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Serie · 4 capitoli

Riprendiamoci la sanità

Quello che non va è come dovrebbe andare nella sanità tra pubblico e privato

Capitolo 01

Silenziosi, invisibili, devastanti: alterano il cervello 20 anni prima dei sintomi

Silenziosi, invisibili, devastanti: alterano il cervello 20 anni prima dei sintomi

La minaccia invisibile nei nostri piatti

All’interno della scatola cranica, una fitta rete capillare lavora ininterrottamente per alimentare i nostri pensieri, i nostri ricordi e i nostri movimenti. Eppure, questi vasi sanguigni cruciali possono erodersi e collassare per decenni nell’ombra, senza scatenare alcun campanello d’allarme. Nessun mal di testa improvviso, nessuna sensazione di vertigine, nessun evidente vuoto di memoria. Poi, senza preavviso, la lesione accumulata si palesa sotto forma di ictus o demenza vascolare. Si tratta di un logoramento lento e spietato che consuma le nostre strutture neurologiche a nostra insaputa.

A fare luce su questo nemico nascosto è una vasta ricerca scientifica condotta dalla McMaster University e pubblicata sulla prestigiosa rivista medica JAMA Network Open. Esaminando un campione di 8.783 adulti di età compresa tra i 35 e i 69 anni, lo studio ha dimostrato che un elevato consumo di alimenti ultra-processati causa lesioni vascolari cerebrali strutturali già nella mezza età. Tali alterazioni, chiaramente documentabili tramite risonanza magnetica ad alta risoluzione, si sviluppano con anni di anticipo rispetto all’insorgenza di qualsiasi sintomo clinico o deficit cognitivo misurabile.

Cos’è davvero un cibo ultra-processato (e la distruzione della “matrice alimentare”)

Per comprendere la natura del problema, è indispensabile chiarire un malinteso diffuso: l’ultra-processazione industriale non ha nulla a che fare con la semplice cottura casalinga o con i tradizionali metodi di conservazione. Secondo la classificazione scientifica NOVA, i cibi ultra-processati (UPF) sono formulazioni industriali complesse ottenute smontando gli alimenti grezzi nelle loro componenti molecolari primarie e ricomponendole con sostanze di sintesi.

Prodotti come merendine confezionate, bevande zuccherate o gassate, piatti pronti surgelati, salse industriali, carni ricostituite e snack salati contengono solo tracce irrilevanti di cibo integro. La loro impalcatura si basa su frazioni isolate — amidi modificati, grassi idrogenati, isolati proteici e zuccheri raffinati — miscelate ad arte con emulsionanti, addensanti, coloranti e aromi chimici studiati per massimizzare la conservabilità e rendere il prodotto irresistibile al palato.

Il danno fisiologico fondamentale di questa trasformazione risiede nella distruzione sistematica della matrice alimentare. In natura, il cibo possiede un’architettura cellulare tridimensionale intatta: le fibre, le proteine e i micronutrienti formano una struttura coesa che impone la masticazione, rallenta lo svuotamento dello stomaco e modula l’assorbimento intestinale. Quando l’industria polverizza questa matrice, l’impatto sul metabolismo è devastante:

  • Assorbimento fulmineo dei nutrienti: Privati della naturale gabbia fibrosa, gli zuccheri semplici e i grassi vengono riversati quasi istantaneamente nel sangue, provocando impennate glicemiche e picchi di iperinsulinemia.
  • Cortocircuito dei segnali di sazietà: La consistenza soffice e iper-omogeneizzata bypassa sia il lavoro masticatorio sia i recettori di distensione meccanica dello stomaco, ritardando l’invio al cervello dei segnali ormonali di sazietà.
  • Iper-attivazione dei circuiti di ricompensa: La combinazione innaturale di ingredienti stimola il rilascio compulsivo di neurotrasmettitori nel sistema nervoso centrale.

“La combinazione artificiale di sale, zucchero e grassi saturi attiva direttamente il rilascio di dopamina nel cervello, innescando un meccanismo di gratificazione compulsiva del tutto analogo a quello osservato con le sostanze d’abuso.”

Il grasso viscerale non è inerte, è una “ghiandola dell’infiammazione”

I dati dello studio McMaster evidenziano che a un maggior consumo di cibi ultra-processati corrisponde un aumento parallelo dell’adipe corporeo totale e, in modo specifico, del tessuto adiposo viscerale (VAT) depositato attorno agli organi addominali.

A lungo considerato un semplice deposito inerte di calorie stoccate, il grasso viscerale rappresenta invece un vero e proprio organo endocrino patologico. Questo tessuto secerne in modo continuativo nel circolo ematico molecole pro-infiammatorie e citochine, instaurando uno stato di infiammazione sistemica cronica a bassa intensità.

La sequenza fisiopatologica che lega la tavola al cervello è un vero e proprio effetto domino:

  1. Ingestione di UPF e additivi: Gli emulsionanti e i prodotti sintetici alterano la permeabilità della barriera intestinale.
  2. Traslocazione di endotossine: Le tossine batteriche filtrano attraverso la mucosa intestinale compromessa ed entrano nel flusso sanguigno.
  3. Infiammazione sistemica: Citochine e tossine circolanti aggrediscono la parete interna dei vasi sanguigni.
  4. Danno all’Endotelio: Il rivestimento vascolare sottile e delicato — l’endotelio — perde la propria flessibilità elastica e la capacità di modulare il flusso sanguigno, innescando un irrigidimento progressivo della microcircolazione.

Micro-ictus e iperintensità: Cosa rivela la risonanza magnetica

Il cervello è un organo straordinariamente idoneo al consumo energetico: pur rappresentando una frazione ridotta del peso corporeo, assorbe da solo circa un quinto (il 20%) dell’intero apporto di ossigeno dell’organismo. Per far fronte a questa richiesta, fa affidamento su un’architettura micro-vascolare capillare di estrema delicatezza. Quando l’infiammazione cronica e la sofferenza dell’endotelio privano le arterie della loro elasticità, le ramificazioni capillari più sottili vanno incontro a chiusura o a veri e propri crolli strutturali.

Grazie all’impiego di risonanze magnetiche cerebrali ad alta definizione, i ricercatori hanno potuto quantificare due tipologie di lesioni anatomiche silenti:

  1. Iperintensità della sostanza bianca: Aree che appaiono nelle scansioni come macchie iperdense e luminose, indice di una progressiva perdita della guaina mielinica e di una sofferenza cronica dei prolungamenti assonali che mettono in comunicazione le diverse regioni del cervello.
  2. Infarti cerebrali silenti: Micro-aree di necrosi del tessuto nervoso causate dall’interruzione focale dell’apporto sanguigno. Si tratta a tutti gli effetti di micro-ictus consumatisi nel tempo senza produrre parestesie, paralisi o sintomi percepibili dal soggetto.

Ciò che rende questi dati particolarmente inquietanti è la totale assenza di dolore o segnali d’allarme: intere popolazioni di neuroni e connessioni nervose muoiono in silenzio mentre la persona continua a svolgere le sue normali attività quotidiane.

