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Giorgio Forattini: Quel Re della Satira che Inventò i Politici Italiani

Il Forattone

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Giorgio Forattini si è spento serenamente il 4 novembre 2025 nella sua casa milanese, a 94 anni, lasciando un’eredità che va ben oltre le 14.000 vignette che hanno segnato mezzo secolo di storia italiana. Con lui se ne va l’ultimo grande maestro della satira politica italiana, l’uomo che trasformò la matita in arma democratica e il disegno satirico in giornalismo di prima pagina. Forattini non si limitò a commentare la politica italiana: la ridisegnò letteralmente, creando gli stereotipi visivi che ancora oggi popolano l’immaginario collettivo—Craxi in camicia nera, Andreotti gobbo e orecchiuto, D’Alema come Hitler comunista. La sua scomparsa chiude un’epoca in cui la satira aveva ancora il coraggio di ferire, di disturbare, di non chiedere scusa.

L’ultimo giorno del disegnatore scomodo

Forattini è morto com’era vissuto: senza clamore, a casa sua, con accanto la moglie Ilaria Cerrina Feroni che per quarant’anni aveva condiviso la vita con quello che lei stessa definiva “un giornalista scomodo, molto scomodo”. L’annuncio è arrivato dalla sua assistente storica Michela Cappelletti, che per 35 anni aveva visto nascere ogni giorno quelle vignette taglienti. Il funerale, celebrato il 6 novembre nella chiesa di Santa Francesca Romana a Milano, ha riunito il mondo della cultura e del giornalismo italiano. Le sue ceneri riposano ora nel cimitero di Monte Porzio Catone, accanto ai genitori, al fratello e al figlio Fabio, morto prematuramente— un dolore che Forattini aveva sempre portato con sé, silenzioso.


Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha reso omaggio a “un grande artista di genere che ha saputo inventare stereotipi efficaci e in grado di far riflettere, da raffinato interprete delle dinamiche politiche”. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha colto l’essenza del personaggio: “Nella sua irriverenza, nella capacità di far sorridere amaramente anche nei momenti più tristi risiede il lascito di una vita vissuta con la capacità di segnare con un tratto della sua matita la storia”. Le testate giornalistiche—dall’ANSA al Corriere, da Repubblica al Giornale—hanno unanimemente celebrato il “re della satira”, riconoscendo che una sua vignetta valeva più di un editoriale nel catturare l’essenza di un momento politico.

La rivoluzione della prima pagina

Forattini arrivò al disegno satirico tardi, a quarant’anni, dopo aver fatto il raffiniere, il rappresentante di prodotti petroliferi, il direttore commerciale di una casa editrice musicale e il pubblicitario per Fiat e Alitalia. Nel 1971 vinse un concorso a Paese Sera con il personaggio “Stradivarius”, ma fu il 14 maggio 1974 che cambiò per sempre il giornalismo italiano: la sua vignetta sul referendum sul divorzio—Fanfani come tappo di champagne che vola via da una bottiglia marchiata “NO”—apparve in prima pagina. Era la prima volta che accadeva quotidianamente in Italia.

Da quel momento, Forattini non si fermò più. Transitò tra tutte le maggiori testate italiane—Paese Sera, Repubblica, La Stampa, Il Giornale, Panorama, L’Espresso, il gruppo QN— portando sempre con sé quella matita che sapeva essere bisturi. Nel 1978 creò “Satyricon” per Repubblica, il primo inserto satirico di un quotidiano italiano, aprendo la strada a una generazione di vignettisti come Sergio Staino ed Ellekappa. Alla Stampa, chiamato da Gianni Agnelli con un contratto miliardario, introdusse la vignetta quotidiana in prima pagina—una rivoluzione che divenne standard nel giornalismo italiano.

Il suo archivio professionale conta circa 14.000 vignette, 55 libri pubblicati (principalmente con Mondadori) che hanno venduto oltre 3 milioni di copie. Ma i numeri non rendono giustizia all’impatto: Forattini ha creato il linguaggio visivo con cui gli italiani hanno letto la politica per mezzo secolo. Come disse Eugenio Scalfari: “L’abbiamo fatta noi Repubblica. Lui l’ha fondata, io l’ho disegnata”.

