Cerca nel Franti
Sensi - Suoni, arti, cibo, mode…

“Hey, That’s No Way to Say Goodbye” di Leonard Cohen

Deep Cuts d’Autore #004

GUARDA

ASCOLTA

“Hey, That’s No Way to Say Goodbye” – Leonard Cohen

Quando Il Poeta che Sussurra alle Anime

Leonard Cohen non grida. Mentre Bob Dylan affida al tumulto delle piazze i propri slogan di resistenza, Cohen si ritira negli angoli più intimi dell’esperienza umana e, da lì, sussurra messaggi che penetrano l’anima con la delicatezza di una lama ben temperata. “Hey, That’s No Way to Say Goodbye” è forse l’esemplificazione più pura di questo approccio: una canzone che non celebra l’abbandono né lo drammatizza, ma lo osserva con la tenerezza misurata di chi sa che l’estetica del dolore vale tanto quanto il dolore stesso.

Nel dibattito perenne tra Dylan e Cohen—una contesa che avrebbe meritato un riconoscimento internazionale completamente diverso—la questione non è se uno sia “migliore” dell’altro, bensì come due sensibilità poetiche radicalmente diverse possono coesistere nello stesso universo creativo. Cohen ha sempre posseduto una qualità che Dylan non ha mai sviluppato con la stessa ossessione: l’abilità di cesellare ogni singola parola come uno scultore che lavora il marmo, rifinendo ogni superficie fino a quando l’equilibrio tra bellezza formale e profondità semantica diventa assoluto.

La Genesi: Una Stanza Bruciante al Penn Terminal Hotel

Accanto ai brani più celebri ed osannati di Leonard Cohen, primi fra tutti “Halleluya” e “Suzanne” ci sono canzoni meno “importanti” ma di grande valore come questa che vi proponiamo oggi che, non a caso è stat usata come sfondo di messaggi più popolari come pubblicità televisive.

La storia della nascita di questa canzone rivela già il metodo di Cohen. Nel 1966, il poeta canadese—allora ancora agli albori della sua carriera musicale—si trovava in una stanza soffocante del Penn Terminal Hotel su 34ª strada a New York. La finestra non si apriva. Le pareti custodivano umidità e risentimento. In quella atmosfera di claustrofobia emotiva, Cohen annotò in matita una composizione che nasceva da una profonda contesa amorosa con una donna bionda, da lui stesso definita come “il litigio amaro nel quale eravamo impegnati”:

”The room is too hot. I can’t open the windows. I am in the midst of a bitter quarrel with a blonde woman. The song is half-written in pencil but it protects us as we manoeuvre, each of us, for unconditional victory.”

Questa descrizione è illuminante perché rivela il paradosso fondamentale della pratica creativa di Cohen: la canzone emerge da uno stato di conflitto irrisolto, eppure non contiene rancore. Al contrario, la compone il lamento dolce di chi osserva il termine di una relazione senza la ferita del vittimismo. Il conflitto amoroso diventa il catalizzatore di una riflessione sulla natura stessa dell’addio.

La Prima Incisione: Judy Collins e l’Effetto Moltiplicatore

Uno dei fatti meno noti della storia della musica popolare è che molte delle canzoni più iconiche di Cohen furono registrate per la prima volta non dall’autore stesso, bensì dall’artista folk Judy Collins. La relazione creativa tra Collins e Cohen è una delle più belle del repertorio folk americano: Collins conosceva già il valore poetico dell’opera di Cohen quando egli era ancora terrorizzato dall’idea di esibirsi in pubblico.

Nel novembre 1967, Collins incluse “Hey, That’s No Way to Say Goodbye” nel suo albumWildflowers, contribuendo a stabilire il primo contatto del brano con il pubblico. Solo un mese dopo, nel dicembre dello stesso anno, Cohen rilasciò la propria versione nel suo album d’esordioSongs of Leonard Cohen. L’intervallo temporale è significativo: la versione di Collins ha precorso quella di Cohen, fornendo al pubblico una sorta di “interpretazione preparatoria” della composizione.

La voce cristallina di Collins conferisce alla canzone una qualità quasi angelica, mentre la registrazione di Cohen—con il suo baritono profondo e meditativo—trasforma il brano in una confessione intima. Due interpretazioni dello stesso testo, eppure due universi sonori completamente diversi. Entrambe sono corrette. Entrambe illuminano angoli differenti del significato.

