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Siamo strumenti e padroni. Ma siamo davvero onesti?

Pratiche concrete per lunedì mattina. Confessione di un resistente che usa gli strumenti sbagliati. Dalla Lorde al samizdat, pratiche di resistenza quotidiana.

LA VIA RAPIDA

ASCOLTO

PRESENTAZIONE

LA VIA DISTESA

ASCOLTO

PRESENTAZIONE

Confessione di un resistente che usa gli strumenti sbagliati sperando in un fine giusto

L’AI che mi ha aiutato a trovare argomentazioni per stendere questa “Confessione” con estrema onestà ammette: “Sono io stesso uno dei forconi del padrone. Posso essere riorientato, ma non sono innocente. La differenza la fai tu: nella domanda che poni, nell’angolazione che scegli, nell’uso che ne fai. L’intelligenza che illumina — la domanda giusta, l’intuizione che nessun database contiene — quella resta irriducibilmente tua. Io sono il trasmettitore militare dismesso; tu sei Radio Alice. In bocca al lupo con il rimaneggiamento”.

In questo tempo manipolato fin dal suo DNA, personalmente credo che tutto ciò che può rimanerci di sano sia l’onestà e la trasparenza e nel Franti credo di averci messo tutta quella di cui sono capace, come in queste parole dove sto mettendo in comune un’inquietudine e questo lo vivo già come un atto di resistenza — forse l’unico che mi rimane quando tutto il resto sembra compromesso. 

L’inquietudine è questa: sto usando gli strumenti del padrone. L’ho sempre fatto fin dalla scuola quando truffavo i truffatori. Poi dai pazienti psichiatrici ho imparato molti trucchi che ho usato nella sanità pubblica e nelle aziende. Quando truffavo però era sempre per mettere in scacco il truffatore, e in molte occasioni ci sono riuscito bene. E questa la chiamo “Onestà”. La migliore onestà permessa ad un guerrigliero disarmato. 

Oggi però strumenti e trucchi si fanno sempre più difficili e la disonestà del sistema è giunta a dei punti talmente estremi da definire propria legge l’illegalità stessa. 

La piattaforma su cui leggete queste parole è ospitata su server di proprietà di multinazionali. Il motore di ricerca che mi ha aiutato a verificare i fatti qui riportati appartiene a Google. E sì, in fase di elaborazione ho dialogato anche con un’intelligenza artificiale — uno strumento costruito da una corporation della Silicon Valley, addestrato su miliardi di parole scritte da altri, alimentato da server che consumano l’energia di una piccola città. Eppure eccomi qui, a scrivere contro il sistema che mi fornisce gli strumenti per scrivere.

Chi non smantellerà mai la casa del padrone

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È il paradosso di Audre Lorde che mi perseguita da settimane: «Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone.» E la tentazione, di fronte a questo paradosso, è il gesto estremo. L’harakiri alla Mishima. L’accecamento volontario di Democrito. Staccare tutto, rifiutare tutto, e ritirarsi in un silenzio che nessuno ascolterà. Oppure l’altra tentazione, più sottile: alimentare una confusione tale che padrone e strumenti diventino indistinguibili, sperando che nel caos universale non esistano più parti riconoscibili da dominare. Dopotutto, però queste sono solo parole e nessuna delle due strade funziona davvero. 

La prima somiglia alla soluzione del marito che si evira per fare un dispetto alla moglie. La seconda è già in atto — si chiama scrolling infinito, e non sta smantellando nulla.

Ma il paradosso di Lorde è meno paralizzante di quanto sembri, se si va a leggere quello che disse davvero.

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Quello che Audre Lorde disse davvero

Il 29 settembre 1979, ultimo giorno di un convegno femminista alla New York University, Audre Lorde — poeta nera, lesbica, madre — si trovò ad essere l’unica voce non bianca sull’unico panel che affrontava razza e sessualità, piazzato alla fine di tre giorni di lavori. Il suo intervento non era una teoria astratta sugli strumenti e il potere. Era una reazione viscerale al fatto che le organizzatrici del convegno — femministe che si battevano contro il patriarcato — avevano riprodotto esattamente le stesse strutture di esclusione che dichiaravano di combattere.

