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La playlist della settimana — 6 febbraio 2026

Questa playlist rappresenta un’indagine sistematica su cosa significa costruire identità sonora nel 2026, quando le categorie di genere sono diventate così permeabili da risultare quasi inutili.

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Anatomia di una metamorfosi

Quando la settimana si apre con Battiato e si chiude con l’elettronica sperimentale, non è casualità — è mappa.

La selezione musicale di questa settimana disegna una geografia precisa: quella della transizione tra memoria e futuro, tra radicamento territoriale e disgregazione digitale, tra l’intimità acustica e l’immersione club. Non è una playlist “eclettica” nel senso pigro del termine — è piuttosto un’indagine sistematica su cosa significa costruire identità sonora nel 2026, quando le categorie di genere sono diventate così permeabili da risultare quasi inutili.

L’ombra lunga di Battiato: Vittorio Cosma e la memoria come materiale vivo

Vittorio Cosma — L’era del cinghiale bianco (da Il Lungo Viaggio soundtrack)

Iniziare con Battiato non è nostalgia — è posizionamento teorico. Il biopic Il Lungo Viaggio (uscito al cinema il 2-4 febbraio, proprio in questi giorni) racconta il percorso di un artista che ha sempre rifiutato la dicotomia sacro/profano, sperimentazione/pop, Oriente/Occidente. La colonna sonora di Vittorio Cosma con Giuvazza Maggiore reinterpreta “L’era del cinghiale bianco” — capolavoro del 1979 che segnò il ritorno di Battiato al pop dopo anni di radicale sperimentazione elettronica — non come citazione reverenziale ma come materiale vivo da metabolizzare.

La domanda che pone questa traccia è scomoda: cosa rimane di Battiato nel 2026? Non il catalogo museificato, ma il metodo — quella capacità di usare la canzone come “gabinetto” (sue parole) per liberarsi di ciò che non serve più portare dentro. In un momento storico dove l’industria musicale spinge verso l’ottimizzazione algoritmica e la prevedibilità emozionale, recuperare Battiato significa ricordare che l’arte può essere strumento di conoscenza, non solo di intrattenimento.

Peter Gabriel e il cervello digitale: quando l’intimità diventa interfaccia

Peter Gabriel — Put The Bucket Down (Bright Side Mix)

Gabriel rilascia un brano per ogni luna piena del 2026, seguendo la stessa strategia concettuale di i/o (2023). “Put The Bucket Down”, uscito il 1° febbraio con la “snow full moon”, è il secondo estratto da o\i (previsto fine 2026) e continua la sua ossessione per le interfacce cervello-computer, la lettura/scrittura dei pensieri, l’identità frammentata nell’era digitale.

Il testo è disturbante nella sua ambiguità: “Is he inside his own mind or inside someone else’s?” Il “bucket” è “all the crap that goes around our head all the time” — svuotarlo significa liberarsi del rumore cognitivo costante, ma anche perdere il senso di agency. Il groove shuffle prodotto con Brian Eno, la tromba di Paolo Fresu, l’orchestrazione della New Blood Orchestra creano una tensione tra calore analogico e freddezza concettuale che è perfettamente 2026: siamo intrappolati tra la nostalgia per l’umano e la fascinazione per il posthumano.

Gabriel a 76 anni sta facendo domande più radicali di artisti trentenni: cosa rimane dell’io quando i pensieri possono essere letti, scritti, manipolati? È ottimismo tecnologico o distopia soft?

Il deserto americano come camera di isolamento: Jay Buchanan

Jay Buchanan — Sway

Il frontman dei Rival Sons pubblica il suo debutto solista proprio questa settimana (6 febbraio): Weapons of Beauty, scritto “in the solitude of an underground bunker deep in the Mojave Desert”, prodotto da Dave Cobb. È il tipico percorso del rocker che rallenta, si spoglia, cerca autenticità nel deserto — topos americano per eccellenza, da Gram Parsons a Josh Homme. Ma Buchanan lo fa con sincerità disarmante.

“Sway” è descritta come esempio di come i musicisti accentuano la sua voce — niente tuoni da arena rock, ma songwriting intimo dove la voce da predicatore si piega in vulnerabilità. Il riferimento costante nelle recensioni a Jeff Buckley non è casuale: quella stessa capacità di passare dal sussurro al grido, quel controllo del respiro che traduce tensione emotiva in dinamica sonora.

L’album include una cover di Leonard Cohen (“Dance Me to the End of Love”), tributo esplicito al “patron saint of the Sacred Heart” per chi lavora con le parole. Ma c’è un paradosso: Buchanan cerca “disegnare sulla sabbia” in opposizione alla “musica soffocata dalla tecnologia”, mentre il suo debutto solista è distribuito via streaming globale, promosso sui social, recensito da algoritmi. La fuga nel deserto è sempre anche marketing dell’autenticità.

Tigran Hamasyan e l’Armenia come geopolitica sonora

Tigran Hamasyan — Yerevan Sunrise

Manifeste (uscito anch’esso il 6 febbraio) è dichiarazione politica oltre che musicale. Registrato tra 2023 e 2025 in cinque paesi (Yerevan, Atene, Mosca, Los Angeles), l’album arriva in un momento dove l’Armenia vive tensioni geopolitiche che ne mettono in discussione l’esistenza stessa come stato sovrano.

“Yerevan Sunrise” ha una melodia “choppy, see-saw-like” che bilancia riflessività e vitalità, con basso elettrico thunderous nella sezione finale. È jazz progressivo che incorpora musica folk armena, cori della Yerevan State Chamber, elettronica, prog rock — non come “fusion” nel senso pigro, ma come necessità esistenziale. Hamasyan dice nei liner notes: “I feel like everything has already been done… it all comes down to what we really want to do with music.”