L’Architettura Testuale: Equilibrio Tra Estetica e Significato

HEY, THAT’S NO WAY TO SAY GOODBYEEHI, NON E’ QUESTO IL MODO DI DIRE ADDIO
I loved you in the morning
Our kisses deep and warm
Your hair upon the pillow
Like a sleepy golden storm
Many loved before us
I know that we are not new
In city and in forest
They smiled like me and you
But now it’s come to distances
And both of us must try
Your eyes are soft with sorrow
Hey, that’s no way to say goodbye
I’m not looking for another
As I wander in my time
Walk me to the corner (now)
Our steps will always rhyme
You know my love goes with you
As your love stays with me
It’s just the way it changes
Like the shoreline and the sea
But let’s not talk of love or chains
And things we can’t untie
Your eyes are soft with sorrow
Hey, that’s no way to say goodbye.
I loved you in the morning
Our kisses deep and warm
Your hair upon the pillow
Like a sleepy golden storm
Yes many loved before us
I know that we are not new
In city and in forest
They smiled like me and you,
But let’s not talk of love or chains
And things we can’t untie
Your eyes are soft with sorrow
Hey, that’s no way to say goodbye.
Ti ho amata al mattino
I nostri baci caldi e appassionati
I tuoi capelli sul cuscino
Come un’assonnata tempesta dorata
Molti hanno amato prima di noi
So che non siamo una novità
In città come tra i boschi
Sorridevano come me e te
Ma ora ci siamo allontanati
E dobbiamo entrambi tentare
I tuoi occhi sono bagnati di tristezza
Ehi, non è questo il modo di dire addio
Non vado in cerca di un’altra
Mentre vago per il mio tempo
Accompagnami (ora) all’angolo
I nostri passi rimeranno per sempre
Sai che il mio amore viene con te
Come il tuo amore resta con me
E’ solo il modo in cui cambia
Come il mare e la battigia
Ma non parliamo d’amore o di catene
E di cose che non possiamo sciogliere
I tuoi occhi sono bagnati di tristezza
Ehi, non è questo il modo di dire addio
Ti ho amata al mattino
I nostri baci caldi e appassionati
I tuoi capelli sul cuscino
Come un’assonnata tempesta dorata
Sì, molti hanno amato prima di noi
So che non siamo una novità
In città come tra i boschi
Sorridevano come me e te
Ma non parliamo d’amore o di catene
E di cose che non possiamo sciogliere
I tuoi occhi sono bagnati di tristezza
Ehi, non è questo il modo di dire addio
Traduzione italiana del testo originale di
Yuri Garrett/Leonardcohen.it 2016

Hey, That’s No Way to Say Goodbyefu composta nel 1966 in una stanza d’albergo, dopo una notte d’amore con l’ennesima donna sbagliata. Ecco le parole che scelse per presentare la canzone nel suo Greatest Hits del 1976:

«Questa canzone nasce nel 1966 da un letto fin troppo usato del Penn Terminal Hotel. La stanza è troppo calda. Non riesco ad aprire le finestre. Sono nel bel mezzo di un rancoroso litigio con una bionda. La canzone è scritta per metà a matita ma ci protegge mentre manovriamo, ciascuno di noi, per la vittoria incondizionata. Sono nella stanza sbagliata. Sono con la donna sbagliata.»

Qui arriviamo al cuore della maestria di Cohen come poeta-musicista. La canzone è costruita secondo un principio di simmetria quasi musicale: le affermazioni sentimentali sono bilanciate da negazioni filosofiche; le immagini concrete sono contrappesate a astrazione metaforica. Non è casuale. È certosina.

La Prima Strofa: L’Innocenza e il Riconoscimento

La canzone apre con uno squarcio di tenerezza quasi bucolica:

”I loved you in the morning, our kisses deep and warm / Your hair upon the pillow like a sleepy golden storm”

Ogni parola è pesata. Non è “I loved you yesterday” o “I loved you in spring”—il “morning” di Cohen porta con sé l’inizio, la freschezza, l’illusione di eternità che accompagna i momenti di intimità più profonda. Le “kisses deep and warm” non sono semplicemente fisiche: la profondità è sia fisica che emotiva, mentre il calore echeggia sia passione corporea che calore affettivo.

