Come la prostata è diventata il campo di battaglia degli impliciti di genere, dei tabù maschili e di un sapere che preferisce non sapere
di Ennio Martignago
Partiamo dalla fine, cioè dall’unica cosa che sappiamo con ragionevole certezza: il massaggio prostatico è una pratica clinicamente promettente ma scientificamente sotto-studiata, culturalmente normalizzata in ampie parti del mondo e simbolicamente contaminata in altre. E questa contaminazione simbolica — non un dato anatomico, non una controindicazione fisiologica, non una proibizione legale — è la ragione principale per cui milioni di uomini in Occidente preferiscono affrontare un disagio cronico, talvolta invalidante, piuttosto che ammettere che esiste una ghiandola nel loro corpo la cui salute dipende, anche, da come si decide di trattarla.
Benvenuti nella commedia umana della prostata, dove l’anatomia è innocente e la cultura è colpevole.
Una ghiandola piccola, un problema enorme
La prostata è delle dimensioni di una noce — almeno quando le cose vanno bene. Produce una componente del liquido seminale, circonda l’uretra appena sotto la vescica, e si trova in una posizione anatomica che è già, di per sé, una provocazione simbolica: accessibile, nella sua interezza, solo attraverso la parete anteriore del retto. Per secoli questo dettaglio topografico è rimasto clinicamente irrilevante. Poi è diventato, nell’immaginario collettivo occidentale, un problema esistenziale.
L’ipertrofia prostatica benigna — l’ingrossamento non maligno della ghiandola — affligge circa il 50% degli uomini dopo i 60 anni e percentuali crescenti già dopo i 40. Non è una malattia rara, non è una condizione esotica: è una delle più diffuse al mondo in termini statistici assoluti. Il mercato farmaceutico che ci ruota intorno vale decine di miliardi di euro l’anno tra alfa-bloccanti, inibitori della 5-alfa-reduttasi, integratori di serenoa repens e interventi chirurgici. È uno di quei mercati che, nell’economia dell’attenzione e della spesa sanitaria, ha tutto l’interesse a perpetuare se stesso.
Il massaggio prostatico — una pratica manuale di drenaggio e stimolazione della ghiandola attraverso la parete rettale, praticata da un operatore o, in certi contesti, in autogestione — era invece uno strumento clinico di uso routinario nella medicina occidentale tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. È sparito dai protocolli standard con l’avvento degli antibiotici negli anni Cinquanta, quando si ritenne che qualsiasi approccio meccanico fosse superato dalla chimica terapeutica. Cinquant’anni dopo, i biofilm batterici che colonizzano i dotti prostatici e resistono agli antibiotici ci ricordano che forse quella dismissione fu frettolosa. Ma la storia della scienza è piena di pratiche abbandonate non perché sconfitte dalla prova ma perché semplicemente dimenticate, o perché il loro ritorno sarebbe economicamente o simbolicamente scomodo.
Gli studi: un silenzio assordante
Sarebbe facile a questo punto costruire una rassegna della letteratura scientifica sul massaggio prostatico. Troppo facile, però, e soprattutto onestamente inutile, perché quella letteratura è quantitativamente risibile rispetto alla scala del fenomeno clinico che dovrebbe indagare. I trial randomizzati controllati si contano sulle dita di poche mani. La Cochrane Collaboration — l’arbitro internazionale della medicina basata sull’evidenza — non ha dedicato una revisione sistematica alla pratica come monoterapia. Alcuni studi degli anni Novanta e Duemila mostrano risultati promettenti sulla prostatite cronica batterica, dove il drenaggio meccanico potenzia l’azione degli antibiotici su biofilm altrimenti resistenti. Per l’ipertrofia benigna vera e propria, i dati sono ancora più scarsi: c’è qualcosa, non abbastanza per costruire linee guida, molto meno di quanto ci vorrebbe per un fenomeno che riguarda metà della popolazione maschile matura.