Gli «strumenti del padrone» che Lorde identificava erano specifici: il tokenismoun’apparenza di inclusione come la cancellazione delle differenze per il fatto di aver messo una donna nel consiglio di amministrazione o uno straniero disagiato nel team; l’abitudine di scaricare sugli oppressi il compito di educare i privilegiati. Non stava dicendo che è impossibile usare un martello costruito dal nemico. Stava dicendo che se usi la logica del nemico — l’esclusione, la gerarchia, il pensiero che divide il mondo in chi conta e chi no — il massimo che otterrai è una vittoria temporanea dentro le sue regole. 

Un cambiamento genuino richiede qualcos’altro.

La frase è diventata uno slogan, e come tutti gli slogan ha perso il contesto. Lo studioso Mehmet Ergun ha confessato di averla citata per anni a sproposito, per giustificare il rifiuto di qualsiasi metodologia mainstream, prima di scoprire che Lorde parlava di razzismo, classismo e omofobia interni al movimento femminista. L’accademica Madhumita Lahiri è stata più tagliente: molti preferirebbero credere che Lorde intendesse la scienza maschile, piuttosto che i nostri stessi atteggiamenti razzisti e classisti.

In altre parole: il paradosso è reale, ma è più stretto di quanto pensiamo. Non dice «non puoi usare gli strumenti del sistema». Dice: non puoi smantellare l’oppressione usando la logica che la giustifica. Gli strumenti — il linguaggio, la tecnologia, le istituzioni — sono terreno conteso, non proprietà del nemico.

Gail Lewis, del Birkbeck College di Londra, lo ha detto con una frase che mi continua a ronzare in mente: «Non sono i suoi strumenti in particolare. Non sono più del padrone di quanto siano miei.»

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Casi in cui I forconi del padrone hanno funzionato

La storia è inequivocabile su un punto: le azioni di resistenza culturale più consequenti hanno usato l’infrastruttura del sistema dominante. Non è una teoria. Sono fatti.

Il samizdat sovietico (la diffusione clandestina e autoprodotta di testi proibiti nei regimi autoritari, soprattutto nell’URSS e nei paesi del blocco sovietico) funzionava con macchine da scrivere fabbricate dallo Stato e carta carbone. Ogni battitore, premendo forte i tasti su fogli sottili, produceva fino a sei copie per pagina. Ogni lettore era tenuto a ribattere e ridistribuire. Duecentomila lettori simultanei in un’Unione Sovietica dove il dissenso costava il gulag. La Cronaca degli avvenimenti correnti uscì per quindici anni, sessantacinque numeri, con più della metà dei redattori arrestati. Václav Havel fece circolare Il potere dei senza potere come samizdat nel 1978; undici anni dopo era presidente della Cecoslovacchia. 

Il meccanismo era elegante nella sua semplicità: il sistema educativo sovietico aveva creato una popolazione alfabetizzata e affamata di verità, e le macchine da scrivere dello Stato divennero le armi.

Radio Alice trasmetteva da un appartamento di via del Pratello a Bologna, su un trasmettitore militare dismesso, frequenza 100.6 MHz. Franco «Bifo» Berardi e i suoi collaboratori raggiunsero quarantamila ascoltatori in una città di settecentocinquantamila abitanti. La loro innovazione fu la polivocalità radicale: chiunque poteva telefonare e parlare in diretta, dissolvendo il confine tra chi trasmette e chi ascolta. Durante gli scontri di Bologna del 1977, Radio Alice trasmise in tempo reale i movimenti della polizia e le richieste di soccorso dei manifestanti. La polizia fece irruzione durante una trasmissione in diretta il 12 marzo 1977; gli ultimi momenti furono registrati. L’esplosione delle radio libere italiane — centinaia di stazioni dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1976 che ruppe il monopolio RAI — divenne un modello mondiale per i media comunitari.

Il Luther Blissett Project — Bologna, 1994-1999 — eseguì beffe mediatiche che smascherarono la credulità del giornalismo italiano: un falso scomparso convinse la trasmissione “Chi l’ha visto?“ a inviare troupe a Londra; un’intera psicosi satanica fu fabbricata a Viterbo e alimentata per un anno prima che gli autori rivelassero l’inganno. Il loro romanzo collettivo “Q“, pubblicato da Einaudi nel 1999, arrivò quarto al Premio Strega e fu rilasciato in copyleft prima ancora che esistesse Creative Commons

Il collettivo successore, Wu Ming — nome cinese che significa sia «anonimo» sia «cinque nomi» — nacque specificamente durante il controllo quasi totale dei media da parte di Berlusconi: scrittura collettiva, anonima, a distribuzione libera, come contravveleno diretto al complesso autore-celebrità/padrone-dei-media.