I dati del rischio: Confronto tra basso ed elevato consumo

La misurazione clinica ed epidemiologica effettuata dal team di ricerca evidenzia un’associazione diretta ed irrefutabile tra l’apporto di cibi ultra-processati, l’accumulo di adipe e la frequenza delle lesioni vascolari rilevate nel cervello.

Parametro ClinicoBasso Consumo UPF (Q1)Alto Consumo UPF (Q4)Variazione / Rischio
Porzioni giornaliere (su 2000 kcal)3,1 porzioni12,8 porzioni+312%
Grasso corporeo medio29,7%32,9%+1,7% (aggiustato)
Grasso viscerale addominale (VAT)69,4 mL79,2 mL+5,7 mL (aggiustato)
Lesioni vascolari cerebrali (VBI)8,1% (1 su 12)11,3% (1 su 9)+40% di rischio (OR 1,40)

Nel quarto di popolazione a più alto consumo di cibo industriale (Q4), circa 1 persona su 9 mostra lesioni vascolari cerebrali visibili alla risonanza, contro 1 su 12 nel gruppo a basso consumo (Q1), registrando un incremento del rischio relativo pari al 40% (Odds Ratio 1,40).

Vulnerabilità di genere

L’analisi dei sottogruppi ha rivelato un dato clinico di primaria importanza: le donne mostrano una vulnerabilità vascolare nettamente superiore. Nel campione femminile appartenente al gruppo ad alto consumo di UPF, la probabilità di riscontrare lesioni cerebrali è risultata superiore del 78% rispetto ai controlli. Gli autori attribuiscono questo marcato incremento del rischio a specifiche interazioni tra i profili ormonali femminili e i pattern metabolici di accumulo del grasso viscerale.

La trappola della “riserva cognitiva”

I dati dello studio presentano un apparente paradosso: i soggetti esaminati che mostravano diffuse iperintensità della sostanza bianca e micro-infarti silenti alla risonanza magnetica ottenevano punteggi del tutto normali nei test neuropsicologici di memoria, attenzione e ragionamento.

La spiegazione risiede nel concetto di riserva cognitiva. Il nostro cervello possiede una straordinaria plasticità neuronale che gli permette di riorganizzare i propri circuiti, reclutando vie nervose alternative per compensare il danno strutturale. Questa capacita compensativa consente alla mente di continuare a funzionare regolarmente anche mentre le strutture vascolari sottostanti si stanno deteriorando.

Questa straordinaria proprietà biologica nasconde tuttavia una trappola insidiosa. La degradazione anatomica dei micro-vasi cerebrali e la necrosi tissutale precedono la comparsa di sintomi clinici evidenti o di demenza conclamata di ben 10-20 anni. Attendere che compaiano vuoti di memoria, difficoltà di concentrazione o cali di attenzione per modificare la propria dieta significa intervenire quando il tessuto cerebrale ha già subito lesioni cicatrenziali irreversibili.

Salvare il cervello prima che sia troppo tardi

I dati emersi dalla ricerca dimostrano come il consumo sistematico di prodotti industriali privi di matrice alimentare alteri il metabolismo, espanda il grasso viscerale infiammatorio e danneggi l’endotelio, minando la vascolarizzazione del cervello. Sotto il profilo metodologico, va rilevata la natura trasversale dello studio, un disegno d’indagine condotto in un singolo momento temporale che non permette di stabilire un nesso di causa-effetto dinamico con certezza assoluta. Ciononostante, la catena biologica identificata appare estremamente solida e coerente.

Ridurre l’apporto di cibi ultra-processati per riscoprire alimenti interi, freschi, minimamente lavorati e ricchi di fibre naturali non rappresenta una mera scelta estetica o un rimedio per il controllo del peso. Si tratta della più potente strategia di prevenzione primaria a nostra disposizione per salvaguardare la salute delle nostre arterie e difendere la nostra integrità neurologica.

Di fronte a queste evidenze, la scelta quotidiana acquista un significato tutto nuovo: ciò che decidiamo di mettere oggi nel nostro piatto è soltanto un pasto comodo e veloce, o è un investimento per proteggere la nostra mente di domani?

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Capitolo 02

LA CASA DELLE FANTASIE

LA CASA DELLE FANTASIE

Équipe multiprofessionali, Case della Comunità e la rivoluzione sanitaria italiana tra visioni e realtà

Dossier in due episodi — Il Franti— EPISODIO I

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Con 20 miliardi del PNRR e il decreto ministeriale 77/2022, l’Italia ha scelto di spostare il baricentro della sanità dall’ospedale al territorio. Le Case della Comunità promettono équipe multiprofessionali, leadership condivisa e presa in carico integrata. La bozza Agenas del 2026 prova a tradurre la visione in pratica. Ma quanto siamo lontani dalla realtà operativa? Primo episodio di un dossier in due parti.


Il medico solo è morto. Viva l’équipe.

Come il Servizio Sanitario Nazionale ha scoperto, con soli quarant’anni di ritardo, che la salute è una faccenda collettiva

C’è un documento di 58 pagine che circola in consultazione pubblica da fine aprile 2026, firmato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali — Agenas, per chi frequenta le stanze in cui si decide come si muore e come si guarisce in questo paese. Il documento si chiama “Le Équipe Multiprofessionali e Multidisciplinari nelle Case della Comunità. Linee di indirizzo tecniche”. È una bozza. Qualcuno ha aperto una consultazione, il che è già un atto di straordinaria audacia in un sistema che normalmente consulta solo se stesso.

Il titolo potrebbe sembrare burocratico, la forma lo è certamente, ma il contenuto nasconde qualcosa di più interessante: la pubblica ammissione che il medico che lavora da solo, chiuso nel proprio studio come in una fortezza di autonomia professionale, non è più sufficiente. Non è un’opinione di parte, non è una provocazione ideologica. È scritto nero su bianco nel documento istituzionale: “Sebbene il lavoro monoprofessionale abbia ancora alcuni limitati ambiti di applicazione, non si può fornire una risposta efficace lavorando individualmente.” Fine. Il solitario è dichiarato obsoleto.

La questione è capire quanto sia nuova questa rivelazione, e quanto sia già troppo tardi per applicarla.

Il punto di partenza è la Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che ha riversato 20,22 miliardi di euro sul Servizio Sanitario Nazionale con l’ambizione di spostare il baricentro dell’assistenza dall’ospedale al territorio. La logica è inattaccabile nella sua linearità: il 40,8% della popolazione italiana convive con almeno una malattia cronica, la popolazione invecchia a velocità che non ammettono dilazioni, e continuare a rispondere a bisogni continuativi con una struttura pensata per le emergenze acute è come usare un bisturi per piantare un chiodo. Il decreto ministeriale 77 del 2022 ha poi disegnato l’architettura: Case della Comunità come punti di accesso integrati, Ospedali di Comunità per le degenze brevi di transizione, Centrali Operative Territoriali come snodi logistici della rete. Tre pilastri, una riforma, miliardi europei e l’idea che finalmente il medico di famiglia, l’infermiere, l’assistente sociale e lo specialista possano smettere di ignorarsi a vicenda e lavorare intorno alla stessa persona.