La matita che non perdonava nessuno

Lo stile di Forattini era inconfondibile: bianco e nero netto, tratto pulito ma feroce, caricatura che trasformava i politici in archetipi eterni. Bettino Craxi divenne il duce in camicia nera e stivali—un’identificazione così potente che il leader socialista lo querelò più volte, lamentandosi persino con il Presidente Pertini di essere disegnato “troppo fascista”. Giulio Andreotti, invece, non querelò mai, rispondendo con la sua proverbiale ironia: “Che posso dire di Forattini? È lui che mi ha inventato”. Aveva capito che essere dimenticati era peggio che essere ridicolizzati.

Le vignette più iconiche di Forattini sono entrate nella memoria collettiva italiana come documenti storici. La Sicilia-coccodrillo che piange dopo l’assassinio di Falcone nel 1992, lacrime ipocrite di un’isola complice. Craxi appeso a testa in giù nel 1993, con la corda ai piedi come Mussolini a Piazzale Loreto—pubblicata dopo il voto del Parlamento che negò l’autorizzazione a procedere contro di lui. D’Alema con il bianchetto che cancella nomi dalla lista Mitrokhin nel 1999, vignetta che costò a Forattini una causa da 3 miliardi di lire e la fine del rapporto ventennale con Repubblica.

Quest’ultimo episodio rivela il carattere di Forattini: dopo la querela—la più alta mai intentata contro un satirico italiano—continuò per mesi a disegnare D’Alema senza volto, un ovale bianco in segno di protesta. “Ho sempre lavorato con coraggio e indipendenza e non ho mai piegato la testa di fronte agli attacchi che spesso mi hanno creato grossi problemi”, dichiarò. Fu querelato circa 20 volte, tutte—sosteneva provocatoriamente—“da esponenti della sinistra”, a dimostrazione della sua tesi che “la sinistra non accetta la satira quando è diretta contro di lei”.

L’uomo dietro la matita: scomodo e dolcissimo

Chi era veramente Giorgio Forattini? La testimonianza più toccante viene dalla moglie Ilaria Cerrina Feroni, nobildonna fiorentina e pronipote del pittore macchiaiolo Francesco Gioli, che nel 2022 aprì il suo “diario segreto” in un’intervista: “Ho vissuto per 40 anni accanto a un giornalista scomodo, molto scomodo. Purtroppo non è vero che in un paese libero come il nostro non si corrono rischi nel dire la verità. Giorgio l’ha sempre detta, spesso precedendo i fatti, ma questo non gli ha reso la vita facile”.

Ilaria racconta di averlo contestato, di aver litigato con lui, di aver sperato—per una vita tranquilla—che rinunciasse o modificasse qualche vignetta. “Non l’ha mai fatto, sapendo che avrebbe affrontato grossi problemi, come infatti è avvenuto”. Eppure riconosce: “Il tempo gli ha dato ragione”. Lo chiamava “Asterix” nei periodi di massimo impegno professionale, “per come era sempre agitato, irascibile, pur rimanendo sempre dolce”. Un uomo che comprava ossessivamente quadri ovunque andasse, che collezionava arte con la stessa voracità con cui collezionava nemici politici.

Forattini si dichiarava fieramente indipendente: “Non sono mai stato di sinistra. E neanche di destra. Sono sempre stato un liberal e un uomo libero. La verità è che detesto l’integralismo. Non sopporto nessun partito”. Questa indipendenza gli costò cara ma gli permise di lavorare contemporaneamente per Repubblica e Panorama di Berlusconi, di essere cacciato da quasi tutte le testate con cui collaborò, di lasciare Il Giornale dopo aver disegnato Berlusconi in mutande. La sua unica autodichiarata superiorità era quella verso i politici: “Mi sento sempre superiore a qualsiasi politico, sono così straccioni”.

