Sovranità, sovranità. Nel digitale la chiedono tutti. Ma la nostra, quella sui dati, sulle scelte, sulla libertà di partecipare o di starne fuori senza pagare un prezzo, quella chi la difende? Resta sullo sfondo, delegata a qualcun altro, mentre le piattaforme lavorano ogni giorno per restringerla.
Ed è comprensibile: il dibattito si è concentrato sulla data sovereignty, dove stanno i dati, chi li ospita, sotto quale giurisdizione, perché è un terreno solido. Circoscritto, misurabile, regolamentabile. Un problema che si affronta con un contratto, una policy, un datacenter nel posto giusto.
L’indipendenza digitale è un’altra cosa.
È più profonda, più sfuggente, più strutturale. E forse proprio per questo merita più spazio di quello che le stiamo dando.
In questo contesto il SaaS (Software as a Service) e il cloud, quei modelli in cui software e dati non risiedono più nei tuoi sistemi, nel tuo smartphone, ma in infrastrutture gestite da terzi, sono diventati i principali imputati: i tuoi dati sono “fuori”, il controllo è “altrove”, la soluzione è riportare tutto “dentro”.
Ma fermarsi qui è una semplificazione, non una soluzione.
Perché il vero nodo non è dove risiedono i dati.
È chi decide cosa puoi farne, come ci lavori, e a quali condizioni puoi costruire la tua autonomia.
Ma soprattutto è uscire dalla logica del dato come unico decisore. L’autonomia e la libertà — di una persona, ma anche di un’azienda — vanno ben al di là del mero dato e delle infinite conversazioni su chi ce l’abbia e dove sia.
Il tema diventa ancora più critico con l’intelligenza artificiale.
Qui il “portare dentro” non è un vezzo: è una necessità. I sistemi di AI lavorano sui dati aziendali, li elaborano, li incrociano, ne estraggono valore. E quei dati, il know-how, i processi, le strategie, sono la proprietà intellettuale dell’azienda. Tutto può accadere, tranne che finiscano a disposizione di terzi o che la leggerezza nell’uso degli strumenti aiuti qualcun altro ad arricchirsi con ciò che è tuo. Segregare, proteggere, governare l’accesso non è paranoia: è il minimo.
E qui il dibattito ha un problema serio: la parola indipendenza viene declinata come proprietà chi possiede l’infrastruttura, chi controlla il dato, chi detiene il brevetto e quasi mai come libertà.
Libertà di scelta, di migrazione, di interoperabilità, di trasparenza e sopratutto di continuità senza che altri decidano cosa , quando e se usare strumenti che utilizziamo.
Il risultato è che la dipendenza non scompare. Cambiano i fili, cambiano le mani che li tirano. E spesso quei fili diventano più corti, più rigidi, più opachi.
Il rischio è concreto: sostituire le Big Tech con tante micro Big Tech.
Stessi modelli chiusi, stesse logiche estrattive, perimetro più piccolo. Un ritorno all’epoca dei Comuni medievali, ognuno con le proprie mura, i propri server on-premise (ovvero in casa propria) , i propri dazi.
Tutto “dentro”, tutto “nostro”.
Ma non più libero. Solo più vicino.
Ridurre la concentrazione di potere tecnologico è sacrosanto.
Ma se l’alternativa è replicare gli stessi schemi su scala ridotta, non abbiamo risolto nulla. Abbiamo rimpicciolito il recinto.
C’è un grande assente in questa conversazione: l’open source.
Troppo spesso trattato come un dettaglio tecnico, una nota a piè di pagina, quando rappresenta qualcosa di molto più concreto: un modello di trasparenza, di collaborazione, di possibilità reale di scegliere le proprie dipendenze, o di ridurle davvero. La domanda non è se usare open source. È se abbiamo il coraggio di metterlo al centro del discorso anziché ai margini.
C’è anche un altro grande assente: una nuova alfabetizzazione digitale.
Necessaria, urgente, per evitare danni che in parte sono già stati fatti, con adozioni giocose di tecnologie che sembravano innocue e che si sono rivelate recinti senza via di fuga. Dipendenze non solo economiche e tecniche, ma che toccano la sfera psicologica: lo vediamo con i minori, ma non solo con loro(1). Senza consapevolezza, senza strumenti per capire cosa si sta scegliendo e a cosa si sta rinunciando, la sovranità resta una parola vuota.
Perché la vera domanda è questa: possiamo costruire indipendenza digitale fondata su apertura, standard comuni e libertà effettiva?
Non spostare la dipendenza da un soggetto a un altro, ma ridurla strutturalmente.
Non è utopia. È il coraggio di un design responsabile, normativo, culturale.
Forse è il momento di alzare lo sguardo dall’infrastruttura e guardare l’orizzonte. Quello vero.

Guardiamo a SEKEM, in Egitto. Lì hanno costruito indipendenza, vera, integrandosi in un ecosistema globale, non chiudendosi dentro le proprie mura.
Produzione, educazione, salute, comunità: un ciclo completo dove ogni parte nutre l’altra. E pensiamo a quanto è ricco quel territorio di diversità culturali, popoli, tradizioni, visioni diverse, che però progettano insieme, costruiscono insieme, raccolgono risultati insieme.
Non nonostante le differenze: grazie alle differenze. Nessuno a SEKEM si è chiesto “dove risiedono i dati”. Si sono chiesti: come costruiamo qualcosa che abbia senso per le persone e per la terra che le ospita?
Ecco il punto: noi non siamo un cumulo di dati da custodire nel datacenter giusto.
Siamo persone, inserite in un ambiente che conta eccome.
Eppure nel dibattito sulla sovranità digitale l’impatto ambientale, l’energia consumata, le risorse estrattive impiegate, l’impatto sociale ed economico, la dipendenza e la libertà d’azione restano ai margini.
Come se il digitale esistesse in un mondo a parte.
La trasformazione tecnologica non è un fine. È uno strumento, e come ogni strumento, va giudicato per quello che produce e per coloro che lo usano e come lo usano e progettano.
Le politiche digitali dovrebbero essere al servizio di scelte sociali e ambientali, non il contrario.
Ma per farlo serve una domanda scomoda: i ritorni reali di queste trasformazioni finiscono nelle casse degli investitori o sul territorio? Nelle persone o nei bilanci? E soprattutto: cosa lasceremo a chi viene dopo di noi, deserto o pascoli?
Finché continueremo a separare la trasformazione tecnologica dal suo impatto umano e ambientale, continueremo a costruire efficienza senza direzione.
Pensarle insieme non è un lusso. È l’unica scelta che ha senso.
Sovranità. Indipendenza. Transizione digitale. Sono parole importanti. Ma diventano potenti solo se dietro c’è una visione che tiene insieme economia, giustizia, persone e ambiente.Non un cambio di gestore, ma il coraggio di percorrere un altra via.
(1) I nostri figli stanno pagando il prezzo più alto. (1) La dipendenza dai social media: cosa sta accadendo (2) Sekem
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