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Una Recensione di “Landman” nel Contesto del Nuovo Panorama Politico USA
Con l’ascesa della seconda amministrazione Trump e l’intensificarsi delle divisioni politiche americane, Paramount+ ha trovato in Taylor Sheridan il suo narratore perfetto per esplorare le fratture profonde della società statunitense. “Landman”, la sua nuova serie con Billy Bob Thornton, e la seconda stagione di “Lioness” offrono una visione senza compromessi dell’America contemporanea, smascherando le contraddizioni del politically correct, le falsità del greenwashing corporativo e i rapporti opachi tra capitalismo e criminalità organizzata. Queste produzioni rappresentano molto più di semplice intrattenimento: sono uno specchio impietoso di un paese diviso tra il Sud ex-confederato, con la sua etica del lavoro duro e della sopravvivenza, e le metropoli progressiste del Nord, sempre più distanti dalla realtà delle classi lavoratrici.
L’Industria Petrolifera Come Metafora dell’America


“Landman” si distingue immediatamente per la sua rappresentazione cruda e realistica dell’industria petrolifera texana, dove Billy Bob Thornton interpreta Tommy Norris, un manager delle crisi per la M-Tex Oil Company. La serie, basata sul podcast “Boomtown” di Christian Wallace, non si limita a raccontare le vicende di un’azienda petrolifera, ma utilizza questo microcosmo per esplorare tematiche più ampie che riflettono le tensioni politiche e sociali dell’America di Trump.
Le recensioni internazionali hanno evidenziato come Thornton riesca a incarnare perfettamente il protagonista, offrendo una performance che molti critici ritengono degna di una nomination agli Emmy. Il personaggio di Tommy rappresenta l’americano medio che naviga tra le contraddizioni del sistema, consapevole delle sue brutture ma anche della sua necessità economica. Come sottolineato da NPR, la serie riesce nell’impresa di far simpatizzare il pubblico con una corporazione petrolifera, pur mostrandone le pratiche discutibili e i pericoli per i lavoratori.
La rappresentazione dell’industria petrolifera in “Landman” funziona come una potente critica al greenwashing delle multinazionali energetiche. La serie mostra senza filtri come le aziende petrolifere americane continuino a dipendere completamente dai combustibili fossili, nonostante i loro proclami pubblici sulla transizione energetica. Questa rappresentazione si allinea perfettamente con le recenti ricerche che dimostrano come giganti come ExxonMobil, Chevron, BP e Shell utilizzino termini come “clima”, “low-carbon” e “transizione” nei loro rapporti annuali senza intraprendere azioni concrete.
Le Performance Attoriali e la Critica del Politically Correct
Il cast di “Landman” include nomi di primo piano come Demi Moore, Jon Hamm, Ali Larter e Andy García. Tuttavia, è proprio nelle performance femminili che la serie rivela il suo approccio provocatorio e divisivo. Le recensioni hanno ampiamente criticato la rappresentazione delle donne, descritte come “caricature unidimensionali” e “overly sexualized”. Questa scelta narrativa non sembra casuale, ma piuttosto una deliberata sfida alle convenzioni del politically correct hollywoodiano.
La critica ha notato come Ali Larter nei panni di Angela Norris e Michelle Randolph come Ainsley Norris vengano presentate come personaggi “weird caricatures of strong but shallow women”. USA Today è arrivata a definire la serie come “soft-core porn for older men”, evidenziando il disagio della critica progressista di fronte a questa rappresentazione. Tuttavia, questa provocazione sembra essere intenzionale: Sheridan appare determinato a sfidare i codici del “woke” Hollywood, presentando un’America dove le dinamiche di genere seguono ancora logiche tradizionali, per quanto scomode possano risultare agli spettatori urbani e progressisti.

Il Confronto con “Lioness”: Geopolitica e Sopravvivenza
La seconda stagione di “Lioness” offre un complemento perfetto alle tematiche di “Landman”, spostando il focus dalla corruzione interna americana alle minacce geopolitiche esterne. Con Zoe Saldaña nel ruolo di Joe, leader del programma CIA Lioness, la serie esplora le infiltrazioni dei cartelli messicani nel territorio americano e i complessi rapporti tra Stati Uniti, Messico e Cina

La trama della seconda stagione si concentra sul sequestro di una congresswoman texana da parte del cartello Los Tigres, un evento che secondo la CIA rappresenta solo la prima tessera di un domino geopolitico che potrebbe portare la Cina ad invadere Taiwan. Questa narrativa riflette le preoccupazioni reali dell’amministrazione Trump riguardo alle infiltrazioni straniere e alla sicurezza nazionale, temi che trovano eco nelle politiche migratorie e di controllo delle frontiere implementate nel 2025.
