bene pur conoscendoti.

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