Giangiacomo Feltrinelli, nato in una delle famiglie più ricche d’Italia, usò il capitale industriale per pubblicare il Dottor Živago nel 1957 quando era bandito in URSS — centocinquantaseimila copie vendute in Italia, un terremoto globale che scosse l’impero sovietico. Bellingcat, fondato nel 2014 dal blogger Eliot Higgins, usa immagini satellitari commerciali, dati dai social media e database russi trapelati — tutti prodotti dell’infrastruttura di sorveglianza corporativa e statale — per tracciare il lanciamissili Buk che abbatté il volo MH17, identificare gli agenti dell’FSB che pedinavano Navalny, smascherare crimini di guerra. La Russia ha designato Bellingcat «organizzazione indesiderabile» — la validazione definitiva.

In ogni caso il meccanismo è identico: macchine da scrivere statali, trasmettitori militari, fondi universitari, infrastrutture di trasmissione corporative, immagini satellitari commerciali, ricchezza industriale, editori mainstream. I forconi del padrone, rivolti contro il padrone.

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La tentazione del gesto estremo

Verosimilmente il gesto di Yukio Mishima non fu stupidità né follia: è stato la reazione di chi ha visto troppo disonore da non trovare più strumenti che non siano stati compromessi.

Il 25 novembre 1970, Yukio Mishima — cinque volte candidato al Nobel, lo scrittore giapponese più celebre del suo tempo — entrò nel quartier generale delle Forze di Autodifesa giapponesi con quattro membri della sua milizia privata. Dopo aver preso in ostaggio il comandante, salì sul balcone con una fascia in fronte e tenne un discorso che invocava la rivolta costituzionale e la restaurazione dell’Imperatore. I soldati radunati sotto lo derisero. Mishima rientrò e compì il seppuku. Quella mattina aveva consegnato l’ultimo capitolo della sua tetralogia Il mare della fertilità. Il gesto resta volutamente illeggibile: usare un rituale samurai antico per protestare contro la scomparsa del mondo che dava senso a quel rituale. Un’opera d’arte performativa la cui unica logica era il rifiuto di ogni logica disponibile.

Il mondo antico offre un gesto più quieto ma ugualmente radicale. Si racconta che Democrito di Abdera, l’inventore della teoria atomica, si fosse privato volontariamente della vista, un atto che il drammaturgo romano Laberio attribuì ad un gesto politico: Democrito si accecò per non assistere al prosperare dei cittadini più iniqui e malvagi. E anche nel caso che la storia fosse apocrifa è il suo significato filosofico ad averla tenuta viva per millenni, a dimostrazione del fatto che esprimeva un sentimento largamente condiviso. Lo stesso Democrito, infatti, insegnava che esiste una «conoscenza bastarda» (i sensi) e una «conoscenza legittima» (la ragione); il suo aforisma «l’appetito violento acceca l’anima a tutto il resto» anticipa l’economia dell’attenzione di duemilaquattrocento anni.

Questi gesti, esattamente come i bonzi che si incendiavano nelle strade dell’estremo oriente per manifestare contro le iniquità politico-militari nel periodo delle guerre in Vietnam e in gran parte dell’Indocina, condividono una struttura: il mondo esterno è diventato intollerabile o corruttore; la risposta è un’autolimitazione volontaria della forma più estrema; il sacrificio rende possibile un ordine diverso di conoscenza. 

Sia ben chiaro che, ovviamente, nessuno qui sta suggerendo il seppuku come strategia mediatica (anche perché il mondo è cambiato poco o nulla grazie a quei gesti). Un tempo però non erano fatti incomprensibili come possono apparire oggi, quando un continuum di rivolte minori considera già estremo scegliere di non scrollare, spegnere le notifiche, leggere un giornale lentamente invece a colpi di cinquanta feed frenetici. Tra Mishima e il digital detox c’è un intero spettro di rinunce possibili. La domanda è dove collocarsi.