La serie mostra come i tradizionali canali della criminalità organizzata siano stati sostituiti da reti più sofisticate legate al traffico di petrolio con la Cina. Questa rappresentazione si allinea con le preoccupazioni geopolitiche americane riguardo all’influenza cinese in America Latina, dove la Cina è diventata un partner commerciale chiave per molti paesi, incluso il Messico nel settore petrolifero.
La Frattura Nord-Sud nell’America di Trump
L’elemento più significativo delle produzioni Sheridan è la loro capacità di catturare la profonda divisione geografica e culturale dell’America contemporanea. Le serie riflettono perfettamente la frattura tra gli stati del Sud ex-confederato, caratterizzati da un’etica del lavoro duro e della sopravvivenza, e le grandi metropoli del Nord, sempre più distaccate dalle realtà delle classi lavoratrici.
Nel 2025, questa divisione si è ulteriormente acuita con l’elezione di Trump e l’implementazione di politiche che riflettono le priorità degli stati conservatori. Come evidenziato dalle ricerche sul divario politico americano, degli stati con le leggi sull’aborto più restrittive, tutti hanno votato per Trump nel 2020 e sette facevano parte della Confederazione. Allo stesso modo, degli stati con le leggi sulle armi più permissive, 19 su 21 hanno votato per Trump, con sei stati ex-confederati.
“Landman” e “Lioness” catturano questa realtà presentando personaggi che incarnano i valori tradizionali americani: individualismo, diffidenza verso il governo federale, priorità della famiglia e della comunità locale, e una visione pragmatica della sopravvivenza economica che spesso confligge con gli ideali progressisti. Tommy Norris in “Landman” rappresenta perfettamente questa mentalità, navigando tra la necessità economica del suo lavoro nell’industria petrolifera e la consapevolezza dei suoi costi ambientali e umani.


Paramount+ e la Nuova Linea Editoriale Conservatrice
La scelta di Paramount+ di investire massicciamente nell’universo Sheridan non è casuale ma riflette una precisa strategia editoriale che mira a intercettare il pubblico americano che si sente alienato dalle narrazioni mainstream di Hollywood. Come notato da Le Monde, Sheridan è diventato “il showrunner prediletto dell’America di Trump”, creando contenuti che risuonano con gli elettori conservatori senza risultare apertamente propagandistici.
L’approccio di Sheridan è particolarmente efficace perché evita dichiarazioni politiche esplicite, permettendo agli spettatori di interpretare le sue storie secondo le proprie convinzioni. Questa strategia ha permesso a “Yellowstone” di diventare un fenomeno culturale trasversale, apprezzato tanto dagli elettori repubblicani quanto da molti democratici.
La proliferazione di serie Sheridan su Paramount+ – da “Yellowstone” e i suoi spin-off a “Mayor of Kingstown”, “Tulsa King”, “Lioness” e ora “Landman” – rappresenta un tentativo di creare un universo narrativo che offre una visione alternativa dell’America rispetto a quella proposta dalle major di Hollywood tradizionalmente più progressiste.
Quando il successo di pubblico divide la critica
“Landman” si pone come un fenomeno culturale capace di suscitare forti reazioni contrastanti, rispecchiando le fratture del pubblico e della critica americani tra realismo narrativo e sensibilità socio-culturali divergenti. La serie di Taylor Sheridan ha ottenuto un impatto immediato e significativo, debuttando con oltre 35 milioni di spettatori e diventando la première più vista nella storia di Paramount+. Questo successo numerico testimonia un forte interesse del pubblico verso una narrazione che esplora il Texas petrolifero con un realismo duro e senza filtri.
Tuttavia, il consenso critico risulta più frammentato. Da una parte, alcuni sono entusiasti e definiscono la serie un “capolavoro televisivo che segna il ritorno del realismo americano”, apprezzandone la capacità di catturare la complessità socio-politica della regione e le tensioni profonde dell’America contemporanea. Dall’altra, le critiche si concentrano sulle rappresentazioni femminili (che ad uno sguardo più disincantato non sono così uniformi e soprattutto sono una rappresentazione simbolica dei modelli di pensiero e dei costumi morali del paese che ricordano certi affreschi filmici del migliore Altman), che molti critici di parte hanno giudicato da un lato come caricaturali e ipersessualizzate, con alcuni articoli che sono arrivati a definire la serie come “soft-core porn per uomini maturi”. Questa polarizzazione riflette uno scontro culturale più ampio, tra chi vede in “Landman” una provocazione necessaria contro il politicamente corretto e chi invece denuncia il ritorno a stereotipi dannosi: un quadro che echeggia molta della divisione sociopolitica del momento attuale.
