Un modo simpatico per parlare di noi e di lui. Non trovate? Prendete in mano una chitarra da una parte e una copia del libro cuore dall’altra, con l’altra mano accendete lo stereo o lo streaming o la smart-tv, e infine con l’ultima mano cominciate a scrivere, meglio se con due mani così fate prima. Amici polipi vicini e lontani eccoci giunti ad un post più strano del solito che vorrebbe celebrare il quarto quasi quinto mese di attività di noi frangitori di olive della mente, adepti ecoliani o umbertici o ecoumbertidi col favore delle tenebre e il vento in poppa, mentre ascoltiamo ballad chitarristiche vagamente pop ma anche rock. Dal canto suo il nostro amico Peter che di cognome non fa Parker, bensì Frampton, (all’italiana Franti e da lì l’affinità con noi presenti-assenti), ci piace particolarmente, soprattutto per alcune cosette lontane nel tempo ma clamorose – ancora e sempre – di cui si è reso protagonista. Intanto questa:
Le metto lì in ordine sparso senza pensarci troppo sù:
intanto il talk box guitar sound framptiano, un tubo collegato alla chitarra e alla bocca del chitarrista cantante che filtrava attraverso lo strumento il cantato, modulando un suono così particolare e specifico, che catturò milioni di fans. Un cantato chittarrico o un chitarristico cantato assieme – detto anche assolo di chitarra parlante – lo avete appena visto e ascoltato, peraltro, diede al chitarrista inglese – kentiano per la precisione – una fama e una celebrità inossidabile nel tempo e nello spazio, consacrandolo in modo sempiterno a idolo generazionale.

Ma andiamo con ordine, perché il nostro Franti, con la chitarra e del Kent, non arriva per caso al successo planetario del talk-box guitar suonato e cantato nel 1976 nel live Frampton comes alive! Già alla fine degli anni ‘60, il nostro nasce nel ‘50 del novecento, a Beckenham in Inghilterra, viene definito diciottenne, su una rivista giovanile per giovinetti, – teen si dice in anglosassonia – il volto del ‘68. Del resto, ello – egli, lui, – si era messo a suonare la chitarra già a sette anni e poco dopo era già leader di un band – the little ravens – nel mentre che andava a scuola. La sua prima esperienza degna di nota nel mondo musicale, quella stessa che lo fece notare e finire in copertina come volto del ‘68, fu con il gruppo The Herd. Poca roba ma sincera, come si dice a rock o nel rock o sul rock. Anche se come vedrete loro erano più che altro beatnik. Sarebbero piaciuti parecchio agli Who di Quadrophenia.
Nel 1969, ruggisce per la prima volta e fonda una band storica, quelle che hanno influenzato davvero e non per finta, la musica di quegli anni e pure degli altri: gli Humble Pie. Siamo già nella periferia dei supergruppi, si suona blues e anche rock, c’è Steve Marriot degli Small Faces – vedi alla voce Rod Stewart – assieme a Jerry Shirley e Greg Ridley. Con loro il nostro Peter rimane fino al ‘971 e poi spicca il volo, si sente pronto per fare il solista. Sembrerebbe davvero pronto visto che nel suo album d’esordio del ‘72 che si chiama per l’appunto vento di cambiamento – in inglese obviously – guest stareggia nientepopodimeno che Sir Ringo Starr, mica bombastic. Da lì e fino al ‘78 tutto va bene e anche meglio, soprattutto dal ‘76 in poi con l’uscita del live – uno dei migliori e più venduti di sempre nella storia del rock – Frampton comes alive – oltre 10 milioni di dischi smazzati ben bene – numerose hit oltre alla celeberrima di cui sopra, quali Baby I love your way e Do you feel like we do.
Nel ‘78 il guaio. Un grosso incidente stradale alle Bahamas – le isole – rischia di portarcelo via e mette in seria discussione il proseguimento della sua carriera. Le ferite sono gravi, soprattutto quelle al braccio con cui suona. Ma san cristobal dei guitaristics veglia su di lui e ce lo restituisce intatto dopo un lungo periodo di riabilitazione e le necessarie cure. Torna a suonare, fa anche l’attore nel clamoroso flop dei bee gees sui fab four – sgt pepper’s lonely hearts club band – ciononostante, tutto torna a girare per il verso giusto, e lui prosegue la sua carriera da solista partecipando anche al tour del duca bianco – Bowie di nome David – quello del ragni di vetro del 1987. Glass Spider tour, gir girin e giron – tutti i punti jè bun – con cui ha imperversato per il mondo in lungo e in largo, anche in Italia, come pure io, e dico io, ricordo live. Del resto i due erano amici di lunga data, addirittura dai tempi del liceo che, nel loro caso, era un istituto tecnico londinese, e a quei tempi avevano anche già suonato assieme.
Fra alterne vicende, come accade a chiunque, il grande chitarrista rock è arrivato in tour fino a quest’anno e non accenna a voler smettere di suonare, anche perchè, dopo aver annunciato il ritiro, alla fine dell’ultimo giro di concerti nel 2024, il successo ottenuto, è stato tale e tanto, che l’ha costretto a valutare nuovi impegni e, ancora, altre esibizioni. E così è stato. Del resto qualche anno prima aveva vinto l’ennesimo oscar della musica – il grammy – per il suo album. Era il 2006, e il tredicesimo lp in carriera si intolava fingerprints. Che altro dire, aggiungere, postare, adesso e non dopo? Che la musica del Franti non è finita, guardate un pò qui:

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