Questa lacuna non è casuale. La ricerca biomedica segue i finanziamenti, e i finanziamenti seguono i mercati. Una pratica che richiede un dito guantato, venti minuti e una certa disinvoltura anatomica non ha un brevettante. Non produce un farmaco. Non genera un device da registrare con un marchio. L’industria farmaceutica non finanzia ricerche la cui conclusione potrebbe essere “provate questo prima delle pillole”. E la componente culturale aggrava il problema: i ricercatori lavorano dentro culture, le domande di ricerca emergono da contesti sociali, i comitati etici sono composti da esseri umani con i loro impliciti. In Europa meridionale e nel mondo anglosassone, costruire uno studio rigoroso su questa pratica significa reclutare soggetti disposti a partecipare — e questa selezione, già nella fase di arruolamento, produce campioni sistematicamente distorti verso individui con minori resistenze culturali.
Dove invece la pratica non porta questa zavorra simbolica, i dati aneddotici e la tradizione clinica informale offrono paradossalmente una risposta più consistente di quegli studi occidentali che, pur con tutte le loro limitazioni metodologiche, non riescono a trovare controindicazioni significative — con l’unica eccezione ragionevole e ben documentata del cancro prostatico diagnosticato o sospettato, dove il rischio teorico di mobilizzare cellule neoplastiche impone la sospensione.
Il silenzio della scienza, in questo caso, parla. E quello che dice assomiglia più a un riflesso condizionato che a una valutazione clinica.
La ghiandola come campo di battaglia del genere
Qui la commedia umana comincia a diventare seria, perché quello che si gioca intorno alla prostata non è una questione medica. È una questione di come il corpo maschile viene costruito culturalmente, di quali zone di quel corpo sono ammesse all’esistenza simbolica e quali vengono rimosse.
Michel Foucault, nella sua analisi del biopotere e della medicalizzazione del corpo, avrebbe trovato nella prostata un caso di studio quasi troppo perfetto. Il corpo non è mai semplicemente biologico: è un testo che le istituzioni — mediche, religiose, giuridiche, culturali — scrivono e riscrivono continuamente. Nel caso del corpo maschile occidentale, questo testo ha una grammatica molto precisa: il corpo dell’uomo è strumento, è forza, è agentività rivolta verso l’esterno. È il corpo che colpisce, che spinge, che penetra — sportivamente o bellicamente, come dico spesso. Non è il corpo che riceve, che cede, che si lascia attraversare.
La penetrazione rettale, anche in contesto puramente clinico, anche eseguita da un medico con guanti in lattice e finalità terapeutiche, attiva un cortocircuito in questa grammatica. L’uomo che si sottopone al massaggio prostatico non è solo un paziente che riceve una prestazione sanitaria: è, nell’immaginario culturale di vaste aree del mondo, un uomo che “si fa fare qualcosa”. E in quella frase c’è un intero sistema di significati che non riguarda la prostata ma riguarda il potere, la passività, e ciò che nel discorso popolare viene codificato — spesso con brutalità — come perdita di mascolinità.
Questa confusione tra postura fisica e identità sessuale è, anatomicamente, una sciocchezza. La prostata non sa nulla di orientamento sessuale: è una ghiandola. Ma culturalmente è diventata una sorta di sigillo dell’identità maschile eterosessuale, un territorio che non deve essere toccato perché toccarlo significherebbe — nell’economia simbolica di certe culture — aprire una porta che non dovrebbe aprirsi.
Il paradosso è che la stessa ghiandola è densa di terminazioni nervose, tanto da essere stata ribattezzata — con un’efficace semplificazione giornalistica — “il punto G maschile”. Questo crea una doppia angoscia: non solo il timore di un’intrusione nel corpo, ma il timore di un piacere che l’identità di genere non contempla. L’uomo che teme il massaggio prostatico spesso non teme il dolore: teme il godimento. Teme di scoprire che il proprio corpo contiene zone di cui non aveva letto nel manuale.
Gli urologi lo sanno benissimo, anche se raramente lo dicono in questi termini. In Italia, molti riferiscono tassi significativi di pazienti che rifiutano persino la più banale esplorazione rettale diagnostica — una procedura che dura trenta secondi, non è particolarmente invasiva e salva vite rilevando tumori in fase precoce. Il rifiuto non è informato: è viscerale, pre-razionale, identitario.

