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POST-VEGANO: Come la Generazione Z ha reso la carne di nuovo di moda

Per un po’ essere vegani non era solo una roba di cosa mangi, ma proprio un statement. Un latte d’avena era come dire “io la penso così” e il tofu era il distintivo di quelli che stavano dalla parte  giusta. O eri nel futuro delle piante o eri incastrato in un mondo che si stava sfasciando da solo.

Ma poi qualcosa si è rotto, piano, senza fare rumore. Somewhere negli angoli bui di TikTok, nei podcast che nessuno conosce e nei forum di Reddit dove si parla di intestino, ha iniziato a nascere una nuova estetica. Meno cavolo nero, più fegato crudo, miele che cola e brodo d’ossa servito in barattoli della nonna. Ragazzi di vent’anni che hanno iniziato a cucinare bistecche con la stessa ossessione maniacale che prima mettevano nel fare le classifiche di Frank Ocean o nel perfezionare la routine per la faccia.

Il mood non era “fanculo tutto”, ma “aggiusta i tuoi ormoni dello stress”. Le proteine sono diventate la nuova moneta e la carne, che prima stava ai margini come roba da cattivi, è tornata come comfort food e roba da postare: elegante, controllata, spiritualmente upgraded. E non sono solo fissazioni. Nel 2023, più del 66% della Gen Z americana ha detto di seguire una dieta piena di proteine. Meno di un terzo ancora si preoccupa dei grassi o delle calorie. Quasi la metà dice che le proteine sono l’indicatore principale di cosa vuol dire mangiare sano. Persino i vegani curiosi ora studiano le tabelle degli amminoacidi.

Jessie Inchauspé, che tutti chiamano la “Dea del Glucosio”, non è che predica la bistecca. Però il suo approccio al cibo – controllare il glucosio invece di contare le calorie – ha cambiato tutto su come la Gen Z pensa ai grassi e alle proteine. La sua idea base è che i picchi di zucchero nel sangue siano dietro a quasi tutta la sofferenza moderna: quando ti crolla l’umore, quando ti viene l’acne, quando hai la testa che non funziona. La soluzione? Inizia ogni pasto con fibre, grassi e proteine. In pratica significa spesso uova, yogurt e a volte carne.

Per una generazione cresciuta con le regole del cibo binarie – pulito contro sporco, buono contro cattivo – i suoi consigli sembrano una liberazione. La bistecca viene vista come cibo funzionale, uno strumento per regolarsi, che c’entra più con l’insulina che con il piacere. E funziona perché sembra pratico. La Gen Z non cerca verità assolute. Cerca sistemi personali che funzionino davvero, applicando il linguaggio della medicina funzionale a una cotoletta.

Il discorso si fa più tecnico nel mondo dei podcast, dove la salute dell’intestino è diventata mainstream. In un episodio di Doc’s Diary, Paul Seelhorst, co-fondatore del brand di cibi fermentati Fairment, espone un modello alimentare che sfida l’ortodossia plant-based. Sostiene che molte piante hanno sistemi di difesa chimici – lectine, ossalati – che possono irritare l’intestino o scatenare reazioni del sistema immunitario. I prodotti animali, soprattutto le frattaglie, sono spesso più delicati per il corpo, più assimilabili e meno infiammatori. L’intestino, dice, è un centro di controllo e se hai una strategia, la carne può aiutare a stabilizzarlo.

Ovviamente c’è anche l’altro lato della storia.

Ingredienti del tonico per brodo d’ossa di Erewhon: acqua filtrata, ossa di manzo biologiche, verdure biologiche, aceto di sidro biologico, erbe e spezie, sale rosa dell’Himalaya, ghee biologico, ingredienti botanici ricchi di nutrienti (He Shou Wu, polline di pino, curcuma).

In Germania, la Militante Veganerin, un’attivista ultra-rigida che posta video dove affronta chi mangia carne per strada, è diventata il simbolo del vecchio ordine vegano. La sua etica è coerente, la sua rabbia è vera. Eppure il tono sembra fragile. La Gen Z non è necessariamente contro il suo messaggio. Semplicemente non sopporta che gli si dica che c’è un solo modo giusto di vivere.

Ed è questo il vero cambio culturale. La Gen Z cerca sempre il compromesso. Si muove smooth tra etica e adattamento. La sostenibilità non è sparita, è solo diventata personalizzata. Anche se il bestiame contribuisce ancora al 14,5% delle emissioni globali di gas serra, i consumatori più giovani nel Regno Unito sono più propensi di qualsiasi altra fascia d’età ad associare il consumo di carne all’approvvigionamento etico e alla salute a lungo termine. Etichette come “allevato ad erba”, “rigenerativo” e “dalla testa alla coda” ora pesano più della semplice astinenza, e per loro la sostenibilità è meno sacrificio e più precisione. 

Questo cambiamento è anche visivo. La carne torna nei feed con didascalie che sembrano referti medici, anche se le immagini sono puramente estetiche: bistecche tagliate su lastre di pietra, fegato mangiato crudo nella luce dorata del tramonto, carne secca disposta accanto a integratori elettrolitici e capsule di collagene. Una sorta di minimalismo incentrato sul corpo, dove la carne si adatta al mood. Non è un ritorno della carne, ma una sua ri-codificazione come precisa e delicatamente sovversiva.

E se volete un assaggio della realtà berlinese, passate dal Borchardt un giovedì sera. Eccoli lì: ventenni con le tabi di Margiela e i mocassini di Acne Studios che ordinano una cotoletta. Mangiano come gente che ha appena smesso la creatina e vuole rimanere anabolica. Il vitello è sottile. La logica dietro è densa. Stile. Strategia. Sovranità.

Chiamarlo backlash non coglie il punto. Il post-veganismo non è anti-vegetale, semplicemente non venera il binario. È un linguaggio di input e output filtrati attraverso fitness tracker e punteggi di micronutrienti. Cosa funziona per la mia energia? La mia pelle? I miei ormoni? Cosa ha senso nel mio modo di mangiare e nelle mie analisi del sangue?

Non è il ritorno della carne come la conoscevamo. È solo un nuovo tipo di equilibrio: una cotoletta alla volta, servita perfetta.

Fonte:032c


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