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Che fare, concretamente, lunedì mattina

Non mi interessa qui la teoria. Mi interessa quello che un lettore del Franti può fare domani, e quello che noi come rivista possiamo fare ogni settimana. Ci sono alcuni pensatori che offrono indicazioni alla pratica quotidiana che sono tutt’altro che decorazioni accademiche.

Michel de Certeau fu un gesuita francese che passò la vita a studiare come la gente comune resiste ai sistemi di potere. Egli distinse tra strategietattiche. Le strategie le usano quelli che hanno il potere istituzionale: controllano un territorio, pianificano, decidono le regole. Le tattiche le usano i senza-potere: sono temporali, non spaziali; colgono le occasioni nelle crepe del sistema. Chi taglia per i vicoli invece di seguire la griglia stradale. Chi legge un libro ricavandone significati che l’autore non aveva previsto. L’operaio che pratica la perruque — usa il tempo, gli strumenti e i materiali del datore di lavoro per i propri scopi. De Certeau documentò come i popoli indigeni sotto il colonialismo spagnolo fecero dei rituali, delle rappresentazioni e delle leggi imposte loro qualcosa di completamente diverso da ciò che i conquistatori avevano in mente — le sovvertirono non rifiutandole o alterandole, ma usandole per fini e riferimenti estranei al sistema. Questa è la descrizione teorica più precisa di quello che i battitori di samizdat, i chiamanti di Radio Alice e gli investigatori di Bellingcat facevano in pratica.

Il concetto di esodo, non come fuga fisica, ma come diserzione stando al proprio posto fu suggerito da Paolo Virno indicando metodi come la defezione collettiva dal vincolo statale, da certe forme di lavoro salariato, dal consumismo. La metafora biblica è precisa: gli israeliti di fronte al Faraone non si sottomisero né combatterono — inventarono un’opzione prima inconcepibile. Ma Virno insisteva: l’esodo è collettivo o non è nulla. Non basta distruggere, bisogna costruire, avere una proposta positiva, altrimenti l’esodo resta un atto solitario. I centri sociali italiani — circa centocinquanta spazi autogestiti in tutta Italia — sono la manifestazione fisica più letterale: Làbas a Bologna gestisce un orto, una pizzeria biologica, un’officina per biciclette e un dormitorio per migranti; Forte Prenestino a Roma ospita studi di registrazione e gallerie dentro un forte occupato.

Fu poi Ivan Illich a farci distinguere le situazioni in cui uno strumento assume  il valore di mezzo conviviale, quando, cioè, dà a ciascuno la massima opportunità di arricchire l’ambiente con i frutti della propria visione. Diventa non conviviale quando permette ai suoi progettisti di determinare il significato e le aspettative degli altri. Ogni tecnologia attraversa due soglie: dopo la prima, migliora genuinamente la vita; dopo la seconda, diventa controproducente, crea più problemi di quanti ne risolva e genera dipendenza. Illich chiamava questo «monopolio radicale»: quando una tecnologia diventa così dominante che chi non vi ha accesso è escluso dalla società, indipendentemente da quanti fornitori esistano. Le automobili hanno ridisegnato le città cosicché chi non ha un’auto diventa un non-partecipante. Gli smartphone hanno fatto lo stesso. Il criterio di Illich è un test che possiamo applicare a ogni strumento che usiamo: questo mi rende più autonomo o più dipendente?

Franco «Bifo» Berardi — quello stesso di Radio Alice, che costruì la sua prima stazione radio con una batteria d’auto — offre la prescrizione più scomoda: non resistenza (che implica un ingaggio alle condizioni del sistema) ma disimpigliamentoIl ritiro di massa delle energie necessarie ad alimentare la crescita del tecno-capitalismo. La sua chiamata concreta: sabotaggio della catena di produzione della mass-(in)cultura, sabotaggio della catena di produzione dell’intelligenza artificiale militare. E infine, organizzare le energie cognitive in un progetto di autonomizzazione della vita sociale dal capitalismo. La poesia, dice Bifo, è l’arma politica: l’insolvenza del linguaggio, ciò che non può essere ridotto a informazione e scambiato come valuta.

