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Cover Stories - Temi di riflessione

Salute e digitale: due verdetti e una domanda da porsi.

Condannate Meta e Google, caso chiuso? No. La domanda vera è un’altra: era legittimo trasformare l’infanzia e le relazioni in processi industriali?

Due verdetti, una domanda da porsi.

È notizia di questi giorni. Due giurie americane emettono verdetti distinti contro le Big Tech. In California, Meta e Google vengono dichiarate negligenti e condannate a 3 milioni di dollari per danni psicologici su minori e design che genera dipendenza. In New Mexico, Meta viene condannata a 375 milioni per occultamento dello sfruttamento sessuale di minori sulle proprie piattaforme.

Caso chiuso?

In molti parlano già del “momento Big Tobacco” delle Big Tech, come se bastasse condannare e multare per risolvere il problema. Ci sfugge ancora qualcosa. Anzi, senza il forse.

Già nelle scorse settimane avevamo ricostruito cosa stava accadendo tra aule di tribunale, audizioni al Congresso e nuove normative europee sul fronte della dipendenza digitale dei minori (2),dopo aver tracciato il filo che dalle prime ricerche sul condizionamento comportamentale negli anni Sessanta arriva alla crisi globale dell’infanzia digitale (1). E già ci chiedevamo se divieti e regolamenti fossero davvero la soluzione.

Il parallelo con Big Tobacco, già emerso in quella ricostruzione (1), è il confronto più ricorrente. È comprensibile, ma insufficiente. E rischia di essere rassicurante proprio dove dovrebbe inquietare.

Big Tobacco vendeva un prodotto. Big Tech ha industrializzato la vita.

L’industria del tabacco sapeva di avvelenare e nascondeva le prove. Grave, criminale, documentato. Ma vendeva un oggetto che si poteva non comprare. Qui la scala è un’altra.

Quello che è successo negli ultimi vent’anni non è la commercializzazione di un prodotto nocivo. È l’applicazione sistematica della logica industriale a sfere dell’esistenza che non erano mai state trattate come processi produttivi.

Il gioco dei bambini, l’incontro tra persone, il divertimento, il riposo, il tempo libero, la noia.

Come sosteneva Sigfried Giedion, la meccanizzazione prende il comando, e lo fa penetrando in ambiti che sembravano al riparo dalla razionalizzazione, il pane, il bagno, la sedia, il comfort. Oggi il comando è stato preso sullo spazio interiore. Il gioco di un bambino è diventato un processo con metriche di engagement. L’amicizia tra adolescenti è diventata un flusso ottimizzabile. Il relax è diventato un feed con tempi di permanenza da massimizzare.

Non c’è niente di rotto in queste piattaforme. Funzionano esattamente come sono state progettate. I danni psicologici non sono effetti collaterali, sono i risultati attesi di un’industrializzazione riuscita.

L’OMS segnala il sintomo. La malattia è nel modello.

L’OMS indica l’IA generativa come priorità per la salute pubblica. Trenta esperti, tre direttrici. Il responsabile IA dell’OMS ammette che il ritmo di adozione ha superato ogni comprensione dell’impatto sulla salute mentale.

Ma inquadrare questo come un problema sanitario è già una concessione. Significa accettare che il modello sia legittimo e che servano solo correzioni. È lo stesso schema che Jacques Ellul descriveva parlando del sistema tecnico, ogni problema generato dalla tecnica viene risolto con altra tecnica, senza mai mettere in discussione la struttura. Regolamento, linee guida, valutazione del rischio, tutto interno alla stessa logica che ha prodotto il danno.

La struttura sociale malata

Quello che queste sentenze, questi richiami dell’OMS, queste normative europee non dicono, e che il problema non sta nelle piattaforme. Sta in una struttura sociale che ha accettato senza resistenza che il gioco, l’infanzia, la socialità, il lavoro, la salute, il tempo libero venissero colonizzati da logiche estrattive.

