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Tbilisi, palinsesto caucasico

Stratificazioni architettoniche, fantasmi sovietici e geopolitica dell’ospitalità nella capitale georgiana

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Bip!Al segnale acustico la funicolare si mette in movimento tra strattoni e scricchiolii. Non è solo un mezzo di trasporto: è una macchina del tempo arrugginita che arrampica verso Mtatsminda, la “montagna sacra” che da millecinquecento anni veglia su Tbilisi come testimone muto di invasioni, dominazioni e metamorfosi. Ogni metro di salita è un secolo che scorre all’inverso, attraverso gli strati sovrapposti di una città che ha trasformato la propria vulnerabilità geografica — crocevia tra Oriente e Occidente, tra Persia e Russia, tra cristianità e islam — in una straordinaria capacità di assorbimento e riconfigurazione culturale.

La leggenda fondativa racconta di Vakhtang I Gorgasali, re di Iberia nel V secolo, che scoprì le sorgenti sulfuree inseguendo un falcone. Ma è l’atto fondativo stesso a contenere il codice interpretativo della città: Tbilisi nasce da un incidente, da uno scontro imprevisto tra elementi che precipitano insieme. È questa collisione perpetua — architettonica, etnica, religiosa, geopolitica — a definire l’identità di una capitale che ha fatto della stratificazione caotica la propria estetica urbana e esistenziale.

L’architettura come palinsesto: quando le epoche si divorano reciprocamente

Clack!500 metri più tardi le porte della funicolare si aprono su un panorama che è insieme antologia e autopsia: millecinquecento anni di storia si accalcano disordinatamente lungo le sponde del Kura (Mtkvari in georgiano), componendo uno skyline che sarebbe piaciuto a Walter Benjamin. Qui il tempo non procede linearmente ma si accartoccia su se stesso, creando cortocircuiti temporali dove l’Art Nouveau di Sololaki dialoga — o si scontra — con i monumentali lasciti del socialismo reale, mentre le architetture avveniristiche di progettisti italiani (Massimiliano e Doriana Fuksas con il Public Service Hall e il Theatre and Exhibition Hall, Michele De Lucchi con il Ponte della Pace) si inseriscono come protesi futuristiche in un corpo urbano ancora segnato dalle cicatrici della Storia.

Questa anarchia architettonica non è accidentale: è il prodotto di secoli di conquiste e riconquiste. I Sasanidi nel IV secolo, gli Omayyadi nel VII, gli Ottomani, i Persiani, l’Impero Russo nel XIX secolo, l’Unione Sovietica nel XX. Ogni dominatore ha sovrapposto il proprio linguaggio architettonico senza mai cancellare completamente quello precedente. Il risultato è una città-palimpsesto dove leggere richiede capacità archeologiche: sotto ogni superficie se ne nasconde un’altra, e un’altra ancora.

Il quartiere di Sololaki esemplifica questa stratificazione: dietro i portoni al civico 15 di Galaktion Tabidze, al 6 e 9 di Geronti Kikodze, al 20 di Pavle Ingorovka si celano sfarzose scalinate e androni affrescati, vestigia della Belle Époque quando la borghesia georgiana costruì il proprio sogno europeo. Ma questi palazzi Art Nouveau — a lungo trascurati dopo la sovietizzazione — stanno ora attraversando una fase di recupero ambigua: gentrificazione culturale o riappropriazione identitaria? La domanda rimane aperta mentre i capitali internazionali cominciano a scoprire Tbilisi come “la nuova Berlino del Caucaso”.

Ospitalità come resistenza: la geopolitica dell’accoglienza

È impossibile comprendere Tbilisi senza considerare la sua attuale funzione di rifugio. Tra le sue strade vivono oggi migliaia di ucraini in fuga dalla guerra e russi che rifiutano la mobilitazione forzata. La città li accoglie con quella che i georgiani chiamanostumari upali arian— “l’ospite è sacro”, principio che alcuni rivendicano come greco ma che qui ha radici profonde nella cultura caucasica.

Quest’ospitalità, tuttavia, non è ingenua. È carica di memoria storica e posizionamento geopolitico. La Georgia conosce bene il prezzo dell’aggressione russa: nel 2008 la guerra dei cinque giorni con la Russia lasciò 20% del territorio nazionale occupato (Abcasia e Ossezia del Sud). Accogliere i rifugiati russi è quindi un gesto che contiene simultaneamente umanità e affermazione politica:noi non siamo come voi.