Anche il linguaggio e le tematiche affrontate, come la critica dura alle energie rinnovabili e il politically correct, hanno diviso le opinioni, con alcuni recensori che ne apprezzano l’onestà pragmatica e altri che la vedono come un’esaltazione di posizioni politiche conservatrici.
Il Contesto delle Politiche Trumpiane 2025
Le tematiche esplorate in entrambe le serie trovano una corrispondenza diretta nelle politiche implementate dall’amministrazione Trump nel 2025. La proclamazione dello stato di emergenza nazionale al confine con il Messico, la reinstaurazione del programma “Remain in Mexico”, e l’intensificazione delle deportazioni riflettono esattamente le preoccupazioni sulla sicurezza nazionale e il controllo delle frontiere rappresentate in “Lioness”.
L’executive order che dichiara un’“invasione” di “aliens” al confine sud e sospende l’ingresso fisico di chiunque sia “impegnato nell’invasione” riecheggia la narrazione militaresca di “Lioness”, dove i cartelli messicani rappresentano una minaccia esistenziale per la sicurezza americana. La serie anticipa e giustifica queste politiche mostrando scenari in cui la cooperazione internazionale è insufficiente e solo l’azione militare diretta può proteggere gli interessi americani.
Allo stesso tempo, “Landman” riflette le politiche energetiche dell’amministrazione Trump, che privilegiano la produzione domestica di combustibili fossili rispetto agli investimenti nelle energie rinnovabili. La serie presenta l’industria petrolifera come un settore essenziale per l’economia americana, nonostante i suoi problemi ambientali e di sicurezza, allineandosi con la retorica trumpiana sull’“energia dominance” americana.
Giustizia vs Sopravvivenza: Il Nuovo Paradigma Americano
Entrambe le serie condividono una visione cupa della giustizia americana, dove i canali legali tradizionali si rivelano inadeguati di fronte alle sfide contemporanee. In “Lioness”, Joe Saldaña dichiara esplicitamente: “My agency doesn’t do courtrooms”, indicando che nell’America post-9/11 la sopravvivenza nazionale richiede azioni che trascendono i vincoli legali tradizionali.
Questa filosofia si riflette anche in “Landman”, dove Tommy Norris deve navigare tra accordi con cartelli della droga, corruzione aziendale e negligenze sulla sicurezza dei lavoratori. La serie presenta un mondo dove la sopravvivenza economica delle comunità locali dipende da industrie moralmente ambigue, ma economicamente essenziali.
Questo approccio riflette una tendenza più ampia nella cultura politica americana sotto Trump, dove la “realpolitik” e la sopravvivenza pratica prevalgono sui principi ideologici astratti. Le serie di Sheridan normalizzano questa visione, presentando protagonisti che prendono decisioni difficili in circostanze impossibili, senza il lusso di scelte moralmente pure.


L’America Secondo Sheridan
“Landman” e “Lioness” rappresentano più di semplice intrattenimento televisivo: sono documenti culturali che catturano l’essenza dell’America divisa dell’era Trump. Attraverso narrazioni che privilegiano la sopravvivenza sulla purezza ideologica, il pragmatismo sulle convenzioni sociali, e la lealtà comunitaria sui principi universali, Sheridan offre una visione dell’America che risuona profondamente con milioni di americani che si sentono abbandonati dalle élite costiere.
La critica progressista ha spesso etichettato queste produzioni come “anti-woke” o conservative, ma questa lettura semplificata non rende giustizia alla loro complessità. Le serie di Sheridan non sono propaganda repubblicana, ma piuttosto esplorazioni genuine delle tensioni che attraversano la società americana contemporanea: il conflitto tra crescita economica e sostenibilità ambientale, tra sicurezza nazionale e diritti individuali, tra identità tradizionale e cambiamento sociale.
Nel panorama televisivo del 2025, dominato da narrazioni spesso didascaliche e politicamente corrette, “Landman” e “Lioness” offrono qualcosa di diverso: una rappresentazione senza filtri dell’America reale, con tutte le sue contraddizioni e brutture. Che si apprezzi o meno la visione di Sheridan, non si può negare la sua capacità di catturare lo zeitgeist di un paese profondamente diviso, dove la giustizia è spesso un lusso che pochi possono permettersi e la sopravvivenza rimane l’imperativo fondamentale.