Adriano Olivetti, settant’anni fa, aveva già posto il problema in termini netti: il progresso tecnico è legittimo solo se è al servizio della persona e della comunità, non il contrario. Quello che è accaduto è esattamente il contrario. E non per errore, ma per design, nel senso più letterale del termine.

Il Digital Services Act (il regolamento europeo sui servizi digitali) e il Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale sono tentativi necessari. Ma finché la domanda di fondo resta inevasa, era legittimo industrializzare l’infanzia, la relazione, la noia?, resteremo a discutere di “piattaforme più sicure” dentro un modello che ha bisogno di colonizzare ogni spazio umano per produrre valore.

La via d’uscitada coltivare

Non servono piattaforme più sicure. Serve riconoscere che ci sono ambiti della vita che non dovevano diventare processi industriali. E una volta riconosciuto, agire di conseguenza.

La proposta non è tecnologica. È banalmente umana, ovvero tornare a frequentare luoghi fisici. Riprendersi quegli spazi, la piazza, il cortile, il tavolo, il teatro, la libreria, la strada, che qualcuno ha deciso di digitalizzare per estrarne valore. Favorire l’incontro reale, lo scambio culturale, il gioco, e l’incontro tra generazioni. Non per nostalgia, ma perché quelli sono gli unici spazi in cui la relazione è fisica, emotiva, percettiva, e non un processo vivente che è ottimizzabile dalla logica di una piattaforma.

Ogni volta che un gruppo di persone si incontra senza uno schermo che media, è un atto di sottrazione all’apparato industriale. Ogni volta che due generazioni si parlano senza la mediazione di un algoritmo, qualcosa muta. Non tutto, ma qualcosa. E quel qualcosa è esattamente ciò che il modello industriale che standardizza ha bisogno di eliminare per i suoi interessi: il pensare e la libertà di decidere.

Questo non significa rinunciare al digitale. Significa smettere di subirlo. Usarlo quando lo decidiamo noi, per le necessità che scegliamo noi, uno strumento, non un ambiente. La differenza non è tecnica, siamo noi a decidere cosa, quando e perché.

Certo, questo richiede una fatica che la comodità intellettuale del digitale volutamente ci ha disabituato a sostenere. Se restiamo prigionieri di quella comodità, se continuiamo a consegnare volontariamente il gioco, la relazione, il tempo dei nostri figli a chi li tratta come materia prima, allora non serviranno le sentenze californiane né i regolamenti europei.

E a quel punto, chissà che un romanzo come Il Pianeta delle Scimmie non si riveli meno fantastico di quanto credevamo, ma premonitore. In fondo, il suo avvertimento è semplice: un’intera specie può regredire quando smette di interrogarsi su se stessa.

A questo punto la risposta non è in un verdetto né in un regolamento, ma è in ciò che ciascuno di noi decide consapevolmente di fare.

Fonti e approfondimenti

(1) I nostri figli stanno pagando il prezzo più altoIl Franti

(2) La dipendenza dai social media: cosa sta accadendoCrescere Figli Umanamente Intelligenti nell’Era dell’IAIl Franti

(3) Social media trial: Meta and Google found negligent, NPR, 25 marzo 2026

(4) “Meta, YouTube found negligent in landmark social media addiction trial“, The Washington Post, 25 marzo 2026

(5) “Meta, Google Found Liable in First Social Media Addiction Trial”, Bloomberg, 25 marzo 2026

(6) “Jury finds Meta liable in case over child sexual exploitation on its platforms“, CNN, 24 marzo 2026

(7) S. Giedion, L’era della meccanizzazione (1948), trad. it. di Maria Labò, Feltrinelli, Milano, 1967. Riedizione: Le macchine prenderanno il comando. Un contributo a una storia anonima, Edizioni Ghibli, Milano, 2019.

(8) J. Ellul, Il sistema tecnico. La gabbia delle società contemporanee (1977), trad. it. di Guendalina Carbonelli, Jaca Book, Milano, 2009.

(9) A. Olivetti, Città dell’uomo (1960), Edizioni di Comunità, Milano, 2015 (collana Olivettiana).


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Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
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Massimo V.A. Manzari

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