La mappa del mondo e i suoi impliciti
Se la geografia dell’accettazione e della resistenza al massaggio prostatico fosse visualizzata su una cartina, produrrebbe una mappa culturale più interessante di molte altre. Non segue le linee del reddito, non segue quelle dello sviluppo tecnologico, e — cosa notevole — quasi mai segue quelle delle proibizioni legali. Non esiste praticamente nessun paese che abbia dichiarato illegale il massaggio prostatico in contesto clinico. Quella che varia è la temperatura culturale, che si traduce in adozione clinica, in consapevolezza pubblica, in mercato dell’autogestione.
Nell’Asia orientale — Giappone, Cina, Corea — la pratica è integrata in sistemi di medicina tradizionale che la concepiscono come regolazione energetica del meridiano renale, in una cosmologia del corpo dove la prostata non ha alcuna valenza identitaria sessuale. In Giappone esiste un’industria di cliniche specializzate che opera in quella zona grigia peculiarmente giapponese tra medicina, benessere e intrattenimento adulto: il massaggio prostatico vi è offerto sia come terapia che come esperienza, senza che i due frame si contaminino o si escludano in modo problematico. Il pragmatismo anatomico coesiste con un’industria dell’intrattenimento erotico estremamente codificata, e le due cose non si annullano reciprocamente.
Nei paesi nordici e germanofoni, l’approccio è quello che potremmo chiamare protocollo funzionale: se funziona e non fa male, si fa. La cultura medica tende a isolare la procedura dai suoi significati simbolici con una sobrietà che potrebbe sembrare fredda ma che è, clinicamente, la postura più sensata. La fisioterapia del pavimento pelvico, in questi paesi, include regolarmente componenti di massaggio prostatico senza che questo sembri richiedere particolari giustificazioni culturali.
Il mondo anglofono — con gli Stati Uniti come caso di studio irresistibile — offre la contraddizione più spettacolare. La cultura pubblica americana ha storicamente trattato l’ano come zona di massima proibizione simbolica, con una carica morale che supera di gran lunga quella di qualsiasi altro paese occidentale. L’associazione tra penetrazione anale e omosessualità è nell’immaginario popolare americano quasi assiomatica, e si estende a qualsiasi forma di contatto rettale. Eppure sono proprio gli Stati Uniti il paese con il mercato più sviluppato di dispositivi per il massaggio prostatico “fai da te”, venduti su Amazon come prodotti wellness tra un tapis roulant e un frullatore proteico. La capacità americana di commercializzare ciò che simbolicamente proibisce raggiunge qui vette di coerenza quasi ammirevole.
Nel mondo islamico il quadro è più stratificato di quanto la semplificazione corrente suggerirebbe. La giurisprudenza islamica classica proibisce la penetrazione anale, e questa proibizione si estende culturalmente a qualsiasi forma di penetrazione rettale non strettamente necessaria. Tuttavia, la distinzione tra atto volontario e necessità medica è ampiamente riconosciuta dai giuristi più pragmatici, e nella pratica clinica dei paesi a maggioranza musulmana il massaggio prostatico in contesto medico è generalmente accettato, anche se raramente discusso pubblicamente. Il silenzio è una forma di permesso che evita il confronto diretto.
L’Europa mediterranea — e l’Italia in modo particolarmente eloquente — occupa una posizione di resistenza tacita che è forse la più interessante da analizzare. Non ci sono proibizioni, non ci sono dibattiti pubblici, non ci sono campagne di opinione contro. C’è semplicemente il silenzio di una cosa di cui non si parla, che si traduce in scarsa adozione clinica, in assenza dal discorso medico-divulgativo, in una terra di nessuno tra l’urologia ufficiale e l’autocura empirica. La mascolinità mediterranea, con le sue costruzioni di virilità attiva e di corpo impermeabile, produce una forma di auto-censura che non ha bisogno di leggi: funziona benissimo da sola.
Descrizione tecnica: quello che si dovrebbe sapere e non si dice