L’immagine “Your hair upon the pillow like a sleepy golden storm” è magistrale nella sua precisione. Non è “your hair like spun gold”—questo sarebbe poetico ma passivo. È una tempesta dorata consenziente, disordinata, naturale. La donna dorme serenamente; il narratore la osserva con la venerazione di chi sa che quella serenità non durerà.

Poi Cohen introduce il primo colpo di genio: il riconoscimento dell’universalità:

”Yes, many loved before us, I know that we are not new / In city and in forest they smiled like me and you”

Questo è il momento in cui Cohen si distingue da Dylan o da qualsiasi altro cantautore romantico della sua era. Anziché elevare l’amore personale a evento cosmico (come farebbe un poeta meno colto), Cohen lo situua all’interno della storia universale dell’amore umano. Non siamo unici, sussurra. Il che, paradossalmente, rende più profondo il nostro dolore: sappiamo che innumerevoli coppie hanno camminato il nostro stesso sentiero, eppure il nostro dolore rimane solitario e irripetibile.

Il Giro di Boa: La Distanza e la Resa

La transizione verso il ritornello introduce la catastrofe emotiva con la stessa naturalezza con cui il vento cambia direzione:

”But now it’s come to distances and both of us must try / Your eyes are soft with sorrow”

“It’s come to distances”—non “we have grown apart” o “things have changed”. La distanza non è scelta; è accaduta. È sopraggiunta come il tramonto. E poi, il dettaglio visivo che spezza il cuore: “Your eyes are soft with sorrow”. Non durezza, non collera—una tenerezza nel dolore. Gli occhi della donna non brillano di furore; si ammorbidiscono per le lacrime non versate. Ed è proprio questa tenerezza nel dolore che rende il narratore impotente a compiere l’addio nel modo duro che forse varrebbe praticato.

Il Ritornello: La Negazione Delicata

”Hey, that’s no way to say goodbye”

La semplicità del ritornello è devastante. Non è “we shouldn’t say goodbye this way” o “don’t leave me like this”. È semplicemente “that’s no way”—come una madre che rimproverando un figlio non per ciò che fa, ma per il modo in cui lo fa. La forma è importante. La cerimonia della separazione conta. E Cohen, con la sua ossessione estetica, rifiuta un addio brutto proprio come rifiuterebbe una rima imprecisa.

La Seconda Strofa: La Perpetuazione dell’Amore Mutato

La seconda strofa introduce il nucleo della filosofia romantica di Cohen:

”I’m not looking for another as I wander in my time / Walk me to the corner, our steps will always rhyme”

“I’m not looking for another”—questo è importante. Non è in cerca di sostituti. La fine della relazione non è aperta a negoziazioni alternative; è semplicemente l’accettazione che il tempo cambia le cose. Ma poi: “our steps will always rhyme”. La metafora è perfetta: i passi non sono mai stati sincronizzati—il “rhyme” non è l’unisono, ma la corrispondenza armonica. Due ritmi diversi che si rispondono reciprocamente.

”You know my love goes with you as your love stays with me / It’s just the way it changes, like the shoreline and the sea”

Qui Cohen raggiunge l’apogeo della sua maestria lirica. L’amore non muore; si trasforma. E la trasformazione non è morte—è metamorfosi naturale. La riva e il mare rimangono in relazione anche quando l’onda si ritira. Non è una separazione; è un cambio di forma dello stesso fenomeno.

L’Appello Finale: La Protezione dell’Inespresso

”But let’s not talk of love or chains and things we can’t untie / Your eyes are soft with sorrow / Hey, that’s no way to say goodbye”

Il “chains” è cruciale. Cohen sa che parlare dell’amore in un momento di separazione non lo salverebbe—lo trasformerebbe in prigione verbale. E così implora: non pronunciamo incantesimi le parole che ci legano nei momenti in cui abbiamo bisogno di separarci. Il silenzio diventerebbe protezione.

