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Il Pescatore

La vispa la Teresa e le erbette

Teresa aveva una farfalletta, anzi, la vispa Teresina non l’aveva la farfallina, ma mentre vagava felice e spensierata nei campi e fra i fiori la vide e con scatto felino la prese. Come è come non è, le due parlarono

Non potevo ne potevamo, era assolutamente necessario per non dire obbligatorio, nella settimana delle fila e strocche con i detti e i non detti, popolari e ristretti per non dire elitari o ancora peggio, se non meglio, concludere la storia con Teresa. Teresa è un classico di ogni tempo, diffusa fra i giovani e giovanissimi, la sua epica passeggiata bucolica appassionò e  fece affezionare al personaggio moltitudini di genti per non dire una quantità impressionante di scolari o di addetti o anche passanti casuali. Essi casuali e curiosi o anche soltanto un pochino interessati alla vita dei campi e degli stagni, rincorsero e scrutarono. L’apologo – sarà quello o un epilogo, magari un epostato – boh – della ragazzina vispa si legge, si scrive e si discute, da tempo immemorabile e non solo negli asili e nelle materne, intese come scuole, di ogni ordine e grado. La storia dell’imbelle vivace bimbetta tiene avvinti al libro, anche senza le illustrazioni che, ovviamente, potrebbero e talvolta possono, aumentare esponenzialmente l’interesse degli astanti. Ma lasciamo che sia il fluire del racconto a catturarci anche qui e ora, e invocando Luigi Sailer, di lei compositore, e Trilussa, Salustri, di lei ricompositore, magari un poco più ridanciano per non dire satirico, vi tratteggiamo tosto:

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
A volo sorpresa
gentil farfalletta
E tutta giuliva
stringendola viva
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.

Che aggiungere, che altro dire, l’istante è impresso indelebilmente nel nostro immaginario, l’azione si è svolta, la dinamica è chiara, manifesta. I fatti si apprestano già a conclusione e l’esito appare scontato. Neanche in una svendita forzata nemmeno in un fuori tutto, il risultato apparirebbe più certo e definito. Ma proseguiamo tosto nel fluire magico del racconto, per quanto conosciuto e celeberrimo perchè ogni lettura  della famosa favoletta è una nuova avventura per noi tutti

A lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fò?
Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.

Ebbene signori e signore che dire? Cosa aggiungere a quello che già tutti conosciamo e che il narratore illustre non abbia già detto o che l’analista colto non abbia già individuato e scritto. Nulla, ovviamente, niente di niente, anche se mettendosi nei panni dell’animaletto al giorno d’oggi, molte sarebbero le cose da far notare, per non dire di dire, anche e se. Davero davero. E allora non lo faremo, amici e amiche, non ci improvviseremo per quel che non siamo, non proveremo a scendere più in profondità. Chi siamo del resto per credere di poterlo fare, ditemi chi? E poichè risposte non ne abbiamo, e in nuove storie non crediamo, allora, e solo per questo, procrastinando l’ineludibile, decidiamo di proseguire nella lettura, siccome ancora ha da venì baffone come diceva quello

Teresa pentita
allenta le dita:
“Va’, torna all’erbetta,
gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,
Teresa arrossì,
dischiuse le dita
e quella fuggì.

Ed ecco che alfine il senso profondo della fila che stroccara ed è anche una canzone puerili nel senso da puer e pueris della terza, ma forse anche no, il senso dicevamo, si estrinseca, si evidenzia nella sua totalità nel compiere il suo arco narrativo anche senza faretra e di conseguenza alcuna freccia o solo poche di esse. La farfalla ottiene quello che ha chiesto, la Teresa per quanto vispa si ravvede e intravede mentre si ravvede una luce diversa in fondo al tunnel delle sue mosse vispe. C’è una morale, una riflessione intensa, più intensa dei semplici gesti o delle semplici gesta, nel prendere o poi lasciare libera la farfalletta per non dire llilna per non dire farfallll. Ma e qui ci va un Ma parecchio grosso, il poeta due, detto Trilussa, ci racconta il seguito della farfalletta e della Teresa, che nel crescere perde la vispezza per non dire la vespitudine. E allora che dire: Teresa val bene una Vespa, o una vispa? Ai Piaggio la sentenza, intesa come pubblicità dello scooter che mangia o mangiava le mele. Bye


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