Pratica di creare unmeme. Se non sapete che cosa è un meme, è il momento di informarsi. Lo dico per il vostro bene. Esseremematial giorno d’oggi, può creare imbarazzo, ma anche gioia. Informatevi, datemi retta. Oppure, rimanete qui e proseguite la lettura. A vostro rischio e pericolo.
Memareè un verbo speciale assai: transitivo e intransitivo in se medesimo, regge e non regge il complemento oggetto. E di solito non pulisce il water. E questo non gli fa onore, in compenso è un gran simpatico. (avrete notato che sto dando del maschile al signor meme, non vorrei apparire patriarcale, se volete fra un pò le darò del femminile o potrei neutralizzarlo/a/um). A disposizione, fatemi sapere. Tornando a noi dunque si possono creare e diffondere memi, ma, e dico ma, e aggiungo embè, si possono anche memare le persone, gli eventi, gli animali, gli orizzonti degli eventi in presenza o assenza di forze gravitazionali positive o negative. Memare è un verbo assai assai:la forza scorre potente in lui/lei/um.
Pensate che dalla famiglia del meme subito verbata in memare – della prima – sono arrivati a stretto, ma che dico, strettissimo giro:
memer
mematore
memista
memetico
memabile
Pausa a effetto. Per permettere a tutti, voi compresi, di riflettere su l’enormità del fatto sussospra raccontato. Riflettete anche, visto che state in pausa di riflessione, su quanti neologismi o neotermini o neoparole o neoverbi, vi capiti di inciampare, intravedere o imbattervi, nel mentre che svolgete detto scritto dallo scrivente qui presente elaborato ma anche un pò meno.
Fatte le debite presentazioni e le pause di circostanza all’uopo, direi di proseguire. Ebbene, la paroletta all’origine del verbo di cui sopra, non nasce presto, neanche troppo tardi, direi nel medio periodo. Anni ‘70 del secolo scorso. A mettervi mano per primo pare sia stato uno scienziato. Cosa faremmo senza di loro.
Scrive nel suo saggio“Il gene egoista”il biologoRichard Dawkins:
“L’analogia fra l’evoluzione culturale e quella genetica è stata spesso tirata in ballo, spesso con toni esageratamente mistici. In particolare, Sir Karl Popper ha studiato l’analogia fra il progresso scientifico e l’evoluzione genetica a opera della selezione naturale”.
Cominciate a capire? Io no!
Proseguiamo a leggere:
“Intendo affermare, per quanto questa argomentazione possa sorprendere da parte dell’autore dei capitoli precedenti, che per comprendere l’evoluzione dell’uomo moderno dobbiamo anzitutto chiarire che il gene non è l’unica base delle nostre idee sull’evoluzione”.

Capire, non si capisce ancora, ma, e dico ma, qui scatta l’assonanza – zazà – l’avete sentita anche voi?Gene – Meme, vi dice qualcosa? Seguitiamo:
“Che cos’hanno di speciale i geni, dopo tutto? La risposta è che sono dei replicatori. Ora, come le leggi della fisica sono, a quanto si crede, vere per tutto l’universo accessibile, esistono principi biologici che potrebbero avere una validità altrettanto universale?“
Sulla validità delle leggi della fisica ci sarebbe molto da dire. Oggi, Today, che abbiamo la quantistica l’immutabilità delle leggi della fisica enunciata due righe più sopra, denuncia – battuta – la senilità di tale principio. Erimo per non dire, eravamo, nei ‘70 come già accennato prima, e quindi glielo daremo per buono. Però gene e meme e replicatore cominciano a far rima, non trovate?