L’afflusso di russi — spesso giovani, istruiti, appartenenti alla classe creativa — sta trasformando quartieri come Fabrika e Vera in nuovi hub cosmopoliti. Ma questa trasformazione genera anche tensioni: l’aumento dei prezzi degli affitti, la russificazione linguistica di alcuni spazi pubblici, il risentimento latente verso chi fugge un regime che molti georgiani percepiscono come ancora coloniale. Tbilisi diventa così laboratorio involontario di una convivenza post-imperiale, dove l’ospitalità è pratica quotidiana di resistenza e insieme terreno di negoziazione identitaria.

Fantasmi sovietici: tra nostalgia e oblio

Piazza della Libertà, cuore pulsante di Tbilisi, racconta in un’immagine la violenza delle transizioni: nel 1991 la statua di Lenin venne rimossa senza cerimonie per fare spazio a un San Giorgio dorato a cavallo. Ma i “rimasugli” sovietici resistono ovunque, e non sempre come rovine da dimenticare.

I mosaici della fermata del metrò “Università Tecnica” (1979), quelli sulla facciata della caserma dei pompieri nel distretto di Ortachala firmati da Givi Kervalishvili, gli affreschi delle stazioni metropolitane: questi non sono semplici decorazioni, ma testimonianze di un’estetica che il regime sovietico georgiano sviluppò come forma di resistenza culturale dentro la gabbia dell’internazionalismo socialista. Il libroArt for architecture. Georgia. Soviet modernist mosaics from 1960 to 1990(Dom Publishers) documenta questa particolare declinazione del modernismo sovietico che a Tbilisi assunse caratteristiche distintive, integrando elementi della tradizione visiva georgiana.

Anche la statua di Madre Georgia (1958), eretta per celebrare i 1.500 anni della capitale, appartiene a questa ambigua categoria: simbolo sovietico che è diventato simbolo post-sovietico, icona di una georgianità che attraversa i regimi. Tiene una coppa di vino nella mano sinistra (per gli amici) e una spada nella destra (per i nemici): diplomazia caucasica in forma allegorica.

Il rapporto con l’eredità sovietica a Tbilisi non è né nostalgia acritica né iconoclastia totale, ma rinegoziazione selettiva: quali frammenti conservare, quali rimuovere, quali reinterpretare. La torre della televisione (274,5 metri) sul Mtatsminda domina ancora lo skyline, ma il suo significato è mutato: non più antenna del potere centrale, ma landmark urbano svuotato di ideologia.

Oriente e Occidente: una dicotomia che Tbilisi dissolve

Il Museo dell’Accademia statale delle arti, nell’ex palazzo del mercante armeno Vardan Astvatsatryan Arshakuni (sindaco tra 1858-60), condensa in poche stanze la complessità identitaria georgiana. Le maestranze persiane assoldate dal mercante ricoprirono le pareti con un caleidoscopio di specchi che crea effetti ottici vertiginosi: un interno orientale che riflette all’infinito se stesso, moltiplicando prospettive e abolendo ogni centro stabile. È metafora perfetta di una città — e di una nazione — che ha sempre rifiutato di scegliere definitivamente tra Est e Ovest, preferendo abitare la zona liminale, il confine stesso.

La città vecchia di Abanotubani amplifica questa ambiguità: chiese ortodosse georgiane convivono con la moschea del XVIII secolo, sinagoghe affiancano templi armeni, mentre le cupole rosse dei bagni sulfurei — istituzione persiana trapiantata nel Caucaso — continuano a emanare quell’odore di zolfo che già Steinbeck, nel suoA Russian Journal(1948), aveva trovato “antico e misterioso”. “Se esistono fantasmi da qualche parte nel mondo,” scrisse osservando la fortezza di Narikala stagliarsi contro la luna, “devono trovarsi qui”.

Questa convivenza non è stata sempre pacifica — la storia georgiana è costellata di persecuzioni e conflitti etno-religiosi — ma Tbilisi ha sviluppato nel tempo una capacità di compartimentazione culturale che permette a identità diverse di coesistere senza necessariamente fondersi. È una multiculturalità per stratificazione più che per integrazione: le comunità mantengono confini porosi ma riconoscibili.

Eroi ambigui e controversi: Rustaveli, Pirosmani, Tsereteli

Il viale Rustaveli — chilometro e mezzo che attraversa il cuore della capitale — porta il nome del poeta medievale autore deIl cavaliere dalla pelle di leopardo(o dalla pelle di pantera, il dibattito continua). Shota Rustaveli è per i georgiani ciò che Dante è per gli italiani: fondatore di una lingua letteraria, codificatore di un’identità nazionale. Ma lungo il viale che porta il suo nome si allineano istituzioni che raccontano altre genealogie culturali: il Museo Nazionale con il suo “tesoro archeologico”, il neomoresco Teatro dell’Opera, il Museo Georgiano di Belle Arti.

