Lasciando da parte la definizione enciclopedica classica – tutto quello che consiste, per dirla alla mia maniera – vorrei concentrarvi e mi, sulla definizione aristo e pure telica del termine:
l’origine della realtà che si contrappone alla forma – un pochetto forzato – sempre alla personale maniera del sotto o sopra scrivente, ma ci siamo capiti, e poi fa parecchio assai più effetto. Del resto c’era pure quello là strarcifamoso anzichenò che diceva e scriveva e poi interpretava o era interpretato:
Noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è circondata da un sonno
(Prospero: atto IV, scena I.)
Allora poi andando a scomodare la fisica classica si scopre che la materia è tutto quello che ha massa e occupa spazio – che detto così non appare semplicissimo – materia, viene anche detto alternativamente, nella definizione, è tutto quello che compone gli oggetti fisici, la sostanza di cui sono fatti – meno sognante per dirla con Shakespeare di cui sopra – e parecchio più tangibile. Una sedia è fatta di legno, o ferro, o plastica, per dire. La materia della seggiola è quella lì. Pane al pane, vino al vino e se poi è buono, meglio. Ma se poi lasciassimo Newton per andare dai quantistici allora sarebbero guai. La materia è composta da un certo tipo di particelle – minuscole assai – le quali però, sempre per rimanere coi quantistici, non sappiamo bene come si chiamino, perchè giorno dopo giorno, o mese o anno, le scoperte si susseguono e l’infinitamente piccolo continua a rimpicciolirsi e quindi pure i mattoncini della “materia di base” – ammesso che esista – cambiano nome e caratteristiche. Ora è anche vero che – sempre gli illustri scienziati, mica il sottoscritto, ci mancherebbe – sono arrivati a dire che più piccolo di un tot non si può andare oltre, e quindi pare – e dico pare – che siano i femioni, i mattoncini primari della materia. Sembra, inoltre, che – issi femioni – non siano in grado di “lavorare” da soli e abbiano bisogno dei bosoni – ricordate, la particella di Dio? – per poter “diventare fisici” . Cosa di cui ancora – gli esperti – non sono proprio certi, o meglio, che stanno ancora approfondendo con nuovi studi ed esperimenti. E chi sono io per dire cose diverse, ci mancherebbe. Meglio farlo dire a un esperto vero in carne e video:
Dunque materia o la materia, è questo e non è quello. Di certo la parola in quanto tale, conoscendo la grande plasticità per non dire versatilità – oramai l’ho detta però – della nostra lingua, è anche, una moltitudine di altre cose, per non dire, significati. Ad esempio, le materie sono quelle cose che si studiano a scuola, famigerate alcune per alcuni – e ne hanno ben donde – ma sono anche argomento, soggetto, e poi occasione, motivo e pretesto, come per l’appunto disciplina, oggetto di studio e insegnamento. E le notti prima e dopo gli esami ce ne rendono merito. per dirla con Faletti, bontà sua.
Ma oggi, se permettete, quello di cui vorrei postarvi, – a, um della seconda, – è una materia che diventa spazio di aggregazione. Un posto fisico. Una roba diversa, e parecchio, dal solito. Un posto fisico che si trasforma – manco fosse meccanico e pure quantistico – con estrema facilità, per assecondare le occasioni di incontro fra le persone. Un posto che non c’era e ora c’è – da qualche anno – a Varese. Un luogo nuovo e vecchio insieme a testimoniare l’ennesima trasformazione per dirla coi fisici – tradizionali o quantistici che siano – . della materia.

Vi linko e vi dico di andarci se siete lì, costì – alla toscana – da quelle parti, per capirci meglio, ma anche navigatela – nel senso di internet – la loro home page, perchè anche il portale serve e porta – battuta – in tanti luoghi, magari meta e pure fisici, ma sempre luoghi. Tra l’altro molti di essi, i luoghi di Materia Varese – vedrete – toccano direttamente l’anima, per dirla col poeta, e non altre parti meno nobili di noi medesimi esseri umani – a, um – noi che vogliamo provare a fare, non solo a dire. Come scriveva un amico tempo fa la teoria è fondamentale, e la pratica ancora di più.
La storia di questo posto che non è solo un luogo, è lunga e articolata. Nasce – il posto fisico detto anche palazzo o palazzina o conglomerato – come scuola elementare, poi, si sa, crescita zero, riduzione dei fondi, riassegnazione delle risorse, accorpamento delle classi – come è come non è – esso palazzo, meglio palazzina, perde la propria vocazione e si svuota.

Ora, diciamocelo chiaramente, una scuola, soprattutto una elementare, vuota, è una vera tragedia, Un posto come quello, festoso, disegni alle pareti, corse e risate dei nostri cuccioli ovunque; che improvvisamente resta silente, è un colpo al cuore, mortale. Se poi quel posto era abbastanza fuori mano da essere uno dei pochi luoghi di ritrovo dell’intera comunità di quella particolare porzione di territorio, fa ancora più effetto vederlo deserto e abbandonato. Ma ecco che la scuola trova una nuova vocazione. Diventa qualcos’altro. In prima battuta si trasferisce a Castronno la nuova redazione di un quotidiano – il giornale di Varese, quel sito web nato e cresciuto digitale che risponde al nome di Varese News – e poi, per impulso degli stessi giornalisti ma anche della compagine pubblico privata che assieme agli specialisti dell’informazione, realizza e gestisce il quotidiano digitale, e di alcuni enti pubblici e associazioni, trova una nuova e speciale vocazione e riapre al pubblico. Il giornale digitale diventa anche uno spazio fisico e quello spazio fisico si trasforma in qualcosa di diverso – una materia in perenne mutamento, magmatica direbbero quelli bravi, noi no, noi, no – qualcosa di cui non si conosce il nome, tanto meno il cognome, ma che si adatta giorno dopo giorno alle esigenze di tutti quelli che in essa si ritrovano per molti diversi e mutevoli motivi. Se scorrete il calendario delle cose fatte e anche, soprattutto, date un’occhiata agli appuntamenti in corso di allestimento, vi accorgete di quanto indeterminata, ricca e variegata sia la “materia” che trovate e troverete a in quella ex scuola elementare, e quanti e quali siano i contributi e i contributori coinvolti in tutte queste molteplici attività. Chissà che non ci finisca anche il Franti – monello ribelle da par suo – prima o poi ad ascoltare, scrivere o raccontare; chissà. Intanto grazie dell’attenzione e a presto. Bye

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