Infatti il biologo del nostro cuore conclude – in realtà ci sono parecchie decine di pagine ancora da leggere ma noi ci fermiamo qui, non vorrei noiarvi oltre (notare il neodialettismo) – con questa magnifica chiosa – del resto se concludesse con un’apertura avrebbe poco senso ndr.- :
“Io credo che un nuovo tipo di replicatore sia emerso di recente proprio su questo pianeta. Ce l’abbiamo davanti, ancora nella sua infanzia, ancora goffamente alla deriva nel suo brodo primordiale ma già soggetto a mutamenti evolutivi a un ritmo tale da lasciare il vecchio gene indietro senza fiato. Il nuovo brodo è quello della cultura umana. Ora dobbiamo dare un nome al nuovo replicatore, un nome che dia l’idea di un’unità di trasmissione culturale o un’unità di imitazione. Mimeme deriva da una radice greca che sarebbe adatta, ma io preferirei un bisillabo dal suono affine a gene: spero perciò che i miei amici classicisti mi perdoneranno se abbrevio mimeme in meme”.
(per la precisione mi corre l’obbligo di spiegare chemimemein greco significa“ciò che è imitato”, e il verbo da cui deriva(mimeisthai) significa“imitare”, tutto questo per la precisione) del resto non ci dice nientemimesie poimimetico, financomimo!
Eccoci arrivati dunque al meme, moderno cugino del gene, senza e con gli gnocchi, tutto intento nel creare repliche“aggiustate”, diversificate, personalizzate, leggermente spostate, o scostate, imitate e imitabili, vecchie e nuove assieme, originali e uniche ancorché riconducibili ad altro e svariato ancora. I meme o memi – a/um a dir si voglia sono il o/a/ um prodotti di questo rimescolamento cosmico culturale. E a questa conclusione giunge anche egli lui isso scienziato che chiude con un levare e un battere degni dell’apoteosi e anche dell’apocalisse, scegliete voi:
“I memi dovrebbero essere considerati come strutture viventi e non soltanto in senso metaforico, ma anche tecnico. Quando si pianta un meme fertile in una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si trasforma in un veicolo per la propagazione del meme, proprio come un virus può parassitare il meccanismo genetico di una cellula ospite. E questo non è soltanto un modo di dire: il meme che predispone, diciamo, a credere nella vita dopo la morte si realizza fisicamente, milioni di volte, come una struttura del sistema nervoso degli uomini di tutto il mondo”.

In realtà a spiegare in modo così chiaro e dettagliato la “memodica” detta anche “memomidica o memomitica” non è Dawkins, bensì, come si premura di spiegarci lo stesso Richard, un suo collega di nome, e di fatto,N.K.Humphrey. E ho detto tutto. Il buon NKH tra l’altro, inserisce nella spiegazione pure il concetto diviraleche con meme e con il nostro presente va proprio tanto, tanto, ma tanto d’accordo.
E attenzione. Lo dico più forteATTENZIONE.
Meglio vero? Tutto questo accadeva nei ‘70 del secolo scorso. Senza rete, web, internet. Senza Gates, Amazon, Apple, Musk, Google, Faccialibro e cinguettii e pure Trumpi – quest’ultimo non c’entra una beneamata, – ma Parigi val bene una Messa, o no?
Come specificano in modo indubitabile, scritto nero su bianco e inciso su lastre di metallo, le nostre amiche del cuore Intelligenze Artificiali Generative:
“Con l’avvento di Internet, il termine meme è diventato di uso comune per descrivere specificamente contenuti virali, come immagini, video o battute, che si diffondono rapidamente online attraverso la rielaborazione e la condivisione”.
Con l’avvento – a proposito avete aperto la casella del 4 dicembre, oggidì, e vi siete pappati la leccornia in essa contenuta? – di internet, specifica l’AI, e come darle torto. Ma. In mancanza delle diavolerie nostre quotidiane, il meme già c’era e funzionava benissimo, come dicono ancora nel libro, i nostri amici scienziati:
“Esempi di memi sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi. Proprio come i geni si propagano nel pool genico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione. Se uno scienziato sente o legge una buona idea, la passa ai suoi colleghi e studenti e la menziona nei suoi articoli e nelle sue conferenze. Se l’idea fa presa, si può dire che si propaga diffondendosi di cervello in cervello”.

E infatti, tornando sui nostri passi, ai giorni nostri e nell’immediatezza mediatica anzichenò dell’enciclopediaTreccani, magari, online, scopriamo che:
meme
s. m. Singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro (giornale, libro, pellicola cinematografica, sito internet, ecc.). I memi digitali sono contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul web. Un video, un disegno, una foto diventa meme quando la sua replicabilità, che dipende dalla capacità di suscitare un’emozione, è massima. (Federica Colonna, Corriere, 18 dicembre 2011, La Lettura, p. 9) Un “meme”, nel gergo della Rete, un “miim” nella pronuncia inglese, diffuso attraverso i meccanismi delle nuove tecnologie e dei nuovi prodotti, hashtag, Facebook, blog, email, YouTube, usato a volte per fare pubblicità commerciale. Chiunque può entrarvi e uscirne, anche lasciando un messaggio, un suggerimento, una spiata nella cassetta postale (Vittorio Zucconi, Repubblica, 6 marzo 2012, Prima Pagina)
Concludendo.Memeomemare, a mio avviso, sono azioni che nascono in un mondo analogico ma si sono adattate e poi trasformate in modo totale e assoluto – dentro il mondo digitale nostro presente – in“non so come chiamarle e quindi lo scrivo in questo modo”– potrei definirlo/a/um uazzabadau– e quindi andrebbero riprodotte in modi e maniere totalmente aliene a ciò che si intende e si fa oggidì con loro medesimi/a/um. Ma non lo facciamo, chissà perchè?
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