L’Aspetto Musicale: L’Arpeggio Leggero Come Veicolo dell’Intimità

Se il testo di Cohen è cesellato con precisione chirurgica, la composizione musicale è altrettanto delicata. La canzone è costruita attorno a un arpeggio gentile, quasi sussurrante. Non c’è drammaticità orchestrale; anzi, la versione originale di Cohen è incredibilmente minimalista, permettendo alle parole di galleggiare come petali su un ruscello.

L’arrangiamento iniziale include delicate aggiunte—violini, flauti, strumenti a fiato orientali—tutti posizionati da produttore John Simon in modo da non sovrastare mai la voce e le parole. Quando Cohen canta, la musica si ritira. La musica è un veicolo, non una proclamazione. È un’atmosfera, non un’affermazione.

Ciò che rimane è comunque notevole: il fingerpicking circolare in ¾ (tempo di valzer), gli interventi del Jew’s harp (scacciapensieri) eseguiti dai Kaleidoscope, i vocalizzi senza parole di Nancy Priddy— elementi che Rate Your Music descrive come “colori primaverili” in un album altrimenti “marrone ammuffito.”

Questo è un principio compositivo profondamente diverso da Dylan. Dylan usa la musica per amplificare il messaggio, per gridarlo nei campi di cotone e nelle piazze pubbliche. Cohen usa la musica per creare uno spazio intimo in cui le parole possono sussurrare senza essere interrotte. La canzone non è una battaglia; è una conversazione nel buio.

Il Contesto dell’Album: Il Debutto Straordinario del 1967

“Hey, That’s No Way to Say Goodbye” risiede nell’album di debutto di Cohen,Songs of Leonard Cohen, un’opera che fu accolta con perplessità dal critico Arthur Schmidt diRolling Stone, che descrisse l’album come contenente “tre canzoni brillanti, una buona, tre bummer qualificati e tre flaming shit”. La valutazione era emblematica dell’epoca: la critica popolare non sapeva come classificare un ex-poeta che improvvisamente emergeva come musicista con un baritono profondo che sembrava provenire dalle caverne della disperazione.

Eppure il tempo ha fatto il suo corso. L’album è oggi riconosciuto universalmente come una pietra miliare della musica popolare. Ogni canzone contenuta—“Suzanne”, “So Long, Marianne”, “Sisters of Mercy”, “The Stranger Song”—è un monumento alla riflessione introspettiva e alla precisione letteraria.

“Hey, That’s No Way to Say Goodbye” si colloca perfettamente in questa costellazione. È forse la canzone più accessibile dell’album—la meno oscura, la più apertamente romantica—eppure contiene tutta la complessità concettuale dei fratelli maggiori. È la prova che Cohen poteva essere delicato senza essere superficiale, romantico senza essere sentimentale.

La Sfida all’Estetica Contemporanea: Bellezza Senza Autocompiacimento

Nel 2024, sessantasette anni dopo la composizione, la canzone mantiene una stranezza raramente ritrovata nella musica popolare: è bellissima, e sa di essere bella, eppure non flirta mai con il proprio narcisismo estetico. Non c’è autoindulgenza nel testo. Non c’è esibizionismo nella musica. Cohen costruisce bellezza come uno scultore costruisce una statua—non per se stesso, ma per chi la osserverà dopo che lui sarà scomparso.

Questo è l’elemento che distingue Cohen da Dylan nel dibattito letterario di cui parliamo. Dylan è un genio intuitivo—scrive con la velocità del lampo, capisce le correnti sociali istintivamente, crea con l’istinto del performer. Cohen è un genio meditativo—scrive come si scrive un trattato di filosofia, con la consapevolezza che ogni parola sarà letta, riascoltata, studiata. Dylan è il tumulto; Cohen è il silenzio conseguente.

Il Nobel per la letteratura avrebbe dovuto toccare a Cohen perché la letteratura, nella sua forma più pura, non è comunicazione—è comunione. Non trasmette messaggi; crea spazi di contemplazione. Dylan comunica; Cohen contempla. E la contemplazione è più vicina alla letteratura di quanto non lo sia la comunicazione.

Il congedo come forma

Sessant’anni dopo la sua composizione, “Hey, That’s No Way to Say Goodbye” resta un oggetto critico irrisolto. Troppo semplice per l’accademia, troppo complesso per il pop, troppo tenero per il rock, troppo duro per il folk. La sua eredità italiana—da Daiano a De Gregori ai traduttori di minimum fax—testimonia una resistenza all’assimilazione.