Chiudiamo dove si dovrebbe forse cominciare: con un’informazione tecnica pratica, che in un sistema sanitario davvero orientato al paziente dovrebbe essere parte di qualsiasi colloquio urologico ma che nella stragrande maggioranza dei casi non viene mai discussa.
Il massaggio prostatico può essere eseguito in due modalità principali, che si differenziano per via d’accesso, profondità di stimolazione ed efficacia clinica.

La via transrettale è quella storicamente praticata in ambito clinico ed è considerata la più efficace. Il paziente assume la posizione ginocchio-torace o il decubito laterale sinistro con le ginocchia flesse (posizione fetale). L’operatore, con un guanto monouso lubrificato con gel idrosolubile, introduce l’indice nel retto — generalmente fino alla seconda falange — e individua la prostata sulla parete anteriore del retto, a 5-7 centimetri dal margine anale. La ghiandola ha una consistenza tonica e una forma tipicamente bilobata con un solco mediano. Il massaggio viene eseguito con movimenti circolari o dall’esterno verso il centro lungo ciascun lobo, con pressione moderata e costante, per 3-5 minuti, favorendo il drenaggio del liquido prostatico attraverso i dotti che sboccano nell’uretra. In contesto terapeutico, la sessione viene solitamente ripetuta 2-3 volte a settimana per alcune settimane.

La via perineale esterna è accessibile anche in autogestione e non richiede penetrazione. Prevede la pressione ritmata e circolare sul perineo — la zona tra lo scroto e l’ano — con la punta delle dita o, più comodamente, con un piccolo strumento ovoidale appositamente progettato. L’efficacia di drenaggio è inferiore rispetto alla via transrettale, ma la pratica offre comunque stimolazione del plesso nervoso pelvico e può risultare utile come mantenimento tra sessioni cliniche o come alternativa per chi non può o non vuole accedere alla via diretta.

Esistono sul mercato dispositivi specificamente progettati per il massaggio prostatico in autogestione — solitamente in silicone medicale, con forma curva che segue l’anatomia del canale rettale e un punto di pressione rinforzato nella zona di contatto con la ghiandola. L’uso corretto prevede lubrificazione abbondante, introduzione lenta senza forzature, e movimenti di pressione gentile piuttosto che di spinta. La posizione più agevole per l’autogestione è la posizione accucciata, che rilassa lo sfintere anale, o il decubito dorsale con le ginocchia piegate.

Esistono poi, e sono anzi considerati tra i prodotti di qualità superiore nel settore, strumenti in materiali metallici. I più usati sono l’acciaio chirurgico (lo stesso degli impianti ortopedici e dei piercing certificati) e l’alluminio anodizzato, mentre in fascia molto alta si trova anche il titanio. Ci sono produttori come njoy — un brand americano molto rispettato — che realizzano massaggiatori prostatici interamente in acciaio inossidabile lucidato a specchio, come il celebre Pure Wand, che ha una forma a doppia estremità con sfere di diametro diverso.

I vantaggi del metallo rispetto al silicone sono concreti e non solo estetici. L’acciaio chirurgico è completamente non poroso, quindi igienicamente inattaccabile — si può sterilizzare in acqua bollente o in lavastoviglie senza alcun degrado. È anche pesante, e questo peso gioca a favore in un contesto di massaggio prostatico perché consente una pressione più costante e precisa con meno sforzo muscolare.

La termoattività è un’altra proprietà interessante: il metallo si raffredda o si riscalda rapidamente immerso in acqua, e questa variazione termica amplifica la risposta nervosa dei tessuti — un principio usato anche in fisioterapia.

Lo svantaggio principale è la rigidità assoluta: a differenza del silicone, che cede leggermente adattandosi all’anatomia, il metallo non perdona posizionamenti imprecisi. Richiede quindi più attenzione e dimestichezza. Per questo motivo i dispositivi metallici sono in genere sconsigliati ai principianti.

La controindicazione assoluta è, come detto, la presenza di carcinoma prostatico diagnosticato o sospettato. Altre controindicazioni relative includono prostatite acuta batterica (dove il massaggio può favorire la diffusione dell’infezione), emorroidi interne in fase attiva, e ragadi anali. In assenza di queste condizioni, la pratica è considerata sicura.
Una precisazione finale, che in un mondo privo di tabù sarebbe ovvia ma che in questo mondo risulta necessaria: la stimolazione prostatica può produrre erezione ed eiaculazione, indipendentemente da qualsiasi preferenza sessuale del soggetto. Questo è un dato fisiologico, non un’interpretazione. La ghiandola è innervata dal plesso ipogastrico e dal nervo pudendo: risponde alla stimolazione meccanica perché è così che funziona il sistema nervoso autonomo pelvico, senza consultare l’identità di genere del paziente.
Forse è questa la sintesi più onesta che si possa fare: il corpo è molto meno ideologico di chi lo abita.
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