La bozza Agenas del 2026 prova a tradurre questa architettura in pratica operativa concreta. E lo fa con un’onestà insolita per un documento istituzionale: riconosce che non basta costruire un edificio e metterci dentro professionisti diversi perché nascano automaticamente collaborazione, fiducia e integrazione. Anzi, scrive con lucidità quasi sospetta che “la collaborazione interprofessionale non deriva automaticamente dalla compresenza di professionisti diversi nello stesso setting assistenziale”. È come scoprire che mettere insieme un violinista, un batterista e un fisarmonicista in uno scantinato non produce necessariamente musica. Ci vuole qualcosa d’altro.

Quel qualcosa d’altro ha un nome composito: équipe di base, équipe allargata, leadership condivisa, case management, Piano Assistenziale Individualizzato, riunioni periodiche, cartella sociosanitaria condivisa, agenda comune. In pratica, un intero sistema relazionale e organizzativo che il documento descrive con la pazienza di chi sa che sta raccontando una cosa ovvia che però, in Italia, non esiste quasi da nessuna parte.

L’équipe di base, nella visione Agenas, è un nucleo stabile composto da un medico di assistenza primaria o pediatra di libera scelta, un infermiere, un assistente sociale e una figura di supporto amministrativo. Attorno a questo nucleo ruota un’équipe allargata “a geometria variabile” che si attiva in funzione dei bisogni: specialisti per le cronicità prevalenti, infermieri di famiglia e comunità per la gestione territoriale, farmacisti per le politerapie complesse, psicologi, fisioterapisti, ostetriche, palliativisti, caregiver. Il paziente, finalmente, entra nell’équipe come soggetto attivo e non come oggetto passivo. Persino le istituzioni religiose e il volontariato sono citati tra i possibili “punti di intercettazione del bisogno”. L’ambizione è totale: un ecosistema sociale della cura che include la parrocchia, la farmacia di quartiere, la scuola e il comitato di quartiere come sentinelle di prossimità.

La leadership, e qui sta uno dei passaggi più delicati del documento, viene pensata in due dimensioni che devono dialogare senza confondersi. C’è una leadership verticale, esercitata dal direttore di distretto attraverso il responsabile organizzativo della Casa della Comunità, che crea le condizioni strutturali, governa le risorse, promuove il cambiamento culturale. E c’è una leadership orizzontale dell’équipe, distribuita e condivisa, in cui non esiste un capo unico ma una guida dinamica che si sposta in funzione delle competenze richieste dalla situazione. Per i casi complessi e di lunga durata entra in gioco il case manager — che può essere un medico, un infermiere o un assistente sociale a seconda del bisogno prevalente — mentre il referente diagnostico-terapeutico rimane saldamente il medico di ruolo unico o il pediatra.

Il documento cita la letteratura internazionale con dovizia di riferimenti: la Dichiarazione di Alma-Ata del 1978 che già riconosceva la centralità dell’assistenza sanitaria di base come primo livello di contatto con il sistema, le esperienze canadesi di interprofessional primary care teams, i modelli svedesi, australiani, quelli di Hong Kong. Leggendo, si ha la sensazione che il mondo abbia già percorso molta strada sulla quale l’Italia si affaccia ora, con il piglio di chi scopre l’acqua calda e la presenta come innovazione. La riforma non è sbagliata — è necessaria, sostenuta da evidenze, teoricamente solida. La domanda è se sia anche possibile, qui e ora, con questo sistema sanitario, con questa cultura professionale, con queste risorse.

Non è una domanda retorica. È la premessa del prossimo episodio.


Il documento Agenas èin consultazione pubblica fino al 18 maggio 2026. Chiunque vogliacontribuire— professionisti, associazioni, cittadini — può farloregistrandosi al portaleservizi.agenas.it. È una di quelle rare occasioni in cui la macchina istituzionale apre una finestra. Vale la pena usarla, anche solo per verificare se dall’altra parte c’è davvero qualcuno ad ascoltare.


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Capitolo 03

Il medico sdoppiato

Il medico sdoppiato

17 aprile 2026 le strutture della sanità privata in sciopero anche per il cittadino: pubblico, privato e la grande finzione della separazione

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Sciopero del 17 aprile nella sanità privata, dati AGENAS sull’intramoenia 2024: perché il conflitto pubblico/privato è una narrativa che serve il sistema e non i pazienti né i lavoratori. Un medico pubblico che in intramoenia visita un paziente in tre settimane mentre la lista istituzionale è a quattro mesi. Lavoratori della sanità privata accreditata che fanno lo stesso lavoro dei colleghi pubblici ma con contratti peggiori. Tra lo sciopero del 17 aprile e il report AGENAS 2024, emerge un sistema che usa il conflitto tra pubblico e privato come schermo per non affrontare la vera domanda: chi beneficia davvero della confusione?

C’è un momento preciso in cui la retorica politica si rivela nella sua struttura più elementare, quasi commovente nella sua semplicità: è quando due argomenti perfettamente compatibili vengono presentati come se fossero su fronti opposti di una trincea, e tutti — compreso chi li usa — fingono di non accorgersene.
Questa settimana ci ha offerto un esempio didattico quasi perfetto.
Da un lato, la deputata Ilenia Malavasi, capogruppo PD in Commissione affari sociali della Camera, esprime solidarietà allo sciopero del 17 aprile dei lavoratori della sanità privata accreditata, indetto da CGIL-CISL-UIL. La tesi è semplice: un infermiere o un fisioterapista che lavora in una struttura privata accreditata fa esattamente lo stesso lavoro del collega pubblico, ma viene pagato sensibilmente di meno. «Costituzionalmente inaccettabile», sentenzia Malavasi. Giusto.
Dall’altro lato, AGENAS — l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali — pubblica il suo report 2024 sui monitoraggi dell’attività libero-professionale intramuraria, quella che nel gergo tecnico si chiama ALPI e in italiano comune si chiama «intramoenia»: il regime in cui il medico che lavora nel servizio pubblico può visitare pazienti privati paganti, usando strutture pubbliche o convenzionate, con tariffe libere. I dati sono interessanti proprio perché rivelano qualcosa che il dibattito politico si guarda bene dal mettere a fuoco.