Alla Galleria Nazionale vive la venerazione per Niko Pirosmani (1862-1918), pittore naif che trascorse la vita come mandriano, lattaio, imbianchino, morendo in povertà assoluta prima di essere scoperto dall’avanguardia artistica. Oggi Picasso è considerato suo estimatore postumo, i suoi quadri valgono milioni, la sua immagine appare su banconote e calzini. È la parabola dell’artista-genio-incompreso che ogni cultura nazionale costruisce per legittimare la propria tradizione visiva: Pirosmani diventa retroattivamente georgiano in un momento in cui la Georgia deve costruire narrazioni di unicità culturale.

Assai più controversa la figura di Zurab Tsereteli (1934), artista prediletto dalle autorità sovietiche e poi russe (dal 1997 presiede l’Accademia d’arte russa a Mosca). Le sue sculture e mosaici decorano Tbilisi, Mosca, New York, Tokyo, Roma (Villa Borghese). I georgiani lo hanno sempre percepito come troppo filo-russo per concedergli affetto incondizionato, ma le sue qualità tecniche sono innegabili. Il suo Moma (Museum of Modern Art) in viale Rustaveli e la monumentale “Cronaca della Georgia” — struttura alta 35 metri dedicata alla storia georgiana — oscillano tra celebrazione nazionale e megalomania sovietica. Che un americano abbia acquistato per milioni un suo mosaico del 1971 (ora bloccato da controversie immobiliari) dice molto sul mercato dell’arte post-sovietica: ciò che ieri era propaganda oggi è investimento.

Fabrika: gentrificazione creativa o rigenerazione urbana?

Dove un tempo sorgeva la manifattura “Nino” — orgoglio tessile della Repubblica Sovietica di Georgia — oggi si estende Fabrika, hub creativo nato dalla visione dell’imprenditore Valeri Chekheria. Caffè specialty, spazi co-working, concept store, gallerie, ostello di design: l’intero repertorio della gentrificazione hipster applicato a una fabbrica dismessa.

Lo stesso Chekheria ha replicato il modello con Stamba, versione lusso ricavata da un’enorme stamperia in via Kostava: hotel cinque stelle, museo multimediale, orto verticale fantascientifico dove si coltivano fragole idroponiche. È il capitalismo creativo che colonizza le rovine del socialismo industriale, trasformandole in spazi per una classe cosmopolita che beve flat white e lavora in remoto.

Ma questa trasformazione solleva interrogativi: chi veniva espulso quando la manifattura “Nino” è diventata Fabrika? Dove sono finiti gli operai che cucivano i vestiti che vestivano l’Unione Sovietica? La risposta è nel silenzio che circonda queste domande. Tbilisi, come molte città post-industriali, sta imparando che la “rigenerazione urbana” è spesso eufemismo per sostituzione di popolazione.

Il Ponte Secco offre contrappunto melanconico: il più fenomenale mercato delle pulci dell’ex Unione Sovietica, dove samovar, monete, francobolli, radio, libri, ceramiche sovietiche vengono venduti da anziani che liquidano frammenti di vite vissute. Ogni oggetto in vendita è reliquia di un’epoca scomparsa, monetizzazione della nostalgia. “Gli affaroni di un tempo sono ormai un ricordo,” ammette persino la guida turistica, riconoscendo che anche il mercato dell’usato è stato normalizzato dal capitalismo.

Tbilisi come interrogativo

Tbilisi non offre sintesi. È città che resiste alla narrazione lineare, alla facile categorizzazione come “ponte tra Est e Ovest” o “laboratorio post-sovietico”. È invece interrogativo permanente: cosa significa ricostruire un’identità nazionale dopo secoli di dominazioni? Come si convive con un’eredità sovietica che fu insieme oppressione e struttura di welfare? Quale forma di modernità è possibile per una città che non vuole — o non può — scegliere tra tradizione e innovazione?

Le sue 1.150.000 anime cordiali abitano queste contraddizioni quotidianamente, navigando tra moschee e chiese ortodosse, tra mosaici sovietici e architetture avveniristiche italiane, tra ospitalità caucasica e tensioni geopolitiche. Forse è proprio questa capacità di tenere insieme gli opposti senza risolverli — di essere simultaneamente antica e futuristica, orientale e occidentale, accogliente e diffidente — a rendere Tbilisi non solo sopravvissuta ma vitale.

Come scrisse Steinbeck nel 1948, se esistono fantasmi devono essere qui. Ma non sono fantasmi del passato: sono fantasmi del futuro, di tutti i futuri possibili che questa città tiene aperti, rifiutando la scelta definitiva. È questo, forse, il vero significato della leggenda del falcone e del fagiano: Tbilisi nasce dalla collisione, e nella collisione perpetua trova la propria ragione d’essere.


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