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Protagonisti - Interviste e biografie

Il convegno dei guastatori dell’anima

“Ti sto prendendo abbastanza sul serio da non trattarti con i guanti. Ti rispetto abbastanza da non mentirti” Una frase come questa potrebbe essere condivisa dai guastatori dell’anima, quelli bravi, lo sanno. Il paradosso, la provocazione, la scultura familiare, la prescrizione del sintomo. Un assaggio delle tante varianti che costoro usavano.

Reportage da un weekend in cui i terapeuti più scomodi d’Europa hanno fatto quello che fanno meglio: demolire

di Elena Ferracci


Arrivo al Grand Hotel Bellavista di Merano un venerdì sera di fine settembre con il mio taccuino, un leggero senso di inadeguatezza professionale e la vaga impressione di essermi iscritta al workshop sbagliato. Il banner all’ingresso recita: “Psicoterapia Breve ad Approccio Destabilizzante: Clinica, Supervisione, Pratica”. Fuori, le Alpi si tingono di viola. Dentro, una quarantina di terapeuti da Italia, Germania, Olanda e Svezia si scambiano i biglietti da visita con quella particolare miscela di cordialità e analisi che è il marchio di fabbrica della professione.

Io sono l’unica giornalista. E, come scoprirò nel corso del weekend, probabilmente l’unica persona in questa struttura che nessuno cercherà di destabilizzare. Il che, detto tra noi, è leggermente deludente.


Sabato mattina, ore 9:00. La stanza n. 3: l’uomo che ride mentre ti smonta

La prima dimostrazione è affidata a Pieter van den Berg, cinquantacinque anni, psicologo clinico di Groningen con un paio di occhiali da intellettuale americano anni Settanta e un sorriso che definire beffardo sarebbe riduttivo. Fa parte di quella corrente che si chiama “terapia provocativa”, il cui nome già dice tutto e non dice niente.

Il paziente — chiamerò Marco, trentaquattro anni, impiegato — si siede di fronte a lui con l’aria di chi ha già fatto dieci anni di analisi classica e pensa di sapere come funziona una stanza di terapia. Cioè: silenzio, ascolto empatico, qualche domanda calibrata, nessun giudizio.

Pieter rompe il ghiaccio così: “Allora Marco, mi ha detto che ha difficoltà nei rapporti sociali. Capisco. Guardandola adesso mi chiedo se abbia mai pensato di diventare un eremita. Sembra portato.”

Nella sala osservatori — siamo dietro uno specchio unidirezionale, una quindicina di terapeuti in tirocinio e la sottoscritta — qualcuno trattiene il respiro.

Marco irrigidisce le spalle. “Non è esattamente quello che—”

“No no, la ascolto,” dice Pieter, con il tono di chi stesse dicendo l’opposto. “Mi stia descrivendo come funziona. Entra in una stanza, e automaticamente le persone si spostano verso il muro opposto? O è più graduale?”

Marco ride. È una risata involontaria, secca, quasi sorpresa. E in quel momento qualcosa cambia. Non so definirlo meglio di così, da profana: è come se la maschera del paziente serio con il suo Serio Problema avesse ceduto un millimetro, e da quel millimetro fosse entrata aria fresca.

Il punto — mi spiegherà Pieter durante la pausa caffè, con quella stessa ironia applicata ora a se stesso — è che l’umorismo non è crudeltà ammorbidita. È l’unico modo per dire la verità abbastanza in fretta da superare le difese. “Marco viene da me da tre settimane. Nella terza seduta ha detto: ‘Sei il primo terapeuta con cui non mi sono annoiato.’ Per me è il miglior complimento professionale che abbia mai ricevuto.”

Dopo la sessione raggiungo Marco nel corridoio. Ha ancora quella risata stampata da qualche parte negli occhi. Gli chiedo com’è stato.

“Strano,” risponde. “Nel senso che mi aspettavo di sentirmi preso in giro, e invece mi sono sentito… visto. È un paradosso, no? Lui esagera la mia versione peggiore di me, e io mi accorgo che quella versione peggiore non è poi così terrificante.”

Annoto: la beffa come specchio. Il ridicolo come normalizzazione.


Sabato mattina, ore 11:30. La stanza n. 1: la donna che prescrive la catastrofe

Lucia Bramante è una psicoterapeuta di Arezzo, allieva diretta della tradizione di quella città che ha fatto della logica non-ordinaria un sistema clinico. Ha quarantotto anni, un modo di parlare lento e preciso che fa pensare a un orologiaio.