Nella stessa Serie “Riprendiamoci la sanità”

La doppia vita del camice bianco

L’intramoenia è, strutturalmente, un dispositivo di doppia cittadinanza professionale. Il medico pubblico — assunto dal SSN, stipendiato dallo Stato, formato a spese della collettività — ha il diritto di esercitare anche una funzione privata all’interno degli stessi ospedali, ricevendo compensi aggiuntivi direttamente dai pazienti. Il tutto con la benedizione normativa dell’articolo 1, comma 222 della legge 213/2023, che impone però un equilibrio tra attività istituzionale e libero-professionale.
Il report AGENAS fotografa questo equilibrio — o meglio, la sua instabilità. A livello nazionale le prestazioni ambulatoriali in regime istituzionale hanno raggiunto nel 2024 quasi 68,7 milioni, mentre quelle in ALPI si sono fermate a poco più di 5,1 milioni, con un rapporto del 7% (in lieve calo rispetto al 7,5% del 2023). Sembrano numeri rassicuranti, finché non si guarda ai singoli ospedali. In alcune strutture la quota di prestazioni erogate in regime privato supera il 50% del totale. In un’AOU toscana, le visite fisiatriche sono al 100% in intramoenia. In un’AOU siciliana, le ecodoppler cardiache sono al 100% in intramoenia. Il divario nei tempi di attesa per i ricoveri è eloquente: per una tonsillectomia, 104 giorni in regime istituzionale contro 26 in ALPI. Per un’ernia inguinale, 126 contro 34. Per un intervento al piede, 141 contro 35.
Siamo davanti a un paradosso che il dibattito corrente non riesce — o non vuole — articolare fino in fondo: lo stesso medico, nella stessa struttura, con le stesse mani e le stesse competenze, visita il paziente ricco in tre settimane e il paziente povero in quattro mesi. Non perché sia un bravo professionista che diventa improvvisamente straordinario in regime privato, ma perché l’incentivo è diverso.

Lo sciopero giusto nel sistema sbagliato

Torniamo allo sciopero del 17 aprile. La rivendicazione è legittima: i lavoratori della sanità privata accreditata — infermieri, fisioterapisti, tecnici di laboratorio, OSS — svolgono lavoro equivalente a quello dei colleghi pubblici e ricevono contratti nazionali storicamente meno vantaggiosi. La sanità privata accreditata opera peraltro con rischi imprenditoriali relativamente contenuti, dato che le prestazioni vengono remunerate dal SSN secondo tariffe regionali: è un mercato garantito, non un libero mercato. Eppure questa rendita di posizione istituzionale non si traduce in condizioni salariali dignitose per chi effettivamente eroga le cure.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema non è nella diagnosi, ma nel quadro interpretativo in cui la diagnosi viene inserita.
Lo schema narrativo dominante — pubblico contro privato, SSN da difendere contro l’erosione privatistica — contiene una contraddizione che il report AGENAS illumina involontariamente con i suoi dati: il confine tra pubblico e privato nella sanità italiana non è mai stato davvero netto, e lo è sempre meno. Il medico pubblico che fa intramoenia è contemporaneamente un lavoratore del SSN e un libero professionista privato. La struttura pubblica che ospita attività ALPI è contemporaneamente presidio universalistico e fornitore di servizi a pagamento. La clinica privata accreditata che riceve il 70% del suo fatturato dal SSN è privata solo nei profitti e nelle politiche salariali, pubblica nei rischi e nelle entrate.
Rivendicare l’equità salariale tra pubblico e privato accreditato è sacrosanto. Ma farlo dentro una narrativa che contrappone i due regimi come se fossero separati da un muro ideologico impermeabile significa non cogliere dove il vero problema risiede.

Il conflitto d’interesse strutturato

La domanda che il sistema preferisce non farsi è questa: perché il medico pubblico ha interesse a che le liste di attesa istituzionali rimangano lunghe?
Non è una domanda scandalistico-complottista. È una domanda strutturale. Se la tonsillectomia istituzionale aspetta 104 giorni e quella in ALPI ne aspetta 26, e se il medico guadagna dal secondo regime ma non dal primo, l’incentivo sistemico è trasparente. Non occorre supporre malafede individuale: basta riconoscere che i sistemi di incentivo producono comportamenti prevedibili, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli.
Il report AGENAS segnala questo rischio con il linguaggio edulcorato della burocrazia tecnica, parlando di «necessità di mantenere sotto controllo l’equilibrio tra le due modalità di erogazione» e di «squilibri aziendali che continuano a interrogare il sistema». Ma il sottotesto è inequivocabile: in alcune strutture l’attività privata non è un supplemento marginale, è la modalità prevalente per determinate prestazioni. Il 100% di ecodoppler cardiache in ALPI in un’azienda ospedaliero-universitaria non è un equilibrio: è un ribaltamento.

Verso un terzo schema

L’approccio innovativo che nessuno sembra disposto a proporre con chiarezza richiederebbe di abbandonare la dualità pubblico/privato come categoria analitica dominante e di adottare una logica diversa: quella del lavoro clinico come funzione sociale unitaria, indipendentemente dal soggetto giuridico che lo eroga.
Questo significherebbe, in primo luogo, che la retribuzione di un infermiere o di un fisioterapista che lavora in una struttura privata accreditata con fondi SSN non dovrebbe essere lasciata alla contrattazione tra associazioni datoriali e sindacati di categoria come se si trattasse di un settore merceologico qualunque. Se il 70% del fatturato viene da denaro pubblico, le condizioni salariali devono essere negoziate con parametri pubblici. Non nazionalizzazione: equiparazione dei minimi contrattuali per il lavoro finanziato dalla collettività.
Significherebbe, in secondo luogo, ripensare l’intramoenia non come privilegio corporativo dei medici pubblici ma come strumento di governo della domanda: se le liste di attesa istituzionali sono strutturalmente più lunghe di quelle private, il problema non si risolve vietando la libera professione (misura che redistribuirebbe equamente l’attesa verso l’alto) ma riprogettando i sistemi di incentivo in modo che ridurre l’attesa istituzionale diventi conveniente tanto quanto — o più di — fare attività privata.
Significherebbe, infine, smettere di trattare i pazienti che pagano di tasca propria in intramoenia come una categoria moralmente sospetta di «furbi che saltano la fila» e riconoscere che la loro esistenza è il sintomo di un sistema che non riesce a garantire tempi accettabili nel regime universale. Il problema non è chi paga per avere la visita in un mese: il problema è perché la stessa visita, nello stesso ospedale, con lo stesso medico, richiede quattro mesi se non si paga.

La solidarietà che cambia le cose (e quella che non la cambia)

Dichiarare solidarietà allo sciopero del 17 aprile è facile, doveroso e probabile che non serva granché se non è accompagnato da un cambio di paradigma nel modo in cui si concettualizza il problema. Il PD propone emendamenti per l’equità contrattuale: sono proposte tecnicamente sensate, politicamente difficili, e comunque parziali se non affrontano la questione dell’intramoenia come sistema di incentivo perverso che avvantaggia i medici pubblici a scapito dei pazienti più vulnerabili.
La sanità accreditata genera profitti su base pubblica e comprime i salari su base privata: è un ibrido che funziona egregiamente per chi lo gestisce e meno bene per chi ci lavora e per chi ne ha bisogno. Risolverlo richiede non di scegliere tra il mito del mercato e il mito dello Stato, ma di capire che entrambi i miti vengono usati selettivamente da chi ha interesse a mantenere la confusione. I datori di lavoro privati invocano il mercato quando si parla di salari e lo Stato quando si parla di finanziamenti. I sindacati invocano i diritti quando si parla di contratti e il servizio pubblico quando si parla di intramoenia dei medici. I medici pubblici invocano la vocazione quando si parla di qualità delle cure e la libera professione quando si parla di integrare lo stipendio.
Nel frattempo, chi aspetta quattro mesi per una visita fisiatrica che il collega a reddito più alto otterrà in tre settimane nello stesso ospedale non ha bisogno di un frame narrativo coerente. Ha bisogno che il problema venga chiamato con il suo nome: non conflitto tra pubblico e privato, ma conflitto tra chi può e chi non può, travestito da conflitto ideologico per non dover essere risolto.


