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Tigran Hamasyan e il rito di “Manifeste” sfida ogni confine musicale

Con Manifeste, Tigran Hamasyan approda a una forma d’arte totale. L’album è un ecosistema sonoro dove il mito e la tecnologia convivono, dimostrando che l’innovazione non deve necessariamente recidere i legami con l’antico.

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Il ritorno del virtuoso

Tigran Hamasyan si è ormai imposto come una delle figure più visionarie del panorama globale, agendo in quel territorio di confine dove il jazz d’avanguardia collide con il progressive rock e le radici millenarie del folk armeno. Con il suo nuovo lavoro, “Manifeste” — in uscita il 6 febbraio 2026 per Naïve Records — Hamasyan non firma semplicemente un disco, ma produce un vero e proprio “rituale sonoro”.

Interamente composto e prodotto dal pianista armeno, Manifeste segue l’ambizioso The Bird of a Thousand Voicesportando la ricerca sonora a un livello di sofisticazione tecnica superiore. Registrato tra il 2023 e il 2025 in cinque paesi diversi — tra cui Erevan, Atene, Mosca e Los Angeles — l’album rappresenta una sintesi perfetta tra l’approccio da “sound strategist” e la profondità spirituale del compositore puro.


1. Un’opera strutturata come un rito sacro

L’album si sviluppa attraverso quattordici tracce originali che seguono una precisa sequenza rituale. Il percorso inizia con la meditativa “Prelude for All Seekers”, brano in cui emerge immediatamente la tecnica percussiva di Hamasyan: il pianoforte viene esplorato nei registri più acuti con un attacco quasi metallico, creando un’atmosfera sospesa tra ricerca interiore e tensione astratta.

Questo viaggio verso l’auto-scoperta non è un semplice esercizio di stile, ma un atto di nascita creativa, come spiegato dallo stesso musicista:

“Cercare e lavorare su se stessi per scoprire chi si è… trovare qualcosa che potrebbe essere sempre stato lì, ma per il quale bisogna scavare affinché si manifesti e nasca in questo mondo. Quel momento in cui un pezzo di musica sta nascendo e la gioia riempie il tuo cuore è il momento più prezioso per me come musicista.”


2. La filosofia della sofferenza e della catarsi

Dal punto di vista concettuale, Manifeste poggia su una tesi filosofica audace: l’idea che l’essere umano si “cristallizzi attraverso la sofferenza”. Come critico e stratega del suono, è impossibile non notare come questa tensione si traduca in musica: Hamasyan contrappone i pesanti groove poliritmici — simbolo del travaglio e della fatica umana — alla purezza eterea delle voci corali, che rappresentano la risoluzione spirituale.

L’artista agisce qui come un facilitatore di catarsi, utilizzando la stratificazione sonora per guidare l’ascoltatore verso una trasformazione profonda.

“Il ruolo dell’artista è permettere al pubblico di sperimentare la catarsi, ritornando all’eterno mistero della nascita dell’esistenza da cui proveniamo e a cui ritorniamo.”


3. La collisione tra antico, umano e digitale

Manifeste eccelle nella gestione del contrasto materico. Hamasyan fonde strumenti tradizionali come il daf (suonato da Hamin Honari) e il blul (affidato a Yessai Karapetian) con un design sonoro d’avanguardia, dove sintetizzatori e post-produzione digitale creano un ponte sonoro tra culture.

Brani come “A Eye (The Digital Leviathan)” mostrano il lato più oscuro del compositore, integrando il lavoro abrasivo della chitarra di Nick Llerandi con texture elettroniche compulsivamente moderne. Al contrario, “E flat Venice – Per Mané” rivela una fusione inedita tra sensibilità pop lirica ed elettronica; qui la voce di Asta Mamikonyan si appoggia su un accurato lavoro di drum programming gestito da Hamasyan, culminando in un groove di ispirazione techno con pulsazioni funky e ballabili. Questo mix non è puramente tecnico, ma una dichiarazione di unità tra il sacro e il digitale.


4. Una polifonia globale senza confini

L’ambizione della produzione emerge dalla caratura dei collaboratori coinvolti. Hamasyan ha curato personalmente ogni aspetto della post-produzione, coordinando un ensemble che definisce nuovi standard per il jazz contemporaneo. Tra le figure chiave spiccano:

  • Il comparto ritmico: Una schiera di batteristi jazz-metal di calibro mondiale come Matt GarstkaArthur HnatekArman Mnatsakanyan e Nate Wood, capaci di sostenere le architetture ritmiche più dense.
  • La sezione archi e fiati: Il violoncello di Artyom Manukyan e la tromba di Daniel Melkonyan, la cui liricità domina brani come “Years Passing (For Akram)”.
  • Il climax del basso: La performance di Evan Marien su “Dardahan”, che firma uno dei momenti più intensi e climatici dell’intero disco.

Questa varietà geografica e strumentale conferisce all’opera una profondità cinematografica che attraversa territori orchestrali e ambientazioni intime.


5. Il potere trascendentale del coro

L’uso del Yerevan State Chamber Choir, diretto da Kristina Voskanyan, è l’elemento che eleva Manifeste a un livello cerimoniale. Le voci eteree non sono un semplice abbellimento, ma un pilastro strutturale che si intreccia con i synth pads per creare paesaggi sonori espansi.

Se “The Fire Child (Vahagn Is Born)” (traccia 9) funge da potente conclusione di una fase del viaggio con le sue stratificazioni vocali ambientali, è la traccia finale, “National Repentance Anthem”, a rappresentare il sigillo definitivo del rituale. Il brano inizia con cadenze in minore scabre e nude per poi trasformarsi in un corale sontuoso che sfida i confini della tonalità. L’aggiunta del fischio di Hamasyan sopra le texture corali stratificate chiude l’album con un senso di malinconica bellezza e solenne risoluzione.


Oltre il genere, guardando all’eterno

Con Manifeste, Tigran Hamasyan conferma la sua capacità di trascendere l’etichetta di “Contemporary Jazz” per approdare a una forma d’arte totale. L’album è un ecosistema sonoro dove il mito e la tecnologia convivono, dimostrando che l’innovazione non deve necessariamente recidere i legami con l’antico.

In un mondo che consuma suoni alla velocità del digitale, siamo pronti a fermarci e lasciarci “cristallizzare” da un’opera che usa la sofferenza come strumento di creazione pura? La vostra ricerca interiore può trovare nel suono la forma che stavate cercando?


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Ennio Martignago