C’è stato il tempo delle more, il giorno in cui abbiamo ricordato con piacere e dolore le montagne, sempre più verdi come l’erba del vicino, il giorno in cui per ricordare ci sono serviti i pasticcini, in quantità industriale, e, il tempo ritrovato ci sembrava solo perduto, e c’è stato il tempo delle K. Di quando per connotare un super, magari criminale, o comunque, non proprio ligio alle regole al cento e per cento, ci bastava aggiungere una k al nome o soprannome del tizio. Un pò come quelli che parlano in spagnolo aggiungendo una esse in fondo. Perchè in fondo siamo tutti un pò spagnoli e magari anche tutti un pò criminali? Chissà, lasciamo l’arduo compito di decidere ad altri. A noi interessa oggi parlare di quei personaggi K di cui è ricca, anzi ricchissima, la nostra storia popolare. Anche la vostra, che credete.
Abbiamo finito giusto ieri di raccontarci la leggenda sull’avvio, meglio dire la genesi – dammi retta – del papero piero(paolo in realtà) con la K, meglio noto come Paperinik. E oggi proviamo a svelare l’arcano delle K nei nomi propri dei super, malandrini perlopiù. In realtà l’arcano non credo che vi sarà svelato, ma, certamente, stando qui farete incetta di k e di personaggi k nomati. Abbiamo visto or ora la bionda strega, nella sua versione filmica, ma i panni, sexy e attillati di Satanik erano più voluttuosi quando raccontati in bianco e nero nel fumetto a lei dedicato. Del resto ai comandi della serie c’erano i soliti Magnus e Bunker – Secchi e Raviola – un binomio consolidato, funzionale e funzionante che di k nel nome già ne aveva una di serie, fateci caso. Satanik è arrivata dopo un altro kappista e criminale tale Kriminal, qui la fantasia l’avevano lasciata a casa. Almeno per il nome. Ma attenzione, perchè non sempre, fare costruzioni fantastiche, nonchè arzigogolate e contorsionistiche paga nel mondo della fantasia. Talvolta meglio sgombrare il campo e non perdersi in bizantinismi barocchi – questa è bellissima oltrechè improbabile per non dire impossibile – e arrivare dritti al sodo o meglio ancora sparare prima di chiedere.

Di questi film, alcuni ci aggiungerebbero un acci, non qui e non noi; ne sono usciti parecchi in un certo tempo – more, montagne, madleinette? No, allora non avete capito? Il tempo delle K! Non è difficile. Non perdete il filo per favore – fare un film costava meno che un chilo di bresaola, i set venivano usati per 5, 10, anche 15 pellicole diverse, addirittura lo stesso girato – avete presente, quando si fa un film si girano delle scene e poi le si montano – veniva impiegato per film diversi o per costruire versioni diverse dello stesso film. In questo ultimo caso i nostri registi – alcuni di loro – sono stati davvero ingegnosi e parsimoniosi insieme. Dubito che vi ricorderete i loro nomi, se ve li facessi. Nel senso che non sono passati alla storia. Caso mai alla moria, o alla doria. Ma ora concentriamoci sulle K. Sempre a Magnus e Bunker si deve l’invenzione del supercriminale alcoolico per antonomasia, quello che con la sua fiatata poteva mettere ko un elefante imbizzarrito o forse due, il mitico Superciuk di cui ci siamo già cibati un paio di volte da queste parti. Quando il gioco si fa duro però, mi corre l’obbligo, e mi scorre l’acqua, anche se magari non chiara e fresca, che volete farci, di introdurre un k portante, davvero singolare e per molti versi pure, – parecchio Parigi per dirla con il Piera – hard. Ahi, ahi, ahi. Che fai mi scendi sul porco, mi atterri sull’uccello come neanche il grande Mike, mi ti innabissi sul vietato ai minori? Ebbene si amici vicini e lontani, la spada è tratta e siccome non la so brandire, mi taglierò da solo facendomi anche parecchio male.

C’è questo personaggio con la k nel nome, davvero particolare, persino per le italiche sponde, dove, a voler ben guardare, si trova davvero davvero davvero di tutto. Lui si chiama Killing, e già il nome, sebben che siam italici, non lascia spazio alle interpretazioni. Se poi vi dicessi – e ve lo dico – che ai tempi della sua uscita, era pure vietato, e dico vietato, ai minori di anni 18. La frittata, perdonatemi galline care, è stata fatta, e non si può più tornare indietro, come dice l’adagio: “friggi friggi granatiere che il doman non vuol barriere”. Sono bravino nell’inventare detti popolari, non trovate? Forse dovrei scriverci un libro di finti detti popolari. Ci penso e vi faccio sapere. Dunque Killing che alcuni denominano Sadistik, il che non lo rende più simpatico, credo, nasce in anni lontani, e nasce fotoromanzo. Un sistema, un medium per dirla coi colti, e quindi abusarla, che non trovava sfogo e dogo per personaggi così, mentre abbondava, anche in quegli anni – anzi soprattutto in quegli anni – di belloni e bellone molto romanticamente accostate, in pseudo telenovele fotografiche figlie, cugine e anche nipote – loro esse non lui, intendiamoci – del romanzo e dell’appendice, di cui erano ricchissime le riviste illustrate dei primordi. Quei rotocalchi, ancora non roto – la macchina non l’avevano ancora inventata – che acculturavano il pueblo – prima che jamás será vencido – fine ‘8 – primi ‘9 del secolo o dei secoli scorsi.