In un’epoca in cui Hollywood fatica a connettersi con l’America profonda, Taylor Sheridan è riuscito a creare un universo narrativo che parla direttamente alle ansie e alle aspirazioni di quella parte di America che si sente ignorata dai media mainstream. “Landman” e “Lioness” non sono solo serie televisive di successo, ma fenomeni culturali che illuminano le fratture profonde della società americana e anticipano i conflitti politici e sociali che definiranno il futuro del paese.
Il Pedigree di Taylor Sheridan
Dal fieno al mito: come un cowboy fallito a Hollywood è diventato l’architetto narrativo di Paramount+
Taylor Sheridan è uno di quei casi rari in cui la biografia non è un contorno, ma la matrice stessa dell’opera. Capirlo significa seguire un filo che parte da un ranch polveroso del Texas e arriva dritto nei server di Paramount+, passando per il fallimento, la fame, e una furia creativa che Hollywood non riusciva più a ignorare.
Origini: Texas, cavalli e realtà (non nostalgia)
Sheridan nasce nel 1970 a Cranfills Gap, Texas, una cittadina minuscola, figlia di un’America rurale non romantica, fatta di lavoro fisico, animali, silenzi e gerarchie non negoziabili. La sua famiglia possedeva un ranch: cavalli, recinti, terra dura.
Qui si forma la sua visione del mondo:
- la frontiera non è epica, è un luogo di frizione
- la legge è spesso un compromesso
- la morale è sempre situata
Niente scuole d’élite, niente accademie artistiche. Sheridan studia brevemente alla Texas State University, ma abbandona. Non c’è un piano. Solo l’idea vaga che “altrove” forse c’è spazio.
Hollywood: l’attore che non voleva esserlo
Arrivato a Los Angeles negli anni ’90, Sheridan diventa attore per necessità, non per vocazione. Ottiene piccoli ruoli, spesso da “bel faccione western”.
Il ruolo più stabile:
- Sons of Anarchy (2008–2010) – interpreta il vice-sceriffo David Hale
Ed è qui che succede qualcosa di cruciale:
a 40 anni, Sheridan capisce che la recitazione non lo porterà da nessuna parte. Non è una crisi artistica: è una resa dei conti economica e identitaria.
Viene scritto fuori dalla serie. È al verde. Sta per lasciare Los Angeles.
Invece fa una cosa radicale: scrive.
La svolta: scrivere come atto di guerra
Sheridan non scrive per entrare nel sistema. Scrive contro il sistema.
2015 –
Sceneggiatura
Un film cupo, spietato, amorale. Il confine USA–Messico non come spazio politico ma zona metafisica di disfacimento.
Denis Villeneuve dirige, Roger Deakins fotografa. Hollywood capisce che è nato uno sceneggiatore pericoloso.
2016 –
Sceneggiatura
Texas contemporaneo, rapine, banche, fratelli. Un western travestito da heist movie.
Nomination all’Oscar per la sceneggiatura.
Qui Sheridan codifica il suo tema centrale:
la modernità come espropriazione lenta e legale.
2017 –
Sceneggiatura e regia
Il suo film più personale. Freddo, dolore, riserve indiane.
Qui Sheridan passa dietro la macchina da presa perché nessun altro può raccontarlo senza addomesticarlo.
👉 Questa trilogia viene spesso chiamata “Trilogia della Frontiera Americana”.
Non è un progetto dichiarato. È una necessità narrativa.
Il colpo grosso: Yellowstone e la nascita di un impero
2018 –
Creatore, showrunner, sceneggiatore principale
Un western moderno su larga scala. Ranch, potere, politica, famiglia, capitalismo.
Kevin Costner come patriarca. Ma il vero protagonista è la terra.
All’inizio le reti tradizionali rifiutano. Troppo cupo. Troppo maschile. Troppo lento.
Paramount Network dice sì. Poi arriva lo streaming.
Ed esplode.
Sheridan + Paramount+: il patto faustiano
Paramount non compra solo una serie. Compra una visione.
Sheridan diventa fornitore esclusivo di mondi narrativi.
Espansione dell’universo Yellowstone
- 1883
Creatore, sceneggiatore
Origini epiche, migrazione, morte. Un western esistenziale. - 1923
Creatore, sceneggiatore
Harrison Ford, Helen Mirren. Crisi, modernità, fine dell’illusione americana.
