Riassunto
Chiudiamo il dossier smontando la parola con cui questa storia viene di solito raccontata.
La polveriera esiste, ma i numeri non le danno ragione nel modo in cui ce lo aspettavamo. Le morti per overdose negli Stati Uniti calano da tre anni consecutivi, con una velocità senza precedenti, e fra gli Stati con i cali più forti c’è proprio il West Virginia. Nessuno sa spiegare con sicurezza perché: le ipotesi sono almeno cinque e nessuna prevale. Il che dovrebbe far riflettere chi per un decennio ha attribuito quelle morti a uno smarrimento esistenziale, perché fra il 2022 e il 2025 nella disperazione degli americani non è cambiato niente. È cambiata la sostanza in circolazione. Poi mettiamo le cose su una griglia, e troviamo la casella che il racconto corrente non guarda mai: popolazioni altrettanto povere la cui politica, per un secolo e mezzo, non è stata l’uscita dalle istituzioni ma la pretesa nei loro confronti. Le stesse contee del Sud, la stessa miseria, e una relazione con la distanza esattamente rovesciata — perché dove il nemico è lo sceriffo della contea, l’unico alleato possibile è la capitale lontana. Con un dettaglio che chiude il ragionamento: le chiese delle due popolazioni hanno la stessa struttura, e hanno prodotto politiche opposte. Da lì arriviamo alla tesi con cui il dossier finisce, che non è quella da cui era partito. E rispondiamo alla domanda lasciata aperta nel primo episodio: perché il West Virginia votava a sinistra fino a ieri. Chiudiamo su chi tiene la miccia, che non è un mistero, e sul motivo per cui la questione riguarda anche popolazioni che finora si consideravano al riparo.
Episodio III — La casella vuota e la miccia contesa
La cosa che non doveva succedere
Esiste un modo consolidato di raccontare la parte più povera dell’America bianca, e funziona così: una regione svuotata dall’industria che se n’è andata, senza lavoro, senza prospettive, dove la gente muore di oppioidi, di alcol e per mano propria a ritmi che nessun paese ricco conosce. Una polveriera. Materiale infiammabile in attesa di chi accende.
Il racconto ha un fondamento serio. Due economisti, Anne Case e Angus Deaton, hanno documentato a partire dal 2015 un fenomeno che in un paese sviluppato non dovrebbe accadere: la mortalità in età di mezzo che smette di scendere e comincia a risalire, concentrata fra gli americani senza laurea. Lo hanno chiamato morti da disperazione, e la formula ha fatto il giro del mondo.
Poi è successa una cosa che quel racconto non prevedeva.
Nel 2023 negli Stati Uniti si stimarono circa centodiecimila morti per overdose. Nel 2024 scesero a poco più di ottantamila, con un calo del ventisette per cento in dodici mesi. Nel 2025 sono scese ancora, a circa settantamila. Tre anni consecutivi di discesa, e una velocità che non ha precedenti nella storia delle epidemie da sostanze.
Fra gli Stati con i cali più forti del 2024 c’è il West Virginia.
Scrivere oggi la parola polveriera senza dire questo significherebbe fare esattamente il mestiere che in questo dossier rimproveriamo agli altri: tenersi la cornice perché è comoda e non guardare i numeri che la incrinano.
Quindi guardiamoli.
Nessuno sa perché
La cosa più onesta che si possa dire di quel calo è che nessuno lo sa spiegare con sicurezza.
Le ipotesi in campo sono almeno cinque, e si escludono solo in parte. La diffusione capillare dell’antidoto che blocca l’overdose da oppioidi, distribuito ormai nei distributori automatici e nelle stazioni di servizio di mezzo paese. L’ampliamento dell’accesso ai farmaci sostitutivi. Un cambiamento nella composizione delle sostanze in circolazione, che ne ha modificato le modalità di consumo. Un mutamento generazionale nei consumi dei più giovani. E poi l’ipotesi che nessuno formula volentieri ad alta voce: che la popolazione più esposta sia in larga parte già morta, e che il calo misuri anche l’esaurimento del bacino.
Questa incertezza è il dato più interessante di tutti, e vale la pena soffermarcisi.