Forse è questo il suo valore controculturale autentico: in un’epoca che ha monetizzato la vulnerabilità emotiva, Cohen proponeva un’etica del congedo che non chiede nulla—né perdono, né ritorno, né comprensione. Solo la forma giusta. Il come, non il cosa. Il modo, non il contenuto.

L’addio coheniano non è terapeutico; è estetico. E in questo risiede la sua provocazione permanente.

La critica mainstream ha sempre letto questa canzone come esempio di “tenerezza”—lo stesso aggettivo usato dalla recensione su altrockchick: “ORA QUESTO è il modo di scrivere una breakup song: come diceva Otis Redding, ‘prova un po’ di tenerezza.’”

Ma questa lettura normalizza ciò che Cohen intendeva destabilizzare. La canzone non celebra la tenerezza come valore; la prescrive come disciplina. Il ritornello—“Hey, that’s no way to say goodbye”—è un rimprovero, non una carezza. L’imperativo nascosto è rigoroso: congedati così, non diversamente.

Per un magazine controculturale come Il Franti, il valore di questa canzone sta precisamente nella sua critica implicita al romanticismo come ideologia. Cohen non decostruisce l’amore; decostruisce le aspettative sull’amore. Non nega il sentimento; nega il possesso. L’amante coheniano sa che “our steps will always rhyme”—ma anche che questa rima non richiede presenza continua.

È una filosofia che Silvia Albertazzi, nel suo Leonard Cohen: Manuale per vivere nella sconfitta (2018), chiama “tristezza gentile”—distinta dall’angoscia. Cohen non soffre per la perdita dell’amata; accetta la perdita come condizione dell’amare.

Dove Trovare i Testi Originali e le Traduzioni Affidabili

Per chi desiderasse approfondire il testo originale e cercasse traduzioni fedeli che mantengano l’integrità poetica dell’originale:

  • Genius.com: Offre il testo integrale in inglese con commenti dettagliati della comunità di utenti che hanno analizzato ogni verso. È particolarmente utile per comprendere le interpretazioni alternative di specifiche frasi.
  • AZLyrics.com: Fornisce testi in più lingue, inclusa l’italiano, con traduzioni sviluppate da contributori. La qualità varia, ma i commenti della comunità aiutano a identificare le traduzioni più fedeli.
  • Musixmatch.com: Piattaforma che sincronizza i testi con la musica, permettendo di ascoltare la canzone mentre si legge il testo originale. Ha traduzioni professionali in varie lingue.
  • Il sito ufficiale di Kodály Music Publishing: Detiene i diritti di molte composizioni di Cohen e offre note autoriali sui brani.

Una nota importante: le traduzioni italiane automatiche spesso falliscono nel catturare le sfumature poetiche di Cohen. Una traduzione letterale di “Your hair upon the pillow like a sleepy golden storm” potrebbe renderla come “I tuoi capelli sul cuscino come una tempesta dorata assonnata”—tecnicamente corretta, ma priva della musicalità e della suggestione dell’originale. Per apprezzare pienamente la canzone, leggere il testo originale in inglese e permettere alla mente di assaporare il suono delle parole è essenziale.

La ricezione italiana: De André, De Gregori e il problema della traduzione

La storia della ricezione italiana di Cohen è una storia di sforzi e fallimenti illuminanti.Fabrizio De Andrétradusse quattro canzoni coheniane tra il 1972 e il 1979—Suzanne, Giovanna d’Arco, Nancy, Famosa volpe azzurra— ma mai “Hey, That’s No Way to Say Goodbye.”

Le traduzioni di De André sono state giudicate severamente dalla critica accademica. Divizia le definisce “piuttosto rigide e artisticamente meno riuscite” rispetto ai lavori su Brassens o Dylan. Il problema non era linguistico—De André ammetteva candidamente di dover “spesso consultare il dizionario”—ma ontologico: Cohen non si traduce, si riscrive.

De André stesso teorizzò questa impossibilità: “Io me ne fotto abbastanza della traduzione letterale […] cerco di entrare nello spirito della canzone”—citando la distinzione crociana tra “traduzioni brutte e fedeli” e “belle e infedeli.”