Altre serie create e scritte
- Mayor of Kingstown – carceri e potere
- Tulsa King – gangster fuori tempo massimo
- Special Ops: Lioness – guerra segreta e identità
- Landman – petrolio, Texas, capitalismo terminale
Sheridan scrive o supervisiona quasi tutto, spesso firmando più episodi per stagione.
È una catena di montaggio autoriale, ma con un controllo tematico ferreo.
Poetica: cosa scrive davvero Taylor Sheridan?
Sempre la stessa cosa. Ed è per questo che funziona.
- uomini e donne inermi dentro sistemi più grandi
- il mito americano che non regge più
- la legge come strumento di chi possiede
- la violenza non come spettacolo, ma come conseguenza
Sheridan non è conservatore, non è progressista.
È tragico.
Perché Paramount+ non può farne a meno
Perché Sheridan fa tre cose insieme:
- porta pubblico che non guardava streaming
- costruisce universi espandibili
- scrive veloce, chiaro, riconoscibile
È un autore, ma anche un allevatore di franchise. Coerente con le sue origini, ironicamente.
In sintesi (senza romanticismi)
Taylor Sheridan non è arrivato al potere creativo per talento puro.
Ci è arrivato per esasperazione, fallimento e una conoscenza diretta dell’America che racconta.
Non scrive western.
Il richiamo al Re Lear di Shakespeare non è un riferimento colto.
È la struttura segreta di Yellowstone.
Vediamo perché.
1. Il patriarca che confonde potere e amore
Lear divide il regno per assicurare stabilità.
John Dutton difende il ranch per lo stesso motivo.
Errore tragico identico:
credere che il controllo garantisca continuità.
Entrambi non capiscono che:
- il potere non educa
- l’eredità non obbedisce
2. I figli come forze, non come persone
In Lear:
- Goneril e Regan = brutalità razionale
- Cordelia = verità che arriva troppo tardi
In Yellowstone:
- Beth = distruzione necessaria
- Jamie = legittimità respinta
- Kayce = coscienza impossibile
Nessuno è “buono”.
Sono funzioni tragiche.
3. La terra come maledizione
In Shakespeare il regno è veleno narrativo.
In Sheridan la terra è sacra e per questo distruttiva.
Chi la difende:
- perde i figli
- perde se stesso
- perde il futuro
4. La follia del vecchio re
Lear impazzisce quando capisce di aver sbagliato.
John Dutton non ha il lusso della follia: resta lucido fino alla fine.
E questo è peggio.
👉 Sheridan aggiorna Shakespeare:
non la pazzia come catarsi,
ma la razionalità come condanna.
Sheridan vs McCarthy vs Peckinpah
Tre modi diversi di dire la stessa verità scomoda
Mettiamo subito le carte sul tavolo: Taylor Sheridan non è un epigono. È un discendente irregolare. Prende il DNA di Cormac McCarthy e Sam Peckinpah, lo infetta con la serialità contemporanea… e lo fa funzionare in prima serata.
Con Cormac McCarthy: la terra come giudice
Cormac McCarthy al cinema: il mondo senza appello
McCarthy non scrive “storie”. Scrive sentenze. Il cinema, quando funziona, non le addolcisce: le rende definitive.
(Coen brothers)
Qui c’è già tutto Sheridan:
- la legge è impotente
- il male non ha psicologia (Chigurh)
- il vecchio mondo capisce di essere obsoleto mentre è ancora in servizio
Sceriffo Bell è il prototipo di John Dutton anziano:
non perde perché sbaglia, perde perché il mondo non è più il suo.
(John Hillcoat)
Zero western, eppure è la fine del western.
Padre e figlio non costruiscono nulla: trasmettono solo un’etica fragile (“carry the fire”).
👉 Qui Sheridan impara una cosa fondamentale:
la trasmissione del mondo non è garantita. È un rischio morale.
(Ridley Scott)
Film imperfetto, dialoghi brutali.
Ma il messaggio è chirurgico:
una scelta sbagliata non porta punizione: porta conseguenze irreversibili.
Questo è Yellowstone puro. Nessun reset. Nessuna redenzione.
McCarthy scrive come se Dio avesse abbandonato il continente e lasciato un registratore acceso.