Quello che unisce questi pensatori è un rifiuto condiviso della falsa alternativa tra sottomissione e rivoluzione

James C. Scott, dopo quattordici mesi di lavoro sul campo in un villaggio malese, documentò come i contadini resistano attraverso il rallentamento, la dissimulazione, la falsa obbedienza, il furto di sussistenza, l’ignoranza simulata — tecniche che rappresentano forse il mezzo più significativo ed efficace di lotta di classe nel lungo periodo. Non la barricata, ma la goccia che scava la pietra. Non il gesto di Mishima, ma la costanza di chi ogni giorno, in silenzio, rifiuta di funzionare come il sistema prevede.

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Il nostro paradosso, qui e ora

Tornando al punto di partenza, alla mia confessione, devo quotidianamente ricordare a me stesso che il Franti esiste dentro questo paradosso. Lo abitiamo, non lo risolviamo. Non abbiamo risorse economiche. Gli ostacoli alla diffusione sono enormi. Usiamo piattaforme digitali possedute dagli stessi poteri che critichiamo. E sì, qualche volta dialogo con un’intelligenza artificiale per accelerare la ricerca — sapendo perfettamente che ogni mia interazione genera dati comportamentali per gli investitori di una corporation californiana.

Ma c’è una differenza tra usare gli strumenti del padrone e usare la logica del padrone. E questa differenza è tutto.

La logica del padrone dice: velocità, superficie, engagement, monetizzazione dell’attenzione. Il Franti dice: lentezza, profondità, disturbo produttivo, coscienza critica. La logica del padrone dice: personalizza il contenuto per confermare i pregiudizi del lettore. Noi diciamo: destabilizza, costringe a confrontarsi con l’imprevisto! La logica del padrone dice: il contenuto è merce. Noi diciamo: il contenuto è lo strumento con cui le coscienze residuali si riconoscono tra loro.

“Residuali”, sì. Non mi faccio illusioni sulla portata di quello che facciamo. I nostri lettori costanti si contano a malapena sulle dita di due mani, raramente si iscrivono al sito e quasi mai condividono ai loro tanti amici di social quello che leggono, anche quando piace loro, perché preferiscono condividere quello che sanno otterrà un like: qualche scherzo filmato, un motto di saggezza quasi sempre mal riportato, inventato o attribuito alla persona sbagliata; gesti scandalistici o proteste che muoiono in uno scroll benpensante. Tuttavia siamo ben consci che il samizdat era residuale — duecentomila lettori in un paese di duecentocinquanta milioni. Radio Aliceera residuale — quarantamila ascoltatori. Il Luther Blissett Project era una manciata di burloni bolognesi. Eppure queste cose hanno lasciato un segno nel reale. Non perché fossero grandi, ma perché erano vere. Perché chi le faceva sapeva esattamente cosa stava facendo e perché.

Le pratiche, dunque, le pratiche!

Ci sono pratiche concrete, e le elenco non come ricette ma come cose che funzionano davvero quando sono sostenute dalla costanza.

  1. La prima è l’inoculazione psicologica, o prebunking: esporre le persone a versioni attenuate delle tecniche di manipolazione prima che le incontrino in natura. L’Università di Cambridge ha sviluppato un gioco di quindici minuti in cui i partecipanti creano loro stessi fake news usando sei tecniche di manipolazione; in quindicimila soggetti testati, la credibilità della disinformazione è calata del ventuno per cento senza intaccare la fiducia nelle notizie reali. Google ha scalato il concetto in spot da novanta secondi su YouTube; in un esperimento con ventiduemila spettatori, l’identificazione corretta della manipolazione è migliorata indipendentemente dall’orientamento politico. Il Franti fa questo — o prova a farlo — ad ogni articolo: mostrare i meccanismi, rendere visibile l’ingranaggio.
  2. La seconda è la lettura laterale: la tecnica che i fact-checker professionisti usano di abbandonare immediatamente un sito per verificarne la fonte dall’esterno, invece di valutare segnali interni come il design o l’URL. Sei lezioni da cinquanta minuti producono miglioramenti misurabili nella capacità degli studenti di giudicare la credibilità online. Sembra poco. Ma moltiplicate per migliaia di lettori che imparano a non fidarsi della superficie, è un antidoto.
  3. La terza è la più difficile: la riduzione strutturale dell’esposizione. Non il digital detox da weekend, che è una spa per la coscienza. Ma la riorganizzazione deliberata del proprio tempo attentivo. Un esperimento di Stanford e NYU ha dimostrato che disattivare Facebook per quattro settimane liberava sessanta minuti al giorno, migliorava il benessere soggettivo e riduceva l’uso di Facebook del ventitré per cento anche settimane dopo la fine dell’esperimento. Il punto non è staccare per sempre — è riprendere il controllo su dove va la propria attenzione. Jenny Odell lo ha detto bene: l’attenzione è politica, non personale.
  4. La quarta, infine, è la più antica: la costruzione di comunità informative locali. La Finlandia ha integrato l’alfabetizzazione mediatica nell’intero curriculum scolastico dal 2014 — ogni insegnante, dall’educazione fisica alla matematica, è tenuto a promuoverla — e si è classificata al primo posto nell’Indice Europeo di Alfabetizzazione Mediatica ogni anno da quando la classifica esiste. Non serve essere la Finlandia per cominciare. Serve essere un gruppo di persone che decide di verificare insieme, di leggere insieme, di discutere insieme quello che gli algoritmi propongono. Una redazione. Un circolo di lettura. Una chat con dieci amici che ogni settimana condividono non link ma domande. Il Franti, se volete, cerca di essere anche questo.