Oltre l’Antagonismo: Verso un Modello Integrato della Sanità Italiana

1. Analisi del Paradosso: La Finzione della Separazione tra Pubblico e Privato

L’attuale dibattito sulla sanità italiana è spesso ostaggio di una contrapposizione binaria tra “pubblico” e “privato”, presentata come una barriera fisica e ideologica invalicabile. Tuttavia, un’analisi tecnica rivela che tale distinzione è una costruzione retorica superata da una realtà di “doppia cittadinanza professionale” che genera profonde inefficienze sistemiche. Non siamo in presenza di due mondi separati, ma di una inversione speculare: le strutture pubbliche operano sempre più come erogatori di mercato attraverso l’Attività Libero-Professionale Intramuraria (ALPI), mentre le cliniche private agiscono come soggetti quasi-pubblici, vivendo di contratti garantiti e rimborsi statali.

Secondo il report AGENAS 2024, il rapporto nazionale tra prestazioni ALPI e istituzionali si attesta al 7% (68,7 milioni di prestazioni istituzionali contro 5,1 milioni in ALPI). È fondamentale però notare, con il rigore analitico richiesto, che l’apparente aumento dei volumi istituzionali è in larga parte ascrivibile a un miglioramento del reporting dei dati da parte del settore privato accreditato, piuttosto che a un effettivo incremento della capacità erogativa. Oltre la media nazionale, emergono squilibri estremi: in alcune realtà l’ALPI non è un’eccezione ma la norma, con picchi del 100% per le visite fisiatriche (AOU Senese) o per l’ecodoppler cardiaco (AOU Giaccone).

Sintesi dell’impatto sul cittadino: Questa ambiguità trasforma il diritto alla salute in una funzione del reddito. Il cittadino non “sceglie” il regime privato per una preferenza clinica, ma vi è coartato dalle barriere temporali del pubblico. Si assiste al paradosso del “medico sdoppiato”: la stessa competenza, lo stesso macchinario e la stessa stanza producono esiti temporali radicalmente diversi a seconda del regime di pagamento, frammentando l’universalità del SSN.

2. La Crisi del Capitale Umano e l’Iniquità Contrattuale

Il personale sanitario costituisce l’unico vero pilastro del sistema. Eppure, assistiamo a una frammentazione contrattuale che mina la stabilità del mercato del lavoro medico e infermieristico. La disparità di trattamento tra pubblico e privato accreditato non è solo un tema sindacale, ma una distorsione di mercato: le strutture private protette dal regime di accreditamento operano con rischi imprenditoriali minimi (con entrate garantite fino al 70% dai fondi SSN), ma applicano un “dumping” salariale che penalizza i professionisti.

In linea con le istanze della Commissione Affari Sociali (Malavasi), è necessario un pacchetto di interventi strutturali che superi la logica della solidarietà rituale per approdare a una stabilità normativa:

  • Allineamento Contrattuale Strategico: Equiparazione dei trattamenti economici tra pubblico e privato accreditato per eliminare la fuga di capitali umani verso regimi precari.
  • Valorizzazione della Formazione e Carriera: Allineamento dei medici in formazione specialistica e medicina generale, con percorsi avanzati per le professioni infermieristiche e tecniche.
  • Digitalizzazione e Trasparenza AI: Utilizzo dell’Intelligenza Artificiale non solo come supporto clinico, ma come strumento di monitoraggio per identificare proattivamente i “colli di bottiglia” organizzativi.
  • Pianificazione Unitaria delle Risorse: Un piano nazionale pluriennale che superi il ricorso sistematico ai contratti flessibili in favore di assunzioni a tempo indeterminato.

Implicazioni Sistemiche: Consentire il dumping salariale in un settore finanziato dalla collettività significa sovvenzionare indirettamente l’inefficienza. Se il finanziamento è pubblico, gli standard salariali devono essere pubblici, de-privatizzando di fatto il rischio professionale e garantendo dignità a chiunque operi all’interno del perimetro del SSN.

3. L’Intramoenia come Conflitto di Interessi Strutturale

La libera professione intramuraria (ALPI) ha cessato di essere un’integrazione per diventare un dispositivo che altera gli equilibri tra domanda e offerta. Il problema non risiede nell’etica del singolo medico, ma in un incentivo sistemico perverso: il professionista (e talvolta l’azienda stessa) trae un vantaggio economico diretto dall’inefficienza del regime istituzionale. Più lunga è l’attesa pubblica, più appetibile diventa la prestazione a pagamento.

Il divario nei tempi di attesa è la prova empirica di questo squilibrio:

Tipologia di Intervento (Classe di Priorità)Regime Istituzionale (Attesa Media)Regime ALPI (Attesa Media)
Tonsillectomia (Classe A)104 giorni26 giorni
Ernia Inguinale e Femorale (Classe B)126 giorni34 giorni
Interventi sul Piede (Classe C)141 giorni35 giorni

Tuttavia, l’ALPI non è una panacea universale. Il report AGENAS evidenzia criticità anche nel regime privato: nell’area senologica (mammografie), solo il 29-36% delle prestazioni avviene entro 10 giorni, con attese medie che oscillano tra 27 e 45 giorni. Questo dimostra che, in assenza di governo della domanda, anche il regime a pagamento soccombe alle inefficienze organizzative.

Analisi del Rischio: Il “rischio di squilibrio” segnalato da AGENAS indica che la sanità pubblica sta subendo una mutazione genetica: in troppe aziende ospedaliere, l’ALPI è diventata la modalità prevalente di accesso. Finché la riduzione delle liste d’attesa istituzionali sarà economicamente svantaggiosa per chi deve gestirle, il sistema rimarrà bloccato in un conflitto d’interessi strutturato.

4. Proposta per un “Terzo Schema”: La Funzione Clinica Unitaria

Per superare questa crisi, occorre una riforma che definisca il Lavoro Clinico come Funzione Sociale Unitaria. È necessario superare il feticismo del “soggetto erogatore” per concentrarsi sulla natura pubblica del finanziamento.

Le linee guida per questa transizione verso un “Terzo Schema” integrato sono:

  1. Principio “Finanziamento Pubblico = Standard Pubblici”: Ogni prestazione finanziata dal SSN, indipendentemente dal datore di lavoro, deve garantire minimi contrattuali e normativi uniformi. Questo elimina la competizione sleale basata sulla compressione del costo del lavoro.
  2. Riprogettazione degli Incentivi ALPI: La facoltà di esercitare la libera professione deve essere subordinata al raggiungimento di KPI (Indicatori Chiave di Prestazione) sulla riduzione delle liste d’attesa istituzionali. L’ALPI deve tornare a essere un’opportunità aggiuntiva, non una via di fuga dall’inefficienza programmata.
  3. Governance Centralizzata del CUP Unico: L’adozione del CUP deve essere totale. Se 12 Regioni hanno già raggiunto il 100%, casi come la Liguria (ferma al 29,64%) rappresentano un’insostenibile opacità organizzativa. Il CUP deve diventare il “cruscotto” della trasparenza, supportato da sistemi di IA per impedire la creazione di agende “chiuse” o parallele.