Per un decennio abbiamo letto che quelle morti erano il sintomo di uno smarrimento esistenziale: la fine del lavoro industriale, la perdita di uno status, il crollo del matrimonio e della chiesa, un vuoto di senso che si riempiva di sostanze. Era una spiegazione elegante e coerente con quello che vedevamo.
Ma se fosse davvero la disperazione a uccidere, dovremmo poter indicare cosa sia cambiato nella disperazione degli americani fra il 2022 e il 2025. E non è cambiato niente: non i salari, non le chiese, non i matrimoni, non le fabbriche. È cambiata la sostanza in circolazione e la disponibilità dell’antidoto.
Il che sposta parecchio l’accento. Non verso l’idea che la disperazione non esista — esiste, e i dati sulla mortalità per alcol e per suicidio raccontano una storia più lenta e più cattiva di quella delle overdose. Ma verso l’idea che un’epidemia da sostanze sia, prima di tutto, un fatto di offerta. Comincia quando qualcuno mette sul mercato un prodotto e lo commercializza aggressivamente, si aggrava quando la filiera si sposta su molecole più potenti e più economiche, e rallenta quando la filiera cambia di nuovo.
Chi ha spiegato l’ascesa con la sociologia dovrebbe adesso spiegare la discesa con la stessa sociologia. Non ci sta riuscendo nessuno.
La miccia non è la mortalità
Restano due complicazioni, e vanno tenute entrambe.
La prima è che il livello non è tornato al punto di partenza. I decessi legati agli oppioidi restano sopra quelli del periodo precedente alla pandemia. Un calo violentissimo da un massimo storico lascia comunque una situazione peggiore di quella di dieci anni fa.
La seconda è geografica, e riguarda direttamente questo dossier. Nel 2025, mentre quasi tutto il paese scendeva, tre Stati sono andati in controtendenza con aumenti superiori al dieci per cento: New Mexico, Arizona, Colorado. Cioè il Sud-ovest, che non è né la dorsale appalachiana né l’altopiano mormone. Le due tribù di cui abbiamo parlato in questo dossier non compaiono nell’elenco.
Il che ci consegna la conclusione operativa dell’intero capitolo, ed è meno rassicurante di quanto sembri.

Se il bacino politico di cui tutti parlano fosse davvero fatto di disperazione misurabile, dovrebbe restringersi mentre la disperazione misurabile si restringe. Non lo sta facendo. La disponibilità di quelle popolazioni a essere mobilitate contro il sistema non ha seguito la curva della mortalità né verso l’alto né verso il basso.
La miccia, insomma, non coincide con la ferita. Sta da un’altra parte.
La casella che nessuno guarda
A questo punto conviene disporre le cose su una griglia, perché è l’unico modo per vedere quello che manca.
Prendete due assi. Sul primo mettete la condizione economica: chi sta bene e chi sta male. Sul secondo mettete il rapporto con le istituzioni: chi ne fa a meno per scelta, chi ci sta dentro, chi ne è semplicemente fuori.
Nel primo episodio abbiamo raccontato una popolazione che si tiene alla larga dalle istituzioni per tradizione. Nel secondo abbiamo visto che quella popolazione non è affatto solo povera, e che l’autonomismo più aggressivo viene da uno Stato prospero. Poco fa abbiamo parlato di chi è fuori da tutto senza posizione politica.
Manca una casella, ed è enorme: la povertà ad altissima densità istituzionale.
Gente altrettanto povera, altrettanto rurale in molti casi, altrettanto ignorata dalle capitali, la cui politica per un secolo e mezzo non è stata l’uscita dalle istituzioni ma la pretesa nei loro confronti.
Il caso più netto è quello degli afroamericani del Sud. Vivevano nelle stesse contee dei montanari, o in quelle adiacenti, con redditi comparabili o inferiori. Ma il loro nemico era il governo locale: lo sceriffo della contea, il giudice di pace, il consiglio scolastico, il registro elettorale. E il loro unico alleato possibile era esattamente quell’entità lontana che i vicini di collina consideravano un’occupazione straniera.

Nel 1957 furono truppe federali a scortare nove ragazzi neri dentro un liceo dell’Arkansas contro la volontà del governatore dello Stato. Nel 1962 furono agenti federali a farne entrare uno all’università del Mississippi. Nel 1965 la legge sul voto funzionò perché mandava ispettori federali a sorvegliare le iscrizioni elettorali nelle contee del Sud.

Stessa povertà, stessa regione, relazione con la distanza esattamente rovesciata. Quella gente non voleva Washington più lontana: la voleva più vicina, perché la prossimità del potere, dalle sue parti, era precisamente il problema.
E il dettaglio che chiude il ragionamento riguarda le chiese. Le congregazioni battiste nere del Sud hanno la stessa struttura di quelle bianche di montagna: nessun vescovo, nessuna gerarchia sopra la comunità, ogni congregazione sovrana. La stessa identica architettura che nel primo episodio abbiamo indicato come radice teologica dell’antistatalismo appalachiano.
Da un lato ha prodotto il rifiuto dello Stato. Dall’altro ha prodotto la macchina organizzativa che allo Stato ha strappato il diritto di voto.
La struttura, evidentemente, non determina il contenuto.
Cosa fa davvero la differenza
Se non è la struttura ecclesiale, e non è l’antenato scozzese, e non è nemmeno la povertà, cosa distingue le due caselle?
L’ipotesi che regge meglio è la meno affascinante: la presenza di istituzioni proprie. Non quelle dello Stato: quelle che una popolazione si costruisce da sola e che le appartengono.
La casella densa ne era piena. Le chiese con i loro fondi di mutuo soccorso e le loro casse funerarie. Le società operaie di mutua assistenza degli immigrati, che pagavano il medico e il funerale prima che esistesse qualunque previdenza pubblica. Le macchine politiche urbane — corrotte quanto si vuole, e lo erano parecchio — che nella New York e nella Chicago di inizio Novecento distribuivano lavoro, carbone d’inverno e assistenza legale in cambio di voti, cioè facevano da welfare in un paese che non ne aveva.
E i sindacati industriali.

