Il passaggio dai territori K, – tra l’altro va ricordato come un sol uomo e l’immagine di copertina tiene a realizzare proprio questo ricordo, il compagno K di stanluereloliverhardyca giacenza, – (in realtà si tratta di compagno B, il K lo faceva Craxi, ma che ci importa) alle praterie dei foto e romanzi a colori ma, e, soprattutto in bianco e nero, è davvero breve e ci rimanda al volo al post di ieri detto anche lo ieripost, in cui chiudevamo sul film di Damiano Damiani La moglie bella con Ornella Muti. Ebbene, amici e parenti, commilitoni e colleghi, compagni e fedeli di ogni ordine e grado, in un solo film, peraltro citato per ben altri motivi, troviamo e ci troviamo, di colpo e all’improvviso, non uno, non due, ma entrambi loro che saranno fondamentali per la nascita e la crescita, nonchè la prosperità del genere e del venere succitato nel titolo, detto anche fotoromanzo.

Perché secondo le leggende fu proprio Damiani, in arte Damiano, grande regista dell’italica stirpe ad aver avuto, forse da solo, forse in compagnia di altri, l’idea di realizzare foto con romanzi acclusi e inclusi, dove narrare le storie, pressoché amorose e amorevoli in toto, con tecniche mutuate – e non lo nego – dal cinematografo, proprio lui. Set e ot con luci e scene, attori bellocci assai ma anche recitanti anzichenò, non muti baldacchini o meglio manichini, come altri potevano pensare. E male. Pensare dico. L’altra leggenda vuole che invece la novità rivistica – in quanto pubblicata su riviste che prima sdoganavano storie zuccherose a fumetti con tratto realistico molto pop – quello di Walter Molino ad esempio vero divo assoluto sulla Domenica del Corriere – fosse o sia o ria dovuto a Cesare e dico Cesare e ri-dico Cesare Zavattini mica “tanto tonò che piovve”. Uno scrittore sopraffino – vedasi De Sica per le referenze – prestato sovente alla popolarità, non intesa come notorietà ma come cultura popolare, Pop.
Come che è stato o come che non sia steto, all’alba vincerò – non era quello – ma all’alba del ‘46 al massimo ‘47 del novecento nel secolo scorso, nacquettero le riviste di genere. Meglio nacquero i romanzi a foto per le riviste. Ancora meglio, nacquero un paio di riviste – rotocalchi si dissie o dicette – che oltre agli articoli scritti e stampati, oltre ai fumetti scritti e disegnati, pubblicavano storie – fasulle e romanzate assai in chiave rosa più che altro – fotografate e scritte coi baloon come i fumetti ma con le foto al posto dei disegni. Novità assoluta, novità clamorosa, novità di grande successo, e tutta italiana. Nessuno ci aveva pensato prima. Fatevi un nodo al fazzoletto, perché stando da queste parti – sul franti dico – ne troverete parecchie di storie così. Solo italiane e che il mondo poi ci ha copiato con gusto e spesso con fregatura implicita, nel senso che poi loro ci hanno fatto il “lesso”, – come si dice da voi: piccioli, danè, dobloni? Mentre noi manco ne abbiamo rivendicato la paternità. Sai quando ti levano la sedia di sotto, quelo!

La storia delle storie fotografiche e delle riviste, che poi solo di quelle erano composte, nate attorno agli anni ‘50 e prosperate e prosperose fino a tutti gli anni ‘80, ma ancora esistenti anche oggi, in un mercato che nel frattempo da gigante si è trasformato in rionale, – per tutti nella carta stampata, sigh – ancora resiste, nelle pieghe della storia. Segnatevi l’espressione ultima perchè la ritroverete e così potrete cazziarmi a volontà tutte le volte che la riuserò. Grazie per la collaborazione. Nel momento di massimo fulgore, splendore, ore ore ore, essi foto e poi romanzi, vendevano milioni di copie. Milioni dico, non patacchie e nemmeno petecchie. Eravamo riusciti a realizzare un’industria, – noi italiani brava gente – un pò come quella volta quando un mensile “osè” italiano era riuscito a offuscare la fama di Playboy, la rivista per uomini più famosa della storia del genere umano, e anche di quello disumano. Ci hanno fatto anche una serie tv. L’Italia non è il paese della fuga dei cervelli perché ci piace far loro cambiare aria, è quel paese dove i cervelli vanno all’estero perchè essi – contrariamente che in patria – sono apprezzatissimi, ovunque nel mondo. Andate sul sito di Italiani di Frontiera, anche grazie al nostro link, e leggetevi un po ‘ delle storie degli italiani della valle del silicone USA, e vedrete che goduria.

Avevamo parlato di Ornella Muti all’inizio del post e non a caso, ella signora all’epoca signorina, assieme alla sorella e con il proprio nome e cognome vero – Francesca Rivelli lei e Claudia la sorella – stazionava e si esibiva a lungo e con grande perizia sulle pagine dei foto e romanzi più celebri del reame, quelli della Lancio, casa editrice romana, ancora in corso e sorso, – in realtà non esattamente – vedi alla voce fumetti e poi Lanciostory. Essi loro editori di fotoromanzi nei sessanta e per più e oltre venti e vendi anni, hanno spopolato. Nel massimo dello splendore c’erano numerose testate del genere, decine in tutto. E poi c’erano decine di set in contemporanea allestiti e giranti, e inoltre centinaia di attori a contratto per non parlare delle migliaia di comparse fotoromanziche. Quanta fama e fulgore per non dire allure. Inoltre, molti di coloro e colore, attrici e attori che hanno accaparrato per sè e per le coi fotoromanzi, sono poi dopo nell’altre vite divenuti ancor più divi e ancor più noti. Abbiamo citato la Muti ma anche come, non dire, – per dire, – Albertazzi di nome Giorgio, che proprio attore di fotoromanzo, con il massimo rispetto per i fotografi, non ci appareva ne apparessa. Folle di astanti con e senza vettovaglie ma tutti con taccuino o foto, o foto e taccuini d’ordinanza, attendevano fuori dai teatri di posa fotoromanzichi i loro divi fotoromanzati. Le Katiusce con o senza k e h, le Michele, anche donne e non solo uomini, i Kirk e i Sebastiani, i primi di essi non solo capitani di flotte stellari. Folle e folli che si sono sbracciati per farsi firmare e autografare, ma anche per prendere parte a battesimi a centinaia, come sanno tutti quelli che così si chiamano ancora oggi o si fanno chiamare o vengono chiamati. Anche alcune Marine avevano posto, e hanno ancora trovato posto, fra i nomi popolari allora come oggi. In particolare chiuderei su una Marina che di cognome faceva Coffa per la quale un giovine di belle speranze anelava alquanto e sospirava pure, nonchè arrivare a strapparsi le vesta, e sobbalzare col cuore accelerato, forte nel petto, quando gli capitette lui di trovarlsela in front off, dentro un film vero e proprio e non solo nelle foto dei romanzi di foto.
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