Sintesi Propositiva: Questo cambio di paradigma trasforma il paziente da “utente sospetto” o vittima del sistema in perno centrale del servizio. L’equiparazione delle condizioni di lavoro e la trasparenza dei flussi eliminano le rendite di posizione, orientando ogni attore verso l’unico obiettivo legittimo: l’appropriatezza clinica in tempi certi.

5. Oltre l’Ideologia per il Futuro del SSN

È tempo di abbandonare i miti dello “Stato burocratico” e del “Mercato salvifico”, entrambi utilizzati strumentalmente per proteggere inefficienze e privilegi. Il debito di riconoscenza verso i professionisti della salute si onora non con la retorica, ma con la certezza del diritto e l’equità del trattamento.

Il nuovo patto per la salute deve poggiare su tre pilastri:

  • Equità: Unicità dei diritti per chiunque presti servizio nel perimetro del finanziamento pubblico.
  • Trasparenza degli Incentivi: Allineamento rigoroso tra profitto professionale e salute pubblica.
  • Unicità della Funzione Sanitaria: Riconoscimento che ogni atto clinico finanziato dalla collettività è una tutela di un diritto superiore.

La salute è un valore costituzionale che non può essere mediato da conflitti ideologici o da inefficienze strutturate: la sua tutela deve essere l’unico orizzonte di un sistema sanitario realmente universale, trasparente e moderno.

https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/intramoenia-cresce-uso-del-cup-per-le-prenotazioni-ma-su-alcune-visite-e-ricoveri-resta-il-nodo-del-divario-con-il-regime-istituzionale/

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Capitolo 04

«Chiamatemi Ernesto» - Il grande bluff della sanità territoriale italiana e il caso del Piemonte

«Chiamatemi Ernesto» - Il grande bluff della sanità territoriale italiana e il caso del Piemonte

Ritratto satirico-funereo della sanità regionale italiana, con cadavere squisito piemontese

C’è una battuta di Ennio Flaiano che circola da decenni tra chi si occupa di cose italiane e suona ogni volta come nuova: «La situazione è tragica ma non è seria.» La frase è perfetta perché rovescia l’ordine naturale delle preoccupazioni — normalmente si è seri di fronte alle tragedie — e così facendo descrive con precisione chirurgica un paese che ha trasformato la tragedia in genere narrativo, in pantomima, in cerimonia di autopresentazione. Applicata alla sanità pubblica italiana, quella frase diventa quasi una diagnosi clinica. La situazione è effettivamente tragica — lo dicono i numeri, le classifiche ministeriali, i rapporti della Fondazione Gimbe, i milioni di cittadini che rinunciano alle cure perché le liste d’attesa si misurano in anni, non in settimane. Ma non è seria: lo dimostrano le denominazioni delle istituzioni che dovrebbero occuparsene.
«Azienda Sanitaria Locale.» Tre parole. La prima è quella su cui vale la pena soffermarsi.

Nella stessa Serie “Riprendiamoci la sanità”

L’equivoco fondatore

Nel 1992 il legislatore italiano, in un momento di entusiasmo liberale che sapeva di Tangentopoli imminente e di spirito del tempo, decise che gli enti sanitari pubblici sarebbero stati trasformati in «aziende» — il D.Lgs. 502/1992 è il certificato di nascita di questa fantasia semantica. L’idea era che il linguaggio manageriale avrebbe portato con sé efficienza, responsabilità, cultura del risultato. Invece ha portato soprattutto direttori generali con stipendi da primo piano industriale, organigrammi degni di una multinazionale farmaceutica e la produzione di documentazione strategica in quantità inversamente proporzionale alla qualità dei servizi erogati.
Oscar Wilde, nella commedia L’importanza di chiamarsi Ernesto, costruisce un intero plot sulla pretesa che un nome possa determinare la sostanza di una persona. Le ASL italiane hanno fatto lo stesso con la parola «azienda»: se mi chiamo così, sono così. Ma un’azienda che non può fallire, che non ha concorrenti, che è finanziata coattivamente attraverso la fiscalità generale e che il cittadino-cliente non può abbandonare senza pagare due volte (le tasse per il pubblico più la retta per il privato), non è un’azienda. È qualcosa d’altro. È uno Stato in miniatura, con tutti i vizi dello Stato italiano e nessuna delle virtù teoriche del mercato. Chiamarla «Ernesto» non la cambia. Anzi, la equivoca.

La cartella clinica nazionale

Il Ministero della Salute pubblica ogni anno le «pagelle» regionali attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), che misura la qualità dei Livelli Essenziali di Assistenza su 88 indicatori divisi in tre macro-aree: prevenzione, assistenza distrettuale, assistenza ospedaliera. La soglia di sufficienza è 60 punti su 100. Non è una laurea con lode. È la sufficienza.
La classifica vede al top Veneto, Toscana, Trento ed Emilia-Romagna e in coda Calabria, Valle d’Aosta, Sicilia e Abruzzo — con un evidente sbilanciamento a sfavore del Sud.  Fin qui nulla di nuovo: il divario Nord-Sud nella sanità è uno di quei segreti di Pulcinella che ogni governo dichiara di voler colmare e nessuno colma mai, perché colmarlo richiederebbe non un decreto ministeriale ma una redistribuzione di risorse politicamente molto costosa.
Il dato più interessante, però, non è quello dei fanalini di coda meridionali — che almeno hanno il conforto della narrazione vittimista storica — ma quello delle grandi regioni del Nord che si credono eccellenti. La Lombardia, fino a poco tempo fa considerata una delle Regioni di punta, ha visto una caduta significativa, scivolando all’ottavo posto.  Dopo il Covid, dopo i morti nelle RSA, dopo le inchieste sulla privatizzazione strisciante del sistema sanitario lombardo, scoprire che la locomotiva d’Italia è scivolata in classifica è meno sorprendente di quanto sembri. È la fine di un racconto, non di una realtà: la realtà era già diversa da prima.
Il Piemonte compare tra le eccellenze, insieme a Veneto, Toscana e Provincia autonoma di Bolzano , almeno secondo il rapporto CREA Sanità 2024. Tuttavia vale la pena ricordare che il Veneto, primo in classifica, «è appena al 60%» — ovvero la regione migliore d’Italia rasenta la sufficienza. È come celebrare il fatto che il miglior studente della classe sia riuscito a passare l’esame con 18. Tecnicamente promosso. Artisticamente desolante.
Il tema delle liste d’attesa è quello dove la farsa si fa più nera. Solo 6 regioni su 21 forniscono informazioni complete e trasparenti sui propri siti web riguardo i tempi di attesa per le prestazioni sanitarie ambulatoriali.  Le altre variano tra l’opacità totale, i dati obsoleti e il rimando labirintico ai siti delle singole ASL. Detto in altri termini: il sistema sanitario pubblico italiano non sa — o non vuole sapere, che è diverso — quanto tempo aspettano i suoi pazienti. Piemonte e Toscana riportano i dati solo per le singole Aziende sanitarie, senza fornire una visione d’insieme regionale  — una scelta che ha il merito di distribuire la responsabilità su tante unità locali, rendendo impossibile qualsiasi paragone sistematico. Divide et impera, ma in versione sanitaria: divide et confonde.