Succedono cose davvero strane e in qualche modo potenti con killing in cabina di guida. C’è soprattutto una lettura o visione o salone, della società del tempo, davvero impietosa per non dire impietosa e non lo nego. C’è soprattutto una visione, indicazione, mascalzone, della donna davvero specifica, per non dire particolare, per non dire altro sennò esco di senno e allora sono guai. Vanno fatte però e allora, un paio di precisazioni, intanto specifichiamo il genere, diciamo che ci troviamo nei meandri del pulp, fors’anche del trash per non dire dello splatter in talune circostanze, magari lievi, ma essentici, datemi retta. Prendiamo a prestito da wiki e da pedia la definizione di pulp e anche la sua genesi così mettiamo nero su bianco e anche il minestrone al foco.
Il pulp è un genere letterario che propone vicende dai contenuti forti, con abbondanza di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre e che di norma viene apparentato con l’hard boiled e il poliziesco.
Vedi che la carne al foco ci dice bene ci dice. Ma proseguiamo nella definizione, chiedo scusa a wiki e pedia per l’interruzione.
Origine: “La vicenda è più importante della carta.”
(Frank Munsey, ex telegrafista e inventore del formato delle riviste pulp)
Il genere pulp nacque nei primi anni venti negli Stati Uniti d’America con storie pubblicate a puntate su riviste (le cosiddette Pulp magazine) di 128 pagine dalle sfolgoranti copertine ma con le pagine interne stampate su carta non rifilata di polpa di legno (in inglese «pulp»), quindi di infima qualità. È negli anni trenta che il genere conobbe il suo apice con le storiche riviste Weird Tales e The Strand.
Non è che pensavate per caso che il genere l’avesse inventato Tarantino vero? No ma che vado a pensare, scusate.
Quindi sgombrato il campo dai moralismi e spiegato che le vicissitudini sociali potevano influire, e nel BelPaese hanno influito di sicuro, statene certi – parlo delle tematiche del fotofumetto pulp di cui ci stiamo occupando – a questo punto aggiungerei un piccolo riferimento storico, una nicchia di notizie dell’epoca per capire il contesto, come disse un mio allievo un giorno, a cui feci molti complimenti. Serve il contesto, sennò anche col gps si va a sbattere. In fondo parliamo solo di sessanta anni fa, non pochi, ma nemmeno secoli, e allora vale forse la pena di ricordare chi eravamo in quello specifico anno, così solo per capire. Anno 1966, molti di voi non erano nati, non erano nemmeno immaginati, altri sì, sob. Ma anche snort, e sbubll. Non ci giriamo sopra e non andiamo a cercare lucciole o lanterne ma concentriamoci su un solo fatto ma che c’azzeccca benissimo – come direbbe Di Pietro – col criminale con la k ritratto in foto e romanzi. La vicenda di Franca Viola che nel 1966 epiloga e come se epiloga, dopo essere nata nel ‘65, l’anno prima. Ve la faccio breve, promessa in sposa a un mafioso – per motivi che ci sfuggono, dal padre a 15 anni – ella fu poi rapita e maltrattata assai assai dal medesimo che non esitò a violentarla dopo che la famiglia di lei aveva rotto il fidanzamento quando il giovine era stato arrestato.
All’epoca la legge – avete presente quelli che la legge è uguale per tutti – prevedeva all’articolo 544 del codice penale che:
“Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”
Il cosiddetto matrimonio riparatore era una legge dello stato, del nostro stato, l’Italia, avete presente? Fino al 1981 il Codice penale italiano prevedeva che il matrimonio riparatore estinguesse il reato, salvando dalla prigione lo stupratore e i suoi eventuali complici. E ripristinando l’onore – sottolineo – della donna e l’onorabilità della sua famiglia. Quando poi ci interroghiamo sulla violenza sulle donne, proviamo a mettere assieme alcuni pezzi e vedrete che qualcosa sorgerà. Non risposte nè soluzioni, ma qualcosa, arriverà statene certi.
Quanto abbia concorso a svegliare le persone il film di Germi che vi abbiamo agevolato tosto, me lo dovete dire voi, fatto sta, e rimane, ehhhh se rimane, che due anni dopo la pellicola germiana – grande Pietro – Franca Viola, e la sua famiglia, trovarono la forza di opporsi, non solo alle prevaricazioni, piuttosto evidenti, e alle violenze subite, soprattutto da quella ragazzina – che vergogna – ma, squilli di trombe, alla Legge. Scritta maiuscola per disgusto non per rispetto.
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