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Il paradosso tenuto aperto

Non ho una conclusione pulita. E diffido di chi ce l’ha.

Quello che so è questo: gli strumenti possono essere riorientati — la storia lo dimostra ripetutamente — ma il riuso non è mai innocente e non è mai completo. Ogni uso degli strumenti del padrone cambia chi li usa. Il battitore di samizdat sviluppava mani contratte e paranoia. I fondatori di Radio Alice furono arrestati. Bellingcat opera dentro lo stesso ecosistema di intermediazione dei dati che investiga. Usare un’AI per elaborare un’analisi contro-egemonica genera dati comportamentali per gli investitori di Anthropic.

La questione pratica non è se usare gli strumenti, ma come mantenere la consapevolezza del costo mentre li usiamo — e, crucialmente, costruire strutture alternative in parallelo. È quello che distingue la tattica di de Certeau dalla semplice complicità: il tattico non ha illusioni di possedere il terreno su cui opera. È quello che l’esodo di Virno richiede: non solo ritiro, ma costruzione. È quello che il criterio di convivialità di Illich rende testabile: questo strumento aumenta la mia autonomia o la mia dipendenza?

Per noi italiani la tradizione è particolarmente ricca. Da Feltrinelli che usa la ricchezza industriale per far detonare la censura sovietica, a Radio Alice che trasmette la rivoluzione attraverso surplus militare, ai Wu Ming che pubblicano romanzi in copyleft attraverso l’editore più prestigioso d’Italia, ai centri sociali che gestiscono pizzerie biologiche in forti occupati — la resistenza culturale italiana ha sempre praticato il paradosso piuttosto che risolverlo teoricamente. La chiamata di Berardi al sabotaggio della catena di produzione della mass-incultura viene da un uomo che costruì la sua prima stazione radio con una batteria d’auto.

La ricerca sul prebunking offre una metafora finale, concreta. L’inoculazione psicologica funziona come quella biologica: esponendo le persone a forme attenuate di manipolazione in modo che la riconoscano in natura. L’effetto è reale ma decade senza rinforzo. La resistenza non è un vaccino che si fa una volta sola. È una pratica che si mantiene ogni giorno — collettivamente, con gli occhi aperti, usando qualunque strumento sia a portata di mano. Compresi quelli del padrone.

I contadini di Scott lo sapevano bene. Non la barricata, ma il rallentamento. Non il grande gesto, ma la costanza silenziosa di chi ogni giorno, in modo impercettibile, rifiuta di obbedire fino in fondoLe armi dei deboli, le chiamava. E funzionano. Non cambiano il mondo in un giorno: lo erodono, goccia a goccia, fino a quando il padrone si accorge che i forconi che ha distribuito non sono più nelle rastrelliere.

Ecco. Questa è la nostra confessione e la nostra scommessa. Il Franti è un forcone del padrone in mani che il padrone non ha previsto. Non smantelleremo la casa. Ma la renderemo un po’ meno confortevole per chi ci abita da padrone. Ed è già qualcosa. 

Anzi, è tutto quello che abbiamo, ciononostante è comunque più di quanto sembri.

E.M.

Febbraio 2026


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Ennio Martignago
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