La galassia piemontese: dodici «Ernesti» e un piano di rientro dimenticato

Il Piemonte è organizzato in dodici ASL territoriali, più le Aziende Ospedaliero-Universitarie, raggruppate in cinque aree omogenee di programmazione. L’Area Omogenea Torino include la ASL Città di Torino, ASL TO4, ASL TO5 e l’AOU Città della Salute; l’Area Torino Ovest comprende ASL TO3 e i due ospedali universitari di Orbassano e Mauriziano; il Piemonte Sud Ovest ha ASL CN1 e CN2 con l’Ospedale di Cuneo; il Nord Est raggruppa ASL Novara, Vercelli, Biella e VCO; il Sud Est ha ASL Alessandria e Asti. 
Dodici ASL per una regione di circa 4,2 milioni di abitanti. Per fare un paragone: la Danimarca gestisce l’intera sanità nazionale — 5,9 milioni di persone — con cinque regioni sanitarie. Il Piemonte ha dodici strutture burocratiche separate, ognuna con il proprio direttore generale (retribuito tra 147.000 e 154.937 euro annui lordi, secondo la delibera regionale del novembre 2024), il proprio ufficio stampa, il proprio organigramma e la propria visione strategica. Se si trattasse davvero di aziende competitive, la razionalizzazione sarebbe già avvenuta per necessità di mercato. Ma siccome non lo sono, si moltiplicano come funghi dopo la pioggia e ciascuna produce comunicati stampa che celebrano le proprie eccellenze.
I dati comparativi interni al Piemonte, quando esistono, raccontano una storia di disuguaglianze geografiche non così dissimile da quelle nazionali. Nell’indicatore di «presa in carico territoriale», l’ASL di Biella risulta seconda in Piemonte, preceduta solo dall’ASL di Vercelli.  Questo dato è interessante perché rovescia l’intuizione comune: le province industriali in declino demografico del nord-est piemontese — Biella, Vercelli — risultano più efficienti nella gestione territoriale dei pazienti rispetto alle strutture metropolitane torinesi. Una possibile spiegazione è che la pressione demografica della città rende tutto più difficile; un’altra è che le ASL piccole, con territori più controllabili e popolazioni anziane da assistere a domicilio, abbiano sviluppato per necessità un’organizzazione più robusta dei servizi territoriali.
Quello che i dati sulle liste d’attesa non dicono esplicitamente, ma che emerge dall’«indice di fuga» — la percentuale di pazienti che vanno a curarsi fuori dalla propria ASL — lo dice indirettamente. L’ASL di Vercelli ha un indice di fuga per ricoveri di medio-bassa complessità di 58,47, contro il 37,54 di Biella, il 41,16 di Asti e il 41,22 di CN2.  Il dato di Vercelli è preoccupante: quasi sei pazienti su dieci che potrebbero essere curati localmente scelgono di andare altrove. Questo non è un segnale di efficienza del sistema — è un voto di sfiducia espresso con le gambe.

Il paradosso metropolitano

La ASL Città di Torino — fusione delle vecchie TO1 e TO2 — è la struttura più grande del Piemonte e gestisce la sanità di circa 870.000 torinesi. Non è una buona notizia automatica. L’area metropolitana concentra le patologie della povertà urbana, dell’immigrazione, dell’invecchiamento in solitudine, dei senza fissa dimora e di tutte le categorie di fragilità che le statistiche dei LEA tendono a misurare male. Nel frattempo, nell’indicatore delle «ospedalizzazioni evitabili», la ASL Città di Torino si posiziona agli ultimi posti tra le ASL piemontesi, dopo Asti, Novara, Vercelli, Verbano Cusio Ossola e Alessandria.  Le ospedalizzazioni evitabili sono un proxy della capacità del territorio di intercettare il paziente prima che arrivi al pronto soccorso in stato di emergenza: più sono alte, peggio funziona l’assistenza primaria. È il sintomo più classico di un sistema che cura le malattie invece di prevenirle, che aspetta la crisi invece di gestire la cronicità.
I pronto soccorso piemontesi — e torinesi in particolare — riflettono questa pressione in modo quasi teatrale. Il sovraffollamento dei PS italiani è un dato strutturale, non un’emergenza congiunturale. Secondo AGENAS, i pronto soccorso italiani continuano a essere sovraffollati e in sofferenza, confermandosi il grande anello debole del Servizio Sanitario Nazionale.  La soluzione suggerita — un maggior impiego delle Case di Comunità per la gestione dei pazienti non in emergenza — è teoricamente corretta e praticamente incompiuta: le Case di Comunità previste dal PNRR esistono in larga parte sulla carta o in fase di allestimento, mentre i PS esistono davvero e traboccano davvero ogni notte.

Il piano di rientro: la storia di una penitenza dimenticata

C’è un capitolo della storia sanitaria piemontese che merita menzione perché illustra meglio di qualsiasi statistica la distanza tra la retorica aziendalistica e la realtà amministrativa. Tra il 2010 e il 2021, il Piemonte è stato soggetto a un Piano di Rientro dal disavanzo sanitario — la versione sanitaria del commissariamento, imposta dal governo centrale alle regioni che avevano accumulato debiti strutturali. In quel periodo, la regione ha tagliato posti letto, chiuso presidi ospedalieri periferici, ridotto l’assistenza territoriale. Il razionale era la sostenibilità finanziaria. Il prezzo è stato pagato soprattutto dalle province e dalle aree montane, dove la chiusura di un piccolo ospedale significa che l’ambulanza impiega quaranta minuti invece di dieci.
Uscire dal piano di rientro è stato celebrato come una vittoria. Ma i posti letto non sono stati riaperti, i presidi chiusi non sono stati riattivati, e il personale che se n’era andato — medici e infermieri che avevano trovato lavoro altrove durante gli anni dell’austerità — non è tornato. Il paradosso è che la «guarigione» finanziaria della ASL ha lasciato come reliquie tutte le conseguenze strutturali della malattia.

