La parola più semplice nasconde il paradosso più vertiginoso

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Esiste una parola che pronunciamo decine di volte al giorno senza mai fermarci a pensare a cosa significhi davvero. Una parola che sembra la più semplice di tutte, eppure nasconde una vertigine del pensiero. Questa parola è «Io».

«Lei non sa chi sono io!» — «E lei crede forse di saperlo, chi è lei?»

In questo scambio fulminante si condensa un’intera filosofia. Chi di noi, in fondo, può dire di sapere davvero chi è? Quando pronuncio «Io», a cosa mi riferisco esattamente?

Ignoto a me stesso

Anni fa Leonardo Sciascia curò una mostra fotografica — «Ignoto a me stesso» — che raccoglieva primi piani di artisti e celebrità colti in momenti sospesi nel tempo. Volti carichi di dettagli che sfuggono quando incontriamo quelle stesse persone nella frenesia quotidiana.

A volte una ruga racconta di una persona molto più di un’intervista. L’espressione del corpo è un «altro» che spesso ci risulta sgradevole — quel familiare con cui non vogliamo avere a che fare, che carichiamo in uno zaino invisibile alle nostre spalle, riempendolo di tutti gli scarti della nostra identità.

Ecco il primo indizio: «Io» e «me stesso» suggeriscono grammaticalmente due posizioni opposte. L’uno è soggetto, l’altro oggetto. L’uno guarda, l’altro viene guardato. Eppure dovrebbero essere la stessa cosa.

Interno di “Ignoto a me stesso”

Tu sei la cosa che guardi

Nella tradizione vedica indiana esiste l’espressione «Tat Tvam Asi»: Tu sei questo. Tu sei la cosa che osservi. Ma dal momento che tu sei anche l’osservatore della tua condizione oggettiva, in quell’istante vi trovate ad essere due. Due e nel contempo uno. Questo è il paradosso.

Forse dovremmo abolire la parola «Io» e sostituirla con «me stesso». «Me è andato a fare la spesa» — un’espressione innaturale, tortuosa. Eppure questa piccola violenza grammaticale trasformerebbe radicalmente la percezione che abbiamo di noi stessi, rendendo esplicito ciò che normalmente resta nascosto.

Io sono — e basta

Il maestro indiano Nisargadatta invitava i suoi allievi a ripetere ossessivamente «Io sono» — e a concentrarsi solo su questo, mettendo in secondo piano tutti i legami con le cose del mondo. Non «Io sono questo» o «Io sono quello». Solo: Io sono.

È la stessa intuizione che, in modo più confuso, cercava di esprimere il filosofo tedesco Max Stirner quando invitava ognuno a pensarsi come un «Unico» — disgiunto dalle proprietà e dagli attributi che il mondo tende ad appiccicarci addosso. L’Unico, diceva, è un’espressione che sfuma nel momento stesso in cui la pronunciamo. Non siamo i nostri tratti caratteristici, i nostri averi, le nostre prestazioni, le qualità che ci attribuiamo o i giudizi degli altri.

Ma se non siamo quello, allora che cosa siamo? Come possiamo descriverci? Ecco il punto: nel momento in cui ci descriviamo, stiamo parlando dell’oggetto «me stesso» e non dell’«Io sono» puro. Ogni proprietà ci aliena, ci allontana dal nostro vero essere.

«Io sono» è cosa ben diversa da «Io sono Io».

«Me stesso» l’ha creato il mondo. «Io sono» è sempre esistito. È immortale.

Alla ricerca del nucleo

Carl Gustav Jung chiamava «individuazione» il processo che porta a scoprire il «Sé» — distinto dall’io storico e materiale. Il lavoro analitico mirava a prendere contatto con quel nucleo profondo e immateriale della nostra essenza che non coincide con la persona che vediamo riflessa allo specchio.

Rudolf Steiner sviluppò un’antropologia ancora più articolata. Per lui, l’Io non ha nulla a che vedere con l’intelligenza, i sentimenti o il corpo. Steiner distingue tre livelli corporei — il corpo fisico, quello vitale (o eterico), quello astrale dove risiedono le nostre propensioni relazionali. Una volta esauriti questi involucri, troviamo qualcosa che sopravvive di vita in vita: l’anima. Ma neppure l’anima è la misura ultima del nostro essere. Oltre l’anima esiste una quintessenza, espressione dello spirito universale. Questo nucleo spirituale più profondo è ciò che Steiner chiamava «Io» — un soggetto più simile all’«Io sono» di Nisargadatta che al nostro quotidiano «me stesso».

Contemporaneo di Steiner, Georges Gurdjieff — dopo aver raccolto saperi iniziatici dall’Asia centrale — insegnava a Fontainebleau con un imperativo: «Ricordati chi sei!». Non intendeva ricordare il proprio nome o la propria storia personale — questo sarebbe banale e andrebbe nella direzione opposta. Occorre smettere di pensarsi come la persona che tutti conoscono per riscoprire il vero io sepolto nell’anima, quello che permane di vita in vita, al netto della corporeità e dell’intelletto.

Il vero significato dell’Inferno

Possiamo studiare migliaia di testi — esoterici e tradizionali — ma saranno inutili, o quantomeno evanescenti, se prima non abbiamo fatto nostra una consapevolezza fondamentale: ciò che crediamo di essere è una creatura del nostro vero io, una proiezione temporale prodotta perché svolga una missione.

Non importa capire questa missione. Basta assecondarla, non ostacolarla per affermare i bisogni, i desideri, i rancori o i rimpianti della nostra identità provvisoria. Se non si asseconda quel vero Io, l’anima tarderà a sbocciare, si impoverirà, si stancherà. E il tempo necessario per evolversi diventerà così lungo da trasformarsi nel vero significato dell’Inferno.

Chi pensa — anche senza dirlo — «Lei non sa chi sono Io!», costui veramente non sa chi è il suo vero Io. Meglio farebbe a dire: «Lei non sa che io non so chi è il mio Io. E lei? Lei lo sa?»

Tag: Io, Identità, Coscienza, Filosofia, Steiner, Nisargadatta, Jung, Gurdjieff


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