Francesco De Gregoriadottò una strategia alternativa: invece di tradurre Cohen, lo citò. In “In mezzo alla città” (1972), i “dischi di Leonard Cohen” diventano correlativi oggettivi dell’amore perduto. In “Marianna al bivio” compare una “Suzanne”; in “Per brevità chiamato artista” echeggia “Bird on the Wire.” È lamellificatio medievale—l’incorporazione di gemme altrui nel proprio tessuto.

L’unica traduzione italiana di “Hey, That’s No Way to Say Goodbye” è diClaudio Daiano, che nel 1974 pubblicòIo come chiunque altro (sulle piste di Cohen)— il primo tributo italiano completo, precedente alle traduzioni di De André. Il titolo italiano, “Non trovo il modo di andarmene,” è significativamente più passivo dell’originale: non più “questo non è modo di dirsi addio” (critica all’interlocutore) ma “non trovo il modo” (confessione di impotenza).

Il Sussurro che Persiste

“Hey, That’s No Way to Say Goodbye” rimane una delle composizioni più perfette del repertorio di Leonard Cohen, non nonostante la sua semplicità apparente, ma grazie ad essa. Cohen ha capito ciò che molti artisti non riescono a penetrare: che la vera complessità non sta nell’oscurità, ma nella chiarezza raggiunta dopo infinite revisioni.

L’analisi di Yuri Garrett su LeonardCohen.it—il principale sito italiano dedicato—coglie il paradosso centrale: “l’amore è sì eterno ma cambia forma costantemente, costringendo gli amanti a separarsi affinché il sentimento possa sopravvivere. La fuga dall’amata (anzi, dall’amore tout court) rappresenta uno stratagemma di sopravvivenza.”

Questo brano è una testimonianza della pratica creativa di Cohen—quell’ossessione certosina che lo portava a riempire quaderni di alternative, a martirizzarsi per trovare la parola giusta, a rifiutare qualsiasi versione che non lo coinvolgesse completamente. Non è un’esibizione di virtuosismo letterario. È l’opposto: è il risultato del virtuosismo che si nasconde dietro la semplicità, come il lavoro di uno scultore che toglie marmo fino a quando rimane solo l’essenza.

Se Dylan ha meritato il Nobel per la sua capacità di comunicare universalmente attraverso i gridi delle piazze, Cohen avrebbe meritato un premio ancora più alto per la sua capacità di comunicare universalmente attraverso il sussurro alle anime. Perché il sussurro, una volta ascoltato, risuona più a lungo nel silenzio.

E così, ancora oggi, quando ascoltiamo questa canzone—quando Cohen canta “Your eyes are soft with sorrow / Hey, that’s no way to say goodbye”—non stiamo ascoltando una canzone d’amore fallito. Stiamo ascoltando una meditazione sulla bellezza formale del dolore, sulla dignità del cambiamento, sulla possibilità che anche l’addio possa essere un gesto di grazia.

L’eredità culturale: dal tributo al memoriale

Il destino postumo della canzone illumina la sua funzione culturale. Tra le 67 cover documentate su SecondHandSongs, due segnano momenti simbolici decisivi.

Nel 1991, Ian McCulloch degli Echo & The Bunnymen incluse la canzone nel tributo I’m Your Fan, prodotto dalla rivista francese Les Inrockuptibles. Quello stesso album conteneva la cover di “Hallelujah” di John Cale che avrebbe ispirato la versione di Jeff Buckley— un caso di genealogia musicale in cui “Hey, That’s No Way to Say Goodbye” coesiste con la canzone che avrebbe eclissato ogni altro brano di Cohen nel canone popolare.

Ma è la performance di Feist ai JUNO Awards canadesi del 2017—sezione In Memoriam, a pochi mesi dalla morte di Cohen—a rivelare il potenziale latente del brano. La canzone che rifiutava la retorica del commiato divenne il commiato definitivo. Feist la ripropose poi al Tower of Song Memorial Concert al Bell Centre di Montreal, nel novembre 2017, accanto a Sting, Lana Del Rey, Elvis Costello, k.d. lang.

Il titolo stesso—“Hey, That’s No Way to Say Goodbye”—acquisì un’ironia terminale. Cohen aveva passato cinquant’anni a definire il modo giusto di dire addio; ora gli addii erano rivolti a lui.


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.