Il contribuente pagante e il pronto soccorso come extrema ratio

C’è un meccanismo perverso al cuore del sistema che le classifiche ministeriali non misurano, perché misurarlo significherebbe ammettere ciò che è diventato strutturale: il cittadino italiano paga due volte per la propria salute. La prima volta, attraverso le tasse. La seconda, dal proprio portafoglio, per ottenere in tempi umani ciò che il sistema pubblico gli garantisce sulla carta ma non nella realtà.
Nel 2024 la spesa sanitaria privata diretta delle famiglie italiane ha raggiunto i 46,41 miliardi di euro, con un aumento del 7,7% rispetto all’anno precedente — e non perché gli italiani abbiano improvvisamente sviluppato un debole per le visite private di lusso, ma perché non trovano alternative. La spesa out-of-pocket non può crescere ulteriormente, sottolinea la Fondazione Gimbe, anche per il semplice fatto che nel 2024 5,7 milioni di persone vivevano sotto la soglia di povertà assoluta e 8,7 milioni sotto quella relativa. Chi non può permettersi il privato non va dal medico privato: va al Pronto Soccorso, o rinuncia alle cure.
Le rinunce alle cure sono salite da 4,1 milioni nel 2022 a 5,8 milioni nel 2024 — quasi un milione e mezzo di persone in più in due anni che hanno smesso di provare a curarsi. Non per scelta, ma per resa. Questi non finiscono nelle statistiche della soddisfazione del paziente, perché il paziente che ha rinunciato non è più in alcun database: è uscito silenziosamente dal perimetro del sistema.
Il risultato visibile è l’ipertrofia dei Pronto Soccorso. Se non esiste più un servizio sanitario ordinario funzionante — niente medico di base reperibile, niente specialistica pubblica in tempi ragionevoli, niente continuità assistenziale — l’unica porta sempre aperta è quella del PS. Chi non può pagare il privato ci arriva perché non ha alternative; chi potrebbe pagare ci arriva quando la situazione è degenerata nell’attesa. Il PS diventa quindi il ricettacolo universale di tutti i fallimenti a monte, sovraffollato da pazienti che in un sistema funzionante non avrebbero mai dovuto varcare quella porta, e presidiato da medici e infermieri in burn-out strutturale che a loro volta vanno a ingrossare le statistiche delle dimissioni volontarie dal SSN.
Il presidente di Gimbe Cartabellotta ha osservato che «la privatizzazione della spesa sta portando a una progressiva uscita dei cittadini dal perimetro della protezione pubblica, con i servizi necessari acquistati sul mercato». Ma «uscita» suggerisce una scelta. Per molti è un’espulsione.

Cosa ci dicono i dati (e cosa non ci dicono)

C’è una frase attribuita a Ronald Coase che sembra essere stata tagliata su misura per vestire il cadavere della sanità dello Stivale e che suona più o meno così:

“Se torturi i dati abbastanza a lungo, riuscirai a far loro confessare tutto quello che desideri.”

Le classifiche LEA misurano la conformità procedurale, non necessariamente l’esperienza del paziente. Una regione può avere tassi di vaccinazione eccellenti e liste d’attesa per la risonanza magnetica di otto mesi. Il Programma Nazionale Esiti misura gli outcome clinici — mortalità post-operatoria, complicanze, reingressi — ed è una fonte più robusta, ma meno diffusa nel dibattito pubblico. La trasparenza stessa dei dati è un problema: come ha dichiarato il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, «a fronte della rilevanza del problema, non esiste una rendicontazione pubblica completa e trasparente sui tempi di attesa»  a livello nazionale.
Chi produce le classifiche non è neutro: le fondazioni che le elaborano hanno propri punti di vista sulle politiche sanitarie, e i parametri scelti riflettono visioni del sistema — più o meno orientate alla territorialità, all’efficienza ospedaliera, alla prevenzione, alla spesa. Il Ministero della Salute ha interesse a mostrare un sistema che funziona; le opposizioni regionali hanno interesse a mostrare che non funziona; i direttori generali delle ASL hanno interesse a mostrare che la propria ASL funziona meglio delle altre. In questo ecosistema di narrazioni contrapposte, il paziente — quello che aspetta otto mesi per una visita cardiologica — è l’unico testimone disinteressato. Ed è anche l’unico che non produce comunicati stampa.

Epilogo: la maschera e il vuoto

C’è un argomento che circola nei dibattiti sulla sanità italiana ogni volta che la situazione si fa troppo imbarazzante da commentare: «Almeno abbiamo un sistema universalistico. Pensate agli Stati Uniti.» È il metro più basso disponibile, e usarlo è già una confessione. Quando la migliore cosa che riesci a dire di te è che sei meglio di qualcosa che funziona peggio di quasi tutto il mondo sviluppato, hai esaurito gli argomenti.
Ma il confronto con l’Europa, quello vero, racconta una storia diversa da quella che la narrativa consolatoria vorrebbe. Nel 2023 l’Italia ha destinato il 6,2% del PIL alla spesa sanitaria pubblica, significativamente sotto sia la media OCSE del 6,9% che la media europea del 6,8%. Sono 12 i paesi europei che investono una percentuale del PIL maggiore dell’Italia; la Germania spende il 10,1% del PIL in sanità, quasi il doppio dell’Italia. In termini pro capite, l’Italia nel 2023 spende 3.574 dollari per abitante contro una media europea di 4.344, con un gap di quasi 800 dollari. Moltiplicate quel gap per 59 milioni di abitanti e ottenete una cifra intorno ai 47 miliardi annui che l’Italia non investe nella propria sanità rispetto alla media dei suoi partner europei. Una cifra, non per caso, quasi identica a quella che le famiglie italiane pagano di tasca propria ogni anno.
Nel confronto europeo, la spesa out-of-pocket italiana nel 2023 raggiunge il 23,6% della spesa sanitaria totale, superando di quasi 9 punti percentuali la media europea e da 12 anni consecutivi supera la soglia del 15% che l’Organizzazione Mondiale della Sanità identifica come limite oltre il quale l’equità e l’accessibilità alle cure sono a rischio. Quindi non stiamo parlando di un problema nuovo o di una crisi congiunturale: stiamo parlando di un sistema che dal 2012 non riesce a garantire l’equità che costituisce la propria ragion d’essere, e che ogni anno la erode un poco di più.
Il paradosso finale è geometricamente perfetto. Ogni anno lo Stato definanzia il SSN rispetto alla media europea — tagliando personale, chiudendo presidi, allungando le liste di attesa — e contemporaneamente lascia alle famiglie il conto da pagare al privato, conto che poi può essere in parte detratto fiscalmente, con benefici che si concentrano prevalentemente tra i lavoratori dipendenti con redditi medio-alti. Chi ha i soldi paga il privato e recupera qualcosa a fine anno. Chi non li ha aspetta, va al PS, o rinuncia. Chi li ha appena appena non fa né l’uno né l’altro: si indebita o si ammala in silenzio.
Chiamarsi «Azienda Sanitaria» non cambia niente di tutto questo. Ma forse è proprio per questo che il nome è stato scelto: un’azienda, quando fallisce, almeno chiude. Queste no. Si riorganizzano, nominano un nuovo direttore generale, producono un piano strategico triennale e continuano a chiamarsi Ernesto.
Come diceva Flaiano: la situazione è tragica ma non è seria. La differenza, ora che abbiamo i numeri, è che sappiamo esattamente quanto ci costa quella mancanza di serietà. Quarantasei miliardi e rotti, l’anno scorso. In crescita.

https://en.ilsole24ore.com/art/healthcare-household-spending-413-billion-and-pure-private-boom-72-billion-137-per-cent-AHK4dwxD

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