Aveva però anche momenti di umanità. L’unica vignetta che pubblicamente rimpianse fu quella su Raul Gardini dopo il suicidio dell’imprenditore: trasformò “Il Moro di Venezia”, lo yacht di Gardini, in “Il Morto di Venezia”, con uno scheletro al timone. “Avrei voluto scusarmi con lui”, ammise anni dopo. Era l’eccezione che confermava la regola: Forattini non chiedeva scusa, perché credeva che la satira dovesse essere “assolutamente libera” e che dovesse solo “evitare la volgarità, non scendere nell’insulto”.

Un’eredità scolpita nella memoria collettiva

Cosa resta di Giorgio Forattini? Resta innanzitutto una cronaca visiva di cinquant’anni di Repubblica italiana—dal terrorismo alle stragi di mafia, da Tangentopoli all’era Berlusconi—raccontata con una matita che non tremava mai. Restano quegli stereotipi visivi che hanno plasmato la percezione collettiva della politica italiana: impossibile pensare a Craxi senza vederlo in camicia nera, ad Andreotti senza le orecchie a sventola, a Berlusconi senza la bassa statura esagerata.

Resta soprattutto un modello di coraggio intellettuale sempre più raro. In un’epoca in cui la satira si è fatta prudente, politically correct, attenta a non offendere, Forattini rappresenta l’ultima generazione per cui la satira era ancora un’arma, non un giocattolo. “Senza falsa modestia, dopo Guareschi credo di venire io nella classifica dei protagonisti della satira italiana dell’ultimo secolo”, dichiarò. Non era spavalderia: era una constatazione obiettiva che i numeri confermano—14.000 vignette, 3 milioni di libri venduti, una carriera che ha attraversato tre generazioni politiche mantenendo sempre la stessa irriverenza.

La sua influenza sui giovani vignettisti fu diretta e generosa: creò piattaforme come Satyricon, diresse Il Male, fece da giurato in concorsi di satira, spiegò nel suo ultimo libro “Abbecedario della politica” (2017) come nasce una vignetta. Vauro Senesi, che iniziò la carriera proprio a Satyricon, gli riconobbe “una gratitudine” immensa. Ma l’eredità più importante è etica: aver dimostrato che “l’onestà paga sempre, se non altro davanti a se stessi”, come scrisse sua moglie. In un paese dove il conformismo è la strada più facile, Forattini scelse ogni giorno la strada più difficile—quella della verità graffiante, anche quando costava cara.

La matita si è fermata, lo sguardo resta

La morte di Giorgio Forattini chiude un’epoca del giornalismo italiano che forse non tornerà più. Era l’ultimo rappresentante di quella generazione di satirici che consideravano il proprio mestiere una missione civile, non una professione. Il suo tratto era chirurgico, ma la sua visione era quella di chi crede profondamente nella democrazia—proprio perché la satira è l’anticorpo delle democrazie, il sistema immunitario che impedisce ai potenti di prendersi troppo sul serio.

Quello che colpisce, rileggendo la sua opera, è quanto quelle vignette siano ancora attuali. I Craxi, gli Andreotti, i Berlusconi che Forattini disegnò non erano solo individui: erano archetipi del potere italiano, maschere che si tramandano di generazione in generazione. La sua matita ha svelato queste maschere con una lucidità che nessun editoriale avrebbe potuto eguagliare. Forse per questo fece così tanti nemici: perché la verità, quando è disegnata, non può essere fraintesa.

Resta da chiedersi se oggi ci sarebbe ancora spazio per un Forattini. In un’Italia dove la satira viene censurata per “tutelare le istituzioni”, dove i social media hanno moltiplicato le querele temerarie, dove il politicamente corretto impone prudenza, quel tratto così feroce e libero apparirebbe probabilmente inaccettabile. Eppure è proprio in tempi come questi che un Forattini servirebbe di più. La sua lezione finale è questa: la satira che non disturba non è satira, è decorazione. E Forattini non ha mai fatto decorazione.

Il 4 novembre 2025, a Milano, si è spenta una matita. Ma lo sguardo acuto, impertinente e profondamente libero di Giorgio Forattini continuerà a osservarci da quelle 14.000 vignette, ricordandoci che ridere del potere non è solo un diritto: è un dovere.

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Ennio Martignago