- la violenza è ontologica
- il paesaggio è indifferente
- la morale è un relitto archeologico
Sheridan eredita:
- l’idea che la frontiera non redime
- l’America come esperimento fallito ma persistente
- la natura come forza che non ascolta le scuse
Ma cambia una cosa decisiva:
👉 McCarthy scrive dopo l’apocalisse morale.
👉 Sheridan scrive durante.
In Sheridan i personaggi credono ancora di poter salvare qualcosa: la terra, la famiglia, il nome. È questa illusione a renderli tragici, non la loro malvagità.
Tirando le fila (senza pietà)
- McCarthy → il mondo non ti deve senso
- Peckinpah → la fine può essere bellissima
- Shakespeare → il potere distrugge ciò che ama
Sheridan prende tutto questo e fa una cosa moderna e crudele:
📌 non chiude la tragedia
📌 la spalma nel tempo
📌 la rende abitabile per il pubblico
Yellowstone non chiede: “chi vincerà?”
Chiede: quanto sei disposto a perdere per rimandare la fine?
Con Sam Peckinpah: la violenza come linguaggio
Se McCarthy è il profeta, Peckinpah è il cantore della fine.
Il western implode.
Gli uomini sono fuori tempo massimo e lo sanno.
La violenza è rituale, lenta, inevitabile.
👉 Sheridan eredita da qui:
- la fratellanza come illusione terminale
- la fedeltà come valore che uccide
- il sacrificio come gesto inutile ma necessario
Non è western. È peggio.
Un uomo “civile” scopre che la violenza è già dentro di lui.
Qui nasce Beth Dutton.
Non la violenza come difesa, ma come rivelazione.
La legge uccide il mito che l’ha fondata.
Tradimento istituzionalizzato.
Yellowstone è questo film allungato per stagioni.
Peckinpah filmava uomini già morti che non lo sapevano ancora.
Slow motion, sangue, ritualità. La violenza come ultimo atto di sincerità.
Sheridan prende:
- l’idea che la violenza non sia glamour
- che il mondo moderno sia incompatibile con certi uomini
- che l’onore sia una valuta fuori corso
Ma mentre Peckinpah mitizza la fine, Sheridan la amministra.
La sua violenza è burocratica, contrattuale, spesso legale.
Non esplode: corrode.
📌 In sintesi brutale:
- McCarthy = metafisica del male
- Peckinpah = elegia della sconfitta
- Sheridan = gestione del declino
Yellowstone come tragedia greca (con pickup e recinti)
Yellowstone non è una serie western.
È una tragedia attica serializzata, mascherata da soap rurale per ingannare il pubblico distratto.
1. Il genos: la casa maledetta
I Dutton sono una casata tragica, come gli Atridi o i Labdacidi.
- la terra = il regno
- il cognome = la maledizione
- la successione = il conflitto centrale
John Dutton non è un eroe: è un custode condannato.
Difende qualcosa che sa di non poter tramandare intatto.
2. L’hybris: credere che il possesso salvi
La colpa tragica dei Dutton è chiara:
credere che la terra possa essere posseduta senza essere posseduti a loro volta.
Ogni tentativo di controllo:
- genera un nemico
- rafforza la profezia
- stringe il cappio narrativo
Come in Sofocle: l’azione razionale accelera il disastro.
3. Beth Dutton: una Erinni moderna
Beth non è “forte”.
Beth è una Furia.
- parla come una maledizione
- agisce come una punizione
- non cerca redenzione
Nella tragedia greca le Erinni non sono cattive:
sono necessarie.
Beth è il prezzo che la famiglia paga per sopravvivere un altro giorno.
4. Il coro: Montana, cowboy, lavoranti
Il coro non commenta. Osserva.
Sa che la storia è già scritta.
Il ranch è pieno di personaggi secondari che:
- non decidono
- non comandano
- pagano
Esattamente come il popolo nelle tragedie classiche.
5. Catarsi? No. Solo rinvio.
Yellowstone non offre catarsi.
Offre dilazione.
Ogni stagione è:
- una vittoria tattica
- una sconfitta morale
- un ulteriore debito con il futuro
Come nella tragedia vera, la fine è certa, ma il come è tutto.
Perché funziona (e perché irrita)
Perché Sheridan ha fatto una cosa proibita:
- ha infilato la tragedia classica
- dentro la serialità da prime time
- senza spiegarla
Il pubblico pensa di guardare una soap.
Sta guardando un requiem a puntate.
Chiusura secca
McCarthy ti dice: era inevitabile.
Peckinpah ti dice: era bellissimo mentre moriva.
Sheridan ti dice: guardalo bene, perché sta succedendo adesso.
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