La sua paziente — Francesca, ventisette anni, studentessa di dottorato con un disturbo da ansia generalizzata — ha provato già due approcci terapeutici. Il primo, cognitivo-comportamentale, le aveva insegnato a sfidare i pensieri catastrofici. Il secondo, sistemico, aveva coinvolto la sua famiglia. Nessuno dei due aveva scalfito quello che lei chiama “il ronzio”: la certezza sottile, costante, che qualcosa di terribile stia per succedere.

Lucia, dopo aver ascoltato per venti minuti, la interrompe con una gentilezza chirurgica: “Francesca, le chiedo una cosa insolita. Nei prossimi sette giorni vorrei che ogni mattina, tra le otto e le otto e dieci, si sedesse a tavolino e si sforzasse di immaginare nel dettaglio la catastrofe peggiore che potrebbe accaderle quel giorno.”

Francesca la fissa. “Ma… non è esattamente il contrario di quello che si fa di solito?”

“Sì.”

“E questo… funziona?”

“Non lo so. Potrebbe funzionare per lei. Potrebbe non funzionare. L’unico modo per scoprirlo è farlo.”

Uscita dalla stanza, nel corridoio, Francesca mi racconta cosa è successo nelle sedute precedenti. “Il fatto è che per me l’ansia funziona così: più cerco di non pensare alla catastrofe, più ci penso. Lei mi sta dicendo di pensarci deliberatamente, in uno slot preciso. È come… toglierle il potere di sorprendermi.”

Le chiedo se ha paura di farlo.

“Tantissima,” dice. “Il che probabilmente significa che è la cosa giusta.”


Sabato pomeriggio, ore 14:30. La stanza n. 5: l’uomo che non fa niente

Karin Söderberg, terapeuta svedese di formazione centrata sulla soluzione, ha un approccio che a prima vista sembra quasi passivo. Non usa il paradosso, non provoca, non prescrive catastrofi. Eppure la definisco destabilizzante perché demolisce qualcosa di altrettanto solido: la narrativa del problema come unica storia vera.

Il suo paziente — Roberto, quarantasei anni, dirigente d’azienda che definisce se stesso “in burnout cronico da almeno sei anni” — attacca la sessione con l’elenco preciso e ordinato di tutto ciò che non va. Ha un’abilità quasi impressionante nell’analizzare il proprio malessere. Potrebbe tenere un corso.

Karin ascolta. Poi, al termine della lista, chiede: “Roberto, mi dica una cosa. C’è mai stato un giorno, anche solo uno, in questi sei anni, in cui il burnout è stato un po’ meno presente?”

Roberto frena. “Beh… sì. Quando siamo andati in montagna in agosto—”

“Cosa faceva, in montagna?”

“Niente. Camminavo. Leggevo.”

“E com’era?”

“Era… era bello. Mi sono quasi dimenticato—” Si interrompe. Guarda Karin come se lei avesse fatto qualcosa di subdolo senza avvisarlo.

“Stavo aspettando che parlassimo del problema,” dice.

“Ne abbiamo già parlato abbastanza,” risponde Karin, con serenità assoluta. “Adesso mi interessa quella persona che cammina in montagna e si dimentica di essere esaurito.”

Dopo la sessione Roberto mi dice, con quella caratteristica voce di chi ha appena capito di essere stato gentilmente fregato: “Ho fatto dieci anni di analisi in cui ho costruito la teoria più elaborata e coerente del mio disagio che si possa immaginare. Lei in venti minuti mi ha chiesto: e se la teoria fosse parte del problema?”

Annoto: la soluzione come destabilizzazione della narrazione del problema. Il benessere come scandalo.


Sabato pomeriggio, ore 16:00. La stanza n. 2: dove le famiglie si siedono in scultura

Andreas Richter, sistemico di Monaco con trenta anni di esperienza in terapia familiare, fa qualcosa che a occhio nudo sembra teatro di improvvisazione.

Con un nucleo familiare di tre persone — genitori e figlio adolescente, tutti volontari per la dimostrazione — li invita a stare in piedi nel mezzo della stanza. Poi chiede al ragazzo, Davide, sedici anni, di posizionare fisicamente i tre corpi nello spazio nel modo che meglio rappresenta “come si sente la famiglia adesso.”

Davide ci pensa un secondo. Poi spinge delicatamente la madre vicino alla finestra, rivolge il padre verso il muro opposto, e si mette esattamente a metà strada tra i due, con la schiena a entrambi.

Il silenzio che segue ha una densità particolare. Andreas non dice niente per quasi un minuto. Poi chiede ai genitori: “Come vi sentite, fisicamente, in questo momento?”

La madre: “Isolata.”

Il padre, dopo una pausa: “Colpevole.”