Il punto è questo: per un musicista armeno nel 2026, fare musica che incorpora tradizione non è “world music” — è atto di resistenza culturale. Quando Hamasyan usa melismi vocali armeni, strumenti folk (blul, daf), il Coro di Stato, sta dichiarando che l’Armenia esiste attraverso il suono, anche quando la sua geografia fisica è contestata. Il jazz diventa linguaggio di sopravvivenza nazionale.

Il titolo “Manifeste” non è decorativo — è letterale. È un manifesto per la sopravvivenza dell’arte in contesto di guerra.

Rosalía e il misticismo del consumo

Rosalía — Sauvignon Blanc

LUX (7 novembre 2025) è probabilmente l’album pop più ambizioso dell’anno passato: registrato con la London Symphony Orchestra, testi in 13 lingue, collaborazione con Björk, struttura operatica. “Sauvignon Blanc” è ballata al pianoforto ispirata a Santa Teresa d’Avila — la mistica spagnola del XVI secolo che rinunciò alla ricchezza per la vita contemplativa.

Rosalía canta: “Con el Rolls-Royce que quemaré / Jimmy Choo que tiraré / la porcelana que caeré” — bruciare la Rolls-Royce, buttare le Jimmy Choo, lasciar cadere la porcellana. Rinuncia materiale per abbracciare “Sauvignon Blanc a tu lado / Mi futuro será dorado.” Il vino diventa metafora del semplice contro il lusso, della presenza contro l’accumulo.

Ma c’è un’ironia che Rosalía probabilmente coglie: cantare la rinuncia al consumo in un album che costa milioni, prodotto da major label, promosso con budget massicci, destinato a piattaforme streaming di corporazioni miliardarie. Il Sauvignon Blanc di cui canta non è un vino qualsiasi — è quello raccomandato da Pharrell Williams, riferimento al Sancerre della Loire, tra i bianchi più costosi al mondo. La semplicità come luxury good.

L’album funziona proprio per questa tensione irrisolta: Rosalía sa di essere intrappolata nel sistema che critica, e la sincerità sta nel non fingere che esista una via d’uscita facile. Il misticismo del XXI secolo passa attraverso Instagram e Spotify Premium.

Arlo Parks e l’euforia programmata

Arlo Parks — Heaven

Dal vincitore del Mercury Prize 2021 per Collapsed in Sunbeams — album di ballate intime sulla depressione, l’isolamento, le relazioni fragili — a questo. “Heaven” (2 febbraio 2026) è techno-bassline, drum patterns incessanti, ispirato da un DJ set mattutino di Kelly Lee Owens a un rave sotto un ponte di LA.

Parks dice: “Being in a room full of strangers sweating, connecting, losing and finding themselves is a kind of magic that’s beyond language.” Il terzo album Ambiguous Desire (3 aprile) si ispira a Paradise Garage, LCD Soundsystem, The Streets, Burial — canone della club music intellettuale dove il dancefloor diventa spazio di trascendenza laica.

Ma c’è qualcosa di profondamente 2026 in questa traiettoria: la generazione che ha vissuto lockdown, isolamento, ansia da social media ora cerca comunità fisica nei club. Il rave non è più controcultura — è terapia. L’euforia non è spontanea ma consapevolmente ricercata, performata, narrata sui social il giorno dopo.

La domanda che Parks (involontariamente?) solleva: quando l’euforia diventa programmatica, quando la perdita di sé è intenzionale, quando il “trovare nuove facce” è estetizzato, cosa rimane dell’esperienza autentica? O è una domanda già vecchia, e dovremmo accettare che l’autenticità nel 2026 passa sempre attraverso la mediazione?

Gli altri: frammenti del mosaico

Myles Smith & Niall Horan — Drive Safe: ex One Direction che cerca credibilità adult contemporary. Funzionale, dimenticabile.

sombr — Homewrecker: elettronica UK che lavora sui silenzi. Interessante se si conosce il contesto della scena post-Burial, altrimenti criptico.

Mandy, Indiana — Dodechaedron: noise industriale francese che suona come Nine Inch Nails filtrati attraverso Godspeed You! Black Emperor. Per chi pensa che la musica debba disturbare.

Ratboys — Light Night Mountains All That: indie rock americano che potrebbe essere uscito in qualsiasi anno tra 2008 e 2026. Questo è il suo problema e la sua qualità.

Playlist 6 26

Fili rossi: contro la coerenza come valore

Questa playlist rifiuta la coerenza come principio organizzativo. Non c’è “vibe” uniforme, non c’è target demografico, non c’è algoritmo che suggerirebbe questi brani in sequenza. È selezione umana che crea attrito, che forza connessioni improbabili.

Il pattern nascosto: ogni artista qui cerca di risolvere il paradosso tra tradizione e innovazione, tra memoria e futuro, tra intimità e tecnologia. Cosma/Battiato guardano indietro per capire il presente. Gabriel proietta distopie tecnologiche con strumenti orchestrali. Buchanan cerca il deserto per sfuggire alla mediazione. Hamasyan usa il jazz per preservare l’Armenia. Rosalía fa misticismo via major label. Parks cerca trascendenza nei club programmati.

Non sono soluzioni — sono tentativi. E forse l’unica cosa onesta da fare nel 2026 è ammettere che non esistono sintesi facili, solo navigazione costante tra poli opposti che si rifiutano di riconciliarsi.

La settimana musicale come mappa del caos contemporaneo. Benvenuti nel metamorfosi perpetua.


[Questo testo è pensato per la sezione FREQUENZE di Il Franti, categoria dedicata a musica e cultura sonora. Ogni traccia è contestualizzata non solo musicalmente ma anche culturalmente, politicamente, filosoficamente — approccio distintivo della rivista.]


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Ennio Martignago