Qui il ragionamento torna sulla dorsale, e chiude un cerchio aperto nel primo episodio.
Ci eravamo lasciati con una domanda a cui non avevamo risposto: se la cultura antistatale delle montagne ha tre secoli, perché il West Virginia votava a sinistra fino agli anni Novanta del Novecento?
La risposta più semplice è che le montagne un’istituzione propria ce l’hanno avuta, ed era il sindacato dei minatori. Per mezzo secolo ha contrattato i salari, gestito fondi pensione e ospedali, formato quadri, portato la gente alle urne e detto per chi votare. Finché è esistito, quelle contee hanno espresso una politica di rivendicazione verso lo Stato, non di fuga da esso.
Quando l’occupazione nel carbone è collassata e il sindacato con essa, la politica di quelle contee è cambiata nell’arco di una generazione.
Il che riformula tutto il dossier in una frase sola, che vale la pena scrivere per esteso perché è la tesi a cui siamo arrivati e non quella da cui eravamo partiti.
La tribù non determina il contenuto politico di una popolazione. Determina lo stile con cui quella popolazione si comporta quando resta senza istituzioni. Lo stile è antico e resistente, e riemerge tale e quale ogni volta che il tessuto intermedio si strappa. Il contenuto, invece, lo decidono le organizzazioni presenti sul terreno in quel momento.
Chi ha istituzioni, chiede. Chi non ne ha, se ne va.
La prova che potrebbe smentirci
Prima di chiudere va detto che esiste una spiegazione concorrente più semplice di questa, e che è probabilmente vera almeno in parte.

Negli Stati Uniti, oggi, il predittore più potente del comportamento elettorale non è la regione, non è l’origine e nemmeno il reddito: è la densità abitativa. Più si è isolati, più si vota in un certo modo. E questo vale nel Kentucky orientale come nell’Oregon interno e nell’Illinois meridionale, cioè in posti che non condividono nessun antenato, nessuna storia mineraria e nessuna teologia.
La prova più fastidiosa per noi, però, viene da fuori. Lo stesso divario fra centri urbani e periferie rurali si osserva, con dinamiche riconoscibilissime, in paesi europei dove non è mai sbarcato un solo scozzese dell’Ulster. Se il medesimo schema si riproduce dove le premesse genealogiche sono assenti, la genealogia sta spiegando meno di quanto sembri.
Non è un’obiezione che distrugge il nostro filo. È un’obiezione che lo ridimensiona a quello che è: una spiegazione dello stile e della grammatica, non della causa. Il che, se ci si pensa, è esattamente la conclusione a cui il paragrafo precedente era arrivato per un’altra strada.
Due percorsi indipendenti che arrivano allo stesso punto sono la cosa più vicina a una conferma che questo genere di ragionamento possa produrre. Ce la teniamo con moderazione.
Le tribù che il racconto cancella