Andreas chiede a Davide di riposizionarli nel modo in cui vorrebbe che la famiglia fosse. Davide li avvicina. Non li mette abbracciati — non è un film — ma li porta a un metro l’uno dall’altro, con lui davanti a tutti e due.

“Vuole essere guardato,” dice Andreas, semplicemente.

Nella sala osservatori c’è qualcuno che si soffia il naso.

Parlando con la madre dopo la dimostrazione, mi dice: “Avrei potuto spiegare a parole che mio marito ed io siamo distanti e che Davide ne risente. Gliel’ho spiegato, al nostro terapeuta di famiglia. Per due anni. Ma vederlo — vedere lui che ci divide nello spazio — è diverso. È come se il problema fosse diventato reale in un modo che le parole non riescono a fare.”


Domenica mattina, ore 10:00. La stanza n. 4: il confronto senza anestesia

L’ultimo approccio che osservo è anche il più difficile da guardare. Marta Selvatico, gestalt-terapeuta di Milano, lavora con una paziente — Giulia, quarantadue anni, responsabile HR di una media impresa — che ha una storia di relazioni tossiche e una capacità straordinaria di spiegare, razionalizzare e giustificare ogni pattern senza mai cambiarne uno.

Giulia sta descrivendo l’ultima relazione finita male con la precisione di un perito assicurativo. Marta la interrompe: “Giulia, mentre lei parla, cosa sente nel corpo?”

“Cosa… intende?”

“Adesso. In questo momento. C’è qualcosa, da qualche parte?”

Giulia si ferma. Sembra spiazzata dalla domanda, come se qualcuno le avesse chiesto di tradurre un testo in una lingua che non sapeva di conoscere. “Ho le spalle tese,” dice infine. “E le mascelle.”

“Da quanto?”

“Da quando ho cominciato a raccontare di—” Si ferma di nuovo. “Oh.”

“Oh,” conferma Marta, gentilmente.

Quello che osservo nei venti minuti successivi è uno spostamento lento, quasi tettonico, dal racconto dei fatti al contatto con l’esperienza. Giulia passa dall’analista del proprio dolore alla persona che lo sente. È uno spostamento piccolo e enorme insieme.

Dopo la sessione Giulia ha gli occhi rossi ma la schiena dritta. “Ho fatto anni di terapia cognitiva,” mi dice. “Ero bravissima a capire i miei schemi. Il problema è che capire non basta. Marta mi ha chiesto di sentire, non di capire. È una differenza che suona semplice e non lo è per niente.”


L’ultimo caffè, la conclusione che non si può evitare

Domenica sera, nella lounge dell’albergo, i terapeuti si mescolano ai pazienti-dimostratori in quella atmosfera di stanchezza operosa che segue i convegni di lavoro. Raccolgo gli ultimi commenti.

Pieter ride di qualcosa con Marco. Lucia Bramante discute con Andreas di quanto i protocolli siano utili finché non lo sono. Karin Söderberg prende un tè con Roberto, che le sta spiegando come ha smesso di compilare la lista delle cose che non vanno.

Chiedo a tre dei pazienti la stessa domanda: cosa avrebbe reso inefficace quella sessione?

Marco: “Se non avessi sentito che in fondo mi voleva bene. Il sarcasmo senza calore è solo cattiveria.”

Francesca: “Se avessi sentito che stava seguendo un protocollo. Che ero un caso, non una persona.”

Giulia: “Se mi avesse incalzata troppo in fretta. C’è stato un momento in cui ho quasi chiuso. Se avesse continuato a spingere, avrei chiuso. Ha aspettato.”

Tre risposte diverse. Un denominatore comune.

Non è la tecnica. La tecnica è il veicolo — sofisticato, necessario, costruito su decenni di osservazione clinica. Ma ciò che trasporta, prima di ogni contenuto terapeutico, è qualcosa di più elementare e di più difficile da insegnare: la relazione. La percezione, da parte di chi siede sulla sedia del paziente, di essere guardato come un essere umano complesso e degno di rispetto, non come un problema da risolvere o — peggio — come la dimostrazione vivente di una tecnica.

I guastatori dell’anima, quelli bravi, lo sanno. Il paradosso, la provocazione, la scultura familiare, la prescrizione del sintomo: sono tutti, in fondo, modi per dire la stessa cosa in lingue diverse. Ti sto prendendo abbastanza sul serio da non trattarti con i guanti. Ti rispetto abbastanza da non mentirti.

Il cambiamento, quando arriva, non ha la forma di una tecnica applicata. Ha la forma di una persona che, per la prima volta da molto tempo, si è sentita davvero guardata.

Il resto è letteratura clinica — bellissima, per carità.


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Elena Ferracci è giornalista e collabora con diverse testate di cultura e scienze sociali.


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Ennio Martignago