Resta un debito, e riguarda chi in questa storia non compare mai.
L’Appalachia raccontata come riserva etnica bianca è un’invenzione, e nel primo episodio abbiamo visto chi l’ha confezionata. Vale la pena elencare cosa quell’invenzione ha dovuto nascondere.
Nella zona di confine fra Tennessee, Virginia e Kentucky esistono da secoli comunità di origine mista che le leggi razziali del Sud non sapevano dove collocare, e che per questo furono classificate ora in un modo ora nell’altro a seconda della convenienza. Le analisi genetiche degli ultimi quindici anni hanno ridimensionato le teorie fantasiose sulle loro origini esotiche e indicato una mescolanza africana ed europea: cioè la cosa più ordinaria e più impronunciabile.
Nei bacini carboniferi c’era una popolazione nera consistente, reclutata dalle compagnie nel profondo Sud all’inizio del Novecento e insediata nelle stesse baracche. Il sindacato dei minatori, in una regione governata dalla segregazione, teneva sezioni miste: non per virtù ma per aritmetica, perché uno sciopero con i neri fuori non si vince. È una delle poche istituzioni integrate esistite nel Sud prima degli anni Sessanta, e non compare in nessuna cartolina.
Nella Carolina del Nord occidentale vive tuttora una comunità cherokee discendente da chi riuscì a sottrarsi alla deportazione del 1838. Il loro rapporto con Washington è il quarto rovesciamento di questo dossier: il riconoscimento federale è la garanzia stessa della loro esistenza giuridica, e la loro autonomia si difende dallo Stato locale invocando quello centrale.
E poi c’è la montagna dove nel 1921 diecimila minatori armati marciarono per settimane finché non trovarono davanti l’esercito degli Stati Uniti, e si arresero senza sparare perché molti di loro erano reduci e non se la sentivano di aprire il fuoco su quella divisa. Quell’esercito era composto da montanari nativi, da neri e da immigrati italiani e slavi, che avevano scoperto di avere lo stesso padrone.
Si racconta spesso che il termine con cui oggi si sfotte il bianco povero del Sud nasca dai fazzoletti rossi che quei minatori portavano al collo. È una bella storia, e circola in continuazione, ma la parola è documentata almeno trent’anni prima. Anche l’orgoglio, quando si costruisce una genealogia, tende a sceglierla nobile.
Sulla stessa dorsale, undici anni dopo, un maestro di scuola fondò in Tennessee un centro di formazione per organizzatori sindacali che negli anni Cinquanta diventò uno dei principali luoghi di addestramento del movimento per i diritti civili. Nell’estate del 1955 vi partecipò a un seminario una sarta di Montgomery, Alabama, che pochi mesi dopo si rifiutò di alzarsi da un posto d’autobus. Lo Stato del Tennessee revocò l’autorizzazione a quella scuola e ne confiscò la proprietà nel 1961. Il centro riaprì altrove e c’è ancora; nel 2019 il suo edificio principale è stato distrutto da un incendio doloso, con un simbolo suprematista lasciato sul selciato, e nessuno è mai stato identificato.
Le stesse montagne, gli stessi cognomi, la stessa allergia al potere lontano. Contenuti opposti.
Chi tiene la miccia

Siamo partiti chiedendoci se si potesse disegnare una mappa dell’America antigovernativa. Si può, e ne abbiamo tracciate due che si sovrappongono male: una dorsale montuosa popolata da clan che venivano da un confine europeo senza legge, e un altopiano occidentale popolato da un popolo perseguitato che a un certo punto vide arrivare l’esercito.
Lungo la strada abbiamo visto quelle mappe rovesciarsi in mano. Chi grida più forte contro il governo federale spesso ci campa, o ne compra i pascoli a un quattordicesimo del prezzo. Lo Stato più aggressivamente antifederale è quello che ha meno bisogno di aiuto. E quando qualcuno ha davvero provato a vendere all’Ovest la terra che l’Ovest reclamava, l’Ovest l’ha bloccato, perché non voleva possederla ma usarla senza permessi.
Abbiamo anche visto che la nostra chiave — quella delle tribù — spiega bene lo stile e male il contenuto, e che il contenuto lo decidono le istituzioni presenti sul terreno.
Resta la domanda che dà il titolo a questo episodio. Se esiste un bacino di popolazione disponibile, senza rappresentanza propria e senza organizzazioni che ne strutturino le richieste, chi lo mobilita?
La formula corrente dice: una polveriera senza guide. È sbagliata, e va corretta. Non manca la guida: manca l’istituzione. Sono due cose diversissime, perché di aspiranti guide ce ne sono in abbondanza, e la loro abbondanza è precisamente il problema. Una popolazione senza organizzazioni proprie non è priva di leader: è disponibile a chiunque si presenti, e resta disponibile anche dopo, perché niente di quello che le viene offerto si sedimenta in una struttura che le appartenga.
L’ultimo decennio di politica americana si può leggere quasi per intero come il tentativo di catturare quel bacino con la retorica dei clan e i soldi di chi i clan non li ha mai frequentati. Ed è un’operazione a basso costo, perché costruire un’identità è molto più economico che costruire una cassa di mutuo soccorso, un fondo pensione o un ospedale.
Il fatto che dovrebbe preoccupare, però, è un altro, e non riguarda le montagne.
Le istituzioni della casella densa — le chiese di quartiere, le società di mutuo soccorso, le macchine politiche urbane, i sindacati industriali — si stanno svuotando anche loro, da trent’anni e in ogni direzione. Se la nostra tesi vale, il risultato è prevedibile: anche quelle popolazioni diventeranno contendibili. Non per un cambiamento di idee, ma per sottrazione di struttura.
E allora la risposta alla domanda su chi tenga la miccia non è affatto neutra, e non è nemmeno particolarmente misteriosa.
La tiene chi offre istituzioni.
Il guaio è che al momento, in quel mercato, non si presenta quasi nessuno.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



